Se muore il suolo scompare la nostra civiltà

Se muore il suolo scompare la nostra civiltà

In tutto il mondo, pur con le dovute differenze e peculiarità, i suoli agricoli stanno subendo un degrado senza precedenti, non solo in termini qualitativi (perdita di fertilità) ma anche in quelli quantitativi (perdita di matrice) e dinamici (velocità del processo).
Questo fenomeno, noto anche in antiche civiltà, sta progredendo però, ai giorni nostri, con una velocità e modalità senza precedenti. Basti pensare che, solo in Sicilia, il 74,7 % dei suoli è in stato avanzato di desertificazione (tra critico 1, 2 e 3).
Il fenomeno è complesso ma alla base ed in comune c’è il modello di sfruttamento delle terre sia per fini agricoli che per l’occupazione delle stesse per altri scopi (urbanistici, industriali, ecc.).
Quello che comunque preoccupa più di tutti è il rapporto tra modello agricolo attuale e perdita della risorsa suolo; un modello che viene condotto con processi ecologici molto distanti da quelli naturali e che, pertanto, crea una notevole interferenza sulle capacità rigenerative dei sistemi agricoli (e collateralmente di quelli naturali). Ricordiamo qui che i sistemi agricoli sono sistemi dissipativi* che per poter mantenere la propria capacità produttiva nel lungo periodo hanno bisogno di un perfetto equilibrio tra gli input in entrata e quelli in uscita.
Si tratta di concetti, purtroppo, poco o male studiati nelle scienze agronomiche e meno analizzati nelle politiche agricole degli ultimi decenni che hanno guardato al modello agroalimentare come un sistema lineare inesauribile, contravvenendo alle più elementari leggi della fisica, della termodinamica e dell’ecologia.
Il risultato adesso è estremamente allarmante perché la perdita di suolo è solo uno dei tanti fattori: tutti tra di loro connessi. Perdita di biodiversità (naturale ed agricola), deforestazioni, erosione delle risorse non rinnovabili (su tutte acqua e fertilizzanti), aumento dei costi di produzione, e così via, sono effetti di una causa tanto nota quanto poco, o per nulla, affrontata nella sua complessità.
Sotto accusa, ovviamente, più fattori, ma ce ne uno su tutti che poi in gran parte li accomuna.
Nella produzione di cibo abbiamo cambiato le biocenosi, i loro equilibri e le loro relazioni. Questa nuova condizione ha portato al cambio di rapporto tra alcune specie (come per es. negli insetti o nelle piante non coltivate) ed a conseguenti proliferazioni di popolazioni (che definiamo col termine poco scientifico di infestazioni). Per ovviare a queste infestazioni si interviene poi con vari prodotti di sintesi (fitofarmaci, diserbanti, ecc.) aggravando ancora di più il delicato equilibrio ecosistemico.
Al centro delle responsabilità (anche se non l’unica) c’è ovviamente un modello di produzione del cibo che, come detto, è vetusto, e che col suo diffondersi ha ridotto considerevolmente la biodiversità planetaria ma anche la diversità alimentare se si pensa che oggi nel mondo ci nutriamo di pochissime specie e, spesso, con una bassa variabilità genetica all’interno delle stesse.
Queste informazioni ci pervengono anche da uno rapporto diffuso nel 2019 dalla FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, nello State of the World’s Biodiversity for Food and Agriculture; il rapporto, basato sui dati raccolti in 91 diversi Paesi, ha fatto il punto sulla diversità di piante, animali e altri organismi (selvatici o addomesticati) che forniscono all’uomo cibo, fibre e carburante.
Il dato allarmante è che, nonostante si conoscano circa 6000 specie di vegetali coltivabili, quelle effettivamente usate nella produzione di cibo sono circa 200, e il 66% della produzione agricola globale è costituito da nove specie soltanto (canna da zucchero, riso, mais, frumento, patata, soia, il frutto della palma da olio, barbabietola da zucchero, manioca). Non va diversamente per le proteine animali: se le specie principalmente allevate sono una quarantina, sono poche quelle sulle quali contiamo per la carne, il latte e le uova.
Per concludere, è evidente che l’errata organizzazione ecologica di buona parte delle aziende del pianeta ha provocato un effetto domino, che ha causato una serie di ricadute ed un circolo vizioso dal quale non si esce se non si rifonda il sistema delle produzioni con sistemi più efficienti (da un punto di vista termodinamico e di rendimento energetico) come quello dell’Agroecologia.
In Europa la strategia Farm to Work del 2020 ha indicato questo percorso ma serve che in questa materia le agende dei vari Governi consentano alle leggi, alle proposte ed ai disegni di legge in materia Agroecologica una corsia privilegiata e preferenziale, insomma una procedura d’urgenza, che consenta il recepimento e l’applicazione di nuove norme e nuove visioni nel giro di poco tempo.
La biodiversità, sia a livello globale che locale, rappresenta infatti quella matrice che da solidità e stabilità alla vita sulla Terra.
Ecosistemi con maggiore grado di diversità sono in grado di affrontare maggiori avversità ed acquisiscono, inoltre, una maggiore capacità di dissipazione dell’energia captata (che in gran parte è quella solare) contribuendo, altresì, a mantenere più “fresco” il nostro pianeta.
La biodiversità è quindi anche la risposta degli ecosistemi per poter trasformare al meglio l’energia captata per renderla disponibile in forme e momenti differenti per i cosiddetti “servizi ecosistemici”.

Le premesse fin qui fatte servono, in maniera molto sintetica, a fugare ogni dubbio in materia, soprattutto tra coloro che ancora asseriscono che non esiste un legame tra riscaldamento globale (i cambiamenti climatici sono una relazione più complessa) e la perdita di biodiversità. Riscaldamento globale dovuto anche alle attività umane eccessivamente entropiche e che direttamente ed indirettamente incidono sulla biodiversità planetaria.
All’erosione del suolo corrisponde ovviamente (e purtroppo) la perdita di biodiversità, con dati inequivocabili (caso mai ce ne fosse bisogno) che ci pervengono da una ricerca condotta dal Botanic Gardens Conservation International, durata 5 anni, che ha mappato quasi 60.000 specie di piante in tutto il mondo.
Da questa ricerca, riportata nel rapporto State of World’s Trees, emerge sulla biodiversità un quadro allarmante.
Lo studio, effettuato in pieno campo, ha censito con esattezza 58.497 specie di piante.
Secondo lo State of World’s Trees, curato da Botanic Gardens Conservation International, si evidenzia un quadro dai contorni di un’emergenza globale che richiede azione immediata. Quasi un terzo delle specie di alberi esistenti è a rischio estinzione. In tutto sono 17.510, praticamente il doppio delle specie a rischio: mammiferi, uccelli , rettili, ecc., messi insieme. Come lo ha definito qualcuno: una caporetto della biodiversità.
Quello che preoccupa ancor di più è che il bilancio potrebbe anche essere più pesante. Secondo gli autori del rapporto un’ulteriore 7,1% di piante potrebbe essere a rischio, mentre in un caso su 5 i dati raccolti non sono sufficienti per decidere lo status di conservazione. Sempre secondo il rapporto solo il 41,5% (meno della metà) delle specie vegetali censite risulta al sicuro (per il momento).
La ricerca effettuata dagli autori si è poi addentrata non solo ai dati numerici ma anche alle cause.
L’interferenza maggiore della perdita del patrimonio della biodiversità viene (tanto per cambiare) dall’agricoltura che con il suo modello, applicato soprattutto dopo gli anni ’50 del secolo scorso, sottrae continuamente terreno per piantare spesso monocolture. Il secondo fattore in ordine di importanza è la deforestazione, seguita dall’allevamento. Tra tutte le cause il cambiamento climatico è solo al nono posto nella lista ma, come detto, questo è più effetto che causa.
I dati di questo importante e complesso studio ci dicono, inoltre, che la perdita di biodiversità è distribuita su tutti i continenti.
L’allarme viene però dalla considerazione che sono alcuni dei serbatoi di biodiversità più importanti a trovarsi in condizioni di degrado più preoccupanti. Su tutti il Brasile: delle 8.847 specie di piante censite, quelle a rischio sono 1.788: il 20%. Peggio, in proporzione, fanno solo Indonesia e Malesia (dove però le specie presenti sono quasi la metà di quelle del paese latinoamericano), rispettivamente con il 23 e il 24% delle specie minacciate. Le isole tropicali, poi, pagano un prezzo sproporzionatamente alto.
Lo studio conclude poi le sue analisi con valutazioni di merito affermando che sussiste il timore fondato che l’estinzione di alcune specie chiave possa innescare un processo a catena, un effetto domino, capace di far collassare interi ecosistemi.
Tra l’altro non è sempre facile individuare quali conseguenze derivano dalla perdita di una specie. Anzi, le previsioni in sistemi così complessi e non lineari è pressoché impossibile.
Infine il Botanic Gardens Conservation International individua delle possibili soluzioni.
Queste vanno dalla necessità di espandere le aree protette, in modo da salvaguardare il maggior numero di specie possibili, al conservare le specie più a rischio in giardini botanici o nelle banche del seme, e garantire più fondi per le attività globali di conservazione.
Ma il focus centrale della questione è che bisogna cambiare repentinamente (non c’è più tempo per i se e per i ma) il modello agroalimentare.
L’espansione del modello agricolo intensivo è, infatti, il principale motore della deforestazione e della conseguente perdita di biodiversità agricola e forestale. Inoltre il sistema delle specializzazioni agricole produce sistemi commerciali altamente concentrati in grandi strutture.
Ritornando quindi alla perdita di suolo e della sua fertilità che, come visto, fa parte di un più complesso problema, la questione non è solo ecologica ma, in maniera correlata, tecnica e politica. Il degrado del suolo mette a rischio la salute, i mezzi di sussistenza e la sicurezza di moltissime persone.
Infatti il degrado del suolo (da analizzare come detto unitamente agli altri fenomeni ecologici) sta avvenendo a un ritmo allarmante, contribuendo a un drammatico declino della produttività delle terre coltivate e dei pascoli in tutto il mondo.
In tal senso l’UNCCD utilizza un sistema combinato di tre sub-indicatori per valutare tale perdita: la copertura del suolo e suoi cambiamenti nel tempo, la produttività del suolo, il contenuto in carbonio organico (Soil Organic Carbon, SOC), suggerendo comunque la possibilità di integrare altri sotto indicatori specifici a livello di singolo Paese.
Tutti questi indicatori e l’elaborazione di questi dati portano ad una sola conclusione:
– i fattori principali di questo declino sono da ricercarsi in particolare nelle pratiche di agricoltura intensiva che l’uomo ha perpetuato insistentemente sui terreni negli ultimi decenni, tra le quali l’utilizzo indiscriminato di macchinari agricoli sempre più pesanti, che compattano la terra inibendo l’attività dei microrganismi. A questo si uniscono i disboscamenti e l’uso dei fertilizzanti, che hanno reso il suolo sempre più inerte, vulnerabile e soggetto all’erosione, che in alcune zone supera le dieci tonnellate per ettaro all’anno.
– gli effetti negativi di questo degrado si estendono anche ai raccolti. Oggi, infatti, assistiamo all’impoverimento delle proprietà nutrizionali degli alimenti che mangiamo, poiché queste ultime sono strettamente connesse alla qualità del terreno di coltivazione.
La soluzione a tutto questo, che piaccia o no, è quella di implementare rapidamente (con gli ovvii tempi di attivazione politica, amministrativa, delle maestranze e dei cambiamenti organizzativi) il sistema dissipativo agricolo, da quello lineare a quello circolare; dall’agricoltura intensiva (che contrariamente a quanto si dice è quella che ha la produttività primaria** minore) a quella agroecologica (che è quella a più alta efficienza energetica e quindi con produttività primaria maggiore).
È proprio per far fronte a questo scenario che l’agricoltura deve divenire in grado di rigenerare la fertilità alle terre agricole.
Per fare questo bisogna cambiare completamente i sistemi produttivi, l’utilizzo degli input esterni, il sistema delle consociazioni, il rapporto con gli eterotrofi (diverso modello zootecnico), il raccordo e le distanze tra produzione e consumo, gli scenari commerciali odierni e i loro criteri di mercato, l’intero impianto delle politiche agricole e quindi della PAC.
Bisogna investire soprattutto verso una nuova consapevolezza e conoscenza degli agricoltori e tecnici, fortemente ancorati ad un vecchio modello economico e produttivo che nega l’essenza stessa delle leggi della fisica e quindi dell’ecologia e dell’economia, e con esse, della Vita.
Chiariamo altresì che è un percorso lungo, in cui incontreremo grandi resistenze e critiche perché la cosa più difficile che sa fare l’umanità è quella di assimilare cambiamenti così complessi in poco tempo ma non c’è altra strada.

Guido Bissanti

* Per sistema dissipativo si intende un sistema termodinamicamente aperto che lavora in uno stato lontano dall’equilibrio termodinamico scambiando con l’ambiente energia, materia e/o entropia. I sistemi dissipativi sono caratterizzati dalla formazione spontanea di anisotropia, ossia di strutture ordinate e complesse, a volte caotiche. Questi sistemi, quando attraversati da flussi crescenti di energia, materia e informazione, possono anche evolvere e, passando attraverso fasi di instabilità, aumentare la complessità della propria struttura (ovvero l’ordine) diminuendo la propria entropia (neghentropia).
Questo termine fu coniato dal premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine alla fine degli anni ’60. Il merito di Prigogine fu quello di portare l’attenzione degli scienziati verso il legame tra ordine e dissipazione di entropia, discostando lo sguardo dalle situazioni statiche e di equilibrio, generalmente studiate fino ad allora, e contribuendo in maniera fondamentale alla nascita di quella che oggi viene chiamata epistemologia della complessità che è la base dello studio dell’ecologia.

** La produttività primaria di un ecosistema è definita come la velocità alla quale l’energia solare viene trasformata dalla fotosintesi clorofilliana in sostanza organica.
Si definisce:
– produttività primaria lorda (PPL), la velocità totale di fotosintesi (detta perciò anche fotosintesi totale);
– produttività primaria netta (PPN), la velocità di immagazzinamento della materia organica prodotta, al netto di quella usata dalla pianta per vivere;
– produttività netta della comunità (PNC) è la velocità di immagazzinamento della materia organica non utilizzata dagli animali erbivori e carnivori;
– produttività secondaria (PS) è la velocità di immagazzinamento della materia organica per fini energetici da parte dei consumatori (cioè gli organismi eterotrofi, incapaci di effettuare la fotosintesi).




Un pensiero su “Se muore il suolo scompare la nostra civiltà

  • 7 maggio 2022 in 15:53
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    È sempre un piacere leggere i tuoi articoli e comprendere che le soluzioni ai problemi che hai evidenziato ci sono, occorre la buona volontà dei nostri politici per metterle in atto.

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