Non solo Api

Non solo Api

Che la popolazione di api di tutto il mondo sia in diminuzione è oramai cosa accertata da molti studi e ricerche, soprattutto in relazione all’uso di alcuni biocidi come i neonicotinoidi.
Tra l’altro uno studio pubblicato sulla rivista One Earth ha confermato che negli ultimi decenni il numero di specie di api rilevato in natura è diminuito a livello globale. Il calo più brusco è avvenuto tra il 2006 e il 2015, con circa il 25% di specie individuate in meno.
Lo studio mostra un calo nelle rilevazioni delle specie in tutti i continenti ad eccezione dell’Australia dove, comunque, c’è una carenza comparativa.
Ma quali sono le cause di questo fenomeno?
Le risultanze sintetiche dello studio sono che, durante la seconda metà dello scorso secolo, un boom agricolo globale e modelli di produzione poco ortodossi hanno portato alla perdita di habitat e al diffuso utilizzo di biocidi che ha sterminato molte delle piante su cui le api facevano affidamento per il proprio nutrimento. In più, l’aumento delle temperature ha costretto alcune specie di api a lasciare il proprio areale nativo o le ha addirittura uccise.
Ulteriore causa di questo declino è stata l’introduzione di api alloctone, per l’impollinazione di particolari colture agricole, con la conseguente possibile introduzione anche di relativi patogeni, e di “pandemie tra gli insetti”.
Fin qui tutto già abbastanza noto, tanto che negli ultimi tempi anche l’opinione pubblica più distratta è a conoscenza degli effetti pericolosi della diminuzione delle api.
Ricordiamo che le api provvedono all’importante funzione impollinatrice di molte specie, delle quali una grande percentuale è rappresentata da specie agricole.
Come al solito però, come succede per molte questioni legate alle moderne tematiche ambientali ed ecologiche, spesso si rappresenta un problema tralasciando lo scenario più grande e complesso e, per certi versi, molto più inquietante.
Il grande crollo delle popolazione di questa specie di insetti (Apis, Linnaeus, 1758) o di altri imenotteri, come quelli della Famiglia degli Halictidae, dove il decremento ha raggiunto per lacune specie il 41 %, non è un fatto né isolato né raro.
Siamo di fronte ad un fenomeno generalizzato che gli entomologi hanno battezzato con il termine di «fenomeno del parabrezza». Ovvero una progressiva scomparsa degli insetti registrata attraverso la netta diminuzione, innanzitutto nei mesi estivi, degli insetti che si appiccicano sul parabrezza dell’auto. Questo sterminio marcia a un ritmo annuale, secondo gli studi pubblicati su Biological Conservation, del 2,5 per cento, ma si tratta di un numero assolutamente approssimativo. Il 40 per cento delle specie di insetti conosciute è in costante declino, un terzo delle specie è in grave pericolo. E non a caso nell’Agenda 2030 dell’Onu per lo Sviluppo sostenibile, come goal numero 15 compare l’obiettivo di «Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre».
Nel dettaglio, nel 2014, la rivista Science ha cercato di quantificare il calo calcolando una sintesi dei risultati di diversi studi scientifici già conclusi: il risultato, per alcune specie monitorate, è stato di un crollo del 45 per cento. Ricerche più specifiche e circoscritte hanno dato numeri ancora più allarmanti. Per esempio, la quantità degli insetti volanti nelle riserve naturali tedesche si è ridotta del 75 per cento nell’ultimo quarto di secolo. Negli ultimi vent’anni la popolazione delle farfalle monarca negli Stati Uniti è diminuita del 90 per cento, con una perdita di circa 900 milioni di esemplari. In Inghilterra il 58 per cento delle farfalle nei campi coltivati sono scomparse in meno di dieci anni, dal 2.000 al 2009.

Ricordiamo, a tal proposito, che molte delle 20.000 specie di insetti esistenti impollinano l’85% delle colture alimentari e frutticole di tutto il mondo: tutto, dall’aglio al pompelmo, dal caffè al cavolo.
Non solo, gli insetti svolgono molteplici funzioni: dalla fertilità dei suoli, con la loro attività e l’apporto di sostanza organica, a importante fonte di cibo per molte specie di animali, come uccelli, rane, lucertole, scoiattoli, volpi, pipistrelli.
Guarda caso, nell’ultimo mezzo secolo il numero di uccelli presenti in Europa, Canada e negli Stati Uniti è diminuito di 3 miliardi, con una perdita di esemplari pari al 29%. Questo dato ci proviene, tra gli altri, da un altro contributo scientifico apparso nel 2019 sulla rivista specializzata Science.
Gli autori dello studio hanno esaminato i dati relativi a 529 specie di uccelli, pari ad oltre il 90% dell’intera popolazione di uccelli della zona, attingendo ai censimenti effettuati negli ultimi decenni dal North American Breeding Bird Survey, dall’International Shorebird Survey e dal Christmas Bird Count di Audubon.
Gli scienziati si aspettavano che nel corso delle ultime decadi fossero diminuite le popolazioni delle specie più rare, ma che tali perdite fossero compensate dall’aumento di esemplari comuni tra cui rientrano passeri, fringuelli, pettirossi e merli, più resistenti rispetto alle specie rare.
In realtà il team di ricercatori ha scoperto che tra le 31 specie di uccelli più comuni dal 1970 sono scomparsi 700 milioni di adulti, registrando una perdita di esemplari pari al 53%, tanto da fare affermare che: “Quando perdi una specie comune, l’impatto è molto più grave sull’ecosistema”, così ha commentato Gerardo Ceballos, ecologo e biologo della conservazione presso la National Autonomous University of Mexico.
Lo stesso ragionamento e dati molto simili si stanno riscontrando sulla maggior parte di specie sia terrestri che marine portando ad un solo responso: stiamo distruggendo ad una velocità impressionante (per i tempi geologici ed ecologici) la biodiversità planetaria che, come le cellule di un grande organismo vivente, è perfettamente e totalmente interconnessa e dipendente.
Sotto accusa, ovviamente più fattori, ma ce ne uno su tutti che poi in gran parte li accomuna.
Nella produzione di cibo abbiamo cambiato le biocenosi*, i loro equilibri e le loro relazioni. Questa nuova condizione ha portato al cambio di rapporto tra alcune specie (come per es. negli insetti o nelle piante non coltivate) ed a conseguenti proliferazioni di popolazioni (che definiamo col termine poco scientifico di infestazioni). Per ovviare a queste infestazioni si interviene poi con vari biocidi (fitofarmaci, diserbanti, ecc.) aggravando ancora di più il delicato equilibrio ecosistemico.
Al centro delle responsabilità (anche se non l’unica) c’è ovviamente un modello di produzione del cibo che è vetusto, e che col suo diffondersi ha ridotto considerevolmente la biodiversità planetaria ma anche la diversità alimentare se si pensa che oggi nel mondo ci nutriamo di pochissime specie e, spesso con una bassa variabilità genetica all’interno delle stesse.
Queste informazioni ci vengono anche da uno rapporto diffuso nel 2019 dalla FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, nello State of the World’s Biodiversity for Food and Agriculture; il rapporto, basato sui dati raccolti in 91 diversi Paesi, ha fatto il punto sulla diversità di piante, animali e altri organismi (selvatici o addomesticati) che forniscono all’uomo cibo, fibre e carburante.
Il dato allarmante è che, nonostante si conoscano circa 6000 specie di vegetali coltivabili, quelle effettivamente usate nella produzione di cibo sono circa 200, e il 66% della produzione agricola globale è costituito da nove specie soltanto (canna da zucchero, riso, mais, frumento, patata, soia, il frutto della palma da olio, barbabietola da zucchero, manioca). Non va diversamente per le proteine animali: se le specie principalmente allevate sono una quarantina, sono poche quelle sulle quali contiamo per la carne, il latte e le uova.
Per concludere, è evidente che l’errata organizzazione ecologica di buona parte delle aziende del pianeta ha provocato un effetto domino, causa di una serie di ricadute e di un circolo vizioso dal quale non si esce se non si rifonda il sistema delle produzioni con sistemi più efficienti (da un punto di vista termodinamico e di rendimento energetico) come quello dell’Agroecologia.
In Europa il Farm to Work del 2020 ha indicato questo percorso ma serve che in questa materia le agende dei vari Governi consentano ai disegni di legge in materia Agroecologica una corsia privilegiata e preferenziale, insomma una procedura d’urgenza, che consenta il recepimento e l’applicazione di nuove norme e nuove visioni nel giro di pochi mesi.
Ogni mese perduto è un passo falso verso un baratro da cui rischiamo di non uscire più.

Guido Bissanti

* In ecologia il termine biocenosi (o comunità) deriva dalle parole di lingua greca βίος (bíos = vita) e κοινός (koinós = comune) ed indica la comunità delle specie di un ecosistema che vive in un determinato ambiente, o, meglio, in un determinato biotopo (dal greco βίος = vita e τόπος = luogo), cioè un’area in cui le condizioni fisico-chimiche ed ambientali sono costanti. Il biotopo, per le sue caratteristiche, può essere definito come l’unità fondamentale dell’ambiente. L’ecosistema è formato quindi da biocenosi e da biotopo.

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