Il silenzio degli innocenti

Il silenzio degli innocenti

Il silenzio degli innocenti è il titolo di un noto film del 1991, che narra la storia di un folle e sadico serial killer che uccide e strazia i corpi di giovani ragazze.
Adesso questo titolo assume un significato più ampio.
Il silenzio degli innocenti è l’argomento dell’assordante quiete che negli ultimi anni contraddistingue i nostri cieli.
Stiamo parlando della presenza e del volo degli uccelli, una presenza sempre più ridotta e che fa scattare, se mai ce ne fosse bisogno, non uno ma infiniti allarmi.
È il dato di un nuovo studio di BirdLife International, Società di ornitologia della Repubblica Ceca e della Royal Society for the Protection of Birds (RSPB) che hanno analizzato e comparato i dati di 378 delle 445 specie native nei Paesi europei e in Gran Bretagna.
Secondo questa ricerca si è evidenziato un calo numerico delle popolazioni di uccelli dal 17 al 19% delle specie, tra il 1980 e il 2017. In 40 anni sono diventati sempre meno numerosi nei nostri cieli, oltre al passero domestico (Passer domesticus Linnaeus, 1758), anche la ballerina gialla (Motacilla cinerea Tunstall, 1771); 97 milioni in meno; gli storni, in calo di 75 milioni e le allodole diminuite di 68 milioni.
Le specie maggiormente colpite sono quelle che, in qualche modo, hanno un rapporto ed una relazione con le attività agricole, responsabili, con pratiche sempre più intensive, della erosione o perdita di habitat e dell’uso di pesticidi che uccidono soprattutto gli insetti di cui gli uccelli si nutrono.
L’elevata entropia dei sistemi produttivi agricoli incide ugualmente e negativamente sulle specie migratorie a lunga distanza, quali la sterpazzola (Sylvia communis Latham, 1787) e la ballerina gialla. La scomparsa dalle città, ad esempio dei passeri domestici, viene attribuita ad una serie di cause ma non tutte identificate, tra cui la mancanza di cibo, la perdita di biodiversità, l’inquinamento atmosferico e la malaria aviaria.
In definitiva dal 1980, in Europa, l’agricoltura intensiva ed altre attività umane hanno fatto scomparire tra 600 e 900 milioni di esemplari di specie più comuni di uccelli: in pratica una su sei. Il declino ha particolarmente colpito il passero domestico, 247 milioni esemplari in meno rispetto a 40 anni fa.
A questo ricerca vanno incrociati i dati di un’altra ricerca di qualche anno, operata da un team di ricerca, guidato dal biologo Xosé Luis Otero del Departamento de edafoloxía e química agrícola dell’Universidade de Santiago de Compostela.
La ricerca si è rivolta alla diminuzione della quantità di nutrienti che gli uccelli marini trasferiscono dall’oceano alla terra attraverso il loro guano. Il team di ricerca ha messo insieme quel che si sa sulla loro fisiologia, con un inventario globale delle popolazioni di questi uccelli. I risultati sono straordinari: infatti nel mondo ci sono circa 800 milioni di uccelli marini che espellono circa 591 milioni di chilogrammi di azoto e 51 milioni di kg di fosforo all’anno, nutrienti che prima si concentrano intorno alle loro colonie e poi si diffondono negli ecosistemi costieri e in tutto il mondo.
La conseguenza delle attività e della digestione degli uccelli marini è che diffondono azoto e fosforo, essenziali per la vita e la cui disponibilità spesso determina la presenza e abbondanza di vegetazione in un ecosistema. Anche per queste popolazioni le attività umane hanno ormai un impatto simile a quello dei processi biochimici di base del nostro pianeta. Così anche gli uccelli marini, con la loro rapida scomparsa, ci stanno privando rapidamente dei loro “servizi ecosistemici” indispensabili.

A questo quadro raccapricciante fa eccezione, cosa che ci fa intravedere una via da percorrere, alcune specie, soprattutto di rapaci. 203 delle 378 specie studiate sono infatti aumentate di numero. Il 66% dei 340 milioni di uccelli aggiuntivi provenivano da sole otto specie in forte espansione: capinera, lupino, merlo, scricciolo, cardellino, pettirosso, colombaccio e cinciarella. Sono 11 le specie di rapaci più che raddoppiate dal 1980, tra cui falco pellegrino, falco di palude, poiana, aquila dalla coda bianca e aquila reale. Bisogna però dire che, da un punto di vista ponderale, si tratta di specie relativamente rare per cui le loro popolazioni, nel conteggio totale, aggiungono molto poco.
Secondo le ipotesi avanzate, dagli scienziati che hanno effettuato lo studio, è probabile che questi rapaci hanno beneficiato di una maggiore protezione e riduzione dei pesticidi nocivi e della caccia, nonché di specifici progetti di ripristino delle specie. La Direttiva Uccelli e la Direttiva Habitat dell’Ue hanno anche fornito protezione legale alle specie e agli habitat prioritari che hanno portato beneficio a queste specie di uccelli. Insomma la conferma che serve una protezione sempre maggiore degli ecosistemi.
A tal proposito, per i ricercatori, il vertice della Convenzione Onu sulla diversità biologica, in agenda nel 2022, sarà cruciale per costruire un quadro solido di prevenzione delle estinzioni e per recuperare l’abbondanza perduta di molte specie.
Le recenti strategie europee, quali quella sulla Biodiversità 2030 e la Farm to Fork, sono un segnale di speranza.
L’emanazione in Sicilia della L.R. 21/2021 sull’agroecologia è un primo esempio di modello attuativo di queste strategie ma, adesso, bisogna fare ancora di più.
Il di più non appartiene solo all’ambito normativo, appartiene a tutti noi: “Abbiamo bisogno di un’azione trasformativa in tutta la società per affrontare insieme le crisi della natura e del clima”, per usare le parole della ricercatrice Fiona Burns.
Cosa che tradotta in termini pratici e concreti significa operare una trasformazione globale verso un’agricoltura rispettosa della natura, della protezione delle specie, della silvicoltura e della pesca sostenibili ed espandere rapidamente la rete delle aree protette.
In pratica gli snodi attorno ai quali far traghettare l’attuale modello di produzione agroalimentare che, secondo le ultime stime del rapporto Climate Change, Agriculture & Food, contribuisce ai cambiamenti climatici per il 34 per cento e molto di più per le ricadute ecologiche.
Nonostante i detrattori della Farm to Fork Strategy e quindi della conversione agroecologica del nostro modo di produrre (che spesso poco o nulla sanno di termodinamica dei sistemi complessi e della economia della Natura) questa è l’unica strada.
Un percorso non facile, che richiede non solo norme ma presa di coscienza, divulgazione, incontri, condivisione, corresponsabilità.
Questo è il tempo della riconciliazione con la Natura; questo è il tempo di una coscienza più piena, non fatta solo di numeri e mercati ma di tutte le variabili che rendono la Vita più piena e più libera.
Ricordiamoci che, per dirla come il poeta statunitense di origine serba, Charles Simic, “Gli uccelli cantano per rammentarci che abbiamo un’anima” e tutto ciò sta ad indicarci che per un tempo, orami troppo lungo, abbiamo pensato con una ragione figlia di un dio minore perché priva di anima.

Guido Bissanti




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