Trifolium repens

Trifolium repens

Il trifoglio bianco, chiamato anche trifoglio rampicante o trifoglio ladino (Trifolium repens, L. 1753) è una specie erbacea della famiglia delle Fabaceae.

Sistematica –
Dal punto di vista sistematico appartiene al Dominio Eukaryota, Regno Plantae, Sottoregno Tracheobionta, Divisione Magnoliophyta, Classe Magnoliopsida, Sottoclasse Rosidae, Ordine Fabales, Famiglia Fabaceae, Sottofamiglia Faboideae e quindi al Genere Trifolium ed alla Specie T. repens.

Etimologia –
Il termine Trifolium deriva dal prefisso tri- tre e da fólium foglia: per le foglie composte da tre foglioline. L’epiteto specifico repens proviene dal participio di répo strisciare: strisciante.

Distribuzione Geografica ed Habitat –
Il Trifolium repens è una specie paleo temperata che è divenuta sub cosmopolita. L’origine è incerta, secondo alcuni autori dell’aria euroasiatica mentre per altri del Nord America ed altri ancora in entrambe le zone.
Attualmente il trifoglio bianco è ampiamente coltivato in tutto il mondo come essenza da pascolo ed è oggi molto comune anche nelle aree erbose del Nord America e della Nuova Zelanda.
Il suo habitat è rappresentato da molteplici tipi di suolo ad eccezione di quelli troppo compatti o troppo sabbiosi. In Italia è possibile trovare questa pianta ai margini dei boschi, sui grandi prati e lungo i percorsi campestri. Lo si trova dal piano basale fino ai 2.750 m s.l.m.

Descrizione –
Il trifoglio bianco è una specie erbacea con steli prostrati, striscianti sul terreno, detti catene, capaci di emettere radici avventizie dai nodi; queste catene che si estendono e si rinnovano di continuo conferiscono alle colture una durata notevole.
Dai nodi delle catene, spuntano radici, foglie e fiori, comportandosi come nuove piantine indipendenti dalla pianta madre.
Questa specie è caratterizzata da foglie trifogliate, glabre, portate da un lungo picciolo eretto. Le foglioline hanno forma leggermente ovale, denticolate su tutto il margine, con forti nervature e macchie verde chiaro.
I fiori sono riuniti in capolini globosi solitari, bianchi, verdastri o rosa, composti da 40÷80 elementi all’apice di peduncoli eretti e glabri. Dopo la fioritura i fiori diventano penduli e bruni. Il calice campanulato, percorso da 10 nervature è diviso in 5 denti appuntiti (2 lunghi e 3 corti). La corolla papilionacea racchiude 10 stami, di cui 9 con filamenti saldati.
I frutti sono legumi, lineari, appiattiti, con 3÷4 semi cuoriformi, di colore variabile: giallo, arancio e rosso che rimangono nel calice disseccato.

Coltivazione –
Il trifoglio bianco è una pianta adatta ai climi temperato umidi. Preferisce terreni leggeri, ma non sabbiosi, ben provvisti di calce, non necessariamente profondi purché irrigati.
Nell’avvicendamento il Trifolium repens prende il posto tra due cereali: frumento o riso, il riso è il precedente migliore perché rinettando perfettamente il terreno dalle erbe terrestri garantisce un ladinaio puro e di lunga durata.
La semina del ladinaio può farsi in diversi modi:
– in bulatura nel frumento, in primavera con 5-6 Kg/ha di seme;
– col sistema di prato forzato: quando si voglia avere un ladinaio puro, di alta produttività e di lunga durata, si seminano in autunno, su terreno precedentemente coltivato a frumento e ben lavorato, 5-7 Kg/ha di seme di ladino e 100 Kg/ha di seme di segale; in aprile la segale viene falciata, così come il suo ributto dopo una ventina di giorni, dopo di che crescerà rigoglioso il ladino puro.
L’irrigazione è assolutamente necessaria, con acqua abbondante e turni frequenti, attuata solitamente con il metodo irriguo della spianata. Le adacquature si sospendono all’avvicinarsi dei tagli per impedire che il foraggio, troppo acquoso, possa nuocere e per evitare calpestii eccessivi e dannosi.
Tra le pratiche colturali necessarie, utili si rivelano le erpicature autunnali miranti ad arieggiare il terreno troppo rassodato ed a favorire la formazione delle catene: vanno usati erpici con organi taglienti, che taglino le catene, piuttosto che strapparle.
Particolare importanza per la buona produzione e il mantenimento del prato ha l’impiego del terricciato in copertura: questo concime organico (si tratta di letame mescolato a terra e fatto maturare) rincalza e fertilizza le piante e facilita l’allungamento e il radicamento di nuove catene.
Un prato di trifoglio bianco può dare da 4 a 6 tagli all’anno e dura in genere 4 anni.
Si ha una resa media annua di 10-12 t/ha di ottimo fieno, con punte di 12-15 t/ha.
Un buon fieno di ladino ha la seguente composizione: s.s. 84%, protidi grezzi 18-19%, U.F. 0,6 per Kg di s.s.
I ladinai più puri e quindi più giovani sono destinati alla produzione di seme, con una resa che si può aggirare intorno ai 150 Kg/ha.

Usi e Tradizioni –
Il trifoglio bianco è unitamente all’erba medica, una delle leguminose da foraggio più diffuse al mondo. In ogni caso il trifoglio bianco coltivato nei prati monoliti è diverso da quello che si trova spontaneo nei pascoli e negli incolti, infatti per la coltura intensiva si impiega uno speciale ecotipo, selezionato nella Valle padana, noto col nome di ladino e corrispondente alla varietà botanica Trifolium repens var. gigantem.
Il trifoglio bianco è il più adattabile dei trifogli e per questo riveste una notevole importanza nel miglioramento dei pascoli o nell’impianto dei prati-pascoli, per i quali sono da scegliere le forme più rustiche e adattabili.
Il trifoglio bianco è considerato un componente benefico per la cura organica del prato grazie alla propria abilità azotofissatrice e alla capacità di eliminare le erbacce. Per questo motivo, dal punto di vista agroecologico, l’azotofissazione naturale riduce l’assorbimento di azoto dal terreno ed aiuta a ridurre l’incidenza di quelle malattie dei prati che possono essere favorite dalla presenza di fertilizzanti sintetici.
Il foraggio falciabile di trifoglio bianco è costituito esclusivamente dalle foglie e dalle infiorescenze con i loro piccioli: è perciò molto acquoso, ma anche molto digeribile.
Da sottolineare che oltre all’alimentazione del bestiame il trifoglio bianco è un alimento prezioso, altamente ricco di proteine, molto diffuso e apprezzato anche in ambito culinario. Questa pianta è utilizzata da secoli come ingrediente di insalate e altre pietanze a base di ortaggi.
Si consideri però che per la specie umana, il trifoglio è piuttosto difficile da digerire crudo, problema che viene superato cuocendo le piante raccolte in acqua bollente per un tempo di 5-10 minuti.
Inoltre dai capolini e dai baccelli seccati è possibile ricavare una farina assai nutriente, ma possono anche essere immersi in acqua per ricavarne una profumatissima tisana. La farina di trifoglio bianco, infine, può essere sparsa come condimento su alimenti già cotti.
Per essere utilizzate nelle zuppe, le foglie devono essere raccolte prima che la pianta fiorisca. Anche le radici sono commestibili, ma solo dopo essere state cotte.
Nelle foglie e nei fiori del trifoglio bianco sono state ritrovate alcune sostanze; si riscontrano dodici diversi tipi di flavonoidi, triterpensaponine, isoflavonoidi e cumestrolo con effetto estrogenico e bicumarina.
Il trifoglio bianco è una pianta dalle proprietà antireumatiche, depurative, oftalmiche, detergenti e toniche.
Infatti per molti secoli questa pianta è stata utilizzata nella medicina tradizionale di alcune tribù dei Nativi d’America, quali i Cherokee, gli Irochesi e i Mohicani. I Cherokee, ad esempio, si servivano di un infuso preparato con questa pianta per curare febbri e nefriti. I Lenape e gli Algonchini, invece, utilizzavano il medesimo infuso per curare tosse e raffreddore.
Al giorno d’oggi, gli estratti del Trifolium repens sono indicati contro i disturbi della digestione, i dolori reumatici e le infiammazioni delle vie respiratorie. Per uso esterno, ha proprietà antisettiche.

Modalità di Preparazione –
Il trifoglio bianco, come detto, oltre che per usi foraggeri può essere impiegato utilmente per l’alimentazione umana e per fini farmaceutici.
Questa pianta, dopo cottura, è utilizzata da secoli come ingrediente di insalate e altre pietanze a base di ortaggi.
Dai capolini e dai baccelli seccati si ricava una farina assai nutriente e da questi si possono preparare delle profumatissime tisane. La farina di trifoglio bianco, infine, può essere sparsa come condimento su alimenti già cotti.

Guido Bissanti

Fonti
– Acta Plantarum – Flora delle Regioni italiane.
– Wikipedia, l’enciclopedia libera.
– Treben M., 2000. La Salute dalla Farmacia del Signore, Consigli ed esperienze con le erbe medicinali, Ennsthaler Editore
– Pignatti S., 1982. Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
– Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (a cura di), 2005. An annotated checklist of the Italian vascular flora, Palombi Editore.

Attenzione: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi alimurgici sono indicati a mero scopo informativo, non rappresentano in alcun modo prescrizione di tipo medico; si declina pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.




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