Gli antichi Greci e l’agricoltura

Gli antichi Greci e l’agricoltura

L’agricoltura nell’antica Grecia rappresentava la fonte principale dell’economia di quella terra. Circa l’80% della popolazione era impiegato in questa attività.
Le notizie storiche ed i reperti ci dicono che durante i primi tempi della storia greca, come mostrato nell’Odissea, l’agricoltura e la dieta dei greci era basata su cereali (il sitos, anche se di solito tradotto come grano, potrebbe infatti designare qualsiasi tipo di cereale).
Di fatto gran parte dei cereali era ricoperta da orzo (90 %) che risultava meno impegnativa e produttiva a fronte del miglior valore nutritivo del grano.
Per la trebbiatura dei cereali ci si avvaleva di un’aia (lat. area ) in terra battuta, o lastricata in pietra, sulla quale avveniva, dapprima la sgranatura delle spighe tramite calpestazione animale (muli, bovini, cavalli) e battitura a mano con flagelli e correggiati; seguiva quindi la spulatura, che allontanava le paglie tramite la ventilazione naturale, o manuale, con vanni e ventilabri. Complessivamente le rese dei seminativi rimasero molto basse e stazionarie durante tutta l’epoca greca.
I Greci praticavano la rotazione biennale delle colture, alternando di anno in anno tra terreni incolti e coltivati. I tentativi di introdurre la rotazione delle colture triennale con i legumi nel terzo anno, incontrò problemi dovuti al terreno povero greco e l’assenza di meccanizzazione. Inoltre non usavano concime animale, probabilmente a causa del basso numero di capi di bestiame. L’unico additivo per il terreno erano le erbacce lasciate sul terreno dopo la raccolta del maggese.
Nel mese di giugno si provvedeva alla falciatura del grano e dell’orzo. La trebbiatura veniva fatta con l’ausilio degli animali; le spighe venivano calpestate da buoi, asini o muli, e il grano immagazzinato. Le donne e gli schiavi lavoravano la terra e facevano il pane.
Per quanto riguarda le rese dei seminativi, queste, complessivamente, rimasero molto basse e stazionarie durante tutta la storia dell’antica Grecia e non vennero mai raggiunte le rese di 1:10 attestate per l’Egitto, dove il limo del Nilo rendeva superflui concimazioni e maggesi; o addirittura rese di 1:12 o 1:15 attestate per la Mesopotamia. La resa media (rapporto semente : raccolto) in Grecia difficilmente superava il rapporto di 1 : 3; ciò significa che, accantonandone 1/3 per la semina successiva, il raccolto utile risultava non più del doppio del seminato.
Ben presto però, a causa della carenza di terre coltivabili, la domanda superò le capacità di produzione. La “ristrettezza” della terra coltivabile (in greco antico: στενοχωρία / stenokhôría) spiega anche la necessità della colonizzazione greca e l’importanza che le cleruchie anatoliche avrebbero avuto nel controllo della produzione di grano nell’impero ateniese.
Questa testimonianza ci viene anche da Platone:
– Produrranno cereali e vino, e si nutriranno ricavando farine dall’orzo e dal frumento, impastandone eccellenti focacce e cuocendone pani. Come companatico avranno sale, olive e formaggio, e faranno bollire cipolle e ortaggi. Avranno fichi secchi, ceci e fave, e abbrustoliranno al fuoco bacche di mirto e di faggio, che accompagneranno con una moderata assunzione di vino… (Platone, Repubblica 372);
– Col crescere dei bisogni, la terra, che prima bastava a nutrirli, diverrà insufficiente. Dovranno così sottrarre una parte della terra dei vicini, per poterne avere abbastanza per l’aratura e il pascolo, e così faranno anche i vicini con loro, se anche questi si abbandoneranno alla ricerca di beni illimitati, travalicando il limite di ciò che è necessario. Ecco come nascono le guerre…(Platone, Repubblica 373D).
Ma la terra greca era adatta soprattutto per la coltivazione dell’ulivo che forniva grandi quantità di olio. La coltivazione dell’ulivo risale a un’epoca arcaica della storia greca. Gli uliveti erano un investimento a lungo termine: ci volevano più di venti anni perché un albero iniziasse a produrre olive e, con le tecniche dei tempi fruttificava soltanto ad anni alterni.
La raccolta delle olive si svolgeva dal tardo autunno all’inizio dell’inverno, sia a mano che con la pertica. Le olive venivano collocate in cesti di vimini e lasciate fermentare per un paio di settimane prima di essere pressate. La pressa a vite, anche denominato pressa greca da Plinio il Vecchio (XVIII, 37) fu un’invenzione romana del II secolo a.C. L’olio veniva conservato in vasi di terracotta. Questo era anche il tempo per la potatura degli alberi e delle viti e della raccolta dei legumi.
L’uva era un altro importante frutto della terra rocciosa, ma richiedeva molta cura anche se veniva coltivata sin dall’età del bronzo.
Queste colture principali erano affiancate dalla coltivazione di ortaggi e legumi (cavolo, cipolla, aglio, lenticchie, ceci e fagioli) e piante aromatiche (salvia, menta, timo, santoreggia e origano). I frutteti comprendevano piante di fichi, mandorli, meli e peri. Altre piante coltivate erano il lino, il sesamo e il papavero da oppio.

Gli allevamenti –
Erano invece meno sviluppati gli allevamenti. Allevare bestiame era visto anche come segno di potere economico e, come si legge in Omero, non era ben sviluppato nell’antica Grecia. Diversa era la situazione della civiltà micenea che aveva familiarità con l’allevamento di bestiame, in pratica era limitato dall’espansione geografica su terreni poco adatti. Capre e pecore divennero rapidamente il bestiame più comune; meno difficili da allevare, fornivano carne, lana e latte (di solito trasformato in formaggio). Altri animali allevati erano il maiale e il pollame (pollo e oche). I bovini erano rari e normalmente usati come animali da lavoro, anche se talvolta venivano utilizzati come animali sacrificali (vedi Ecatombe). Gli asini, i muli e i loro incroci, venivano allevati come animali da soma o animali da tiro.
Esistevano anche aziende che si occupavano sia di agricoltura che di zootecnia, oltre che quelle specializzate nell’allevamento del bestiame. Un’iscrizione menzionava un certo Eubolo di Elateia, in Focide, proprietario di 220 vitelli e cavalli, oltre che almeno 1 000 pecore e capre. Le greggi di pecore venivano spostate tra la valle in inverno e la montagna in estate. Esistevano delle tasse per il transito o la sosta di greggi nelle città.
Si allevavano anche bovini, ma non erano così diffusi come gli altri animali domestici.
Se dovessimo credere all’Odissea, fra Itaca e le terre del Peloponneso sottomesse al dominio di Ulisse si sarebbero contate 12 mandrie bovine, 12 greggi di pecore e altrettanti di capre, 24 porcilaie, di cui le 12 prossime al palazzo d’Itaca rifornivano le mense dei proci con 360 porci ingrassati l’anno (1 al giorno dunque). Si tratta evidentemente di esagerazioni “epiche”, ma tuttavia indicative della mentalità del tempo. L’esagerazione riguarda soprattutto l’allevamento bovino, che in Grecia era praticato su scala ben più ridotta, data la scarsa disponibilità di foraggio, i maggiori costi di manutenzione e anche la bassa resa in latte e derivati.
Le limitate possibilità di allevamento bovino privilegiavano comunque il mantenimento di bovi da lavoro (aratura, traino), che fornivano la più importante fonte di energia animale.
L’allevamento, specie nella forma della pastorizia itinerante e/o transumante, era quasi esclusivamente ovicaprino: per la maggiore economicità, per la superiore disponibilità di pastura data l’adattabilità degli ovini, e ancor più dei caprini, a pascoli poveri in area subtropicale e anche predesertica, e per la maggior resa produttiva rispetto alle vaccine. Le pecore erano allevate sia per il latte e i formaggi che per la lana, filata e tessuta nelle aziende familiari. Le capre, per il latte e derivati (la capra produce 2/3 volte più latte della pecora), ma anche per i capretti da macello (i caprini si riproducono più rapidamente degli ovini).
L’allevamento era di rado stanziale e stabulato anche per gli ovicaprini.Un allevamento confinato, che andasse al di là del temporaneo riparo, specie notturno, negli ovili, avrebbe richiesto una integrazione con l’agricoltura (produzione di foraggio) possibile solo in aree particolarmente favorite.
Siffatta integrazione sinergica allevamento-agricoltura non era sempre facile da realizzare: grandi proprietari romani potevano possedere sia superfici coltivate che bestiame ovicaprino, ma a livello di proprietà più modeste la convivenza delle due produzioni poteva risultare problematica, soprattutto perché il bestiame, anche minuto, richiede disponibilità di foraggio, la cui coltivazione andava inevitabilmente a scapito delle colture cereali e orticole.
Diversa era la considerazione sui cavalli. Da sempre visto come animale di prestigio e di lusso. I cavalli venivano allevati nelle pianure della Tessaglia e dell’Argolide; ne Le nuvole, una commedia di Aristofane, si illustrava lo snobismo equestre degli aristocratici ateniesi: Fidippide, il figlio dell’eroe aveva una dipendenza per i cavalli da corsa e così rovinò suo padre Strepsiade.
Infine le api. L’apicoltura era molto importante in quanto forniva il miele, l’unica fonte di zucchero nota ai greci. Veniva utilizzato anche in medicina e nella produzione di idromele. Gli antichi greci non avevano accesso alla canna da zucchero. L’Imetto, regione dell’Attica, era noto per la qualità del miele prodotto. La cera d’api veniva utilizzata nel processo di fusione a cera persa per produrre statue di bronzo ma anche medicamenti.

Selvicoltura –
Rivestiva un ruolo importante nell’antica Grecia la selvicoltura, da cui si ricavava il legname, impiegato principalmente per usi domestici; case e carri erano di legno, così come l’aratro (aratron).
Purtroppo le foreste greche, situate sugli altipiani, furono spogliate dalle capre e dalla produzione di carbone necessario per l’attività di estrazione del piombo e dell’argento nel grande complesso minerario del Laurio; non passò molto tempo prima che dovesse essere importato soprattutto per la produzione di navi (vedi trireme).
Attrezzi agricoli –
Il bronzo veniva usato per la costruzione di attrezzi agricoli e armi ma l’aratro era di legno (parti di metallo erano rare) e riuscivano soltanto a scalfire il terreno senza riuscire a rivoltarlo. Anche zappa e vanga erano utilizzati per rompere le zolle di terra. Il terreno veniva seminato a mano. La zappa, inoltre, era anche usata in appezzamenti troppo piccoli per sopportare l’aratura, e negli orti e nelle vigne.
Di fatto nei quasi quattro secoli che passano tra Esiodo e Senofonte, nessun miglioramento intervenne in agricoltura. Gli attrezzi rimasero mediocri e non vi furono invenzioni per alleggerire il lavoro degli uomini o degli animali. Solo con l’avvento dei romani il mulino divenne molto diffuso, impiegando la potenza idraulica per aumentare quella muscolare utilizzata fino ad allora. Si dovette poi arrivare al Medioevo per avere dei veri aratri per ben rivoltare la terra. Né l’irrigazione, né il miglioramento del suolo, né zootecnia videro notevoli progressi. Solo la terra più ricca, come quella di Messinia era in grado di dare due raccolti all’anno.

La proprietà –
Come fossero assegnate le proprietà agricole e quale fossero ridistribuite, ad eccezione di Atene, e di alcune aree nelle quali indagini aeree hanno consentito l’analisi della distribuzione storica dei terreni, non è ben noto.
Si sa, comunque, che prima del V secolo a.C., è certo che la terra apparteneva a grandi proprietari terrieri, come gli eupatridi dell’Attica. Tuttavia, l’uso del territorio variava a seconda delle regioni; in Attica i grandi latifondi erano stati divisi in lotti più piccoli, mentre in Tessaglia erano gestiti da singoli proprietari terrieri.
Col passare del tempo però, a partire dall’VIII secolo a.C., crebbero le tensioni tra i grandi proprietari terrieri e i contadini, che incontravano sempre maggior difficoltà nel sopravvivere. Questo può essere probabilmente spiegato con la crescita della popolazione causata da una ridotta mortalità infantile, e aggravata dalla pratica di suddividere equamente la terra fra i numerosi eredi ad ogni generazione (attestata sia da Omero che da Esiodo). Ad Atene, la crisi è stata risolta con l’arrivo di Solone nel 594 a.C. Egli proibì la schiavitù per debito e introdusse altre misure volte ad aiutare i contadini. Nel V secolo a.C., la pratica della liturgia (in greco antico: λειτουργία / leitourgia – letteralmente, “opera pubblica”) pose la responsabilità della fornitura di servizi pubblici pesantemente sulle spalle dei ricchi, e portò a una riduzione su larga scala della proprietà terriera. Si stima che la maggior parte dei cittadini aventi il rango di oplita avessero una proprietà di circa 5 ettari di terreno. A Sparta, le riforme di Licurgo portarono ad una drastica redistribuzione della terra, con una prevalenza di 10/18 lotti per ettaro ( kleroi) distribuiti a ogni cittadino. Altrove, i tiranni intrapresero redistribuzioni di terreni sequestrati ai nemici politici ricchi.
Dal IV secolo a.C. in poi la proprietà cominciò a diventare concentrata tra pochi proprietari terrieri, in particolare a Sparta dove secondo Aristotele, il paese era passato nelle mani di pochi ( Politica, II, 1270a)..[5] Tuttavia, le tenute degli aristocratici in Grecia non raggiunsero mai le dimensioni del grande latifondo romano; durante il periodo classico, il ricco Alcibiade possedeva solo 28 ettari,(Platone, 1 Alcibiades, 123c).[6] In ogni caso, la terra rimaneva intimamente associata al concetto di ricchezza. Il padre di Demostene possedeva 14 talenti e solo una casa con terreno di proprietà, ma era un’eccezione. Quando il banchiere Pasione fece fortuna, si affrettò a comprare diversi terreni.

Guido Bissanti

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