Dalla COP26 al Futuro dell’Umanità

Dalla COP26 al Futuro dell’Umanità

La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2021, nota come COP26, è la XXVI Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.
La COP26 è stata organizzata a Glasgow (Scozia) dal 31 ottobre al 12 novembre 2021, sotto la presidenza del Regno Unito ed in collaborazione con l’Italia.
Questa conferenza incorpora la 26ª Conferenza delle Parti (COP26), la 16ª Conferenza delle Parti del Protocollo di Kyoto (CMP16) e la 3ª Conferenza delle Parti dell’Accordo di Parigi (CMA3).
Chiariamo che alle conferenze partecipano leader mondiali, ministri e negoziatori, ma anche rappresentanti della società civile, delle imprese, delle organizzazioni internazionali e dei media.
L’obiettivo di questa conferenza è che tutte le parti si impegnino per obiettivi più ambiziosi da quelli stabiliti dalla COP21. In base all’Accordo di Parigi, infatti, le parti sono tenute a svolgere ogni cinque anni una verifica degli impegni sottoscritti, un processo comunemente noto come “meccanismo al rialzo”.
La COP26 rappresenta, di fatto, il tentativo, in embrione, di una Politica Mondiale tesa a sviluppare una organizzazione sociale e quindi economica che non vada in conflitto con i delicati equilibri del Pianeta.
Infatti nella sfera del cambiamento climatico, “le parti” sono soprattutto i governi che hanno firmato la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).
Ricordiamo che la COP è ospitata ogni anno da un paese diverso e il primo incontro di questo tipo, la COP1 si è svolto a Berlino, in Germania, nel 1995.
Ovviamente, dal 1995 ad oggi, gli eventi si sono susseguiti con una tale rapidità che le stesse modalità di approccio e le tematiche affrontate dalle parti hanno visto, gradualmente, una sostanziale metamorfosi.
Metamorfosi politica è forse il concetto cardine all’interno, non solo della COP ma di tutte le politiche internazionali, così come indicate da Agenda 2030.
Ricordiamo, inoltre, che il parametro di riferimento della COP è rientrare negli Accordi di Parigi. L’Accordo di Parigi è infatti un trattato internazionale firmato da quasi tutti i paesi del mondo alla COP21 di Parigi nel 2015.
I suoi obiettivi sono mantenere l’aumento della temperatura media globale “ben al di sotto” di 2 gradi sopra i livelli preindustriali, idealmente 1,5 gradi; rafforzare la capacità di adattarsi ai cambiamenti climatici e costruire la resilienza e allineare tutti i flussi finanziari con “un percorso verso basse emissioni di gas serra e uno sviluppo resiliente al clima”.
Per realizzare ciò l’accordo di Parigi ha un approccio “dal basso verso l’alto” in cui i paesi stessi decidono di quanto ridurre le proprie emissioni entro un determinato anno. In base a ciò i Paesi comunicano questi obiettivi all’UNFCCC sotto forma di “contributi determinati a livello nazionale” o “NDC”.
Per raggiungere questo obiettivo e quindi limitare il riscaldamento a 1,5 gradi, le emissioni globali devono dimezzarsi entro il 2030 e raggiungere lo “zero netto” entro il 2050.
Aggiungiamo, per dovere di cronaca, che il rapporto del Gruppo intergovernativo di esperti scientifici sui cambiamenti climatici (IPCC) del 2021 sottolinea che è ancora possibile raggiungere l’obiettivo di 1,5 gradi, ma solo se si intraprende ora “un’azione senza precedenti”.
A questo punto, per ulteriore chiarezza verso chi non è avvezzo a queste complesse tematiche, uno dei principali “parametri di riferimento per il successo” della COP26 è che il maggior numero possibile di governi presenti nuovi NDC e, quando messi insieme, questi siano abbastanza ambiziosi da mettere il mondo sulla buona strada per raggiungere il “ben al di sotto” di 2 °C, preferibilmente 1,5 °C.
Ricordiamo infatti che la differenza tra 1,5 e 2 gradi è sostanziale: ogni incremento di grado si traduce in un aumento dei rischi e gli eventi climatici del mediterraneo dell’autunno 2021 sono un evidente feedback planetario.
Secondo gli esperti, per avere un risultato positivo a Glasgow, era già necessario che i paesi sviluppati onorassero la promessa fatta nel 2009 di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 per sostenere l’azione per il clima nei paesi in via di sviluppo. I dati ufficiali per il 2020 non saranno disponibili fino al 2022, ma è chiaro che l’obiettivo lo scorso anno non è stato raggiunto.
Al di la degli annunci recenti del presidente Joe Biden a raddoppiare i finanziamenti statunitensi per il clima, appare ancora limitante parametrare tutto in termini di investimenti.
Il cambiamento climatico non è solo una questione di divario tra nord e sud del mondo ma di politiche di salvaguardia dei diritti dei più deboli rispetto all’opulento occidente.
Le discussioni su questi temi si concentrano, infatti, spesso sulla mobilitazione dei finanziamenti. Come al solito la finanza è divenuta una cappa grigia che impedisce di vedere i raggi di sole che da più parti del pianeta parlano un’altra lingua.
È importante che le parti facciano progressi su un altro modo di intendere la politica e di dare pertanto una ulteriore operatività dell'”obiettivo globale sull’adattamento” dell’accordo di Parigi che, al momento, è formulato in modo vago e molto carente di aspetti legati a giustizia, stili di vita, solidarietà, equità sociale, ecc..

Tale questione è una di quelle che fa viaggiare le “parti” all’interno della COP in maniera differenziata.
Per esempio al settembre 2021, 86 paesi e l’UE27 hanno presentato all’UNFCCC nuovi NDC aggiornati.
Alcuni governi, come Cina e Giappone, hanno promesso nuovi obiettivi per il 2030 ma devono ancora presentarli ufficialmente.
Alcuni dei nuovi NDC sono nei limiti superiori di ciò che molti si aspettavano.
Inoltre circa 70 paesi devono ancora comunicare obiettivi nuovi o aggiornati. E diversi altri, quali: Australia, Brasile, Indonesia, Messico, Nuova Zelanda, Russia, Singapore, Svizzera e Vietnam, si sono presentati senza veri programmi e ambizioni.
Per ritornare più concretamente ai modelli ed alle visioni politiche, come ho scritto ripetutamente e da più parti, siamo di fronte ad un momento storico in cui dobbiamo iniziare ad essere coerenti con noi stessi.
Non basta additare alla “politica”, con una logica generalista disarmante e senza costrutto, le responsabilità di quanto sta accadendo.
La verità è che gli elementi che, nel loro complesso, compongono la Natura del nostro Pianeta ci stanno chiarendo, se a qualcuno ancora sfugge, che era, ed è, fuori rotta il modello socioeconomico “occidentale”. Non è solo la politica fuori rotta ma ognuno di noi.
Siamo un oceano in cui ogni persona è una goccia che può assumere una polarità negativa o positiva (gli indifferenti rientrano nei negativi, e nei peggiori).
Non basta la critica e la ribellione, cosa sempre più evidente e crescente: basta entrare in una chat, in un social per rendersene conto. Poche sono le autocritiche e questo non ci aiuta.
È necessario, per usare un termine tanto caro ad agricoltori e artigiani, rimboccarsi le maniche; iniziando a mettersi in discussione: altrimenti non avviene la conversione.
Questo mondo ha bisogno di Conversione, che ognuno può poi individuare nella sua coscienza come morale, religiosa, culturale, ecc.; non importa: è necessario approcciarsi in modo differente alla questione, assumendo però un comportamento propositivo, fatto di dialogo, confronto, autocritica, revisione del proprio modo di pensare e di essere.
In tutto questo al centro bisogna porre però non l’economia e la finanza ma la Persona con i suoi diritti ed i doveri per attuarli.
Non credo ad un ecologismo in cui al centro non ci sia l’umanità ed una nuova umanità in grado di sincronizzarsi alla Natura.
Non per niente ho utilizzato il termine di Naturocene per contrapporlo a quello di Antropocene.
Se l’antropocene è, secondo alcuni proponenti, una epoca geologica, nella quale l’essere umano con le sue attività è riuscito con modifiche territoriali, strutturali e climatiche ad incidere su processi geologici ed ambientali, il Naturocene dovrà essere una epoca geologica, nella quale l’essere umano con le sue attività ritorna a sincronizzarsi con i processi geologici ed ambientali del Pianeta.
Per questo non serve una protesta senza una proposta e non si può passare ad una proposta se non si riconsidera, partendo da se stessi, la propria polarizzazione.
Per entrare nel Naturocene serve un diverso ecologismo, un diverso concetto di benessere, un diverso modo di rapportarsi alla Natura, a partire dall’agricoltura, all’utilizzo delle risorse, al modo di compiere ogni passo; alleggerendo quella “impronta ecologica” che non appartiene alla politica (o almeno non da sola) ma ai nostri comportamenti.
Questo ovviamente pretende un nuovo modo di concepire la politica, transitando dal modello liberista a quella economia circolare che non è solo fatto economico-finanziario ma giustizia sociale verso le popolazioni, verso quel diritto dei popoli ad evolversi in forma sostenibile ed ecologica.
Purtroppo stiamo assistendo ad una transizione, come il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) che, al fine di permettere il cosiddetto sviluppo verde e digitale del Paese, non indossa ancora quel vestito di giustizia sociale ed ambientale necessari ad una vera e propria Conversione Ecologica.
Ecco perché serve una nuovo ambientalismo: umile, autocritico, polarizzato positivamente, propositivo, in grado di indossare quelle vesti che da Francesco d’Assisi a Ghandi (per citare quelli che universalmente, ed in quasi 800 anni, pur con le loro differenze culturali e storiche, sono ritenuti i capisaldi di questa visione ecologista) si faccia interprete di un’anima nuova, di una visione ecologica nuova che metta insieme e sincronizzi umanità e Natura.
Tutto il resto è, per usare le parole di Gandhi, “sudiciume assoluto, sempre da evitare”.

Guido Bissanti




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