[:it] Gli antichi Greci e l’agricoltura [:en] The ancient Greeks and agriculture [:es] Los antiguos griegos y la agricultura [:]

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Gli antichi Greci e l’agricoltura

L’agricoltura nell’antica Grecia rappresentava la fonte principale dell’economia di quella terra. Circa l’80% della popolazione era impiegato in questa attività.
Le notizie storiche ed i reperti ci dicono che durante i primi tempi della storia greca, come mostrato nell’Odissea, l’agricoltura e la dieta dei greci era basata su cereali (il sitos, anche se di solito tradotto come grano, potrebbe infatti designare qualsiasi tipo di cereale).
Di fatto gran parte dei cereali era ricoperta da orzo (90 %) che risultava meno impegnativa e produttiva a fronte del miglior valore nutritivo del grano.
Per la trebbiatura dei cereali ci si avvaleva di un’aia (lat. area ) in terra battuta, o lastricata in pietra, sulla quale avveniva, dapprima la sgranatura delle spighe tramite calpestazione animale (muli, bovini, cavalli) e battitura a mano con flagelli e correggiati; seguiva quindi la spulatura, che allontanava le paglie tramite la ventilazione naturale, o manuale, con vanni e ventilabri. Complessivamente le rese dei seminativi rimasero molto basse e stazionarie durante tutta l’epoca greca.
I Greci praticavano la rotazione biennale delle colture, alternando di anno in anno tra terreni incolti e coltivati. I tentativi di introdurre la rotazione delle colture triennale con i legumi nel terzo anno, incontrò problemi dovuti al terreno povero greco e l’assenza di meccanizzazione. Inoltre non usavano concime animale, probabilmente a causa del basso numero di capi di bestiame. L’unico additivo per il terreno erano le erbacce lasciate sul terreno dopo la raccolta del maggese.
Nel mese di giugno si provvedeva alla falciatura del grano e dell’orzo. La trebbiatura veniva fatta con l’ausilio degli animali; le spighe venivano calpestate da buoi, asini o muli, e il grano immagazzinato. Le donne e gli schiavi lavoravano la terra e facevano il pane.
Per quanto riguarda le rese dei seminativi, queste, complessivamente, rimasero molto basse e stazionarie durante tutta la storia dell’antica Grecia e non vennero mai raggiunte le rese di 1:10 attestate per l’Egitto, dove il limo del Nilo rendeva superflui concimazioni e maggesi; o addirittura rese di 1:12 o 1:15 attestate per la Mesopotamia. La resa media (rapporto semente : raccolto) in Grecia difficilmente superava il rapporto di 1 : 3; ciò significa che, accantonandone 1/3 per la semina successiva, il raccolto utile risultava non più del doppio del seminato.
Ben presto però, a causa della carenza di terre coltivabili, la domanda superò le capacità di produzione. La “ristrettezza” della terra coltivabile (in greco antico: στενοχωρία / stenokhôría) spiega anche la necessità della colonizzazione greca e l’importanza che le cleruchie anatoliche avrebbero avuto nel controllo della produzione di grano nell’impero ateniese.
Questa testimonianza ci viene anche da Platone:
– Produrranno cereali e vino, e si nutriranno ricavando farine dall’orzo e dal frumento, impastandone eccellenti focacce e cuocendone pani. Come companatico avranno sale, olive e formaggio, e faranno bollire cipolle e ortaggi. Avranno fichi secchi, ceci e fave, e abbrustoliranno al fuoco bacche di mirto e di faggio, che accompagneranno con una moderata assunzione di vino… (Platone, Repubblica 372);
– Col crescere dei bisogni, la terra, che prima bastava a nutrirli, diverrà insufficiente. Dovranno così sottrarre una parte della terra dei vicini, per poterne avere abbastanza per l’aratura e il pascolo, e così faranno anche i vicini con loro, se anche questi si abbandoneranno alla ricerca di beni illimitati, travalicando il limite di ciò che è necessario. Ecco come nascono le guerre…(Platone, Repubblica 373D).
Ma la terra greca era adatta soprattutto per la coltivazione dell’ulivo che forniva grandi quantità di olio. La coltivazione dell’ulivo risale a un’epoca arcaica della storia greca. Gli uliveti erano un investimento a lungo termine: ci volevano più di venti anni perché un albero iniziasse a produrre olive e, con le tecniche dei tempi fruttificava soltanto ad anni alterni.
La raccolta delle olive si svolgeva dal tardo autunno all’inizio dell’inverno, sia a mano che con la pertica. Le olive venivano collocate in cesti di vimini e lasciate fermentare per un paio di settimane prima di essere pressate. La pressa a vite, anche denominato pressa greca da Plinio il Vecchio (XVIII, 37) fu un’invenzione romana del II secolo a.C. L’olio veniva conservato in vasi di terracotta. Questo era anche il tempo per la potatura degli alberi e delle viti e della raccolta dei legumi.
L’uva era un altro importante frutto della terra rocciosa, ma richiedeva molta cura anche se veniva coltivata sin dall’età del bronzo.
Queste colture principali erano affiancate dalla coltivazione di ortaggi e legumi (cavolo, cipolla, aglio, lenticchie, ceci e fagioli) e piante aromatiche (salvia, menta, timo, santoreggia e origano). I frutteti comprendevano piante di fichi, mandorli, meli e peri. Altre piante coltivate erano il lino, il sesamo e il papavero da oppio.

Gli allevamenti –
Erano invece meno sviluppati gli allevamenti. Allevare bestiame era visto anche come segno di potere economico e, come si legge in Omero, non era ben sviluppato nell’antica Grecia. Diversa era la situazione della civiltà micenea che aveva familiarità con l’allevamento di bestiame, in pratica era limitato dall’espansione geografica su terreni poco adatti. Capre e pecore divennero rapidamente il bestiame più comune; meno difficili da allevare, fornivano carne, lana e latte (di solito trasformato in formaggio). Altri animali allevati erano il maiale e il pollame (pollo e oche). I bovini erano rari e normalmente usati come animali da lavoro, anche se talvolta venivano utilizzati come animali sacrificali (vedi Ecatombe). Gli asini, i muli e i loro incroci, venivano allevati come animali da soma o animali da tiro.
Esistevano anche aziende che si occupavano sia di agricoltura che di zootecnia, oltre che quelle specializzate nell’allevamento del bestiame. Un’iscrizione menzionava un certo Eubolo di Elateia, in Focide, proprietario di 220 vitelli e cavalli, oltre che almeno 1 000 pecore e capre. Le greggi di pecore venivano spostate tra la valle in inverno e la montagna in estate. Esistevano delle tasse per il transito o la sosta di greggi nelle città.
Si allevavano anche bovini, ma non erano così diffusi come gli altri animali domestici.
Se dovessimo credere all’Odissea, fra Itaca e le terre del Peloponneso sottomesse al dominio di Ulisse si sarebbero contate 12 mandrie bovine, 12 greggi di pecore e altrettanti di capre, 24 porcilaie, di cui le 12 prossime al palazzo d’Itaca rifornivano le mense dei proci con 360 porci ingrassati l’anno (1 al giorno dunque). Si tratta evidentemente di esagerazioni “epiche”, ma tuttavia indicative della mentalità del tempo. L’esagerazione riguarda soprattutto l’allevamento bovino, che in Grecia era praticato su scala ben più ridotta, data la scarsa disponibilità di foraggio, i maggiori costi di manutenzione e anche la bassa resa in latte e derivati.
Le limitate possibilità di allevamento bovino privilegiavano comunque il mantenimento di bovi da lavoro (aratura, traino), che fornivano la più importante fonte di energia animale.
L’allevamento, specie nella forma della pastorizia itinerante e/o transumante, era quasi esclusivamente ovicaprino: per la maggiore economicità, per la superiore disponibilità di pastura data l’adattabilità degli ovini, e ancor più dei caprini, a pascoli poveri in area subtropicale e anche predesertica, e per la maggior resa produttiva rispetto alle vaccine. Le pecore erano allevate sia per il latte e i formaggi che per la lana, filata e tessuta nelle aziende familiari. Le capre, per il latte e derivati (la capra produce 2/3 volte più latte della pecora), ma anche per i capretti da macello (i caprini si riproducono più rapidamente degli ovini).
L’allevamento era di rado stanziale e stabulato anche per gli ovicaprini.Un allevamento confinato, che andasse al di là del temporaneo riparo, specie notturno, negli ovili, avrebbe richiesto una integrazione con l’agricoltura (produzione di foraggio) possibile solo in aree particolarmente favorite.
Siffatta integrazione sinergica allevamento-agricoltura non era sempre facile da realizzare: grandi proprietari romani potevano possedere sia superfici coltivate che bestiame ovicaprino, ma a livello di proprietà più modeste la convivenza delle due produzioni poteva risultare problematica, soprattutto perché il bestiame, anche minuto, richiede disponibilità di foraggio, la cui coltivazione andava inevitabilmente a scapito delle colture cereali e orticole.
Diversa era la considerazione sui cavalli. Da sempre visto come animale di prestigio e di lusso. I cavalli venivano allevati nelle pianure della Tessaglia e dell’Argolide; ne Le nuvole, una commedia di Aristofane, si illustrava lo snobismo equestre degli aristocratici ateniesi: Fidippide, il figlio dell’eroe aveva una dipendenza per i cavalli da corsa e così rovinò suo padre Strepsiade.
Infine le api. L’apicoltura era molto importante in quanto forniva il miele, l’unica fonte di zucchero nota ai greci. Veniva utilizzato anche in medicina e nella produzione di idromele. Gli antichi greci non avevano accesso alla canna da zucchero. L’Imetto, regione dell’Attica, era noto per la qualità del miele prodotto. La cera d’api veniva utilizzata nel processo di fusione a cera persa per produrre statue di bronzo ma anche medicamenti.

Selvicoltura –
Rivestiva un ruolo importante nell’antica Grecia la selvicoltura, da cui si ricavava il legname, impiegato principalmente per usi domestici; case e carri erano di legno, così come l’aratro (aratron).
Purtroppo le foreste greche, situate sugli altipiani, furono spogliate dalle capre e dalla produzione di carbone necessario per l’attività di estrazione del piombo e dell’argento nel grande complesso minerario del Laurio; non passò molto tempo prima che dovesse essere importato soprattutto per la produzione di navi (vedi trireme).
Attrezzi agricoli –
Il bronzo veniva usato per la costruzione di attrezzi agricoli e armi ma l’aratro era di legno (parti di metallo erano rare) e riuscivano soltanto a scalfire il terreno senza riuscire a rivoltarlo. Anche zappa e vanga erano utilizzati per rompere le zolle di terra. Il terreno veniva seminato a mano. La zappa, inoltre, era anche usata in appezzamenti troppo piccoli per sopportare l’aratura, e negli orti e nelle vigne.
Di fatto nei quasi quattro secoli che passano tra Esiodo e Senofonte, nessun miglioramento intervenne in agricoltura. Gli attrezzi rimasero mediocri e non vi furono invenzioni per alleggerire il lavoro degli uomini o degli animali. Solo con l’avvento dei romani il mulino divenne molto diffuso, impiegando la potenza idraulica per aumentare quella muscolare utilizzata fino ad allora. Si dovette poi arrivare al Medioevo per avere dei veri aratri per ben rivoltare la terra. Né l’irrigazione, né il miglioramento del suolo, né zootecnia videro notevoli progressi. Solo la terra più ricca, come quella di Messinia era in grado di dare due raccolti all’anno.

La proprietà –
Come fossero assegnate le proprietà agricole e quale fossero ridistribuite, ad eccezione di Atene, e di alcune aree nelle quali indagini aeree hanno consentito l’analisi della distribuzione storica dei terreni, non è ben noto.
Si sa, comunque, che prima del V secolo a.C., è certo che la terra apparteneva a grandi proprietari terrieri, come gli eupatridi dell’Attica. Tuttavia, l’uso del territorio variava a seconda delle regioni; in Attica i grandi latifondi erano stati divisi in lotti più piccoli, mentre in Tessaglia erano gestiti da singoli proprietari terrieri.
Col passare del tempo però, a partire dall’VIII secolo a.C., crebbero le tensioni tra i grandi proprietari terrieri e i contadini, che incontravano sempre maggior difficoltà nel sopravvivere. Questo può essere probabilmente spiegato con la crescita della popolazione causata da una ridotta mortalità infantile, e aggravata dalla pratica di suddividere equamente la terra fra i numerosi eredi ad ogni generazione (attestata sia da Omero che da Esiodo). Ad Atene, la crisi è stata risolta con l’arrivo di Solone nel 594 a.C. Egli proibì la schiavitù per debito e introdusse altre misure volte ad aiutare i contadini. Nel V secolo a.C., la pratica della liturgia (in greco antico: λειτουργία / leitourgia – letteralmente, “opera pubblica”) pose la responsabilità della fornitura di servizi pubblici pesantemente sulle spalle dei ricchi, e portò a una riduzione su larga scala della proprietà terriera. Si stima che la maggior parte dei cittadini aventi il rango di oplita avessero una proprietà di circa 5 ettari di terreno. A Sparta, le riforme di Licurgo portarono ad una drastica redistribuzione della terra, con una prevalenza di 10/18 lotti per ettaro ( kleroi) distribuiti a ogni cittadino. Altrove, i tiranni intrapresero redistribuzioni di terreni sequestrati ai nemici politici ricchi.
Dal IV secolo a.C. in poi la proprietà cominciò a diventare concentrata tra pochi proprietari terrieri, in particolare a Sparta dove secondo Aristotele, il paese era passato nelle mani di pochi ( Politica, II, 1270a)..[5] Tuttavia, le tenute degli aristocratici in Grecia non raggiunsero mai le dimensioni del grande latifondo romano; durante il periodo classico, il ricco Alcibiade possedeva solo 28 ettari,(Platone, 1 Alcibiades, 123c).[6] In ogni caso, la terra rimaneva intimamente associata al concetto di ricchezza. Il padre di Demostene possedeva 14 talenti e solo una casa con terreno di proprietà, ma era un’eccezione. Quando il banchiere Pasione fece fortuna, si affrettò a comprare diversi terreni.

Guido Bissanti





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The ancient Greeks and agriculture

Agriculture in ancient Greece represented the main source of the economy of that land. About 80% of the population was employed in this activity.
Historical information and findings tell us that during the early days of Greek history, as shown in the Odyssey, the agriculture and diet of the Greeks was based on cereals (sitos, although usually translated as wheat, could in fact designate any type of cereal).
In fact, most of the cereals were covered with barley (90%) which was less demanding and productive compared to the better nutritional value of wheat.
For the threshing of the cereals we used a threshing floor (lat. Area) in beaten earth, or paved with stone, on which the grain was first shelled by animal trampling (mules, cattle, horses) and hand threshing with scourges and corrected; then followed the winnowing, which removed the straws by means of natural or manual ventilation, with vanni and fans. Overall, crop yields remained very low and stationary throughout the Greek era.
The Greeks practiced the biennial rotation of crops, alternating from year to year between uncultivated and cultivated land. Attempts to introduce three-year crop rotation with legumes in the third year encountered problems due to poor Greek soil and the absence of mechanization. They also did not use animal manure, probably due to the low number of livestock. The only additive to the soil was the weeds left on the soil after the fallow harvest.
In June, wheat and barley were mowed. Threshing was done with the help of animals; the ears were trampled by oxen, donkeys or mules, and the grain stored. Women and slaves worked the land and made bread.
As regards the yields of arable crops, these, overall, remained very low and stationary throughout the history of ancient Greece and the yields of 1:10 attested for Egypt were never reached, where the Nile silt made fertilization superfluous. and fallows; or even yields of 1:12 or 1:15 attested for Mesopotamia. The average yield (seed: harvest ratio) in Greece hardly exceeded the ratio of 1: 3; this means that, setting aside 1/3 of it for the next sowing, the useful harvest was no more than double that sown.
But soon, due to the shortage of arable land, demand exceeded production capacity. The “narrowness” of arable land (in ancient Greek: στενοχωρία / stenokhôría) also explains the need for Greek colonization and the importance that the Anatolian cleruchies would have had in controlling grain production in the Athenian empire.
This testimony also comes to us from Plato:
– They will produce cereals and wine, and will nourish themselves by obtaining flour from barley and wheat, kneading excellent buns and baking breads. As a side dish they will have salt, olives and cheese, and they will boil onions and vegetables. They will have dried figs, chickpeas and broad beans, and they will roast myrtle and beech berries over the fire, which they will accompany with a moderate intake of wine … (Plato, Repubblica 372);
– As needs grow, the land, which previously was enough to feed them, will become insufficient. They will have to subtract a part of the neighbors’ land, in order to have enough for plowing and grazing, and so will the neighbors with them, if they too indulge in the search for unlimited goods, going beyond the limit of what is necessary. . This is how wars are born … (Plato, Republic 373D).
But the Greek land was especially suitable for the cultivation of the olive tree which provided large quantities of oil. The cultivation of the olive tree dates back to an archaic period of Greek history. Olive groves were a long-term investment: it took more than twenty years for a tree to start producing olives and, with the techniques of the times, it only produced fruit every other year.
The olive harvest took place from late autumn to early winter, both by hand and with the pole. The olives were placed in wicker baskets and left to ferment for a couple of weeks before being pressed. The screw press, also referred to as the Greek press by Pliny the Elder (XVIII, 37) was a Roman invention of the 2nd century BC. The oil was stored in terracotta pots. This was also the time for the pruning of trees and vines and the harvesting of legumes.
Grapes were another important fruit of the rocky earth, but they required a lot of care even though they had been cultivated since the Bronze Age.
These main crops were flanked by the cultivation of vegetables and legumes (cabbage, onion, garlic, lentils, chickpeas and beans) and aromatic plants (sage, mint, thyme, savory and oregano). The orchards included fig, almond, apple and pear trees. Other cultivated plants were flax, sesame and opium poppy.

Farms –
On the other hand, farms were less developed. Raising livestock was also seen as a sign of economic power and, as stated in Homer, was not well developed in ancient Greece. The situation of the Mycenaean civilization was different, which was familiar with the breeding of livestock, in practice it was limited by geographical expansion on unsuitable land. Goats and sheep quickly became the most common livestock; less difficult to breed, they provided meat, wool and milk (usually made into cheese). Other animals raised were pigs and poultry (chicken and geese). Cattle were rare and normally used as working animals, although they were sometimes used as sacrificial animals (see Hecatombs). Donkeys, mules and their crosses were bred as pack animals or draft animals.
There were also companies that dealt with both agriculture and animal husbandry, as well as those specialized in cattle breeding. An inscription mentioned a certain Eubulus of Elateia, in Phocis, who owned 220 calves and horses, as well as at least 1 000 sheep and goats. The flocks of sheep were moved between the valley in winter and the mountain in summer. There were taxes for the transit or stopping of flocks in the cities.
Cattle were also raised, but they were not as widespread as other domestic animals.
If we were to believe the Odyssey, between Ithaca and the lands of the Peloponnese subjected to the dominion of Ulysses there would have been 12 cattle herds, 12 flocks of sheep and as many goats, 24 pigsties, of which the 12 next to the palace of Ithaca supplied the canteens of suitors with 360 fattened pigs a year (1 per day therefore). These are obviously “epic” exaggerations, but nevertheless indicative of the mentality of the time. The exaggeration mainly concerns cattle breeding, which in Greece was practiced on a much smaller scale, given the scarce availability of forage, higher maintenance costs and also the low yield of milk and derivatives.
However, the limited possibilities of cattle breeding favored the maintenance of working cattle (plowing, towing), which provided the most important source of animal energy.
The breeding, especially in the form of itinerant and / or transhumant pastoralism, was almost exclusively sheep and goat: for the greater economy, for the greater availability of pasture given the adaptability of sheep, and even more of goats, to poor pastures in the subtropical area and also predesertica, and for the higher yield compared to vaccines. The sheep were raised both for milk and cheese and for wool, spun and woven on family farms. Goats, for milk and derivatives (the goat produces 2/3 times more milk than sheep), but also for slaughter kids (goats reproduce more quickly than sheep).
The breeding was rarely sedentary and also housed for sheep and goats. A confined breeding, which went beyond the temporary shelter, especially at night, in the sheepfolds, would have required integration with agriculture (production of fodder) possible only in areas particularly favored.
Such a synergistic integration between farming and agriculture was not always easy to achieve: large Roman owners could own both cultivated areas and sheep and goat livestock, but at the level of more modest ownership the coexistence of the two productions could be problematic, above all because the livestock, even small ones, requires availability of forage, the cultivation of which inevitably came to the detriment of cereal and horticultural crops.
The consideration for horses was different. Always seen as an animal of prestige and luxury. Horses were bred on the plains of Thessaly and Argolis; in The Clouds, a play by Aristophanes, the equestrian snobbery of the Athenian aristocrats was illustrated: Fidippis, the hero’s son, had an addiction to racehorses and thus ruined his father Strepsiade.
Finally the bees. Beekeeping was very important as it provided honey, the only source of sugar known to the Greeks. It was also used in medicine and in the production of mead. The ancient Greeks did not have access to sugar cane. Imetto, a region of Attica, was known for the quality of the honey produced. Beeswax was used in the lost wax casting process to produce bronze statues but also medicaments.

Forestry –
Forestry played an important role in ancient Greece, from which timber was obtained, mainly used for domestic purposes; houses and wagons were made of wood, as was the plow (aratron).
Unfortunately, the Greek forests, located on the highlands, were stripped of goats and the production of coal necessary for the extraction of lead and silver in the great mining complex of Laurio; it was not long before it had to be imported mainly for the production of ships (see trireme).
Agricultural tools –
Bronze was used for the construction of agricultural tools and weapons but the plow was made of wood (metal parts were rare) and could only scratch the ground without being able to turn it over. The hoe and spade were also used to break the clods of earth. The land was sown by hand. The hoe was also used in plots too small to withstand plowing, and in vegetable gardens and vineyards.
In fact, in the almost four centuries that pass between Hesiod and Xenophon, no improvement occurred in agriculture. The tools remained mediocre and there were no inventions to lighten the work of men or animals. Only with the advent of the Romans did the mill become widespread, using hydraulic power to increase the muscular power used up until then. It was then necessary to get to the Middle Ages to have real plows to turn the earth well. Neither irrigation, nor soil improvement, nor animal husbandry saw significant progress. Only the richest land, such as that of Messinia, was able to give two crops a year.

The property –
How agricultural properties were assigned and which were redistributed, with the exception of Athens, and some areas in which aerial surveys allowed the analysis of the historical distribution of land, is not well known.
It is known, however, that before the fifth century BC, it is certain that the land belonged to large landowners, such as the eupatrids of Attica. However, the use of the land varied according to the regions; in Attica the large estates had been divided into smaller lots, while in Thessaly they were managed by individual landowners.
Over time, however, starting from the eighth century BC, tensions grew between large landowners and peasants, who encountered more and more difficulties in surviving. This can probably be explained by population growth caused by reduced infant mortality, and aggravated by the practice of dividing the land equally among the numerous heirs at each generation (attested by both Homer and Hesiod). In Athens, the crisis was resolved with the arrival of Solon in 594 BC. He prohibited debt slavery and introduced other measures to help the peasants. In the 5th century BC, the practice of the liturgy (ancient Greek: λειτουργία / leitourgia – literally, “public work”) placed the responsibility for the provision of public services heavily on the shoulders of the wealthy, and led to a large-scale reduction of land ownership . It is estimated that most of the citizens of hoplite rank owned about 5 hectares of land. In Sparta, the Lycurgus reforms led to a drastic redistribution of the land, with a prevalence of 10/18 lots per hectare (kleroi) distributed to each citizen. Elsewhere, tyrants undertook redistributions of seized land from wealthy political enemies.
From the 4th century BC onwards the property began to become concentrated among a few landowners, in particular in Sparta where according to Aristotle, the country had passed into the hands of a few (Politics, II, 1270a) .. [5] However, the estates of the aristocrats in Greece never reached the size of the great Roman estates; during the classical period, the wealthy Alcibiades owned only 28 hectares, (Plato, 1 Alcibiades, 123c). [6] In any case, the land remained intimately associated with the concept of wealth. Demosthenes’ father possessed 14 talents and only one house with land of his own, but he was an exception. When the banker Pasione made his fortune, he hastened to buy several land.

Guido Bissanti





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The ancient Greeks and agriculture

La agricultura en la antigua Grecia representó la principal fuente de la economía de esa tierra. Aproximadamente el 80% de la población estaba empleada en esta actividad.
La información histórica y los hallazgos nos dicen que durante los primeros días de la historia griega, como se muestra en la Odisea, la agricultura y la dieta de los griegos se basaban en los cereales (sitos, aunque generalmente se traduce como trigo, de hecho podría designar cualquier tipo de cereal). .
De hecho, la mayoría de los cereales estaban cubiertos de cebada (90%), que era menos exigente y productiva en comparación con el mejor valor nutricional del trigo.
Para la trilla de los cereales utilizamos una era (Área lat.) En tierra batida, o pavimentada con piedra, sobre la cual se desgranaba primero el grano por pisoteo de animales (mulas, ganado, caballos) y trilla manual con azotes y corregida; luego siguió el aventado, que quitó las pajitas mediante ventilación natural o manual, con vanni y ventiladores. En general, los rendimientos de los cultivos se mantuvieron muy bajos y estacionarios durante toda la era griega.
Los griegos practicaban la rotación bienal de cultivos, alternando de año en año entre tierras sin cultivar y cultivadas. Los intentos de introducir la rotación de cultivos de tres años con leguminosas en el tercer año encontraron problemas debido a la pobreza del suelo griego y la ausencia de mecanización. Tampoco utilizaron estiércol animal, probablemente debido al escaso número de cabezas de ganado. El único aditivo al suelo eran las malas hierbas que quedaban en el suelo después de la cosecha en barbecho.
En junio se cortó el trigo y la cebada. La trilla se realizó con la ayuda de animales; las espigas eran pisoteadas por bueyes, asnos o mulos, y el grano almacenado. Las mujeres y los esclavos trabajaban la tierra y hacían pan.
En cuanto a los rendimientos de los cultivos herbáceos, estos, en general, se mantuvieron muy bajos y estacionarios a lo largo de la historia de la antigua Grecia y los rendimientos de 1:10 atestiguados para Egipto nunca se alcanzaron, donde el limo del Nilo hizo superflua la fertilización y los barbechos; o incluso rendimientos de 1:12 o 1:15 atestiguados para Mesopotamia. El rendimiento medio (proporción semilla: cosecha) en Grecia apenas superó la proporción de 1: 3; esto significa que, reservando 1/3 para la siguiente siembra, la cosecha útil no fue más del doble de la sembrada.
Pero pronto, debido a la escasez de tierra cultivable, la demanda superó la capacidad de producción. La “estrechez” de las tierras cultivables (en griego antiguo: στενοχωρία / stenokhôría) también explica la necesidad de la colonización griega y la importancia que las cleruquías de Anatolia habrían tenido en el control de la producción de cereales en el imperio ateniense.
Este testimonio también nos llega de Platón:
– Producirán cereales y vino, y se nutrirán obteniendo harina de cebada y trigo, amasando excelentes bollos y horneando panes. Como guarnición tendrán sal, aceitunas y queso, y hervirán cebollas y verduras. Tendrán higos secos, garbanzos y habas, y asarán al fuego mirto y bayas de haya, que acompañarán de una ingesta moderada de vino … (Platón, Repubblica 372);
– A medida que crezcan las necesidades, la tierra, que antes era suficiente para alimentarlos, se volverá insuficiente. Tendrán que restar una parte de la tierra de los vecinos, para tener suficiente para arar y pastar, y también los vecinos con ellos, si ellos también se entregan a la búsqueda de bienes ilimitados, yendo más allá del límite de lo necesario. . Así nacen las guerras … (Platón, República 373D).
Pero la tierra griega era especialmente apta para el cultivo del olivo que proporcionaba grandes cantidades de aceite. El cultivo del olivo se remonta a un período arcaico de la historia griega. El olivar era una inversión a largo plazo: un árbol tardaba más de veinte años en empezar a producir aceitunas y, con las técnicas de la época, solo producía frutos cada dos años.
La recolección de la aceituna se realizó desde finales de otoño hasta principios de invierno, tanto a mano como con caña. Las aceitunas se colocaron en cestas de mimbre y se dejaron fermentar durante un par de semanas antes de ser prensadas. La prensa de tornillo, también conocida como prensa griega por Plinio el Viejo (XVIII, 37) fue una invención romana del siglo II a.C. El aceite se almacenó en macetas de terracota. Este fue también el momento de la poda de árboles y vides y la recolección de leguminosas.
Las uvas eran otro fruto importante de la tierra rocosa, pero requerían mucho cuidado a pesar de que habían sido cultivadas desde la Edad del Bronce.
Estos cultivos principales estuvieron flanqueados por el cultivo de hortalizas y legumbres (col, cebolla, ajo, lentejas, garbanzos y frijoles) y plantas aromáticas (salvia, menta, tomillo, ajedrea y orégano). Los huertos incluían higueras, almendros, manzanos y perales. Otras plantas cultivadas fueron el lino, el sésamo y la adormidera.

Granjas –
Por otro lado, las granjas estaban menos desarrolladas. La cría de ganado también se consideraba un signo de poder económico y, como dice Homero, no estaba bien desarrollada en la antigua Grecia. La situación de la civilización micénica era diferente, que estaba familiarizada con la cría de ganado, en la práctica estaba limitada por la expansión geográfica en tierras inadecuadas. Las cabras y las ovejas se convirtieron rápidamente en el ganado más común; menos difíciles de criar, proporcionaban carne, lana y leche (generalmente convertida en queso). Otros animales criados fueron cerdos y aves de corral (pollo y gansos). El ganado era raro y normalmente se utilizaba como animales de trabajo, aunque a veces se utilizaba como animales de sacrificio (ver Hecatombe). Los burros, mulas y sus cruces fueron criados como animales de carga o de tiro.
También existían empresas que se ocupaban tanto de la agricultura como de la ganadería, así como las especializadas en la cría de ganado. Una inscripción mencionaba a un tal Eubulus de Elateia, en Phocis, que poseía 220 terneros y caballos, así como al menos 1000 ovejas y cabras. Los rebaños de ovejas se trasladaban entre el valle en invierno y la montaña en verano. Existían impuestos por el tránsito o parada de rebaños en las ciudades.
También se criaba ganado, pero no estaba tan extendido como otros animales domésticos.
Si tuviéramos que creer la Odisea, entre Ítaca y las tierras del Peloponeso sometidas al dominio de Ulises habría 12 rebaños de ganado, 12 rebaños de ovejas y la misma cantidad de cabras, 24 porquerizas, de las cuales 12 junto al palacio. de Ítaca abastecía a los comedores de pretendientes con 360 cerdos de ceba al año (1 por día por tanto). Se trata de exageraciones obviamente “épicas”, pero sin embargo indicativas de la mentalidad de la época. La exageración se refiere principalmente a la cría de ganado, que en Grecia se practicaba en una escala mucho menor, dada la escasa disponibilidad de forraje, los mayores costos de mantenimiento y también el bajo rendimiento de leche y derivados.
Sin embargo, las limitadas posibilidades de la cría de ganado favorecieron el mantenimiento del ganado de trabajo (arado, remolque), que constituía la fuente más importante de energía animal.
La cría, especialmente en forma de pastoreo itinerante y / o trashumante, fue casi exclusivamente de ovejas y cabras: por la mayor economía, por la mayor disponibilidad de pasto dada la adaptabilidad de las ovejas, y más aún de las cabras, a los pastos pobres en el país. área subtropical y también predesertica, y por el mayor rendimiento en comparación con las vacunas. Las ovejas se criaron tanto para la leche y el queso como para la lana, hilaron y tejieron en granjas familiares. Cabras, para leche y derivados (la cabra produce 2/3 veces más leche que la oveja), pero también para cabritos de matadero (las cabras se reproducen más rápidamente que las ovejas).
La cría rara vez era sedentaria y también albergaba ovejas y cabras. Una cría confinada, que fuera más allá del refugio temporal, especialmente de noche, en los apriscos, habría requerido una integración con la agricultura (producción de forrajes) posible sólo en las zonas particularmente favorecidas.
Esta integración sinérgica entre la agricultura y la agricultura no siempre fue fácil de lograr: los grandes propietarios romanos podían poseer tanto áreas de cultivo como ganado ovino y caprino, pero a nivel de propiedad más modesta la coexistencia de las dos producciones podría ser problemática, sobre todo porque la ganadería , incluso los pequeños, disponibilidad de forrajes, cuyo cultivo inevitablemente iba en detrimento de los cereales y los cultivos hortícolas.
La consideración por los caballos era diferente. Siempre visto como un animal de prestigio y lujo. Los caballos se criaron en las llanuras de Tesalia y Argólida; en Las nubes, obra de Aristófanes, se ilustra el esnobismo ecuestre de los aristócratas atenienses: Fidippis, el hijo del héroe, tenía una adicción a los caballos de carreras y arruinó a su padre Strepsiade.
Finalmente las abejas. La apicultura era muy importante ya que proporcionaba miel, la única fuente de azúcar conocida por los griegos. También se utilizó en medicina y en la producción de hidromiel. Los antiguos griegos no tenían acceso a la caña de azúcar. Imetto, una región de Ática, era conocida por la calidad de la miel producida. La cera de abejas se utilizó en el proceso de fundición a la cera perdida para producir estatuas de bronce, pero también medicamentos.

Silvicultura –
La silvicultura desempeñó un papel importante en la antigua Grecia, de la que se obtenía madera, utilizada principalmente para fines domésticos; las casas y los carros estaban hechos de madera, al igual que el arado (aratron).
Lamentablemente, los bosques griegos, ubicados en la sierra, fueron despojados de cabras y la producción del carbón necesario para la extracción de plomo y plata en el gran complejo minero de Laurio; no pasó mucho tiempo antes de que tuviera que ser importado principalmente para la producción de barcos (ver trirreme).
Herramientas agrícolas –
El bronce se utilizó para la construcción de herramientas y armas agrícolas, pero el arado estaba hecho de madera (las piezas de metal eran raras) y solo podía raspar el suelo sin poder darle la vuelta. El azadón y la pala también se utilizaron para romper los terrones de tierra. La tierra fue sembrada a mano. La azada también se utilizó en parcelas demasiado pequeñas para soportar el arado y en huertos y viñedos.
De hecho, en los casi cuatro siglos que transcurren entre Hesíodo y Jenofonte, no se produjo ninguna mejora en la agricultura. Las herramientas siguieron siendo mediocres y no hubo inventos para aligerar el trabajo de hombres o animales. Sólo con la llegada de los romanos se generalizó el molino, utilizando la energía hidráulica para aumentar la potencia muscular utilizada hasta entonces. Entonces fue necesario llegar a la Edad Media para tener verdaderos arados para remover bien la tierra. Ni el riego, ni la mejora del suelo ni la cría de animales registraron avances significativos. Solo la tierra más rica, como la de Mesenia, podía producir dos cosechas al año.

La propiedad –
No se conoce bien cómo se asignaron las propiedades agrícolas y cuáles se redistribuyeron, con la excepción de Atenas, y algunas áreas en las que los reconocimientos aéreos permitieron el análisis de la distribución histórica de la tierra.
Se sabe, sin embargo, que antes del siglo V aC, es seguro que la tierra pertenecía a grandes terratenientes, como los eupatridas del Ática. Sin embargo, el uso de la tierra varió según las regiones; en Ática, las grandes propiedades se habían dividido en lotes más pequeños, mientras que en Tesalia eran administradas por propietarios individuales.
Sin embargo, con el tiempo, a partir del siglo VIII a. C., aumentaron las tensiones entre los grandes terratenientes y los campesinos, que encontraban cada vez más dificultades para sobrevivir. Esto probablemente se puede explicar por el crecimiento de la población causado por la reducción de la mortalidad infantil y agravado por la práctica de dividir la tierra en partes iguales entre los numerosos herederos de cada generación (atestiguada tanto por Homero como por Hesíodo). En Atenas, la crisis se resolvió con la llegada de Solón en el 594 a. C. Prohibió la esclavitud por deudas e introdujo otras medidas para ayudar a los campesinos. En el siglo V a. C., la práctica de la liturgia (en griego antiguo: λειτουργία / leitourgia – literalmente, “obra pública”) colocó la responsabilidad de la prestación de servicios públicos sobre los hombros de los ricos y dio lugar a una gran reducción de la propiedad de la tierra. Se estima que la mayoría de los ciudadanos con rango de hoplita poseían alrededor de 5 hectáreas de tierra. En Esparta, las reformas de Licurgo llevaron a una drástica redistribución de la tierra, con una prevalencia de 10/18 lotes por hectárea (kleroi) distribuidos a cada ciudadano. En otros lugares, los tiranos llevaron a cabo redistribuciones de las tierras confiscadas a los ricos enemigos políticos.
Desde el siglo IV a.C. en adelante la propiedad comenzó a concentrarse entre unos pocos terratenientes, en particular en Esparta donde, según Aristóteles, el país había pasado a manos de unos pocos (Política, II, 1270a). [5] Sin embargo, las propiedades de los aristócratas en Grecia nunca alcanzaron el tamaño de las grandes propiedades romanas; durante el período clásico, los ricos Alcibíades poseían sólo 28 hectáreas (Platón, 1 Alcibíades, 123c). [6] En cualquier caso, la tierra quedó íntimamente asociada al concepto de riqueza. El padre de Demóstenes poseía 14 talentos y solo una casa con terreno propio, pero fue una excepción. Cuando el banquero Pasione hizo su fortuna, se apresuró a comprar varios terrenos.

Guido Bissanti





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