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Welwitschia mirabilis

Welwitschia mirabilis

La Welwitschia, conosciuta anche col colorito nome di: due foglie che non possono morire (Welwitschia mirabilis Hook. f.) è una specie erbacea appartenente alla famiglia delle Welwitschiaceae.

Sistematica –
Dominio Eukaryota,
Regno Plantae,
Divisione Gnetophyta,
Classe Gnetopsida,
Ordine Welwitschiales,
Famiglia Welwitschiaceae,
Genere Welwitschia,
Specie W. Mirabilis.
Sono sinonimi i seguenti termini:
– Tumboa bainesii Hook.f.;
– Welwitschia bainesii (Hook.f.) Carrière;
– Tumboa strobilifera Welw.;
– Welwitschia mirabilis subsp. mirabilis;
– Welwitschia mirabilis subsp. namibiana Leuenb.;
– Welwitschia namibiana (Leuenb.) Christenh. & Byng.

Etimologia –
Il nome scientifico Welwitschia mirabilis racchiude già una parte della storia e dell’eccezionalità di questa pianta. Il genere Welwitschia fu dedicato al botanico e medico austriaco Friedrich Welwitsch, che durante le sue esplorazioni in Angola si imbatté nella pianta nel 1859. La descrizione scientifica formale fu poi pubblicata da Joseph Dalton Hooker. L’epiteto specifico mirabilis deriva dal latino e significa “meravigliosa”, “straordinaria” o “degna di meraviglia”. Un nome che, nel suo caso, appare particolarmente appropriato.
Welwitsch rimase profondamente colpito dal suo ritrovamento. Raccontò di essersi fermato a osservarla quasi incredulo, chiedendosi se non fosse un’illusione. In precedenza aveva anche proposto di chiamare la pianta Tumboa, dal nome locale N’tumbo. Hooker preferì però dedicare il genere al suo scopritore.
La specie possiede numerosi nomi comuni. In inglese è conosciuta anche come tree tumbo, mentre in afrikaans è chiamata tweeblaarkanniedood, espressione traducibile come “due foglie che non possono morire”. Tra i nomi locali figurano kharos e khurub in nama, nyanka in damara e onyanga in herero. Quest’ultimo nome viene generalmente interpretato come “cipolla del deserto”, probabilmente in riferimento all’aspetto della parte basale della pianta.

Distribuzione Geografica ed Habitat –
La Welwitschia mirabilis ha una distribuzione estremamente limitata. È endemica del deserto del Namib, lungo una fascia dell’Africa sud-occidentale compresa tra l’Angola meridionale e la Namibia centrale e nord-occidentale. L’areale si sviluppa per oltre mille chilometri in prossimità della costa atlantica.
Il Namib è uno degli ambienti più aridi del pianeta. In alcune aree le precipitazioni sono scarsissime e possono essere praticamente assenti per lunghi periodi. La pianta cresce su pianure ghiaiose, letti di corsi d’acqua temporanei, pendii e aree desertiche prossime alla costa. Le popolazioni sono spesso associate a luoghi nei quali è possibile trovare acqua sotterranea o una maggiore disponibilità di umidità.
La sopravvivenza della welwitschia è il risultato di una serie di adattamenti estremamente sofisticati. La radice principale può penetrare profondamente nel terreno, mentre l’apparato radicale più superficiale contribuisce a intercettare l’acqua proveniente dalla condensazione della nebbia costiera. Anche le grandi foglie hanno un ruolo importante. La loro superficie può infatti favorire la cattura dell’umidità atmosferica, che raggiunge poi il terreno.
La pianta è quindi strettamente legata al particolare equilibrio climatico del Namib. Questa specializzazione rappresenta al tempo stesso una delle sue principali vulnerabilità. La popolazione complessiva è considerata attualmente relativamente stabile e la specie è classificata come Least Concern secondo i criteri riportati da Kew, ma la distribuzione rimane confinata a un ambiente molto particolare. Sovrapascolo, malattie, raccolta degli esemplari, danni provocati dai veicoli e alterazioni climatiche possono quindi rappresentare problemi rilevanti.
Studi recenti hanno inoltre evidenziato quanto la storia evolutiva della specie sia antica. Il genoma di Welwitschia mirabilis, sequenziato a livello cromosomico nel 2021, ha una dimensione di circa 6,8 miliardi di basi. Le caratteristiche genomiche individuate aiutano a spiegare la straordinaria capacità della pianta di tollerare temperature elevate, scarsità d’acqua e stress ambientali prolungati.

Descrizione –
A prima vista, una welwitschia sembra quasi un frammento di vegetazione abbandonato sulla sabbia. Il suo fusto è estremamente basso e massiccio e forma una sorta di grande disco legnoso, detto corona. Da questa struttura nascono le due caratteristiche più sorprendenti della specie: due sole foglie permanenti.
La pianta produce inizialmente due cotiledoni, cioè le prime foglie embrionali. Successivamente sviluppa le due foglie definitive. Sono proprio queste le uniche vere foglie che accompagneranno l’organismo per tutta la sua vita. A differenza della maggior parte delle piante, infatti, non smettono di crescere dopo aver raggiunto una determinata dimensione. Il tessuto meristematico situato alla base consente loro di continuare ad allungarsi per decenni e persino per secoli.
Con il passare degli anni le foglie possono raggiungere diversi metri di lunghezza. Il vento, la sabbia e l’azione del clima le lacerano progressivamente, trasformandole in lunghe strisce verdi e brune che si aggrovigliano sul terreno. Per questo gli esemplari più vecchi possono assumere un aspetto quasi caotico. La pianta, però, continua a produrre nuovo tessuto alla base delle foglie.
L’altezza della welwitschia è modesta. Alcuni grandi esemplari possono raggiungere circa un metro o poco più sopra il terreno, mentre le foglie possono estendersi per diversi metri. Kew descrive esemplari che possono arrivare a circa quattro metri di lunghezza fogliare, mentre individui eccezionali possono sviluppare una corona di dimensioni considerevoli.
Un’altra caratteristica straordinaria è la longevità. Molti individui hanno probabilmente diverse centinaia di anni e alcuni esemplari sono stati stimati in oltre un millennio. Le stime più elevate arrivano a circa duemila anni. Per questo la welwitschia viene spesso definita, in senso divulgativo, un “fossile vivente”. L’espressione non significa che sia rimasta immutata dall’antichità, ma sottolinea la grande antichità della sua linea evolutiva e la presenza di caratteristiche morfologiche estremamente peculiari. Studi genomici hanno infatti confermato la profondità evolutiva della specie e la sua straordinaria capacità di adattamento.
La welwitschia è una pianta dioica: esistono quindi individui maschili e individui femminili. Entrambi producono strutture riproduttive simili a piccoli coni. I coni maschili producono il polline, quelli femminili producono gli ovuli e successivamente i semi. I coni producono inoltre sostanze zuccherine che attirano gli insetti. Le mosche costituiscono gli impollinatori più importanti, mentre api e vespe possono contribuire occasionalmente. Il vento sembra avere un ruolo molto più limitato.
Una volta avvenuta l’impollinazione, i semi possono richiedere molti mesi per maturare. Sono leggeri e dotati di strutture che ne favoriscono la dispersione attraverso il vento. La pianta deve quindi conciliare una crescita lentissima con un processo riproduttivo altrettanto delicato.

Coltivazione –
La coltivazione della welwitschia è possibile, ma richiede attenzione. La pianta viene generalmente propagata da seme, ed è coltivata in diversi orti botanici e collezioni specializzate. Kew segnala che i semi possono germinare rapidamente, mentre la fase successiva, quella di crescita della giovane pianta, è decisamente più delicata.
Il principale problema è rappresentato dall’apparato radicale. Le giovani piante sviluppano rapidamente una robusta radice principale e hanno bisogno di contenitori sufficientemente profondi. Il trapianto deve essere eseguito con particolare cautela per evitare di danneggiare la radice.
Anche il drenaggio è fondamentale. Un substrato molto drenante, costituito per esempio da materiali minerali grossolani, permette di fornire acqua senza creare ristagni. Le giovani piante possono avere esigenze idriche diverse da quelle degli adulti: in condizioni controllate possono essere mantenute più umide durante la prima fase di crescita, mentre gli esemplari maturi devono essere coltivati in condizioni che riproducano, per quanto possibile, l’alternanza di aridità e disponibilità d’acqua tipica del loro ambiente.
Uno dei problemi più seri durante la germinazione è rappresentato dalle infezioni fungine. I semi raccolti in natura possono essere contaminati da Aspergillus niger, un fungo capace di comprometterne la germinazione. Per questo nelle collezioni botaniche si presta particolare attenzione alla qualità dei semi e all’igiene del substrato.
La luce richiede altrettanta attenzione. Una pianta adulta è perfettamente adattata all’ambiente desertico, ma le giovani welwitschie coltivate possono soffrire l’esposizione improvvisa a una radiazione solare molto intensa. Un’eccessiva illuminazione può provocare arrossamenti delle foglie e gravi stress fisiologici. Anche Kew sottolinea che, una volta germinata, la pianta richiede cure particolari soprattutto per quanto riguarda l’irrigazione e la protezione delle radici.
La propagazione da seme presenta inoltre un vantaggio importante: mantiene la variabilità genetica della specie. In coltivazione sono stati osservati persino esemplari con caratteristiche insolite, come anomalie nel numero delle foglie o variegature.

Usi e Tradizioni –
Dal punto di vista tassonomico, Welwitschia è un genere monotipico: comprende una sola specie vivente, Welwitschia mirabilis. È l’unico genere attuale della famiglia Welwitschiaceae e dell’ordine Welwitschiales. Appartiene alle Gnetofite, un antico gruppo di gimnosperme che comprende anche i generi Gnetum ed Ephedra. Le relazioni evolutive delle Gnetofite sono state a lungo discusse; le analisi molecolari moderne le collocano all’interno delle gimnosperme e indicano una particolare vicinanza evolutiva con le conifere.
La welwitschia non è una pianta coltivata principalmente per scopi alimentari o medicinali. Il suo interesse è soprattutto botanico, scientifico, culturale e ornamentale. È uno degli organismi più riconoscibili della flora dell’Africa australe ed è diventata una vera e propria icona del deserto del Namib.
Un ruolo particolare è svolto nella cultura delle popolazioni locali. I Damara e gli Herero utilizzano tradizionalmente i coni femminili come alimento. Secondo le fonti di Kew, i coni possono essere consumati crudi oppure cotti, anche arrostendoli. Da questa tradizione deriva anche il nome herero onyanga, generalmente tradotto come “cipolla del deserto”.
È importante, tuttavia, non trasformare questa informazione in un’indicazione alimentare moderna. L’uso tradizionale dei coni è un aspetto etnobotanico della specie e non equivale a una raccomandazione sul loro consumo.
La pianta possiede anche un forte valore simbolico in Namibia. Una welwitschia è raffigurata nello stemma nazionale della Namibia, dove rappresenta uno degli elementi caratteristici del paesaggio e del patrimonio naturale del Paese.
Anche dal punto di vista ecologico la pianta ha un ruolo interessante. Un grande esemplare può costituire una sorta di piccola “isola” nel deserto. Le foglie e la corona offrono riparo e ombra e possono creare condizioni localmente diverse rispetto al terreno circostante. Alcuni animali, inoltre, si alimentano delle foglie. La welwitschia contribuisce così alla complessa rete di relazioni che caratterizza uno degli ambienti più estremi della Terra.

Modalità di Preparazione o di Uso –
Dal punto di vista alimentare, la parte tradizionalmente utilizzata è il cono, in particolare quello femminile. Le fonti etnobotaniche riportano due modalità fondamentali: il consumo a crudo oppure la cottura, anche direttamente tra le braci. Kew conferma entrambe le modalità per le tradizioni alimentari dei Damara e degli Herero.
Il nome onyanga, “cipolla del deserto”, può trarre in inganno: non si tratta naturalmente di una cipolla appartenente al genere Allium, ma di un nome tradizionale legato all’aspetto e all’uso del prodotto vegetale.
In coltivazione la pianta viene invece utilizzata soprattutto come specie da collezione e come soggetto di ricerca. La propagazione avviene per seme. Nei giardini botanici la riproduzione può essere facilitata mediante impollinazione manuale, utilizzando polline proveniente da piante maschili e trasferendolo sui coni femminili. I semi vengono poi raccolti quando maturi e fatti germinare in condizioni controllate.
La welwitschia rappresenta quindi un caso singolare anche sotto il profilo dell’uso umano. Non è una pianta domestica, né una coltura agricola convenzionale. È piuttosto una specie nella quale botanica, etnobotanica, cultura e conservazione si incontrano. La sua capacità di vivere per secoli nel deserto, continuando a produrre soltanto due foglie che non smettono mai veramente di crescere, rimane uno degli esempi più sorprendenti di adattamento del mondo vegetale.

Guido Bissanti

Fonti essenziali
Per l’inquadramento tassonomico e geografico è stato utilizzato soprattutto Plants of the World Online del Royal Botanic Gardens, Kew, che riconosce Welwitschia mirabilis come specie accettata e ne indica l’areale in Angola e Namibia.
Per gli aspetti evolutivi e genetici è stato utilizzato lo studio pubblicato nel 2021 su Nature Communications, dedicato al genoma della specie e ai meccanismi alla base della sua longevità e della tolleranza allo stress ambientale.
Per impollinazione e coltivazione sono state consultate le informazioni del Botanical Conservatory dell’University of California, Davis e quelle di Kew.
Per gli usi tradizionali e culturali, Kew documenta in particolare il consumo dei coni da parte di Damara e Herero e la presenza della welwitschia nello stemma della Namibia.

Altre Fonti
– Acta Plantarum – Flora delle Regioni italiane.
– Wikipedia, l’enciclopedia libera.
– GBIF, the Global Biodiversity Information Facility.
– Useful Tropical Plants Database.
– Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (a cura di), 2005. An annotated checklist of the Italian vascular flora, Palombi Editore.
– Pignatti S., 1982. Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
– Treben M., 2000. La Salute dalla Farmacia del Signore, Consigli ed esperienze con le erbe medicinali, Ennsthaler Editore.

Fonte foto:
– https://www.inaturalist.org/observations/270216861

Attenzione: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi alimurgici sono indicati a mero scopo informativo, non rappresentano in alcun modo prescrizione di tipo medico; si declina pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.




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