Pantelleria

Pantelleria

Pantelleria è un isola del mediterraneo ed un comune italiano di 7.715 abitanti della provincia di Trapani in Sicilia.

L’isola di Pantelleria è estesa più di 80 km² e si trova a 110 km a sud ovest della Sicilia e 70 a est nord est della Tunisia, la cui costa, al pari di quella siciliana, è talvolta visibile ad occhio nudo. Il territorio dell’isola di Pantelleria è di origine vulcanica. L’ultima eruzione è avvenuta, nel 1891, sul pendio nord-occidentale, nella parte sommersa. Sono tuttora presenti molti fenomeni di vulcanesimo secondario, prevalentemente acque calde e soffioni di vapore. L’isola raggiunge un’altitudine di 836 m sul livello del mare con la Montagna Grande. Nelle giornate limpide è visibile dalla Sicilia fino alla provincia di Agrigento.
Pantelleria è dotata di un aeroporto ed è collegata all’Italia continentale con voli di linea e di un porto con collegamenti regolari con Trapani e Mazara.

Etimologia –
Il nome antico di Pantelleria era quello di Cossira (gr. Κοσσύρα, lat. Cossyra). Tale nome pare sia stato dato dai Fenici all’odierna Pantelleria anche se l’etimologia ne è ignota o per lo meno potrebbe risalire a patella, in altre parole piatto, scodella, larga coppa.

Caratteristiche Geografiche –
Pantelleria è, come detto, l’antica Cossyra, isola a SO. della Sicilia, della quale si considera una dipendenza, sebbene sia più vicina all’Africa. Pantelleria dista infatti da Mazara del Vallo 110 km. e dal Capo Mustafà, in Tunisia, solo 70. L’isola ha una forma ellittica irregolare, e il suo asse maggiore corre in direzione NO-SE. Dall’estremo nordoccidentale, Punta della Croce, sino alla costa sudorientale, Punta Salina o meglio Punta Limarsi, ha una lunghezza di circa 14 km e misura più di 8 km nella parte più larga a SE.. La sua superficie è poco meno di 83 kmq. Morfologicamente essa può dividersi in due parti: l’una a SE più ampia, tondeggiante, con le coste prevalentemente alte e più sviluppata anche in altezza; l’altra, a NO, pianeggiante e collinosa. Comunque non è facile, considerando che l’isola è quasi per intero costituita da terreni vulcanici, distinguere nettamente la prima dalla seconda; si ha però un limite approssimativo partendo dalla Cala dei Cinque Denti e arrivando presso il Capo di Sataria, attraverso alcune depressioni interne. Quasi al centro della parte di SE è l’avanzo del più alto cratere di Pantelleria. Esso è appena riconoscibile per quell’informe e lunga cresta a cui si dà il nome di Montagna Grande (m. 836). Qui culmina l’isola, offrendo la più ampia vista sulle sue terre e sul mare. Sconvolto verso occidente da altre eruzioni, attestate da rialzi come quello di Cuddia Mida (m. 591), il cratere ora, pur rivelando in più di un punto l’orlo primitivo abbassato, come presso il villaggio della Madonna del Rosario, si manifesta in genere come un ampio declivio, che cessa col sollevamento del M. Gelfiser (m. 394), a cui tengono dietro, verso NO, le lave dello stesso nome. Qui e altrove tra le varie specie di trachite è più degna di nota quella vetrosa bigio verdognola, detta ossidiana.
Pantelleria si caratterizza per la singolarità del suo paesaggio, nel quale agli elementi naturali (colate laviche a blocchi, cale e faraglioni) si aggiungono i manufatti creati dall’uomo: muri a secco, con la quadruplice funzione di spietrare il fondo, contenere il terreno, delimitare la proprietà fondiaria e proteggere dal vento; giardini panteschi, costruzioni quasi sempre cilindriche in muratura di pietra lavica a secco con la duplice funzione di proteggere gli agrumi dal vento e di controllare gli effetti micro-climatici per un giusto apporto di acqua alla pianta, laddove l’isola ne è naturalmente sprovvista; dammusi, fabbricati rurali con spessi muri a secco, cubici, con tetti bianchi a cupola ed aperture ad arco a tutto sesto, atavici esempi di architettura bio-climatica.
L’isola, scarseggia di strade veramente carrozzabili, ha una larga rete di mulattiere, che seguono a tratti le depressioni vulcaniche, ma per lo più le creste e gli orli dei vecchi crateri ora ridotti a lunghe ed arcuate colline, da cui sovente l’occhio spazia sul mare e sulle terre dell’isola.

Note Storiche –
L’isola venne sicuramente abitata sin dal Neolitico. Lo dimostrano i rinvenimenti della sua caratteristica pietra ossidiana in tutto il bacino del Mediterraneo occidentale.
Si ritiene che fosse abitata nell’epoca neolitica da una popolazione, forse di stirpe ligure, alla quale si debbono le rozze fortificazioni del villaggio di Mursia e quei singolari monumenti sepolcrali megalitici a forma di cupola, chiamati sesi.
Vengono datati alla fine dell’Eneolitico un gruppo di vasi, forse di un corredo funerario, rinvenuto casualmente a Bugeber. Per quanto noto ad oggi, il più antico stanziamento è il villaggio fortificato con mura ciclopiche di Mursìa, dell’età del Bronzo, databile ad un periodo compreso tra il XXII e il XV secolo a.C., di cui sono note numerose capanne, le più antiche delle quali dalla curiosa planimetria che ricorda lo scafo di un’imbarcazione, ed un imponente muro di fortificazione, tra i meglio conservati del Mediterraneo preistorico, il quale, spesso circa 10 metri e alto almeno altrettanto, circonda l’insediamento sul suo lato est per una lunghezza di 300 metri.
Molto caratteristiche sono poi le tombe, dette sesi (anche questo termine di oscura etimologia, esclusivo del dialetto pantesco), delle quali sopravvivono un centinaio di esemplari sparsi nell’aspra contrada Cimillia che forma il retroterra orientale dell’abitato. I sesi sono costruzioni in pietra lavica murata a secco, a pianta circolare con spiccato emisferico o troncoconico, talora a gradoni. Al loro interno si cela un numero variabile di celle (da due a dodici) a pianta circolare con volta a cupola ogivale, cui si accede da uno stretto e basso cunicolo. Gli scavi archeologici condotti nell’insediamento hanno restituito una notevole quantità di oggetti importati da svariate regioni del Mediterraneo (Micene ed Egitto). Ciò denota il ruolo centrale dell’isola in una fitta rete di scambi che aveva come principale obiettivo i principali metalli, rame e stagno, necessari alla produzione del bronzo.
A testimonianza della sua antica storia, Pantelleria conserva numerosi resti monumentali. I più importanti ed esclusivi sono quelli che compongono l’area di Mursìa e Cimillia, ovvero l’abitato capannicolo dell’età del Bronzo, con un monumentale muro di fortificazione, e la relativa necropoli dei sesi. Numerose sono anche le testimonianze dell’antica Cossyra, visibili sulle collinette di San Marco e Santa Teresa. Nel 2003 sono state rinvenute tre teste di statue romane risalenti al I secolo d. C..
Forse da questa epoca, per un periodo di tempo abbastanza lungo, l’isola rimase apparentemente disabitata. Bisogna attendere l’arrivo dei fenici che vi fondarono una colonia, Cossyra, i cui resti archeologici si trovano sulle colline di San Marco e Santa Teresa nell’immediato retroterra dell’attuale capoluogo. Cossyra entrò presto nell’orbita della vicina potenza cartaginese, della quale seguì i destini. Al periodo punico si fanno tradizionalmente risalire le centinaia di cisterne che costellano il territorio dell’isola. Successivamente Pantelleria venne poi occupata più volte dai romani durante le guerre puniche, nel corso del terzo secolo a.C., fino alla definitiva conquista avvenuta nel 217 a.C.. I Romani diedero un forte impulso all’economia dell’isola come dimostrano i numerosi insediamenti sparsi nel suo territorio e i rinvenimenti nello stesso sito di Cossyra, tra i quali tre ritratti in marmo raffiguranti Cesare, Tito ed una donna identificata con Antonia minore.
Successivamente (V-VI secolo d.C.) risalgono alcuni insediamenti, di cui rimangono le necropoli costituite da tombe a fossa scavate nella roccia ed una caratteristica produzione ceramica, detta pantellerian ware, rinvenuta in vari luoghi del Mediterraneo. In quest’epoca Panetlleria, conquistata dall’ammiraglio bizantino Belisario nel 540, per conto dell’imperatore Giustiniano, conobbe un periodo di profonda decadenza, durante la quale venne usata, come forse già in epoca romana, quale luogo di esilio di importanti personaggi. Risale a questo periodo, se non l’introduzione, almeno la profonda cristianizzazione della sua genti. Fonti storiche citano anche un monastero di cui si ignora a tutt’oggi il sito. Dell’epoca bizantina risale anche il nome attuale dell’isola, che nella sua forma originaria Patelareas, Πατελαρέας, compare per la prima volta nella regola di questo monastero.
A partire dal 700, Pantelleria, fu saccheggiata dagli Arabi e poi stabilmente occupata probabilmente dall’845, nel contesto della  dominazione araba della Sicilia, divenendo così parte dell’Emirato di Sicilia. Agli Arabi si attribuisce, per tradizione, l’arrivo di gran parte degli elementi caratteristici del suo attuale paesaggio, tra i quali, come detto, i dammusi. Certamente gli Arabi introdussero la coltivazione del cotone e la loro lingua che, con una variante locale simile al maltese, rimarrà in uso fino agli inizi del XIX secolo e che ancora oggi influenza profondamente il siciliano che si parla localmente. Nel 1123 l’isola fu conquistata poi dai Normanni di Ruggero I di Sicilia ed annessa al Regno di Sicilia, del quale seguirà i destini fino ad oggi. Nel 1311 una flotta aragonese, al comando di Luigi di Requesens, vi conseguì una notevole vittoria; la famiglia Requesens ottenne in seguito il principato dell’isola.
Ricordiamo poi che nel giugno del 1488 fu saccheggiata da una squadriglia di 11 fuste turche, le quali portarono via schiavi 80 dei 250 abitanti che Pantelleria allora contava e inoltre razziarono tutta la produzione di cotone e di tele, in quei tempi principale ricchezza dell’isola. A causa della sua vicinanza con le coste africane, Pantelleria venne poi ripetutamente saccheggiata anche dai corsari barbareschi. Particolarmente cruenta fu l’incursione che nella metà del XVI secolo vi condusse il corsaro Dragut: il capoluogo venne completamente distrutto e la popolazione massacrata, con circa mille persone tratte in schiavitù. Allo stesso periodo risale l’assetto attuale del Castello Barbacane, che ancora oggi domina il porto del capoluogo, anche se probabilmente il primo impianto era di epoca normanna. I sovrani borbonici trasformarono l’isola in colonia penale, funzione che mantenne anche sotto i Savoia e che è cessata del tutto solo con la caduta del fascismo.
Nel secolo scorso, durante gli anni ‘30 l’isola venne fortificata per diretta volontà di Mussolini, su progetto dell’architetto Pierluigi Nervi, che vi edificò, fra le altre cose, un gigantesco hangar sotterraneo. Durante la seconda guerra mondiale nelle acque di Pantelleria si verificò uno dei due scontri della battaglia di mezzo giugno. Nel 1943 la conquista di Pantelleria fu ritenuta di importanza strategica dalle truppe alleate che si preparavano ad invadere la Sicilia, tanto che l’isola fu pesantemente bombardata dal mare e dal cielo, per preparare lo sbarco delle truppe, nell’ambito di un’operazione anfibia chiamata Operazione Corkscrew.

Ecosistema –
Pantelleria è caratterizzata da un clima di tipo mediterraneo caldo, temperato da venti marini che soffiano impetuosi in ogni stagione, tra i quali prevalgono scirocco e maestrale.
Come tutte le isole, anche Pantelleria, è caratterizzata da un ecosistema più caratteristico rispetto alla bioregione ove è sita per via del suo isolamento geografico. La flora autoctona dell’isola è costituita dalla macchia mediterranea, assai rigogliosa nelle regioni sud-orientali. Gli elementi dominanti di questo paesaggio sono costituiti dalla ginestra, dal corbezzolo, dal pino marittimo e dalle piante aromatiche tipiche della gariga (timo, rosmarino, lavanda, origano, mentuccia). Sulle cime più alte si sviluppa un bosco di pini, che a quote più basse è sostituito da querce (che localmente vengono chiamati balluti). La scarsità di acqua che non sia piovana ha reso impossibile lo sviluppo dell’agricoltura irrigua. Nell’isola cresce spontanea una varietà di cappero, che oggi rappresenta anche una delle principali coltivazioni dell’isola, insieme con quella della vite e dell’ulivo (con la varietà detta biancolilla), quest’ultimo coltivato basso e ramificato in ampiezza per proteggerlo dal vento. Sono rari gli agrumi, coltivati con particolare cura e protetti dai venti. Introdotte dall’uomo sono anche numerose varietà di palme, tra le quali non si riscontra però la palma nana (Chamaerops humilis) che invece su altre isole mediterranee, tra le quali la Sicilia, si associa alla macchia.
Tra le altre coltivazioni non si può non ricordare lo Zibibbo, importato probabilmente dagli Arabi, caratterizzato da lunghi grappoli e grossi e dorati acini zuccherini. Dopo la filossera del 1928, che ne decretò quasi la scomparsa, oggi viene innestato sulla vite americana.
Pantelleria riveste un fondamentale ruolo nella migrazione di molte specie avicole. Essa infatti costituisce un punto di transito per la migrazione di molte specie aviarie tra Europa e Africa. Tra i volatili stanziali si segnalano svariate specie di rapaci, compresi il falco pellegrino, il barbagianni, la poiana e la berta maggiore. Già data per estinta, ma ancora esistente, è la foca monaca. A tal proposito una delle principali finalità del Parco Marino di Pantelleria è quello di creare una zona protetta  per la foca monaca, divenuta particolarmente rara nel Mediterraneo, e ormai classificata tra le specie di mammifero marino minacciate di estinzione, ma della quale negli ultimi anni sono stati effettuati alcuni avvistamenti certi lungo le coste rocciose meridionali dell’isola. Da ciò si rammentano i contatti ed il lavoro del Comitato Pro Parco Marino con i responsabili dell’Icram (Istituto Centrale per la Ricerca scientifica e Tecnologica applicata al Mare).
Per quanto riguarda la fauna marina, un tempo ancora più ricca, data la vocazione tradizionalmente agricola dei Panteschi, sono presenti pesci delle più ricercate varietà: pesci pappagallo, cernie, saraghi, salpe, scorfani, cefali, ricciole, tonni, dentici, anche barracuda, ricci, castagnole e polipi. Per quanto riguarda l’avifauna, vi sono numerosi gabbiani, gheppi, cavalieri d’Italia, passeri, a cui si aggiungono i tradizionali uccelli migratori come quaglie, beccacce, tortore, tordi, allodole e fenicotteri, i quali scelgono come luogo di sosta il Lago o Specchio di Venere, altra peculiarità di Pantelleria.
Gli altri mammiferi, tutti di piccola taglia, sono costituiti dalla crocicidura mediterranea, da arvicole e dal punto di vista numerico, soprattutto conigli, introdotti dall’uomo, i quali, non avendo nemici naturali, si riproducono in modo incontrollato, a Pantelleria come in molti altri siti.
Probabilmente introdotte dall’uomo e poi rinselvatichite sono molte altre specie: il colubro sardo, unica specie di serpente presente sull’isola, la capra, che nel medioevo popolava il paesaggio ma oggi è estinta, e il gatto selvatico, che vive in piccole colonie tra i boschi della regione sud-orientale.
Tra i mammiferi di taglia maggiore, oltre a pochi bovini e ovini allevati in stalla per la produzione casearia, e in piccolo numero rinselvatichiti, la fauna di Pantelleria annovera la presenza di una sottospecie autoctona di equide, detta asino pantesco. Già estintosi, grazie ad un’iniziativa della Regione Siciliana è stato sviluppato un progetto per ricostituire la razza Pantesca in purezza, in seguito al quale dal 2003 si annoverano alcuni esemplari. La presenza di tale asino è nota da tempi remoti. Molto diffuso fino a metà del XX secolo e molto forte, l’asino di Pantelleria venne selezionato dall’Esercito Italiano, durante la Grande Guerra, per la produzione di muli militari.
Pantelleria è sede della Riserva naturale orientata Isola di Pantelleria.
Di recente un decreto del 14 dicembre 2016 dell’Assessore al Territorio ed Ambiente della Regione Siciliana ha soppresso la Riserva naturale orientata Isola di Pantelleria, perché il suo territorio sarà incluso nel Parco nazionale dell’Isola di Pantelleria. Questo parco è un’area naturale protetta istituito con decreto del Presidente della Repubblica del 28 luglio 2016 ed è, in ordine cronologico, l’ultimo parco nazionale italiano ad essere stato istituito.
L’articolo 1 dell’allegato A del decreto del Presidente della Repubblica suddivide il Parco Nazionale di Pantelleria in tre zone:
ZONA 1: rilevante interesse naturalistico, paesaggistico, agricolo e/o storico culturale con inesistente o minimo grado di antropizzazione;
ZONA 2: valore naturalistico, paesaggistico, agricolo e/o storico culturale con limitato grado di antropizzazione;
ZONA 3: valore paesaggistico e/o storico culturale con elevato grado di antropizzazione.
Tale Parco però deve essere inserito, a tutt’oggi, in contesto normativo e di salvaguardia senza il quale (vedasi i ripetuti e recenti incendi) rischia di vedere vanificato l’obiettivo della sua istituzione.
Pantelleria, come già citato, è un’isola di natura vulcanica ma scarsi sono ricordi che si hanno sulle più antiche eruzioni di Pantelleria. L’ultima e forse più famosa fu quella del 1891, che avvenne nel mare adiacente all’isola, dalla parte di NO, a pochi chilometri dalla costa, e fu preceduta da terremoti e dal sollevamento della costa medesima. Il vapore acqueo ed i blocchi di lava, che erano lanciati a notevole altezza dalla superficie del mare, provenivano dal fianco stesso dell’isola; ma nessuna formazione sottomarina emerse dalle acque, come in altre precedenti eruzioni avvenute nel mare tra Pantelleria e la Sicilia, e specialmente in quella del 1831, durante la quale si formò l’isola che fu detta Giulia o Ferdinandea, poi demolita dalle onde.

Azioni di Salvaguardia Ambientale –
Come tutti gli ecosistemi più isolati anche l’isola di Pantelleria richiede un rpogramma di salvaguardia ambientale che vada oltrel’istituzione del Parco nazionale dell’Isola di Pantelleria.
Tale concetto si fonda essenzialmente sulla necessità di integrare un modello antropico con un sistema ecologico senza il quel qualunque decreto o normativa rischia di essere vanificata da comportamenti, usi e dinamiche che tendono inevitabilmente ad incrinare i già delicati equilibri eco sistemici del’isola.
Nell’isola di Pantelleria, come detto esiste un mammifero straordinario. Ci riferiamo alla foca monaca.
Per fortuna dopo anni di appelli lanciati e di speranze le foche monache sono riapparse nei mediterraneo. Notizie straordinarie per il Monachus monachus, il mammifero marino più in pericolo di sopravvivenza del Mediterraneo, classificato come criticamente minacciato dall’IUCN (Consiglio Internazionale per la Natura).
Intendiamoci: non è che ora il Mediterraneo italiano pulluli di foche, anzi, questo animale è stato dichiarato estinto nei nostri mari perché non sono state più osservate attività di riproduzione. Eppure qualcosa (che solo la natura potrà spiegarci) forse si sta muovendo, pur se probabilmente più nella sensibilità e nell’attenzione delle persone che nella ripresa dell’ambiente: così negli ultimi cinque anni a Pantelleria, nelle acque al largo di Malta, lungo la costa sud-occidentale della Sicilia e nelle isole ai due poli della Sardegna sono state segnalati una serie di avvistamenti che i ricercatori ritengono pienamente attendibili. L’ultimo della serie, quello della foca di Villasimius dell’estate del 2000.
Nonostante il divieto esistente, a partire dal 1938, la caccia spietata a cui sono state sottoposte ha fatto sviluppare nelle foche un comportamento schivo e di fuga. Sopravvivono solo gli animali più abili nel passare inosservati e a fuggire veloci il pericolo umano; per questo è probabile che alcuni esemplari frequentino alcuni tratti della nostra costa, ma senza farsi scorgere.
L’handicap maggiore nella protezione di questo animale è proprio la scarsa conoscenza che abbiamo della sua biologia e del suo stile di vita. Quel poco che sappiamo deriva dalle osservazioni effettuate quando, una volta l’anno, nel periodo di riproduzione e della muta del pelo, la foca monaca sosta sulla terraferma. Sceglie spiagge riparate per partorire, anche se i racconti tramandatici fino al secolo scorso ci ricordano che sulle spiagge in Sardegna e nelle isole siciliane si potevano osservare le foche monache sdraiate sugli scogli.”
Per quanto improbabile, dunque, l’incontro con una foca monaca non è impossibile e poiché ogni segnalazione, per la sua rarità, ha un valore inestimabile, i ricercatori impegnati nello studio e nella salvaguardia di questo animale chiedono una mano a tutti coloro i quali, per diletto o per mestiere, passano il loro tempo a mare.
Ma la questione della Foca monaca non è la sola a preoccupare l’isola di Pantelleria così come tutto il mediterraneo. L’indiscriminato uso del suolo, un’agricoltura da “dimenticare” e scarso rispetto per la stessa identità umana stanno incrinando sempre di più l’intero ecosistema mondiale ed in maniera proporzionalmente più rischiosa gli ecotipi caratteristici che, come visto restano dei “serbatoi” di biodiversità inestimabile nonché luoghi di transizione e corridoi ecologici (vedasi migrazione dei volatili e passaggio di alcune migrazioni marine periodiche).
Ma su tutte le attività umane va segnalata la incomprensibile assenza della politica sulle questioni energetiche con l’annoso problema dell’estrazione petrolifere nel mediterraneo che rischia, con tutti i problemi connessi a queste attività (non di certo ultimo il versamento nelle acque di greggio) di compromettere definitivamente una ricchezza ecologica di inestimabile valore.
Pantelleria, come tante isole e come tanti ecosistemi è ricca di “energie” solo che l’uomo di questo periodo storico le cerca nelle direzioni sbagliate compromettendo la vera ricchezza e benessere del pianeta.
Guido Bissanti




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