Come coltivare la santoreggia montana

Come coltivare la santoreggia montana

La santoreggia montana (Satureja montana L., 1753) è una specie erbacea perenne ed aromatica della famiglia delle Lamiaceae, originaria dell’Europa centrale e meridionale, dell’Africa settentrionale e dell’Asia. In questa scheda vedremo come coltivare la santoreggia montana con le tecniche agronomiche e gli accorgimenti più appropriati.
La santoreggia montana è una pianta che predilige terreni calcarei e ben esposti, non teme le basse temperature invernali, né i ritorni di freddo; inoltre è molto resistente ai climi molto rigidi, purché nel terreno non vi siano ristagni idrici; inoltre sopporta bene anche lunghi periodi di siccità.
Per quanto riguarda la propagazione può essere fatta sia per via gamica che per via agamica. Con il primo metodo si esegue la semina in semenzaio a partire dal periodo ottobre-novembre, in serra, in cassoni caldi, che consente di anticipare il trapianto all’inizio della primavera; questa tecnica è molto più sicura della semina diretta in pieno campo. Se proprio si deve farlo in pieno campo deve essere effettuata nel periodo di ottobre. Per effettuare trapianti autunnali o invernali i semi possono essere seminati anche in cassoni freddi all’aperto nei mesi di maggio-giugno. Per agevolare la germinazione il seme può essere preventivamente trattato con acqua tiepida, o con ormoni. La germinabilità del seme può essere alta purché venga assicurato un giusto livello di umidità al terreno e si rispettino le condizioni sopra riportate.

 

Per il trapianto si deve attendere che le piantine abbiano raggiunto l’altezza di 8 – 10 cm ed il periodo ottimale corrisponde ai mesi che vanno da marzo ai primi di maggio. Ovviamente la propagazione per seme da piantine molto eterogenee per via della notevole variabilità della specie. Per ovviare a ciò, ed avere piantine tutte identiche, si può operare la divisione per cespi, che consente di avere piante uniformi; Tale operazione va fatta in autunno o all’inizio della primavera, prelevando dal cespo di una coltura vecchia i rami periferici, che sono provvisti di radici; da una pianta madre si ottengono fino a trenta individui.
Un altro metodo di moltiplicazione è quello della propaggine, che si esegue sempre e solamente sulle giovani ramificazioni delle piante di età non superiore ad un anno. Inoltre nei mesi invernali, fino all’inizio della primavera, è possibile trapiantare anche piantine a radice nuda con ottimi risultati di attecchimento.
Per quanto riguarda i sesti di impianto si consiglia da 60 a 100 cm tra le file e 30-40 cm sulle file, anche in funzione del sistema di coltivazione adottato (manuale, con organi meccanici, ecc.)
Per la fertilizzazione si consiglia di intervenire, prima dell’impianto, con sostanza organica (letame maturo o compost) da miscelare e mescolare col terreno ad inizio primavera. Negli anni successivi al primo, apportare, prima della ripresa vegetativa, solo e sempre sostanze organiche e non utilizzare assolutamente azoto di origine minerale.
Per quanto riguarda le cure colturali, durante il primo anno è importantissimo eseguire sarchiature nell’interfila e lungo la fila, anche con una certa frequenza in modo da garantire una riduzione delle infestanti e delle perdite d’acqua per capillarità nei mesi più siccitosi. Dal secondo anno di coltivazione le lavorazioni sono limitate ad alcune sarchiature in primavera e dopo lo sfalcio. In alternativa risulta invece utilissima la paccimatura vegetale (foglie o paglie) che elimineranno la necessità delle sarchiature e, per di più, contribuiscono ad integrare la dotazione in sostanza organica.
Per quanto riguarda gli interventi d’irrigazione sono limitati al trapianto soprattutto se viene eseguito nella primavera inoltrata e/o in periodi di siccità, dopo ogni sfalcio per stimolare il ricaccio della pianta. Da evitare assolutamente le irrigazioni a pioggia.
Per la raccolta di piccole superfici si procede ovviamente amano; per grandi estensioni si usano falciatrici o falciacaricatrici, in cui occorre regolare il taglio ad un’altezza di 5 – 8 cm dal suolo per non compromettere la vitalità della pianta. Per avere la massima resa in olio essenziale, si esegue a fine luglio, inizio agosto, nel momento in cui la pianta è in piena antesi, o tra giugno e luglio per la raccolta delle foglie. In questo caso, se si ritarda l’epoca di sfalcio, si va incontro a perdite, in quanto le foglie, inserite alla base del fusto disseccano e cadono. Il fenomeno è naturale ed è dovuto in parte alla densità d’impianto.
Per quanto riguarda le avversità la santoreggia montana è una pianta molto resistete a condizione che non si ecceda nelle irrigazioni e non si usino fertilizzanti azotati di sintesi.
La resa produttiva si aggira tra 80 e 120 q/ha. La resa finale è bassa (15 -20 q/ha) in quanto c’è un calo del 70-75% fra verde e secco e un ulteriore perdita di peso determinato dalle operazioni di mondatura. La quantità di olio essenziale sul verde oscilla tra lo 0,18% e lo 0,20%.
La santoreggia montana viene utilizzata per le sue proprietà profumanti, aromatizzanti, stimolanti, digestive, carminative, antispasmodiche cicatrizzanti; viene impiegata sotto forma di infusi, decotti, e in cucina come aromatizzante.




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