Desertificazione: Processo Inarrestabile?

Desertificazione: Processo Inarrestabile?

La storia ci insegna che non c’è nulla sotto i nostri occhi che non sia diverso da ieri ed in cambiamento per il domani; per dirla come il re filosofo Marco Aurelio: l’universo è cambiamento, la nostra vita è conseguenza dei nostri Pensieri. Allo stesso modo, anche alcune certezze su cui abbiamo costruito i nostri teoremi, le nostre procedure, possono essere messe in discussione da nuove scoperte o, addirittura, da una nuova visione della realtà. Possiamo dire che l’unica e vera costante dell’Universo è il cambiamento.
È proprio in questo cambiamento, in questa evoluzione che, oggi, l’umanità deve ritrovare il suo cammino, il suo posto e la sua relazione all’interno di questa costante evolutiva. Le crisi sociali, ecologiche ed economiche sono il risultato del nostro pensiero; un pensiero che, nato con l’illuminismo ed evolutosi poi nel positivismo ha posto le basi per quella fiducia nella Scienza newtoniana e nelle conseguenti applicazioni filosofiche, sociali ed economiche.
Pur se illuminismo e positivismo ebbero evidenti effetti positivi nel superamento di molte paludi del medio evo, col tempo, l’applicazione cieca e presuntuosa di queste dottrine sta manifestando tutte le sue rughe, generando una logica inadatta a spiegare, e soprattutto, ad armonizzarsi con le cose del mondo. Ciò che nell’epistemologia moderna viene definito riduzionismo; cioè quel modo di affrontare la realtà, semplificandola al punto tale, da alienarsi da essa.
Eppure oggi, nonostante i principi filosofici e scientifici della cultura newtoniana siano stati affrontati e superati brillantemente da scienziati del calibro di Einsetin ed Heisenberg, continuiamo ad applicare, nei fatti concreti, modelli sociali ed economici meccanicistici e molto distanti dalla reale identità dell’universo e delle sue leggi.
Purtroppo gli effetti di questo modo di osservare e classificare la realtà, con le sue aberrazioni del secolo scorso e con la fede cieca nell’arido modello tecnologico attuale, hanno condotto umanità e pianeta verso un pericolosissimo punto di non ritorno. Questa sterilità del pensiero, per riflesso, sta finendo per inaridire, diminuire e degradare ogni realtà tangibile. L’ approccio riduzionista nella risoluzione dei problemi che noi stessi abbiamo generato non è più idoneo a trovare soluzioni valide. Per dirla come Einstein: “Non possiamo risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che abbiamo usato per crearlo”.

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Tale processo può essere compiuto solo se riscopriamo vie di crescita, benessere e stili di vita che rispettino principi e regole della natura. Così, dall’agricoltura all’utilizzo di qualunque risorsa del pianeta, dobbiamo muoverci con modelli che vedano nella tutela e promozione della diversità, nella complessità e nella reciprocità i principi cardini di un nuovo modello di civiltà.
Ancora oggi, nel settore delle produzioni agricole e del sistema agroalimentare, si adottano modelli, ricerche, studi ed analisi, spesso completamente in antitesi, e quindi in contrasto, con i principi energetici e le regole dei sistemi ecologici. Anzi, nel tentativo di trovare soluzioni legate ancora a criteri del passato, stiamo esasperando ancor di più specializzazioni e omologazioni. Il risultato è un maggior ampliamento della forbice tra bisogno di salvaguardia ambientale e soluzioni adottate. I Programmi di Sviluppo Rurale, molti indirizzi di politica agricola, di incentivi al libero scambio, risentono di questa “logora sterilità del pensiero”, adottando criteri spesso in totale disaccordo con le leggi del Pianeta.
Il modello riduzionista ha condotto l’umanità fuori dall’alveo della corretta visione ecologica, ridistribuendo male le energie, provocando squilibri sociali, ecologici ed economici senza precedenti. Un concetto errato di produzione, soprattutto nel settore agricolo, e di rapporti tra essa e gli abitanti di ogni territorio ci ha condotti a sistemi urbanistici sempre più concentrati in grandi città e, purtroppo, allo spopolamento e al degrado delle aree interne e dei piccoli centri abitati. La responsabilità è da addebitare ad un’errata lettura della funzionalità degli ecosistemi naturali ed agricoli, sia su vasta scala che di dettaglio.
Anche un centro urbanizzato è un ecosistema, che deve comunque rispondere alle leggi della fisica e della termodinamica in particolare. Ogni cellula del territorio risponde a determinati equilibri, senza la conoscenza dei quali la stessa tende a degradarsi, a generare aliquote di entropia crescente, che si manifesta con forme energetiche sempre più povere, sia dal punto di vista ecologico che umano.
Si generano così perdita della biodiversità, erosione ecologica, degrado culturale, sociale ed infine: povertà. Se dovessimo definire cosa è la povertà, secondo questa prospettiva: potremmo definirla come la diminuita capacità umana di interagire e convivere con le leggi della Natura.
Ancora oggi, seguendo il pensiero riduzionista, riteniamo di incrementare le produzioni agricole, il benessere dei suoi operatori e l’economia complessiva del settore, adottando criteri di specializzazione, aumento delle rese e sistemi logistici che sono in netto contrasto con le leggi dell’ecologia e che, gradualmente, stanno impoverendo, desertificando e privando sempre più di energie umanità e pianeta. E l’ecologia non perdona.
Applicando i bilanci energetici nelle attività agricole, si scopre che l’agricoltura specializzata ha un rendimento pari fino ad un decimo di quella tradizionale; per intenderci quella antecedente al Trattato di Roma ed alla cosiddetta Rivoluzione verde.
Secondo Jeremy Rifkin questa tendenza è in rapido aumento proprio perché il modello di produzione agricola è fuoriuscito dai canoni dell’efficienza dei sistemi, per rispettare solo necessità di mercato e non esigenze ecologiche. Per capire questa affermazione dobbiamo evidenziare due aspetti che si basano sulla funzione delle Aziende Agricole: queste sono sistemi dissipativi. In un’azienda agricola non facciamo altro che attingere, soprattutto alle energie solari ed a quelle del sottosuolo, per trasformarle in energia alimentare. Quando produciamo un chicco d’uva o una spiga non facciamo altro che accumulare queste energie e renderle fruibili per un processo energetico secondario, che è l’alimentazione umana.
Questo Processo può avvenire in due modi: o secondo Sistemi Termodinamici Chiusi o attraverso Sistemi Termodinamici Aperti. Nel primo caso le energie del processo sono libere di fluire ed essere scambiate, mentre le masse devono muoversi il meno possibile e comunque con brevi spostamenti. Ricordiamo qui che ogni massa (che siano i prodotti agricoli, i concimi, i carburanti e così via) per poter essere trasferita ha bisogno di tanta più energia quanto più grande è la percorrenza. Nel secondo caso, cioè nei Sistemi Termodinamici Aperti, che vediamo cerchiati di rosso, sia le masse che le energie sono libere di muoversi senza regole. È evidente che quanto più il nostro sistema di produzione sia del tipo aperto tanto più il rendimento globale del processo sia basso. Oggi gran parte dei sistemi agricoli, soprattutto quelli specializzati dell’occidente, sono del tipo Aperto, a bassissimo rendimento e con costi umani ed ecologici non più sostenibili. Sistemi che hanno originato una omologazione delle produzioni agricole con la conseguente esasperazione dell’uso della chimica, ulteriore causa di peggioramento degli equilibri ecologici.
Ma c’è un secondo aspetto: il Sistema, per poter rendere al meglio, deve necessariamente aumentare la complessità della propria struttura (secondo un ordine di reciprocità energetica) diminuendo la propria entropia. Il Sistema, in poche parole, deve biodiversificarsi. In Natura si possono pertanto riscontrare modelli di entropia negativa (la cosiddetta neghentropia) che permette ai Sistemi termodinamici chiusi e biodiversificati di avere il più alto rendimento energetico. Questa teoria, che è la base dell’Agroecologia, valse al fisico russo Ilya Prigogine (che è il padre dell’epistemologia moderna della complessità) il premio nobel per la fisica del 1977.
Dall’applicazione di questi concetti si posso ricavare una serie di speculazioni e, di conseguenza, un nuovo approccio sistemico. La prima speculazione è di ordine territoriale. Tutti i Sistemi: che sia una piccola azienda agricola, un bosco o una città, rispondono a queste leggi; sono tutte strutture dissipative. Ogni qualvolta il nostro sistema dissipativo riconverte poco e male le energie che riceve (che in gran parte sono solari) la maggiore energia ricevuta, evidenziata dalle frecce in rosso, rispetto a quella trasformata (rappresentata dalle frecce in verde) da seguito ad una produzione di entropia che è una forma di energia degradata, non più trasformabile e responsabile del cosiddetto riscaldamento globale e dei processi di desertificazione.
La seconda speculazione, è invece di ordine umano: ci riferiamo all’entropia sociale. La comunità, per poter gestire questi modelli energetici poco efficienti, deve creare strutture, flussi, mercati, burocrazie, sistemi di controllo e così via, sempre più complessi, che assorbono ulteriori aliquote di energia. Nel libro Entropia, di Jeremy Rifkin, questo processo viene visto, se non si pongono i dovuti rimedi, come una funzione di non ritorno. Proprio come in equilibrio chimico, quando il rapporto tra reagenti è prodotto viene eccessivamente squilibrato si rischia di non poter più bilanciare l’equazione. Le riflessioni e le speculazioni etiche e scientifiche sono ovviamente consequenziali.
Così l’agricoltura va riportata su un piano naturale: dobbiamo ricreare in queste piccole cellule ecologiche, quali sono le aziende agricole, gli stessi principi e regole che stanno alla base dell’ecologia. Servono politiche agricole completamente diverse, improntate a tutelare e promuovere biodiversità, sussidiarietà, condivisione ed a ristabilire equilibri ecologici ed umani, manomessi purtroppo da una cultura che sterilizza suoli, esseri viventi e coscienze. Basti pensare che in Italia, nell’ultimo secolo, sono scomparse dalla tavola tre varietà di frutta su quattro, anche per effetto dei moderni sistemi della distribuzione commerciale che privilegiano le grandi quantità e la standardizzazione dell’offerta.
I nuovi modelli di politica rurale, devono mirare a creare patti sociali e territoriali; per fare questo, bisogna ripartire da quella Sovranità alimentare che tuteli il diritto dei popoli, delle comunità e dei Paesi di definire le proprie politiche agricole, del lavoro, e della terra; che siano appropriate sul piano ecologico, sociale, economico e culturale alla loro realtà unica. La Sovranità alimentare non può essere raggiunta se non si riscrivono alcuni principi etici, e quindi politici, senza i quali le produzioni, i loro derivati ed il sistema agroalimentare, vengono visti sempre e solo come merci e sistemi di scambio mercantile.
Per questo motivo al centro della sovranità alimentare, come è stata definita nel 1996, ci sono le persone e non i mercati o le imprese: ci sono popoli, lavoratori rurali, migranti, allevatori nomadi, comunità che vivono nelle foreste, donne, uomini, giovani, consumatori, movimenti ecologisti, organizzazioni sociali. Al centro delle politiche rurali c’è la tutela della persona e della terra, nella libertà dei diritti delle forme e delle sostanze. Ogni altra regola è contro natura.
Senza una politica rurale che parli un’altra lingua e che faccia quindi della diversità e della identità il suo credo, assisteremo ad una graduale desertificazione di uomini, ambiente e cose. Per alimentare questo nuovo corso della Storia bisogna quindi abbandonare la sterilità del Riduzionismo per approdare ad nuova fertilità del Pensiero Sistemico. In questo possono farci riflettere le parole di colui che è forse il Padre di questa forma epistemologica del Pensiero.
“Essendo tutte le cose causate e causanti, aiutate e adiuvanti, mediate e immediate, e tutte essendo legate da un vincolo naturale e insensibile che unisce le più lontane e le più disparate, ritengo sia impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, così come è impossibile conoscere il tutto senza conoscere particolarmente le parti.” (B. Pascal).

Guido Bissanti




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