I cibi che bruciano il Pianeta

I cibi che bruciano il Pianeta

Quando i fautori del libero mercato parlano come di una conquista moderna non conoscono molto probabilmente le più elementari leggi della termodinamica. Le masse per poter viaggiare richiedono grandi apporti di energia e questa viene fornita a discapito dell’emissione di gas a effetto serra. E le maggiori emissioni si hanno proprio con le lunghe percorrenze e con i trasporti aerei e con la cattiva abitudine di consumare prodotti fuori stagione e spesso provenienti da emisferi diversi.

 

Tra i prodotti agricoli che inquinano di più troviamo al primo posto le ciliegie del Cile: un chilo di questa frutta percorre quasi 12mila chilometri per arrivare in Italia, con un consumo di 6,9 kg di petrolio e con l’emissione di 21,6 kg di CO2. Seguono al secondo posto i mirtilli provenienti dall’Argentina, infatti un chilo di questo prodotto percorrendo più di 11.178 chilometri consuma di 6,4 kg di petrolio e produce 20,1 kg di CO2. Al terzo posto, gli asparagi provenienti dal Perù con un percorso di circa 10.852 chilometri, un consumo di 6,3 Kg di petrolio ed una produzione di 19,5 kg di CO2, sempre per ogni chilo di prodotto. Le noci californiane percorrono poi 10.400 chilometri, bruciando oltre 6 Kg di petrolio con una emissione di 18,90 kg di CO2. Di seguito abbiamo: le rose prodotte in Ecuador (10.205 chilometri, 5,91 Kg di petrolio e 18,38 kg di CO2 emessa); le more del Messico (10.162 chilometri, 5,88 Kg di petrolio e 18,30 kg di CO2); i cocomeri del Brasile (9.198 chilometri, 5,33 Kg di petrolio e 16,56 kg di CO2); i meloni di Guadalupe (7.800 chilometri, 4,52 Kg di petrolio, 14,05 kg di CO2); i melograni provenienti dalla “vicina” Israele (2.250 chilometri, con 1,30 Kg di petrolio e 4,05 kg di CO2); infine, quelli “meno inquinanti” che risultano essere i fagiolini provenienti dall’Egitto che percorrono 2.132 chilometri, con un consumo di 1,234 Kg di petrolio ed una emissione di 3,84 di CO2.
È evidente che il libero mercato, soprattutto di moltissimi prodotti agricoli, è un principio illogico sia dal punto di vista ecologico, economico che scientifico. Eppure i Paesi occidentali se ne vantano e lo inseguono anche in barba all’applicazione del protocollo di Kyoto. Ecco perché promuovere il consumo di prodotti locali, di stagione e a chilometro zero, (con attenzione ad imballaggi ecologici), che permette di ridurre le emissioni di CO2, e promuove norme ed investimenti che creino la diffusione di mercati che permettono ai produttori locali di vendere i loro prodotti.
Solo così si opera nella direzione dell’inversione di rotta ai cambiamenti climatici. Questa è Politica.

Guido Bissanti




3 pensieri riguardo “I cibi che bruciano il Pianeta

  • 16 marzo 2018 in 14:51
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    Buongiorno, sono un agricoltore biologico e lavoro per una ditta di filiera seria visto la rigidità dei controlli.Coltivo prevalentemente riso. prodotto conservabile per almeno un anno, però sto notando che la suddetta azienda sta cercando anche prodotto estero nonostante avendolo praticamente a km 0 e qualitativamente migliore.Il problema nasce tutto dai bassi costi di produzione che riescono a mantenere in quei paesi, che comunque soddisfano i guadagni anche con una spesa di trasporto così onerosa a discapito dell’ambiente, quindi il problema purtroppo è sempre quello economico come sottolinea lei.Io con altri miei colleghi stiamo cercando di chiudere la filiera, non sarà facile ma è l’unico modo per ovviare questo problema.

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    • 17 marzo 2018 in 07:29
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      La ringrazio per la testimonianza …. c’è tanto da lavorare ma la direzione (l’unica) che può salvare uomini e pianeta è questa. Grazie!

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  • Pingback:Stop alle navi cariche di grano e all'inquinamento provocato dal trasporto di derrate alimentari | I Nuovi Vespri

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