Lotta biologica alla Lobesia botrana

Lotta biologica alla Lobesia botrana

In questa scheda vediamo di individuare i principali sistemi di controllo e di lotta biologica alla Lobesia botrana. La Lobesia botrana (Denis & Schiffermüller, 1775), meglio conosciuta come Tignoletta della vite, è un lepidottero tortricide, noto per i gravi danni che arreca nutrendosi degli acini dell’uva, diffuso in tutta Italia ed in particolare nelle regioni del centro-sud. Gli interventi e la lotta a a questo insetto avvengono contemporaneamente a quello della tignola della vite (Eupoecilia ambiguella) i cui cicli biologici si equiparano. Questa farfallina di 8 mm di apertura alare si riconosce per la presenza di disegni marmorei marroni e ali frangiate ai bordi, mentre le larve hanno una colorazione dal giallo al verde con capo di colore giallastro.

 

I danni di questo insetto iniziano con la prima generazione sulle fioriture e con le seconde e terze generazioni sugli acini dall’ingrossamento all’invaiatura, danni che, a seconda delle intensità, sono ancor più dannosi perché sulle lesioni provocate dalle tignole si insediano infezioni di botrite e marciume acido che, soprattutto nell’uva da tavola, possono rendere non commercializzabile il prodotto.
L’insetto ha un ciclo biologico che dalle crisalidi, che svernano nel vigneto, prende poi origine la prima generazione tra aprile e maggio che ovidepone sui fiori di cui si nutre, ed in cui si impupa, per poi sfarfallare tra giugno e luglio. Si originano le seconde e terze generazioni (tra giungo-luglio e tra agosto e primi di settembre) che ovidepongono sui grappoli e che forano gli acini, dopodiché le larve di questa generazione forma le crisalidi che svernano per la stagione successiva.
La prima lotta contro questi insetti è la creazione di un ambiente agro ecologico attorno ed all’interno del vigneto che consente alla tignola, che è polifaga, di nutrirsi anche di altre piante ed ai suoi predatori naturali di diminuire la virulenze. La specializzazione dei vigneti, con terreni netti da erbe, con grandi estensioni di questi senza altre membrane vegetali (quali siepi, altre coltivazioni, ecc.) è un grande errore agro ecologico che poi rende più complesso il contenimento di questo insetto. In questo senso anche alcune tecniche di concimazioni errate (soprattutto con nitrati nelle varietà da tavola) rendendo la vegetazione più appetibile, creano i presupposti per una proliferazione della Lobesia botrana fuori controllo. Il punto di partenza per il controllo di questo insetto è il monitoraggio con trappole. Le trappole vanno poste in numero di 1-2 per ettaro per ogni specie di lepidottero (considerando anche la Eupoecilia ambiguella), poste ad inizio aprile e ripulite circa tre volte al mese (fondo adesivo e capsula al feromone). In linea generale, una volta piazzate le trappole ed effettuato il campionamento le soglie di intervento per la Lobesia botrana sono: 1ª generazione: intervento in genere non necessario, intervenire solo se i grappolini infestati sono più del 40%; 2ª generazione, con intervento al raggiungimento di 5 larve ogni 100 grappoli, scendendo a 2-3 larve se la varietà in questione presenta grappoli molto compatti; 3ª generazione: come per la seconda generazione.
È importante comunque verificare anche la presenza delle uova sui grappoli che potrebbero far variare la soglia di intervento in funzione della loro maggiore o minore presenza.
Una tecnica interessante, da abbinare al monitoraggio, è quella della confusione sessuale con feromoni sintetici che disorientano l’accoppiamento dei maschi. Superate le soglie, i trattamenti con principi consentiti in agricoltura biologica, sono a base di bacillus turingensis (attivo comunque soprattutto con le larve ai primi stadi di vita) e lo spinosad che agisce invece su tutti gli stadi larvali.

Guido Bissanti




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