La musica preferita dalle piante

La musica preferita dalle piante

C’è una musica preferita dalle piante? Detta così sembra una domanda dopo una bella sbornia o, comunque, pronunciata da una persona con qualche problema, perché questo comporterebbe, da parte delle piante, delle qualità sentimentali o capacità percettive dei suoni. Secondo il modello culturale e scientifico prevalente questa domanda non dovrebbe avere alcun senso, eppure nel corso degli anni diversi studi scientifici hanno osservato come le piante manifestino delle risposte agli stimoli musicali o dei suoni.
Tanto per partire dalla “preistoria” di queste ricerche scientifiche annoveriamo come già nel 1962 il Dott. TC Singh, a capo del dipartimento di botanica dell’Università di Annamali in India, avviò un esperimento osservando l’effetto dei suoni musicali su delle Balsaminacee.

 

Ebbene, le piante esposte alla musica aumentarono il loro ritmo di crescita del 20% e la loro biomassa aumentò del 72%. L’esperimento fu condotto facendo ascoltare alle piante, dapprima della musica classica, successivamente della musica Rāga (musica classica indiana basata sulle scale musicali). Il Dott. TC Singh concluse inoltre, nelle sue ricerche, che le piante amano particolarmente il suono del violino. Ricerche simili furono svolte anche in Canada, già dagli anni sessanta; Goerge Smith, botanico e ricercatore agricolo, seminò delle piante di mais in serre separate, per un confronto campione. Nella serra, oggetto dell’esperimento, trasmise la canzone “Rhapsody in Blue” di George Gershwin per 24 ore al giorno e constatò che le piante di mais pesavano il 40% in più rispetto alle piante seminate nella serra senza musica.
Ma c’è di più (e anche di più incredibile); ma alle piante piace la musica Rock? Secondo Dorothy Retallack (dal libro pubblicato nel 1973: The Sound of Music and Plants ) non tanto. L’autrice fece degli esperimenti; durante uno di questi provò anche la musica rock (Led Zeppelin e Jimmi Hendrix) su una varietà di piante. La scoperta fu sensazionale: le piante tentavano di “fuggire” da quella musica estendendo rami e foglie dalla parte opposta all’altoparlante da dove proveniva il suono. Per di più le foglie sembravano più piccole del normale e la pianta manifestava gli stessi sintomi di una pianta innaffiata troppo. E la musica classica? Bene anche qui troviamo delle esperienze. In Italia il Sig. Carlo Cignozzi, nel suo libro: L’uomo che sussurra alle vigne, riporta come abbia ha collocato degli amplificatori tra i filari della sua vigna diffondendo le musiche di Mozart. Orbene l’uva, coccolata dalle note del celebre musicista austriaco, ha prodotto degli effetti sbalorditivi con una crescita più rapida e sana, protetta dall’attacco di insetti e parassiti.
La cosa ovviamente non è passata inosservata e, secondo gli studi fatti negli ultimi anni, le vibrazioni prodotte dalla musica e dalla voce umana aiutano non solo a far crescere meglio le piante ma hanno un’influenza positiva sulla biologia del terreno, attraverso la proliferazione . La di funghi e batteri “utili” che favoriscono lo sviluppo delle radici rendendole più forti e vigorose.
Così in Francia si è passati dalle ricerche alle applicazioni pratiche; una tecnica ecologica che rappresenta uno stimolo per riflettere attorno al mondo della materia, delle vibrazioni, delle frequenze e delle armonie. L’assunto è che siccome anche la materia (di cui tutti siamo fatti) è infine vibrazione, le vibrazioni, soprattutto quelle armoniche interferiscono positivamente sulle vibrazioni microbiologiche.
D’altronde gli effetti positivi della musica sono già conosciuti sull’uomo. La musicoterapia è considerata una vera e propria cura che può agire per intervenire sia a livello riabilitativo che terapeutico, in una varietà di condizioni patologiche. Adesso la terapia passa alle piante.
Potremmo concludere dicendo: cercasi Agronomi musicisti.

Guido Bissanti




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