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Riscaldamento globale: dalla sostituzione alla rigenerazione

Riscaldamento globale: dalla sostituzione alla rigenerazione

La Tecnologia della Natura

Per molto tempo abbiamo interpretato la crisi ambientale soprattutto come una corsa contro il tempo. Il clima cambia, i suoli si degradano, la biodiversità diminuisce e gli ecosistemi sono sottoposti a pressioni crescenti. Di fronte a questa situazione abbiamo cercato soprattutto nuove tecnologie: fonti energetiche meno impattanti, materiali più efficienti, sistemi agricoli capaci di ridurre gli input, infrastrutture in grado di aumentare la nostra protezione dagli eventi estremi [5, 8, 11].
Questa strada è necessaria, ma potrebbe non essere sufficiente.
La questione non riguarda soltanto quanto siano efficienti le nuove tecnologie, ma anche la logica secondo la quale esse vengono concepite.
Possiamo affrontare una crisi ecologica utilizzando esclusivamente una tecnologia costruita secondo gli stessi principi di separazione, sostituzione, estrazione e controllo che hanno contribuito, almeno in parte, a produrre le condizioni attuali?
È una domanda che richiama una celebre frase frequentemente attribuita ad Albert Einstein: «Non possiamo risolvere i problemi con lo stesso tipo di pensiero che abbiamo usato quando li abbiamo creati». L’attribuzione letterale della frase a Einstein non è tuttavia sufficientemente documentata e, pertanto, è preferibile non utilizzarla come citazione diretta.
Al di là della sua attribuzione, il concetto rimane significativo.
Se la crisi ecologica deriva anche da un modo di concepire la Natura come qualcosa da scomporre, controllare, sfruttare e sostituire, potrebbe non essere sufficiente rendere più efficienti le singole tecnologie senza modificare la logica complessiva del sistema.
Abbiamo quindi bisogno di un cambiamento di prospettiva.
È in questo spazio di riflessione che si colloca il concetto di Tecnologia della Natura, sviluppato nella prospettiva agroecologica di Guido Bissanti e approfondito nel volume Principi e fondamenti di agroecologia, realizzato insieme a Giovanni Dara Guccione, Barbara Manachini, Paola Quatrini e Alberto Sturla [2].
Il termine “tecnologia”, in questo contesto, non indica macchine o strumenti nel significato convenzionale. È piuttosto una chiave interpretativa attraverso la quale osservare il modo in cui i sistemi naturali organizzano materia ed energia, utilizzano informazione, stabiliscono relazioni, riciclano risorse, si adattano alle perturbazioni e mantengono nel tempo la propria capacità di funzionamento [2, 10, 14].
La Natura, in questa prospettiva, non è una macchina da copiare meccanicamente, ma un insieme di processi e principi dai quali possiamo imparare.

Una tecnologia fondata sulle relazioni tra materia, energia e informazione
Uno degli elementi centrali della Tecnologia della Natura è la continua interazione tra materia, energia e informazione.
La vita non è semplicemente un insieme di molecole. Gli organismi viventi possiedono livelli di organizzazione che consentono loro di mantenere la propria identità, interagire con l’ambiente, riprodursi e modificarsi nel corso dell’evoluzione.
Maturana e Varela hanno elaborato il concetto di autopoiesi per descrivere la capacità dei sistemi viventi di produrre e mantenere continuamente la propria organizzazione [10].
Dal punto di vista ecologico, inoltre, gli organismi non possono essere considerati separatamente dall’ambiente nel quale vivono. Acqua, atmosfera, suolo, minerali, radiazione solare e comunità biologiche partecipano a una rete di scambi nella quale materia ed energia vengono continuamente trasformate e trasferite [6, 9].
Una pianta, per esempio, utilizza la radiazione solare come fonte di energia, assorbe acqua e nutrienti dal suolo e scambia gas con l’atmosfera. Attraverso la fotosintesi produce materia organica che entra successivamente nelle reti trofiche e nei cicli biogeochimici [6, 12].
La materia organica prodotta da una pianta può diventare alimento per altri organismi; una parte può entrare nel suolo; i decompositori la trasformano; gli elementi nutritivi vengono nuovamente resi disponibili e possono essere utilizzati da altri organismi.
Il sistema non funziona quindi secondo una semplice sequenza lineare.
Funziona attraverso cicli, trasformazioni, scambi e relazioni.
È proprio questa caratteristica che rende il concetto di Tecnologia della Natura particolarmente significativo per l’agroecologia [2, 4].
L’informazione biologica rappresenta inoltre una componente fondamentale dell’organizzazione dei sistemi viventi. Il DNA costituisce un sistema di conservazione e trasmissione dell’informazione genetica, mentre i processi evolutivi permettono alle popolazioni di modificarsi nel tempo [12].
È importante, tuttavia, non confondere questi diversi livelli. Materia, energia e informazione non sono equivalenti dal punto di vista fisico. La loro relazione costituisce piuttosto una chiave interpretativa per comprendere come i sistemi viventi riescano a organizzarsi e mantenersi.
La Tecnologia della Natura aggiunge a questa prospettiva la dimensione dell’organizzazione biologica: l’energia viene utilizzata nei sistemi viventi per sostenere processi che organizzano e trasformano materia attraverso strutture e informazioni biologiche [2, 10].
La fotosintesi rappresenta uno degli esempi più evidenti.
L’energia solare viene convertita in energia chimica e utilizzata per costruire materia organica. Questa materia entra poi nelle reti alimentari e nei cicli dell’ecosistema [6, 12].
La vita può quindi essere osservata come un continuo processo di trasformazione nel quale materia ed energia vengono organizzate attraverso sistemi biologici capaci di conservare e trasmettere informazione.
È questa capacità di organizzazione, interazione e trasformazione che rende possibile il funzionamento degli ecosistemi e contribuisce alla loro capacità di adattamento e resilienza [3, 7, 9].

Una tecnologia che lavora con le relazioni
La differenza tra molti sistemi tecnologici umani e i sistemi naturali diventa ancora più evidente quando osserviamo il ruolo delle relazioni.
Una macchina può essere scomposta nei suoi componenti. Se un componente si rompe, spesso può essere sostituito senza modificare sostanzialmente il funzionamento degli altri.
Un ecosistema non può essere interpretato nello stesso modo.
Un bosco non è semplicemente una somma di alberi. Un suolo non è un contenitore nel quale collocare una coltura. Un fiume non è soltanto un canale attraverso il quale scorre acqua.
Il funzionamento emerge dalle relazioni.
Le radici interagiscono con microrganismi e funghi; la vegetazione influenza il microclima; la materia organica alimenta comunità biologiche; gli insetti partecipano all’impollinazione; l’acqua collega sistemi apparentemente separati [6, 12].
Il valore ecologico di un sistema dipende quindi non soltanto dalla presenza dei singoli elementi, ma anche dalle relazioni, dai processi e dalle funzioni che li collegano [3, 7].
È una differenza fondamentale.
La tecnologia umana è stata straordinariamente efficace nella progettazione di oggetti. La Tecnologia della Natura suggerisce invece di concentrarsi sulla progettazione e sul mantenimento delle relazioni [2].
Questa prospettiva è particolarmente importante quando si progettano agroecosistemi.
La domanda non dovrebbe essere soltanto quale varietà utilizzare, quale fertilizzante applicare o quale macchina acquistare.
Dovremmo chiederci anche: quali relazioni dobbiamo ristabilire affinché il sistema funzioni meglio?

Una tecnologia che non massimizza una sola prestazione
Anche il concetto di efficienza assume un significato diverso.
Un sistema industriale può essere progettato per massimizzare una determinata prestazione: produrre più unità di prodotto utilizzando meno energia, meno tempo o meno materia prima.
Gli ecosistemi, invece, non possono essere ridotti alla massimizzazione di una singola prestazione.
Una foresta produce biomassa, conserva carbonio, contribuisce al ciclo dell’acqua, protegge il suolo, ospita biodiversità e modifica le condizioni microclimatiche.
Una zona umida può contemporaneamente fornire habitat, trattenere acqua, contribuire alla depurazione naturale e ridurre determinati rischi idrologici [3, 7].
La funzionalità di un ecosistema dipende quindi dalla molteplicità delle interazioni e delle funzioni.
Questo non significa che la Natura sia sempre “più efficiente” di una tecnologia umana. Significa piuttosto che i criteri di valutazione possono essere differenti.
Un sistema progettato per massimizzare una sola prestazione può essere molto efficiente rispetto a quell’obiettivo e contemporaneamente vulnerabile quando cambiano le condizioni.
La resilienza introduce invece una domanda diversa: quanto è capace il sistema di mantenere o recuperare le proprie funzioni di fronte a perturbazioni e cambiamenti? [7].
La resilienza non coincide quindi con l’assenza di cambiamento.
È la capacità di continuare a funzionare all’interno di condizioni variabili.

L’energia non serve soltanto a produrre: serve a organizzare
La fotosintesi mostra con particolare chiarezza la differenza tra una concezione puramente produttiva dell’energia e una concezione ecologica.
L’energia solare viene utilizzata per costruire materia organica. Questa materia non rimane confinata nell’organismo che l’ha prodotta: entra nelle reti alimentari, viene trasformata dagli organismi decompositori e partecipa ai cicli della materia [6, 12].
L’energia attraversa gli ecosistemi, mentre molti elementi della materia vengono continuamente riciclati. È una distinzione importante.
Un sistema industriale lineare tende a estrarre risorse, trasformarle, utilizzarle e produrre residui.
Gli ecosistemi, invece, sono caratterizzati da una forte interdipendenza tra produzione, consumo, decomposizione e riciclo [6, 9].
Per questo il concetto di Tecnologia della Natura richiama una progettazione nella quale la materia non venga considerata semplicemente come una risorsa da consumare, ma come parte di cicli da mantenere [2, 4].
L’obiettivo non è imitare meccanicamente ogni processo naturale, ma comprendere il principio generale della circolarità.

L’agroecologia come laboratorio della Tecnologia della Natura
L’agroecologia rappresenta uno dei contesti nei quali questi principi possono essere tradotti concretamente.
Un campo può essere interpretato come una superficie destinata a massimizzare una produzione.
Oppure può essere considerato come un agroecosistema nel quale colture, suolo, microrganismi, insetti, acqua, clima e paesaggio interagiscono continuamente.
Nel secondo caso cambia il modo di concepire la produzione.
La fertilità del suolo non coincide soltanto con la disponibilità immediata di nutrienti. Comprende struttura, sostanza organica, attività biologica, capacità di trattenere acqua e interazioni tra organismi [1, 5].
La biodiversità non è quindi soltanto una componente da conservare per ragioni etiche o paesaggistiche. È anche una componente funzionale dell’agroecosistema [4, 12].
Rotazioni, consociazioni, copertura permanente del terreno, siepi, gestione della sostanza organica, diversificazione colturale e riduzione delle lavorazioni possono essere interpretate come strumenti per ricostruire e rafforzare le relazioni ecologiche del sistema [1, 4, 5].
L’agroecologia diventa così qualcosa di più di un insieme di tecniche. Diventa un metodo di progettazione dei sistemi agroalimentari.
La FAO individua tra gli elementi dell’agroecologia diversità, sinergie, efficienza, resilienza, riciclo e co-creazione e condivisione della conoscenza, proponendo una visione sistemica della transizione agroalimentare [4].
Questi principi mostrano una forte convergenza con l’idea di Tecnologia della Natura: non sostituire continuamente i processi ecologici con input esterni, ma cercare di utilizzare e rafforzare quelli già presenti nel sistema [2, 4].

Dalla sostituzione alla rigenerazione
È qui che la Tecnologia della Natura può assumere un significato più ampio per la transizione ecologica.
Una parte rilevante dell’innovazione contemporanea procede attraverso la sostituzione:
– combustibili fossili con fonti rinnovabili;
– motori termici con motori elettrici;
– materiali vergini con materiali riciclati;
– processi inefficienti con processi più efficienti.
Questi cambiamenti sono necessari ma sostituire un componente non significa necessariamente trasformare il funzionamento dell’intero sistema.
La domanda successiva dovrebbe quindi essere: la nuova soluzione riduce soltanto il danno oppure aumenta anche la capacità del sistema di rigenerarsi?
Questo rappresenta il passaggio dall’efficienza alla rigenerazione.
Un sistema agricolo rigenerativo non dovrebbe limitarsi a consumare meno input: dovrebbe essere capace di contribuire alla ricostruzione della fertilità e della funzionalità biologica del suolo.
Una città resiliente non dovrebbe limitarsi a consumare meno energia, ma potrebbe utilizzare vegetazione, suolo e acqua come componenti dell’infrastruttura urbana per contribuire alla gestione del calore e delle acque meteoriche [5, 13].
La gestione di un fiume non dovrebbe necessariamente limitarsi alla costruzione di opere sempre più grandi per contenere l’acqua. In determinati contesti può essere più efficace restituire spazio ai processi naturali di espansione e ritenzione, integrandoli con le infrastrutture necessarie [5, 13].
La rigenerazione non significa quindi semplicemente “fare del bene alla Natura”.
Significa ricostruire capacità funzionali.

Prima di intervenire, comprendere
Questa prospettiva modifica profondamente anche il modo in cui siamo chiamati a progettare. Siamo infatti abituati a partire da una domanda apparentemente semplice: che cosa dobbiamo costruire?
Un approccio ispirato alla Tecnologia della Natura dovrebbe invece partire da una domanda precedente e, in un certo senso, più fondamentale: come funziona questo sistema?
Prima di decidere quale intervento realizzare, occorre comprendere come circola l’acqua, come si muove la materia, quali organismi interagiscono tra loro e quali processi naturali sono ancora attivi. È necessario, allo stesso tempo, capire quali di questi processi abbiamo interrotto, quali funzioni ecologiche abbiamo indebolito e, soprattutto, che cosa impedisce oggi al sistema di rigenerarsi.
Solo dopo aver acquisito questa conoscenza dovrebbe essere individuato l’intervento più appropriato.
In alcuni casi sarà necessaria una tecnologia sofisticata; in altri potrà essere indispensabile realizzare un’infrastruttura. In altri ancora, la soluzione più efficace potrebbe essere molto più semplice: rimuovere un ostacolo e consentire a un processo naturale di riprendere il proprio funzionamento.
Questa impostazione richiede quindi una conoscenza approfondita del territorio e delle sue dinamiche. Non si tratta soltanto di individuare un problema e progettare una risposta, ma di comprendere i processi che regolano un sistema e di intervenire, quando necessario, cercando di assecondarne il funzionamento naturale.
Anche la valutazione ambientale (VIA) può essere interpretata secondo questa prospettiva. La Valutazione di Impatto Ambientale non dovrebbe essere ridotta alla ricerca di una compensazione da applicare successivamente alla produzione di un impatto. La gerarchia dell’intervento ambientale dovrebbe invece privilegiare, quando possibile, innanzitutto l’evitamento e la prevenzione dell’impatto, quindi la sua riduzione e, soltanto nel caso di impatti residui, l’adozione delle eventuali misure compensative previste dalla normativa.
La Tecnologia della Natura introduce così un principio progettuale importante: prima di compensare un processo ecologico che è stato distrutto, occorre chiedersi se sia possibile evitarne la distruzione oppure conservarne la funzionalità.
Comprendere prima di intervenire significa, in definitiva, riconoscere che la prima forma di progettazione non consiste necessariamente nel costruire qualcosa, ma nel capire come funziona ciò che già esiste e valutare se sia possibile preservarne o ripristinarne i processi.

Imparare a progettare con la Natura
Restituire spazio ai processi naturali non significa tornare a un passato idealizzato. Significa utilizzare conoscenza scientifica e innovazione tecnologica per lavorare con i sistemi naturali.
Una zona umida può contribuire alla gestione delle acque. La vegetazione può contribuire alla mitigazione del calore urbano. La vegetazione costiera e i sistemi dunali possono contribuire alla protezione del litorale. Un suolo ricco di sostanza organica può migliorare la capacità di trattenere acqua e sostenere una comunità biologica più complessa [1, 5, 13].
Le Nature-based Solutions si collocano precisamente in questa direzione.
Non si tratta di sostituire la tecnologia con la Natura, ma di integrare processi naturali e progettazione umana.
L’IUCN definisce le Nature-based Solutions come azioni volte a proteggere, gestire in modo sostenibile e ripristinare ecosistemi naturali o modificati, affrontando contemporaneamente sfide sociali e producendo benefici per il benessere umano e la biodiversità [13].
È una prospettiva che porta la tecnologia verso una forma diversa di innovazione.
Non necessariamente fare di più. Fare meglio, utilizzando anche ciò che i sistemi naturali sanno già fare.

Dall’efficienza alla sufficienza
La Tecnologia della Natura ci suggerisce una domanda ancora più radicale rispetto a quella dell’efficienza. Non si tratta soltanto di chiederci come possiamo fare la stessa cosa consumando meno risorse, ma anche di domandarci se abbiamo davvero bisogno di fare quella stessa cosa.
L’efficienza rimane un obiettivo fondamentale della transizione ecologica: utilizzare meno energia, meno acqua, meno materiali e ridurre gli sprechi è certamente importante. Tuttavia, l’efficienza da sola può non essere sufficiente se, parallelamente, la quantità complessiva dei nostri consumi continua ad aumentare. Un processo può diventare più efficiente, ma se ne aumentiamo continuamente la scala, il risparmio ottenuto rischia di essere annullato dall’incremento dei consumi.
È per questo che, accanto all’efficienza, diventa necessario parlare di sufficienza. La domanda non è più soltanto come produrre e consumare in modo più efficiente, ma quanto ci serve realmente.
Quanta energia ci occorre per vivere bene? Quanta acqua utilizziamo davvero? Di quanti materiali abbiamo bisogno? Quanto suolo è necessario occupare? E quante infrastrutture servono effettivamente per rispondere ai nostri bisogni?
Queste domande spostano il punto di vista. Ci invitano a non concentrarci esclusivamente sul miglioramento delle tecnologie esistenti, ma a ripensare i bisogni e il modo in cui scegliamo di soddisfarli.
L’innovazione più importante, infatti, non consiste necessariamente nell’inventare un prodotto che faccia la stessa cosa consumando meno. A volte l’innovazione consiste nel capire che quel bisogno può essere soddisfatto utilizzando molte meno risorse. Altre volte può significare ripensare completamente il modo in cui un servizio viene organizzato, evitando di produrre, trasportare o consumare ciò che non è realmente necessario.
In questa prospettiva, la sufficienza non rappresenta un ritorno al passato né una rinuncia all’innovazione. Al contrario, può diventare una delle sue forme più interessanti: non fare meglio la stessa cosa, ma capire se possiamo fare diversamente, facendo ciò che serve con meno.
Anche questa, in fondo, è innovazione tecnologica.

Una nuova idea di progresso
Se accettiamo questa prospettiva, dobbiamo ripensare anche il significato di progresso.
Per lungo tempo il progresso è stato associato soprattutto alla capacità umana di trasformare l’ambiente.
Oggi quella capacità ha raggiunto una scala tale da poter compromettere le condizioni ecologiche dalle quali dipendono le nostre stesse attività [5, 11].
Il progresso futuro dovrà quindi essere misurato non soltanto in termini di quantità prodotta, velocità o efficienza, ma anche in termini di capacità di conservare e rigenerare i sistemi dai quali dipendiamo.
Un territorio sarà realmente più resiliente quando saprà mantenere fertilità del suolo, disponibilità idrica, biodiversità e capacità di adattamento [3, 7].
Una città sarà più avanzata non soltanto quando sarà tecnologicamente efficiente, ma quando saprà integrare infrastrutture artificiali e processi ecologici per affrontare calore, acqua e altri rischi ambientali [5, 13].
Un’economia realmente innovativa non sarà soltanto quella capace di utilizzare più velocemente le risorse, ma quella capace di ridurne il consumo, aumentare il riciclo e mantenere la base ecologica dalla quale dipende.

Non dobbiamo salvare il pianeta
Forse abbiamo utilizzato troppo spesso l’espressione “salvare il pianeta”.
La Terra non ha bisogno di essere salvata nel senso umano del termine. Il problema riguarda piuttosto la nostra capacità di continuare a vivere all’interno di sistemi naturali funzionanti.
Quando rigeneriamo un suolo, proteggiamo la capacità futura di produrre cibo.
Quando recuperiamo una zona umida, rafforziamo determinate funzioni idrologiche ed ecologiche.
Quando restituiamo spazio a un fiume, possiamo ridurre in determinati contesti la vulnerabilità del territorio.
Quando restauriamo un ecosistema costiero, possiamo contribuire alla protezione delle comunità umane che dipendono da quel territorio [3, 5, 13].
Rigenerare la Natura non è quindi soltanto un gesto di tutela verso qualcosa di esterno a noi. È anche una forma di autoconservazione della società umana.

La grande evoluzione culturale
La crisi ecologica ci sta costringendo a riconoscere i limiti della nostra capacità di controllo.
La sfida successiva consiste nell’imparare a cooperare con sistemi che non possiamo controllare completamente.
Questo non significa abbandonare la tecnologia umana. Significa farla evolvere.
Abbiamo bisogno di satelliti, sensori, modelli climatici, sistemi di monitoraggio, intelligenza artificiale e strumenti avanzati di analisi. Ma possiamo utilizzarli per comprendere meglio i processi naturali, individuare le pressioni che li ostacolano e progettare interventi più precisi e meno invasivi [5, 8].
La tecnologia del futuro potrebbe quindi essere, in alcuni casi, quella che ci consente di interferire meno e comprendere di più.
Non una tecnologia che sostituisce continuamente la Natura, ma una tecnologia che ne comprende i principi.
Non una tecnologia fondata sul consumo lineare delle risorse, ma orientata alla circolarità.
Non una tecnologia che massimizza una singola prestazione, ma una tecnologia che considera il funzionamento complessivo del sistema.
Non una tecnologia che punta esclusivamente al controllo dell’ambiente, ma una tecnologia capace di adattarsi alle dinamiche dell’ambiente.
Questa è l’idea centrale della Tecnologia della Natura: non un modello da copiare meccanicamente, ma un insieme di principi da comprendere e dai quali trarre criteri di progettazione [2].
La Natura non ci offre necessariamente le macchine del futuro.
Ci offre qualcosa di più importante: principi di organizzazione che hanno consentito ai sistemi viventi di persistere, trasformarsi e adattarsi nel tempo.
La sfida della riconversione ecologica potrebbe allora essere proprio questa: passare dalla sostituzione alla rigenerazione, dall’oggetto al sistema, dal controllo alla comprensione, dalla linearità alla circolarità.
E forse la domanda decisiva non sarà più: Come possiamo salvare il pianeta?
Ma: Come possiamo progettare una civiltà capace di rigenerare il sistema che la sostiene?
Questa dovrà la vera evoluzione tecnologica e culturale del nostro tempo.

Guido Bissanti

Bibliografia
[1] Bot, A. & Benites, J. (2005). The Importance of Soil Organic Matter: Key to Drought-Resistant Soil and Sustained Food Production. FAO Soils Bulletin 80. Rome: Food and Agriculture Organization of the United Nations.
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[3] Holling, C. S. (1973). Resilience and Stability of Ecological Systems. Annual Review of Ecology and Systematics, 4, 1–23. DOI: 10.1146/annurev.es.04.110173.000245.
[4] FAO – Food and Agriculture Organization of the United Nations (2018). The 10 Elements of Agroecology. Rome: FAO.
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[7] Millennium Ecosystem Assessment (2005). Ecosystems and Human Well-being: Synthesis. Washington, DC: Island Press.
[8] IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change (2022). Climate Change 2022: Impacts, Adaptation, and Vulnerability. Contribution of Working Group II to the Sixth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change. Edited by H.-O. Pörtner, D. C. Roberts, M. Tignor, E. S. Poloczanska, K. Mintenbeck, A. Alegría, M. Craig, S. Langsdorf, S. Löschke, V. Möller, A. Okem & B. Rama. Cambridge: Cambridge University Press. DOI: 10.1017/9781009325844.
[9] Odum, E. P. (1969). The Strategy of Ecosystem Development. Science, 164(3877), 262–270. DOI: 10.1126/science.164.3877.262.
[10] Maturana, H. R. & Varela, F. J. (1980). Autopoiesis and Cognition: The Realization of the Living. Dordrecht: D. Reidel Publishing Company. DOI: 10.1007/978-94-009-8947-4.
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[12] Raven, P. H., Evert, R. F. & Eichhorn, S. E. (2013). Biology of Plants. 8th ed. New York: W. H. Freeman.
[13] IUCN – International Union for Conservation of Nature (2020). IUCN Global Standard for Nature-based Solutions: A User-Friendly Framework for the Verification, Design and Scaling Up of Nature-based Solutions. 1st ed. Gland, Switzerland: IUCN. DOI: 10.2305/IUCN.CH.2020.08.en.
[14] FAO – Food and Agriculture Organization of the United Nations (n.d.). Soil Biodiversity. FAO Soils Portal. Available at: https://www.fao.org/soils-portal/soil-biodiversity/en/ (accessed 28 August 2026).




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