Legami tra Banche e Deforestazione

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Legami tra Banche e Deforestazione

Sono passati quasi 25 anni da quando l’11 dicembre 1997 fu pubblicato il protocollo di Kyoto, cioè il trattato internazionale in materia ambientale riguardante il surriscaldamento globale, emanato nella città giapponese di Kyoto in occasione della Conferenza delle parti “COP 3” della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).
Sono trascorsi poi circa 7 anni dall’accordo di Parigi, raggiunto il 12 dicembre 2015, cioè di quel trattato internazionale, stipulato sempre tra gli Stati membri della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), riguardo alla riduzione di emissione di gas serra e alla finanza.
Eppure a dispetto di proclami più o meno roboanti di politici e Stati, ogni anno nel mondo spariscono in media 10 milioni di ettari di foreste. Il dato sulla deforestazione globale è fornito dalla Fao, l’agenzia dell’Onu per l’agricoltura. La media di 10 milioni di ettari all’anno riguarda gli anni dal 2015 al 2020.
La questione è che agli accordi stipulati tra gli Stati è mancata, fin qui, una vera e propria politica di controllo, verifica, settaggio e indirizzo delle attività dei privati tra cui, ovviamente banche, multinazionali e finanza che viaggiano su un’autostrada libera, autonoma e svincolata da ogni accordo internazionale ed in barba ai diritti umani ed ecologici.
Una tragedia (e siamo ottimisti) che se non troverà soluzioni politiche a partire dalle piccole rappresentanze degli Enti Locali (Comuni, Provincie, ecc.) fino alle grandi organizzazioni mondiali (Stati, ONU, ecc.) rischia di mettere in ginocchio cavalli e cavalieri, cittadini e multinazionali, perché la nave della stupidaggine è fuori controllo ed il timone della rotta non ha un nocchiero.
A discapito di interpretazioni e punti di vista personali, che possono essere sempre parziali e di parte, un rapporto del RAN (Rainforest Action Network), stilato di recente nel 2022, ci dice che l’impegno di grandi banche e multinazionali sul tema della deforestazione (a seguito dei Protocolli e degli Accordi) è ancora largamente insufficiente.
Per la cronaca si ricorda che la Rainforest Action Network è una organizzazione ambientale con sede a San Francisco in California, negli Stati Uniti.
Tornando ai dati emanati dal RAN, nonostante annunci e impegni, le principali aziende e banche multinazionali non riescono a fermare il sostegno – diretto e indiretto – alla deforestazione e alle violazioni dei diritti umani.
I dati sono stati elaborati esaminando un campione di imprese e istituti di credito collegati allo sfruttamento delle materie prime forestali. Il risultato è stato, a dir poco, disarmante.
Nessuno dei 17 brand e banche analizzati, infatti, ha messo in atto azioni adeguate per affrontare il problema della distruzione delle aree boschive provocata dai loro business. Né, tanto meno, quello dell’accaparramento di terre (il cosiddetto land grabbing). Né quello delle violenze perpetrate a danno delle comunità locali e indigene e quindi della violazione dei diritti umani.
I voti assegnati ai gruppi oggetto di studio sono stati, di conseguenza, tutti insufficienti e, in alcuni casi, gravemente insufficienti.
Nello specifico la valutazione del RAN si è basata su cinque quesiti:
1. banche e aziende hanno fatto almeno un primo passo per adottare policy che eliminino il sostegno alla deforestazione e alle violazioni dei diritti umani nelle loro catene di approvvigionamento di materie prime?
2. Hanno reso pubblico l’impatto delle loro attività sulle foreste e sui diritti delle comunità locali e indigene?
3. Stanno prevenendo le violenze e assicurando il pieno rispetto dei diritti delle comunità locali e indigene?
4. Cambiano effettivamente le proprie pratiche di acquisto o di finanziamento se il partner commerciale viene sorpreso a violare le loro policy di protezione di foreste e diritti umani?
5. Possono dimostrare ai loro clienti che i loro partner commerciali rispettano i loro standard?
I dati ci dicono che cinque banche su sette hanno ottenuto una F, il voto peggiore. Si tratta della banca statale indonesiana BNI, della malese CIMB, della cinese ICBC. Oltre alla giapponese MUFG e alla statunitense JPMorgan Chase, che lo scorso anno hanno adottato il principio “No Deforestation, No Peat and No Exploitation” (NDPE).
È evidente, pertanto, che i principali Istituti Finanziari di rilevanza mondiale continuano a finanziare clienti e asset che promuovono la deforestazione e le violazioni dei diritti umani.
In sintesi emerge che, dall’Accordo di Parigi (2015) ad oggi, le sette banche esaminate hanno dato almeno 22,5 miliardi di dollari ad aziende che sfruttano a vario titolo materie prime con rischi di impatti sulle aree boschive.

Queste aziende operano, tra l’altro, nelle tre maggiori regioni che ospitano foreste tropicali: Indonesia, Bacino del Congo e Amazzonia. Tra queste banche la JPMorgan Chase è stata quella più “prodiga” finanziando 6,9 miliardi di dollari; a questa segue la MUFG con 4 miliardi di dollari.
Sul lato invece delle imprese non finanziarie, sono tre quelle che non hanno fatto ancora sostanziali passi avanti per porre fine alla deforestazione. Sono la multinazionale dei beni di consumo Procter & Gamble, il produttore di dolciumi Mondelēz e l’azienda alimentare giapponese Nissin Foods.
Sullo sfondo la timida miglioria delle politiche di alcuni gruppi, rispetto all’anno precedente. Tra queste si segnalano: Colgate-Palmolive, Ferrero e Kao, ma restano tuttavia ancora indietro rispetto ad altri. Tra queste la Unilever, che risulta essere l’unica azienda ad aver adottato una politica di sostenibilità concreta sulle catene di approvvigionamento di materie prime che presentano rischi per le foreste, oltre a rendere nota la propria impronta forestale di partenza.
Nestlé è invece l’unica azienda che si è impegnata a rendere nota (entro il 2023) la propria impronta forestale globale nelle tre principali regioni della foresta pluviale: Indonesia, Congo e Amazzonia.
Per il resto c’è l’augurio che anche le altre assumano pari impegni ma sullo sfondo si registra il silenzio assordate degli impegni di politici e candidati, nelle proprie campagne elettorali in materia.
Basterebbe mettere dei paletti nei “liberi mercati” contro l’accettazione di prodotti e servizi che no rispettino determinati standard ma questo, lo sappiamo, è il muro in cui si infrange spesso e di frequente il bigottismo di chi si oppone dicendo che si andrebbe contro la libera circolazione delle merci. Di fatto stiamo invece mettendo in discussione la libera circolazione dei Diritti e della Vita.
Tra tutte le infrazioni una delle più gravi risulta essere quella del rapporto con i fornitori di materie prime.
Nessuna delle aziende multinazionali esaminate ha sospeso, infatti, le proprie relazioni con chi continua a violare i diritti basilari delle comunità e a rifornirsi da produttori che causano deforestazione.
Inoltre nessuna banca e azienda in analisi ha richiesto ai propri fornitori, clienti e investitori la prova del rispetto del diritto al consenso libero, preventivo e informato (FPIC).
Si ricorda che il Consenso libero, preventivo e informato (FPIC) ha lo scopo di stabilire la partecipazione e la consultazione dal basso di una popolazione indigena prima dell’inizio dello sviluppo sulla terra ancestrale o dell’utilizzo delle risorse nel territorio di una popolazione indigena. In poche parole il FPIC è un diritto specifico che appartiene ai popoli indigeni ed è riconosciuto nella Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (UNDRIP). Consente loro di dare o negare il consenso a un progetto che potrebbe interessare loro o i loro territori. Ma tutto questo sembra non interessare né alla finanza né agli atti concreti dei partiti maggiori (di qualunque estrazione e orientamento).
Il risultato è che, ad oggi, nessuna banca o azienda ha reso note le procedure che utilizzerebbe per garantire il rispetto dei diritti delle popolazioni indigene e delle comunità locali a dire no allo sviluppo sulle loro terre.
Infatti è evidente che, spesso, a rendere inattendibili le dichiarazioni e gli impegni per eliminare la deforestazione è l’assenza di meccanismi di verifica indipendenti e credibili che garantiscano il rispetto delle politiche della NDPE (No Deforestation, No Peat, and No Exploitation: nessuna deforestazione, nessun drenaggio di torbiere e nessuno sfruttamento). A questa si aggiunga la considerazione che le aziende non sono in grado di identificare le fonti di tutte le materie prime che acquistano.
Senza entrare in ulteriori analisi e dati è evidente che serve un concreto controllo e verifica (attraverso veri e propri sistemi di certificazione, che dovrebbero essere obbligatori) a questo insulso criterio del libero mercato che di libero non ha proprio nulla se non aver reso irresponsabili ed incontrollabili processi, sistemi, aziende e finanza.
E così anche se nell’ultimo anno si sono registrati alcuni miglioramenti nella tracciabilità e nella divulgazione degli elenchi dei fornitori, è necessaria una maggiore trasparenza per comprendere la piena portata dell’impatto che ciascuna azienda determina nelle catene di approvvigionamento dell’olio di palma, della pasta di legno e della carta, della carne bovina e della soia, per citarne alcune.
A questo bisogna aggiungere che questa battaglia, che è oramai una guerra globale, si vince cambiando anche i modelli di produzione troppo disancorati dai sistemi umani ed ecologici. Economia Circolare, Agroecologia, Energia Rinnovabile Democratica, sono alcuni degli aspetti che Agende di Governi e attività di Enti Locali devono mettere all’Ordine del Giorno.
Serve un’ecologia integrale senza la quale, passato il 2030, inizierà quella progressiva discesa verso l’annientamento di questa civiltà, trascinando con se clima, ambiente, finanza e multinazionali.
Noi questa discesa non vogliamo percorrerla e crediamo fortemente nella presa di coscienza di una civiltà, ancora troppo sonnolente, che non considera che quando acquista qualunque bene e servizio fa Politica.

Guido Bissanti

Fonte foto:
https://www.ran.org/





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Links between Banks and Deforestation

Almost 25 years have passed since December 11, 1997 when the Kyoto Protocol was published, that is the international treaty on the environment concerning global warming, enacted in the Japanese city of Kyoto on the occasion of the “COP 3” Conference of the Parties to the Framework Convention. United Nations on Climate Change (UNFCCC).
About 7 years have passed since the Paris agreement, reached on 12 December 2015, i.e. that international treaty, also stipulated between the member states of the United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC), regarding the reduction of gas emissions greenhouse and finance.
Yet despite more or less thunderous proclamations from politicians and states, an average of 10 million hectares of forests disappear worldwide every year. The data on global deforestation is provided by the FAO, the UN agency for agriculture. The average of 10 million hectares per year covers the years from 2015 to 2020.
The issue is that the agreements stipulated between the States have lacked, up to now, a real policy of control, verification, setting and direction of the activities of private individuals including, obviously, banks, multinationals and finance that travel on a free highway. autonomous and free from any international agreement and in defiance of human and ecological rights.
A tragedy (and we are optimistic) that if it does not find political solutions starting from the small representatives of the Local Authorities (Municipalities, Provinces, etc.) to the large world organizations (States, UN, etc.), it risks bringing horses and riders to their knees , citizens and multinationals, because the ship of stupidity is out of control and the helm of the route does not have a helmsman.
To the detriment of personal interpretations and points of view, which can always be partial and biased, a report by the RAN (Rainforest Action Network), drawn up recently in 2022, tells us that the commitment of large banks and multinationals on the issue of deforestation (following the Protocols and Agreements) is still largely insufficient.
For the record, please note that the Rainforest Action Network is an environmental organization based in San Francisco, California, in the United States.
Returning to the data issued by the RAN, despite announcements and commitments, the main multinational companies and banks are unable to stop support – direct and indirect – for deforestation and human rights violations.
The data were processed by examining a sample of companies and credit institutions linked to the exploitation of forest raw materials. The result was, to say the least, disarming.
In fact, none of the 17 brands and banks analyzed has implemented adequate actions to address the problem of the destruction of wooded areas caused by their businesses. Nor, much less, that of land grabbing (the so-called land grabbing). Nor that of the violence perpetrated to the detriment of local and indigenous communities and therefore of the violation of human rights.
The marks assigned to the study groups were, consequently, all insufficient and, in some cases, seriously insufficient.
Specifically, the evaluation of the RAN was based on five questions:
1. Have banks and companies taken at least a first step to adopt policies that eliminate support for deforestation and human rights violations in their commodity supply chains?
2. Have they made public the impact of their activities on forests and on the rights of local and indigenous communities?
3. Are they preventing violence and ensuring full respect for the rights of local and indigenous communities?
4. Do they actually change their purchasing or financing practices if the business partner is caught violating their forest protection and human rights policies?
5. Can they demonstrate to their customers that their business partners are meeting their standards?
The data tells us that five out of seven banks got an F, the worst grade. These are the Indonesian state bank BNI, the Malaysian CIMB, the Chinese ICBC. In addition to the Japanese MUFG and the US JPMorgan Chase, which last year adopted the “No Deforestation, No Peat and No Exploitation” (NDPE) principle.
It is clear, therefore, that the main financial institutions of global importance continue to finance clients and assets that promote deforestation and human rights violations.
In summary, it emerges that, from the Paris Agreement (2015) to date, the seven banks examined have given at least $ 22.5 billion to companies that exploit raw materials for various reasons with risks of impacts on wooded areas.

These companies operate, among other things, in the three major regions hosting tropical forests: Indonesia, the Congo Basin and the Amazon. Among these banks, JPMorgan Chase was the most “lavish” by financing 6.9 billion dollars; this is followed by the MUFG with 4 billion dollars.
On the side of non-financial companies, there are three that have not yet made substantial progress to put an end to deforestation. They are the multinational consumer goods company Procter & Gamble, the confectionery manufacturer Mondelēz and the Japanese food company Nissin Foods.
In the background, the timid improvement in the policies of some groups, compared to the previous year. Among these are: Colgate-Palmolive, Ferrero and Kao, but still lag behind others. Among these, Unilever, which appears to be the only company to have adopted a concrete sustainability policy on the supply chains of raw materials that pose risks to forests, as well as disclosing its initial forest footprint.
Nestlé, on the other hand, is the only company that has committed to disclosing (by 2023) its global forest footprint in the three main regions of the rainforest: Indonesia, Congo and the Amazon.
For the rest there is the hope that the others will also take on equal commitments but in the background there is the deafened silence of the commitments of politicians and candidates, in their own election campaigns on the subject.
It would be enough to put stakes in the “free markets” against the acceptance of products and services that do not meet certain standards but this, we know, is the wall in which the bigotry of those who oppose it is often and frequently broken, saying that it would go against the free movement of goods. Instead, we are actually questioning the free movement of rights and life.
Among all the infringements, one of the most serious is that of the relationship with suppliers of raw materials.
In fact, none of the multinational companies examined has suspended their relations with those who continue to violate the basic rights of communities and to source their supplies from producers who cause deforestation.
Furthermore, no bank or company under analysis has asked its suppliers, customers and investors for proof of compliance with the right to free, prior and informed consent (FPIC).
It is recalled that the Free, Prior and Informed Consent (FPIC) is intended to establish the participation and consultation from below of an indigenous population before the start of development on the ancestral land or the use of resources in the territory of an indigenous population . In short, the FPIC is a specific right that belongs to indigenous peoples and is recognized in the United Nations Declaration on the Rights of Indigenous Peoples (UNDRIP). It allows them to give or deny consent to a project that may be of interest to them or their territories. But all this seems to be of no interest either to finance or to the concrete acts of the major parties (of any origin and orientation).
The result is that, to date, no bank or company has disclosed the procedures it would use to ensure respect for the rights of indigenous peoples and local communities to say no to development on their lands.
In fact, it is evident that, often, what makes declarations and commitments to eliminate deforestation unreliable is the absence of independent and credible verification mechanisms that guarantee compliance with the policies of the NDPE (No Deforestation, No Peat, and No Exploitation: none deforestation, no peat bog drainage and no exploitation). Add to this the consideration that companies are unable to identify the sources of all the raw materials they purchase.
Without going into further analysis and data, it is evident that concrete control and verification (through real certification systems, which should be mandatory) is needed for this insipid criterion of the free market that has nothing to do with anything other than making it irresponsible and irresponsible. uncontrollable processes, systems, companies and finance.
And so while there have been some improvements in the traceability and disclosure of supplier lists over the past year, greater transparency is needed to understand the full extent of the impact each company has on palm oil supply chains. pulp and paper, beef and soy, to name a few.
To this we must add that this battle, which is now a global war, is won by also changing the production models that are too detached from human and ecological systems. Circular Economy, Agroecology, Democratic Renewable Energy, are some of the aspects that Agendas of Governments and activities of Local Authorities must put on the agenda.
An integral ecology is needed without which, past 2030, the progressive descent towards the annihilation of this civilization will begin, dragging with it climate, environment, finance and multinationals.
We do not want to follow this descent and we strongly believe in the awareness of a civilization, still too sleepy, which does not consider that when it buys any good and service it becomes Politics.

Guido Bissanti

Fonte foto:
https://www.ran.org/





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Vínculos entre los bancos y la deforestación

Han pasado casi 25 años desde que el 11 de diciembre de 1997 se publicó el Protocolo de Kioto, es decir, el tratado internacional sobre el medio ambiente relacionado con el calentamiento global, promulgado en la ciudad japonesa de Kioto con motivo de la Conferencia de las Partes “COP 3” de la Convención Marco de las Naciones Unidas sobre el Cambio Climático (CMNUCC).
Han pasado cerca de 7 años desde el acuerdo de París, alcanzado el 12 de diciembre de 2015, es decir, aquel tratado internacional, también estipulado entre los estados miembros de la Convención Marco de las Naciones Unidas sobre el Cambio Climático (CMNUCC), relativo a la reducción de emisiones de gases de efecto invernadero y finanzas.
Sin embargo, a pesar de las proclamas más o menos atronadoras de los políticos y los estados, un promedio de 10 millones de hectáreas de bosques desaparecen en todo el mundo cada año. Los datos sobre la deforestación global son proporcionados por la FAO, la agencia de la ONU para la agricultura. El promedio de 10 millones de hectáreas por año cubre los años de 2015 a 2020.
El asunto es que los acuerdos estipulados entre los Estados han carecido, hasta ahora, de una verdadera política de control, verificación, fijación y dirección de las actividades de los particulares incluyendo, obviamente, bancos, multinacionales y financieras que transitan por una vía libre. autónomo y libre de cualquier acuerdo internacional y en desafío a los derechos humanos y ecológicos.
Una tragedia (y somos optimistas) que si no encuentra soluciones políticas desde los pequeños representantes de las Autoridades Locales (Municipios, Provincias, etc.) hasta los grandes organismos mundiales (Estados, ONU, etc.), corre el riesgo de llevar caballos y jinetes de rodillas, ciudadanos y multinacionales, porque el barco de la estupidez está fuera de control y el timón de la ruta no tiene timonel.
En detrimento de las interpretaciones y puntos de vista personales, que siempre pueden ser parciales y sesgados, un informe de la RAN (Rainforest Action Network), elaborado recientemente en 2022, nos dice que la apuesta de los grandes bancos y multinacionales en el tema de la deforestación (según los Protocolos y Acuerdos) sigue siendo en gran medida insuficiente.
Para que conste, tenga en cuenta que Rainforest Action Network es una organización ambiental con sede en San Francisco, California, en los Estados Unidos.
Volviendo a los datos emitidos por la RAN, a pesar de los anuncios y compromisos, las principales empresas multinacionales y los bancos no logran frenar el apoyo -directo e indirecto- a la deforestación y la violación de los derechos humanos.
Los datos se procesaron examinando una muestra de empresas y entidades de crédito vinculadas a la explotación de materias primas forestales. El resultado fue, por decir lo menos, desarmante.
De hecho, ninguna de las 17 marcas y bancos analizados ha implementado acciones adecuadas para enfrentar el problema de destrucción de áreas boscosas que provocan sus negocios. Ni, mucho menos, el del land grabbing (el llamado land grabbing). Ni el de la violencia perpetrada en perjuicio de las comunidades locales e indígenas y por ende de la violación de los derechos humanos.
Las notas asignadas a los grupos de estudio fueron, en consecuencia, todas insuficientes y, en algunos casos, gravemente insuficientes.
En concreto, la evaluación de la RAN se basó en cinco preguntas:
1. ¿Han dado los bancos y las empresas al menos un primer paso para adoptar políticas que eliminen el apoyo a la deforestación y las violaciones de los derechos humanos en sus cadenas de suministro de productos básicos?
2. ¿Han hecho público el impacto de sus actividades sobre los bosques y sobre los derechos de las comunidades locales e indígenas?
3. ¿Previenen la violencia y garantizan el pleno respeto de los derechos de las comunidades locales e indígenas?
4. ¿Realmente cambian sus prácticas de compra o financiamiento si se descubre que el socio comercial viola sus políticas de protección forestal y derechos humanos?
5. ¿Pueden demostrar a sus clientes que sus socios comerciales cumplen con sus estándares?
Los datos nos dicen que cinco de los siete bancos obtuvieron una F, la peor calificación. Estos son el banco estatal de Indonesia BNI, el CIMB de Malasia, el ICBC de China. Además de la japonesa MUFG y la estadounidense JPMorgan Chase, que el año pasado adoptaron el principio “No Deforestación, No Turba y No Explotación” (NDPE).
Es claro, por tanto, que las principales instituciones financieras de importancia mundial continúan financiando clientes y activos que promueven la deforestación y la violación de los derechos humanos.
En resumen, surge que, desde el Acuerdo de París (2015) a la fecha, los siete bancos examinados han entregado al menos $22.500 millones a empresas que explotan materias primas por diversos motivos con riesgos de afectación de áreas boscosas.

Estas empresas operan, entre otras cosas, en las tres principales regiones que albergan bosques tropicales: Indonesia, la cuenca del Congo y el Amazonas. Entre estos bancos, JPMorgan Chase fue el más “lujoso” al financiar 6.900 millones de dólares; le sigue el MUFG con 4 mil millones de dólares.
Del lado de las empresas no financieras, hay tres que aún no han hecho avances sustanciales para acabar con la deforestación. Se trata de la multinacional de bienes de consumo Procter & Gamble, el fabricante de golosinas Mondelēz y la empresa de alimentación japonesa Nissin Foods.
De fondo, la tímida mejora en las políticas de algunos colectivos, respecto al año anterior. Entre estos se encuentran: Colgate-Palmolive, Ferrero y Kao, pero siguen rezagados respecto de otros. Entre ellos, Unilever, que parece ser la única empresa que ha adoptado una política de sostenibilidad concreta en las cadenas de suministro de materias primas que suponen un riesgo para los bosques, además de divulgar su huella forestal inicial.
Nestlé, por otro lado, es la única empresa que se ha comprometido a divulgar (para 2023) su huella forestal global en las tres regiones principales de la selva tropical: Indonesia, Congo y el Amazonas.
Por lo demás está la esperanza de que los demás también asuman compromisos iguales pero de fondo está el silencio ensordecedor de los compromisos de políticos y candidatos, en sus propias campañas electorales sobre el tema.
Bastaría con poner apuestas en los “mercados libres” contra la aceptación de productos y servicios que no cumplan con ciertos estándares pero este, sabemos, es el muro en el que se rompe a menudo y con frecuencia la intolerancia de quienes se oponen, diciendo que iría en contra de la libre circulación de mercancías. En cambio, en realidad estamos cuestionando la libre circulación de los derechos y la vida.
Entre todas las infracciones, una de las más graves es la de la relación con proveedores de materias primas.
De hecho, ninguna de las empresas multinacionales examinadas ha suspendido sus relaciones con quienes continúan violando los derechos básicos de las comunidades y abasteciéndose de productores que provocan la deforestación.
Además, ningún banco o empresa bajo análisis ha solicitado a sus proveedores, clientes e inversionistas prueba del cumplimiento del derecho al consentimiento libre, previo e informado (CLPI).
Se recuerda que el Consentimiento Libre, Previo e Informado (CLPI) tiene por objeto establecer la participación y consulta desde abajo de una población indígena antes del inicio del desarrollo sobre la tierra ancestral o el uso de los recursos en el territorio de una población indígena. En resumen, el CLPI es un derecho específico que pertenece a los pueblos indígenas y está reconocido en la Declaración de las Naciones Unidas sobre los Derechos de los Pueblos Indígenas (DNUDPI). Les permite dar o negar el consentimiento a un proyecto que pueda ser de su interés o de sus territorios. Pero todo esto parece no interesar ni al financiamiento ni a los actos concretos de los grandes partidos (de cualquier origen y orientación).
El resultado es que, hasta la fecha, ningún banco o empresa ha revelado los procedimientos que utilizaría para garantizar el respeto de los derechos de los pueblos indígenas y las comunidades locales a decir no al desarrollo en sus tierras.
De hecho, es evidente que, muchas veces, lo que hace poco confiables las declaraciones y compromisos para eliminar la deforestación es la ausencia de mecanismos de verificación independientes y creíbles que garanticen el cumplimiento de las políticas del NDPE (No Deforestación, No Turba y No Explotación: ninguna deforestación). , sin drenaje de turberas y sin explotación). Agregue a esto la consideración de que las empresas no pueden identificar las fuentes de todas las materias primas que compran.
Sin entrar en más análisis y datos, es evidente que se necesita un control y verificación concretos (a través de verdaderos sistemas de certificación, que deberían ser obligatorios) de este insípido criterio del libre mercado que no tiene nada que ver con otra cosa que volverlo irresponsable y procesos, sistemas, empresas y finanzas irresponsables e incontrolables.
Y así, aunque ha habido algunas mejoras en la trazabilidad y divulgación de las listas de proveedores durante el año pasado, se necesita una mayor transparencia para comprender el alcance total del impacto que cada empresa tiene en las cadenas de suministro de aceite de palma, pulpa y papel, carne de res y soja, para nombrar unos pocos.
A esto hay que añadir que esta batalla, que ahora es una guerra global, se gana cambiando también los modelos productivos demasiado desligados de los sistemas humanos y ecológicos. Economía Circular, Agroecología, Energías Renovables Democráticas, son algunos de los aspectos que las Agendas de los Gobiernos y las actividades de las Autoridades Locales deben poner en la agenda.
Se necesita una ecología integral sin la cual, pasado el 2030, se iniciará el descenso progresivo hacia la aniquilación de esta civilización, arrastrando consigo el clima, el medio ambiente, las finanzas y las multinacionales.
No queremos seguir este descenso y creemos firmemente en la conciencia de una civilización, aún demasiado dormida, que no considera que cuando compra cualquier bien y servicio se convierte en Política.

Guido Bissanti

Fonte foto:
https://www.ran.org/





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