I Sumeri e l’agricoltura

I Sumeri e l’agricoltura

I Sumeri sono considerati dagli storici la prima civiltà urbana, assieme a quella dell’antico Egitto e quella del fiume Indo.
I sumeri erano grandi agricoltori.
La terra di origine dei Sumeri resta ancora oggi sconosciuta, ma di una cosa si è certi: i Sumeri non erano una popolazione di stirpe semitica.
Le prove archeologiche dimostrerebbero che intorno al 4000 a.C. i Sumeri vivessero sui monti a nord della Mesopotamia (monti Zagros), nell’altopiano iranico, vicino l’attuale confine con la Turchia. Attorno al 3500 a.C. questa popolazione sarebbe scesa dai monti per occupare la bassa Mesopotamia, alla confluenza del Tigri e l’Eufrate. Altri studiosi hanno invece cercato somiglianze fra la lingua sumerica e gli antichi dialetti turchi e lingue indocinesi, ma nonostante gli sforzi fatti, l’origine dei Sumeri resta ancora incerta. Infine alcune allusioni letterarie sembrano invece indicare che i Sumeri provenissero dal mare.
Inoltre ha poco senso chiedersi quando i Sumeri arrivarono in Mesopotamia, anche per il fatto che non si è sicuri che il loro “arrivo” sia stato un fenomeno migratorio precisamente databile.
È più probabile che si trattò di un’infiltrazione graduale e lenta che portò all’integrazione con le culture locali.
L’analisi del lessico sumerico è una riprova del fatto che la cultura sumerica ebbe origine da più complessi culturali integrati.
Molti termini relativi alle funzioni produttive di base (ad esempio i vocaboli che si riferiscono alla fabbricazione della birra, l’agricoltura, il cuoio, le costruzioni ecc.) non sono di origine sumerica, ma da attribuirsi ad una lingua di sostrato, con probabili connessioni nell’area iranica, mentre vocaboli che si riferiscono a funzioni più specialistiche e di tipo direttivo-amministrativo sono di chiara origine sumerica. Inoltre molte altre parole relative alle funzioni di mobilità e controllo sono di origine semitica.
È certo che i Sumeri, dopo il loro arrivo, si ritrovano a convivere e ad integrarsi con due popolazioni: i Semiti, che erano più rilevanti nelle zone del nord, e una popolazione di sostrato autoctona non sumerica. I Sumeri si stabilirono soprattutto nella bassa Mesopotamia, territorio dove sorsero le loro maggiori città.

Le coltivazioni –
La Mesopotamia è una zona molto secca dove non piove quasi mai, ma gli antichi Sumeri riuscirono a sfruttare le acque dei fiumi e a renderla fertile. Costruirono canali, argini e dighe; i canali servivano per trasportare l’acqua delle piene ai territori più lontani; gli argini impedivano di far allagare i campi e i villaggi durante le piene; mentre le dighe servivano come serbatoi per la stagione estiva quando l’acqua diminuiva.
Coltivarono soprattutto cereali (grano, orzo), legumi, ortaggi, piante tessili ed altro. Per lavorare i campi usavano falcetti e l’aratro trainato dagli animali.
I Sumeri allevavano buoi, pecore, capre, maiali, dai quali ottenevano cibo, lana e pelli ,e asini usati come animali da trasporto.
L’agricoltura rappresentò la base dell’economia sumera. I primi documenti scritti del periodo proto-dinastico, integrati con i dati archeologici e paleo-ecologici, permettono di far luce sul tipo di colture e modalità di coltivazione utilizzate.

Le tecniche irrigue –
Anche se le prime pratiche di coltivazione in Medio Oriente risalgono almeno al 7000 a.C., è con l’arrivo dei Sumeri che l’agricoltura fa un grande balzo in avanti, soprattutto grazie alla loro abilità nel costruire impianti di irrigazione. A partire dal periodo di Uruk venne introdotto l’aratro a trazione animale e l’irrigazione estensiva, favorendo così una ricca produzione agricola. Essendo la Mesopotamia un territorio soggetto a siccità, i campi erano creati nelle aree adiacenti ai canali. Questi erano costruiti a un livello superiore rispetto alla piana circostante, permettendo all’acqua di defluire naturalmente nei terreni agricoli.
I reperti ci dicono che i campi si affacciavano al canale sul lato corto e venivano irrigati e arati in direzione del lato lungo; questo dava la possibilità di irrigare un maggior numero di campi. Le coltivazioni si disponevano perciò a “doppio pettine” intorno ai canali. Non tutti i terreni erano coltivati, ma si attuava una rotazione biennale, lasciando riposare i campi utilizzati l’anno precedente. Le produzioni, almeno inizialmente, erano molto buone, nell’ordine di 20:1 o anche di 30:1.
L’ordinamento colturale prevedeva che le zone adiacenti ai canali fossero coltivate a cipolle, aglio, legumi e palme da dattero e anche olive con cui potevano fare l’olio. Mentre i terreni più difficilmente raggiungibili dall’irrigazione erano destinati ai cereali: orzo, frumento, farro.
Tuttavia anche i Sumeri andarono incontro ad errori di gestione e di coltivazione; le tavolette sumeriche, infatti, ci dicono che già dal periodo proto-dinastico molti campi vennero abbandonati per eccessiva salinizzazione, dovuta al fatto che l’acqua non drenata, evaporando, lascia sali sul terreno. Questo avveniva soprattutto nei territori pianeggianti del sud mesopotamico, e qui, perciò, era quasi esclusivamente coltivato l’orzo (più resistente), mentre nel nord vi era un sostanziale equilibrio fra orzo, frumento e farro. L’orzo era anche impiegato per produrre la birra, che probabilmente aveva una consistenza più densa rispetto a quella attuale, visto che in alcuni rilievi i personaggi rappresentati la bevono attraverso delle cannucce.
Per quanto riguarda l’orzo e i cereali in generale, aratura e semina si effettuavano contemporaneamente grazie a una seminatrice. Al momento della mietitura gli uomini lavorano a gruppi di tre: un falciatore, un accovonatore e un terzo di cui non si conosce esattamente la mansione. Dopo la mietitura i contadini usavano carri trebbiatori per separare le teste dei cereali dai gambi e poi un traino trebbiatore per raccoglierne i chicchi.
I contadini non potevano tenere la maggior parte del raccolto visto che circa i due terzi di questo veniva trasportato nei magazzini del tempio o del palazzo.

Il Primo manuale di agricoltura –
Per comprendere meglio l’agricoltura presso i Sumeri ci viene incontro un ritrovamento che può essere considerato il primo manuale di agricoltura della storia. Si tratta di una tavoletta ritrovata a Nippur. Nippur fu una delle più antiche città della Mesopotamia, la sede del culto del dio sumerico Enlil, signore dell’universo.
Questa tavoletta si compone infatti di una serie di istruzioni rivolte da un fattore al proprio figlio circa le attività agricole da attuare per ottenere un buon raccolto. La prima parte della trascrizione recita così: “Nel tempo che fu, un fattore diede questi consigli al proprio figlio: sul punto di coltivare il tuo campo, abbi cura di aprire i canali d’irrigazione in modo che l’acqua non raggiunga nel campo un livello troppo alto. Quando l’avrai vuotato dell’acqua, vigila sulla terra umida perché resti piana; non permettere che la calpesti alcun bove vagante. Caccia le bestie randagie e tratta questo campo come un terreno compatto. Dissodalo con dei martelli pesanti non più di 2/3 di libbra ciascuno. La stoppia (?) del campo dovrà essere strappata a mano e legata in covoni. Le sue crepe dovranno essere colmate con l’erpice e i quattro lati verranno recintati. Mentre il campo brucia al sole estivo sia diviso in settori uguali. Gli attrezzi vibrino di attività (?). La sbarra del giogo dovrà essere rinforzata, la tua nuova frusta fissata con chiodi e il manico di quella vecchia riparato dai figli dei braccianti.”.

Gli Agronomi –
Presso i Sumeri pare sia nata, prima al mondo, la figura dell’agronomo.
In origine, le professioni di perito agrimensore, agronomo, erano però considerate sacre e di esclusiva attribuzione sacerdotale; molto probabilmente perché l’agronomo “gestiva” beni della Terra e la terra doveva rivestire una certa sacralità presso questo popolo.
Si diventava agronomi o agrimensori per eredità: ma si doveva dimostrare di averne le capacità professionali (una antica forma di abilitazione) e coloro i quali non potevano esercitare per “grazia divina”, potevano farlo dopo aver frequentato una specifica scuola. Terminati gli studi, gli allievi dovevano sostenere un esame di maturità e ottenere così il titolo di magisteri agrorum geometrie o di professi o di auctores; dopo un ulteriore periodo di praticantato, i candidati dovevano sostenere un ulteriore esame per poter esercitare in proprio.
Insomma si diventava agronomi o agrimensori per eredità: ma si doveva dimostrare di averne le capacità professionali (una antica forma di abilitazione) e coloro i quali non potevano esercitare per “grazia divina”, potevano farlo dopo aver frequentato una specifica scuola. Terminati gli studi, gli allievi dovevano sostenere un esame di maturità e ottenere così il titolo di magisteri agrorum geometrie o di professi o di auctores; dopo un ulteriore periodo di praticantato, i candidati dovevano sostenere un ulteriore esame per poter esercitare in proprio.
I primi indizi preistorici che riferiscono sulla figura sacerdotale dell’agronomo la troviamo presso i Sumeri.
Questi, anche per via del loro modello religioso, furono i fondatori delle norme etiche scritte e delle strutture giuridiche, politiche e sociali, traghettando la civiltà occidentale dalla preistoria alla storia.
Tra le cariche sociali di maggior rilievo abbiamo la testimonianza di una figura, di natura economico-amministrativa, imperniata sui sacerdoti “agronomi del tempio” da cui dipendevano sorveglianti, esattori, ispettori impegnati in fattorie grandi e meno grandi, sostenitori di un’agricoltura solida e tecnicamente avanzata per l’epoca, come risulta dalle testimonianze rinvenute nelle “Georgiche … di Ninurta”.
L’ingente patrimonio culturale e tecnico dei Sumeri costituì le fondamenta su cui si svilupparono tutte le agricolture e le civiltà agrarie successive, compresa quella ellenistico-romana e quella islamica.

Guido Bissanti

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