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Gli antichi Romani e l’agricoltura

Nell’antica Roma l’agricoltura, col tempo, era diventata uno stile di vita.
Questo passaggio fu ovviamente graduale e ce lo testimonia Ovidio nei Fasti:
“Cerere fu la prima a migliorare la nutrizione dell’uomo, sostituendo le ghiande con cibo migliore.”
Sembra infatti che i primi Romani si nutrissero di una farina di ghiande, il cibo più abbondante, visto che a Roma abbondavano i querceti, finché per consiglio divino (siamo in era matriarcale e le sacerdotesse consigliavano per ispirazione e oracoli), decisero di coltivare i cereali fino ad allora allo stato selvatico.
Il farro fu il cereale più usato ma Cerere (latino: Cere, da cui deriva il termine cereale) teneva in mano un fascio di spighe di grano, e così la Dea Opi, per cui di sicuro fu coltivato da subito, ma solo successivamente si capì che era il cereale più nutriente e sano.
Cicerone considerava l’agricoltura come la migliore fra le occupazioni romane. Nel suo trattato Sui doveri, dichiarava che: ‘fra le occupazioni nelle quali il guadagno è assicurato, nessuna è migliore dell’agricoltura, né più proficua, né più piacevole, né più consone all’uomo libero.’ Quando uno dei suoi clienti fu deriso nella corte per aver preferito uno stile di vita rurale, Cicerone difese la vita di campagna come ‘maestra di economia, operosità e giustizia’ (parsimonia, diligentia, iustitia).
Si ricorda inoltre che Catone, Columella, Varrone e Palladio scrissero manuali sull’attività agricola.
La coltivazione di base nell’antica Roma era il grano e il pane era la’limento fondamentale di ogni tavola romana.
Nel suo trattato De agricultura (“Sull’agricoltura”, II secolo a.C.), Catone scrisse che la produzione migliore era il vigneto, seguito da: un giardino irrigato, una piantagione di salici, un uliveto, un pascolo, un campo di grano, alberi da foresta, un vitigno sostenuto da alberi, e infine un bosco di alberi da ghianda.
Nonostante Roma si appoggiasse alle risorse prodotte delle sue molte province ottenute con guerre e conquiste, i Romani più ricchi svilupparono le terre in Italia per produrre una varietà di prodotti. “La popolazione della città di Roma costituiva un grande mercato per l’acquisto degli alimenti prodotti nelle aziende agricole italiche”.

La proprietà terriera –
La proprietà della terra era un fattore determinante nella distinzione fra l’aristocrazia e la plebe, e più terra possedeva un romano, più sarebbe stato importante nella città. I soldati erano spesso ricompensati con terreni dai comandanti sotto i quali servivano. Nonostante le aziende agricole dipendessero dal lavoro servile, uomini liberi e cittadini venivano assunti per supervisionare gli schiavi e assicurare che l’azienda funzionasse agevolmente.
La Roma arcaica era fondata sulla piccola proprietà terriera. Secondo la tradizione Romolo aveva assegnato a ogni cittadino un appezzamento di due iugeri (mezzo ettaro); in seguito la terra assegnata al soldato romano fu di sette iugeri.
Quando Roma iniziò a conquistare terre oltre confine, queste diventarono “agro pubblico”.
Una parte di questi terreni veniva divisa in centurie e assegnate ai soldati per garantirgli la sussistenza. Altri terreni venivano affittati a privati che li coltivavano trasmettendoli pure in eredità, ma la proprietà restava statale. Da agro e cultura deriva la parola Agricoltura.
Naturalmente i comandanti militari, fino a Cesare solo aristocratici, ebbero le terre più vaste, che potevano far lavorare da coloni e da schiavi.
I Senatori romani non potevano essere commercianti, categoria riservata agli equites, che importavano ed esportavano merci oltre confine, per cui gli unici loro investimenti erano sulle terre, sperando così di limitare la loro brama di ricchezze. Ma naturalmente questa brama non fu placata nemmeno dalle leggi.
Infatti dopo le guerre puniche i Senatori aggirarono con vari artifici la legge che vietava di occupare più di 500 iugeri (100 ettari) di agro pubblico, acquistando i latifondi, cioè territori agricoli enormi, coltivati da schiavi.
Con la legge agraria del 111 a.c. l’agro pubblico divenne privato, diventando una vera rendita per i proprietari ormai latifondisti. Le ville rustiche si trasformarono così in sfarzose ville suburbane, e i campi si trasformarono in grandi pascoli con mandrie o greggi da affidare a schiavi-pastori, che le guidassero nella transumanza verso l’Adriatico o il Tirreno.
Durante il V secolo a.C., le terre erano divise in piccoli appezzamenti a conduzione familiare. I Greci del periodo, però, avevano iniziato ad usare la rotazione delle colture e ad avere grandi tenute. I contatti romani con Cartagine, la Grecia e l’est ellenistico, migliorarono i metodi dell’agricoltura romana, che raggiunse il suo apice in produzione ed efficienza fra l’età tarda della repubblica e l’inizio dell’impero Romano.
Si sa che la dimensione delle aziende agricole a Roma poteva essere divisa in tre categorie. Le piccole proprietà terriere potevano avere da 18 a 108 iugeri, dove uno iugero equivaleva a circa 0.65 acri o ad un quarto di ettaro. Le medie proprietà avevano dagli 80 ai 500 iugeri. Le grandi proprietà terriere (chiamate latifondi) avevano oltre 500 iugeri.
Nell’epoca della tarda repubblica, il numero di latifondi aumentò. I romani benestanti compravano la terra ai contadini della plebe che non riuscivano più a guadagnarsi da vivere; infatti, dal 200 a.C., le Guerre Puniche chiamarono alle armi i contadini plebei per lunghi periodi di tempo.

Le tecniche agricole –
“Non finisco di meravigliarmi del fatto che delle altre arti meno necessarie alla vita, si trovano dei maestri, mentre non si trovano né maestri né discepoli della scienza dei campi” (Columella).
Dobbiamo soprattutto a Plinio il Vecchio le specificazioni su tutte le notizie riguardanti l’attività contadina e pastorale, ma pure a Catone il Censore, a Varrone e a Columella.
Durante il periodo romano nacque così il primo trattato di agricoltura “De agri cultura” del 160 a.c., di Marco Porcio Catone, in cui il contadino viene esaltato come condizione sociale:
“Dagli agricoltori, invece, nascono uomini fortissimi e soldati valorosissimi, e il loro guadagno è giusto e al riparo da ogni insicurezza, nulla ha di odioso; e coloro che si dedicano all’agricoltura non sono tratti a cattivi pensieri.” Il libro è un trattato di agricoltura, e un investimento per il proprietario terriero se segue i giusti canoni, unito a un dettagliato ricettario.
Il centro della grande proprietà era costituita dalla villa rustica che aveva una parte padronale e una parte rustica, per agli alloggi degli schiavi e il magazzino degli attrezzi. Riguardo alle colture, Catone mise al primo posto il vigneto, poi l’orto, il saliceto per legare le viti, l’uliveto, il prato per il bestiame, la coltura seminata, il bosco ceduo e il bosco a ghiande.
La manodopera doveva essere di schiavi, in squadre controllate da un maschio e una femmina, schiavi anch’essi, che fungevano da fattore.
Il vigneto doveva essere di circa 100 iugeri (20 ettari), lavorati da 16 schiavi, cioè dai due fattori, dieci braccianti, un aratore o bifolco, un asinaio, un addetto al saliceto (o legatore di viti) e un porcaro.
La coltivazione principale però era quella dei cereali: grano, farro, orzo, sui quali si basava l’alimentazione di uomini e cavalli. Mentre l’antico nutrimento romano era il farro, in età repubblicana e soprattutto imperiale si spostò sul frumento, molto più nutriente e salutare.
L’uliveto raccomandato era di 240 iugeri (48 ettari), lavorato da 13 schiavi, per la produzione del l’olio la cui vendita, come quella del vino, era molto redditizia. Si spremevano le olive in contenitori di pietra, pestando con mazze e bastoni.
Verso il 40 a.c. Lucio Giunio Moderato Columella scrisse “De re rustica”, descrivendo in qualità di fattore gli esperimenti di suo zio sull’incrocio degli animali da allevamento, e dando consigli pratici sull’agricoltura. Scrisse anche un trattato sugli alberi: “De arboribus”.
Quasi contemporaneamente Marco Terenzio Varrone scrisse un’altra “De re rustica”, con consigli vari su come amministrare i piccoli e i grandi fondi terrieri, sulla pastorizia e sugli animali che si potevano allevare con soddisfazione nelle Ville suburbane.
Cesare stabilì che 1/3 dei pastori, fino ad allora schiavi, doveva essere di uomini liberi e quindi pagati, così i contratti lavorativi migliorarono per i contadini. I coloni, che usavano il forno e il mulino, si rendevano disponibili nei periodi dell’anno di maggior lavoro, ma per il resto lavoravano per se stessi.
Per il raccolto però le cose peggiorarono, tanto che si decise di limitare l’agro destinato a pascolo e a vigneti, perché i cereali erano insufficienti e dovevano essere importati, quando già lo stato ne elargiva tanto per la popolazione nullatenente. Ogni anno infatti Roma donava ai cittadini non proprietari di beni immobili, il grano annuale per la sopravvivenza.
I Romani migliorarono la crescita del grano innaffiando le piante con l’utilizzo degli acquedotti ed esistono prove sempre maggiori che parte del processo era meccanizzato. Per esempio, ci fu un ampio utilizzo di mulini in Gallia e a Roma per trasformare il grano in farina. I resti più impressionanti ancora esistenti si trovano a Barbegal, nel sud della Francia, vicino ad Arles. Sedici mulini ad acqua divisi in due colonne venivano nutriti dall’acquedotto principale di Arles, nel quale l’efflusso d’acqua del primo riforniva il successivo della serie. I mulini apparentemente operarono dalla fine del primo secolo d.C. fino alla fine del III secolo. La portata dei mulini è stata stimata attorno alle 4.5 tonnellate di farina giornaliere, sufficienti a rifornire di pane i 12 500 abitanti che occupavano la città di Arelate a quel tempo.
La ruota idraulica verticale era ben conosciuta ai Romani, descritta da Vitruvio nel suo De Architectura del 25 a.C., e menzionata da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia del 77 d.C. Esistono anche riferimenti successivi a mulini ad acqua galleggianti da Bisanzio e di segherie sul fiume Moselle da parte del poeta Ausonio. L’uso di mulini ad acqua sequenziali fu largamente utilizzato nelle miniere romane.
Ci sono evidenze dirette da bassorilievi sull’utilizzo di una qualche tipo di mietitura automatica nella raccolta di grano maturo. Si crede che o i Romani o i Celti prima di loro, inventarono la mietitrice meccanica o meglio una sua rudimentale antesignana, che tagliava o strappava le spighe lasciando il gambo a terra, ed era spinta da buoi o cavalli. Plinio il vecchio menziona questo congegno nella Naturalis Historia XVIII, 296. La macchina era stata dimenticato nel Medioevo, quando si ritornò all’utilizzo di falci e falcetto per i raccolti.
Ma nell’antica Roma non si coltivava, ovviamente solo grano e cereali; trovavano spazio altre coltivazioni che, spesso, erano anche legate alla disponibilità di acqua.
Era molto praticata nel mondo antico, l’orticoltura anche se su più limitate superfici lavorate; questa richiedeva, ovviamente, una maggiore richiesta di irrigazione (con acque fluenti o di pozzo/cisterna) e di lavorazione, a zappa e a mano, e non ad aratro (zappatura, diserbo), per necessità di concimazione (con cenere, sterco d’asino, guano colombino), perché non richiedevano riposi biennali (maggese), bastando a mantenere la fertilità del suolo l’alternanza delle colture sulle singole parcelle. Gli antichi del resto conoscevano e sfruttavano le potenzialità fertilizzanti delle leguminose, che consentivano una rotazione delle colture anche su campi aperti.
Accanto alla coltivazione orticola, varietà selvatiche delle specie coltivate (bulbi come gli odierni lampasciuni), e specie non coltivate (asfodelo, scorzonera), erano correntemente oggetto di raccolta.
Presso le classi più povere e i piccoli proprietari, l’orticoltura rimpiazzava i cereali: un appezzamento di mezzo ettaro non poteva sostenere l’onere del bove per l’aratura. Pertanto i legumi con il loro grande valore proteico e calorico, potevano rimpiazzare in parte i cereali.
Il vantaggio dell’orto rispetto al campo era anche quello del poter cogliere subito i frutti, lungo le varie stagioni, di prodotti che non richiedevano trebbiatura, macinatura, torchiatura ecc.. I prodotti dell’orto richiedevano solo bollitura o tostatura, e nel caso di insalate, cipolle e cetrioli, si mangiavano crudi.
Per quanto riguarda l’arboricoltura questa era soprattutto olivicoltura e viticoltura, e poi gli alberi da frutto che fruttificavano spontaneamente e non richiedevano lavoro.
La coltura dell’olivo fu importata a Roma dalla Grecia, attraverso le colonie della Magna Grecia. In Italia erano diffuse specie di olivi selvatici (oleastri), cui vennero applicate le pratiche di innesto per renderli fruttiferi.
Mentre l’olivicoltura non richiedeva un grande investimento lavorativo, perché bastava la potatura, la coltura della vite, era molto più complessa. Non solo di doveva curare la pianta e raccogliere l’uva, ma si doveva poi trasformare l’uva in vino, molto più complesso che trasformare le olive in olio. Inoltre, il vino, una volta maturato, facilmente diventava aceto, se non veniva accuratamente trattato.
Sia la viticoltura che l’olivicoltura non solo si provvedeva il consumo italico, ma si esportava anche su lunghe distanze. Infatti essendo il luogo molto adatto alla coltivazione anche per la forte presenza vulcanica, allora come oggi, i prodotti italici erano particolarmente pregiati e apprezzati.
In campo zootecnico le mucche provvedevano al latte, mentre i buoi e gli asini eseguivano il lavoro pesante nell’azienda agricola. Il latte delle pecore e capre era utilizzato nella produzione di formaggi, mentre le loro pelli erano considerate di valore. I cavalli non erano utilizzati per la maggior parte nell’agricoltura, ma usati dai ricchi nelle corse o nelle guerre. La produzione di zucchero si concentrò sull’apicoltura, mentre alcuni Romani allevarono lumache come vivanda di lusso.

La conduzione fondiaria –
I Romani utilizzavano quattro metodi di conduzione dei terreni agricoli:
– lavoro diretto eseguito dal proprietario e dalla sua famiglia;
– terreno affittato a terzi o mezzadria, che consisteva nella divisione dei prodotti fra il proprietario e il mezzadro;
– lavoro eseguito da schiavi posseduti da aristocratici e sottoposti ad un continuo supervisionamento;
– altri arrangiamenti in cui la terra era ceduta in affitto ad un contadino.
A tal proposito Catone il Vecchio (conosciuto anche come Catone il Censore) fu politico e uomo di stato della seconda metà dell’età repubblicana romana e descrisse il suo punto di vista su come dovesse essere condotto un lotto di terra di 100 iugeri. Sostenne che una tale azienda agricola dovesse avere: “un caposquadra, la moglie del caposquadra, dieci braccianti, un conducente di buoi, un conducente di asini, un uomo in carica del boschetto di salici, un porcaro, per un totale di sedici persone; due buoi, due asini per il trasporto dei carri, un asino per il lavoro nel mulino.” Disse anche che una azienda agricola dovesse avere: “tre presse completamente equipaggiate, giare in cui raccogliere cinque vendemmie, per un ammontare di ottocento cullei, venti giare per il deposito degli scarti delle presse enologiche, altre venti per il grano, e coperture a parte per le giare, sei amphorae ricoperte per metà da fibre, quattro amphorae rivestite di fibre, due imbuti, tre colini di vimini, [e] tre colini da immergere nei fiori, dieci giare per [il trattamento] del succo d’uva…”
Nell’impero romano, una famiglia di 6 persone doveva coltivare 12 iugeri/ 3 ettari di terreno per riuscire a soddisfare il bisogno nutrizionale minimo (senza animali). Se la famiglia possedeva animali come aiuto per la coltivazione della terra, erano allora necessari 20 iugeri. Lo stesso ammontare era necessario per la sussistenza se il terreno era coltivato usando il metodo della mezzadria, come nell’Africa Proconsolare del II secolo d.C., nel qual caso un terzo del raccolto totale andava al proprietario come pagamento dell’affitto (vedi Lex Manciana).
Per quanto riguarda la manodopera la maggior parte del lavoro era svolta da servi e schiavi. Gli Schiavi erano la principale forza lavoro. Nella società romana, esistevano 3 metodi per ottenere uno schiavo. Il primo, e possibilmente il più comune, metodo per ottenere uno schiavo era di comprarne uno al mercato. Gli schiavi venivano comprati alle aste e comprati dai mercanti di schiavi o scambiati tra mercanti di schiavi. Un altro metodo nel quale gli schiavi venivano acquisiti era attraverso le conquisti in guerra. Come Keith Hopkins spiega nei suoi scritti, molti proprietari andavano in guerra e tornavano con dei prigionieri. Questi prigionieri venivano poi riportati in territorio romano e venivano poi venduti ad un altro cittadino o fatti lavorare nella fattoria di colui che gli aveva imprigionati. L’ultimo metodo per ottenere uno schiavo era attraverso la nascita: se una schiava dava alla nascita un bambino, quel bambino diveniva proprietà del proprietario di quella schiava. Schiavi erano relativamente facili da usare perché erano considerati proprietà; il loro trattamento dipendeva dall’umanità dei loro proprietari, che incontravano le esigenze dei loro schiavi con quello che volevano spendere, non quello che dovevano. I supervisori motivavano gli schiavi imponendo punizioni ed elargendo ricompense. ‘Se il supervisore si opponeva ai crimini, loro non gli avrebbero più fatti; se invece gli faceva permettere, il padrone non doveva lasciarlo andare impunito.’ nonostante la crudeltà totale nei confronti di schiavi fosse considerato un segno di cattivo carattere nella cultura romana, c’erano pochi limiti alle punizioni che un supervisore o proprietario di schiavi potevano infliggere.

Guido Bissanti





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The ancient Romans and agriculture

In ancient Rome, agriculture over time had become a way of life.
This transition was obviously gradual and Ovid testifies to it in the Fasti:
“Ceres was the first to improve human nutrition by replacing acorns with better food.”
In fact, it seems that the first Romans ate on acorn flour, the most abundant food, since oak woods abounded in Rome, until by divine advice (we are in the matriarchal era and the priestesses advised for inspiration and oracles), they decided to cultivate the cereals until then in the wild.
Spelled was the most used cereal but Ceres (Latin: Cere, from which the term cereal derives) held a bundle of ears of wheat in his hand, and so did the Goddess Opi, for which it was certainly cultivated immediately, but only later did it he realized it was the most nutritious and healthiest cereal.
Cicero considered agriculture to be the best of Roman occupations. In his treatise On duties, he declared that: ‘among the occupations in which the gain is assured, none is better than agriculture, neither more profitable, nor more pleasant, nor more suited to the free man.’ When one of his clients was mocked in court for preferring a rural lifestyle, Cicero defended country life as a ‘teacher of economics, industriousness and justice’ (thrift, diligentia, iustitia).
It is also remembered that Cato, Columella, Varro and Palladio wrote manuals on agricultural activity.
The basic cultivation in ancient Rome was wheat and bread was the basic food of every Roman table.
In his treatise De agricultura (“On agriculture”, 2nd century BC), Cato wrote that the best production was the vineyard, followed by: an irrigated garden, a willow plantation, an olive grove, a pasture, a wheat field, forest trees, a vine supported by trees, and finally a wood of acorn trees.
Although Rome relied on the produced resources of its many provinces obtained through wars and conquests, the wealthier Romans developed the lands in Italy to produce a variety of products. “The population of the city of Rome constituted a large market for the purchase of food produced on Italian farms”.

Land ownership –
Land ownership was a determining factor in the distinction between the aristocracy and the plebs, and the more land a Roman owned, the more important it would be in the city. Soldiers were often rewarded with land from the commanders under whom they served. Although farms depended on servile labor, free men and citizens were hired to supervise the slaves and ensure the farm ran smoothly.
Archaic Rome was founded on small landed property. According to tradition, Romulus had assigned each citizen a plot of two iugeri (half a hectare); later the land assigned to the Roman soldier was seven yugeri.
When Rome began to conquer lands across the border, these became “agro-public”.
A part of this land was divided into centuries and assigned to soldiers to ensure their subsistence. Other lands were leased to private individuals who cultivated them and passed them on as an inheritance, but the property remained state owned. The word Agriculture derives from agro and culture.
Naturally the military commanders, until Caesar only aristocrats, had the largest lands, which they could make work by colonists and slaves.
The Roman Senators could not be traders, a category reserved for equites, who imported and exported goods across the border, so their only investments were in land, thus hoping to limit their craving for riches. But of course this craving was not appeased by the laws either.
In fact, after the Punic wars, the Senators circumvented the law with various artifices that forbade occupying more than 500 iugeri (100 hectares) of public agro-agriculture, buying large estates, that is, enormous agricultural territories, cultivated by slaves.
With the agricultural law of 111 a.c. the public agro became private, becoming a real income for the landowners by now. The rustic villas were thus transformed into sumptuous suburban villas, and the fields were transformed into large pastures with herds or flocks to be entrusted to slave-shepherds, who would guide them in the transhumance towards the Adriatic or the Tyrrhenian Sea.
During the 5th century BC, the lands were divided into small family-owned plots. The Greeks of the period, however, had begun to use crop rotation and to have large estates. The Roman contacts with Carthage, Greece and the Hellenistic east, improved the methods of Roman agriculture, which reached its peak in production and efficiency between the late age of the republic and the beginning of the Roman Empire.
It is known that the size of farms in Rome could be divided into three categories. Small landholdings could have from 18 to 108 iugeri, where one iugero was equivalent to about 0.65 acres or a quarter of a hectare. The medium-sized properties had between 80 and 500 yugeri. The large estates (called latifundia) had over 500 yugeri.
In the era of the late republic, the number of large estates increased. Wealthy Romans bought land from plebeian peasants who could no longer earn a living; in fact, from 200 BC, the Punic Wars called plebeian peasants to arms for long periods of time.

Agricultural techniques –
“I do not cease to be amazed by the fact that of the other arts less necessary to life, there are masters, while there are neither teachers nor disciples of the science of the fields” (Columella).
We owe above all to Pliny the Elder the specifications on all the news concerning peasant and pastoral activity, but also to Cato the Censor, Varro and Columella.
During the Roman period the first agricultural treatise “De agri cultura” of 160 BC, by Marco Porcio Catone was born, in which the peasant is exalted as a social condition:
“From farmers, on the other hand, very strong men and very valiant soldiers are born, and their income is fair and safe from any insecurity, nothing hateful; and those who dedicate themselves to agriculture are not drawn to bad thoughts.” The book is a treatise on agriculture, and an investment for the landowner if he follows the right canons, coupled with a detailed cookbook.
The center of the large property consisted of the rustic villa which had a main part and a rustic part, for the slave quarters and the tool warehouse. Regarding crops, Cato put the vineyard first, then the vegetable garden, the willow grove to tie the vines, the olive grove, the meadow for the cattle, the sown crops, the coppice and the acorn forest.
The labor was to be of slaves, in teams controlled by a male and a female, also slaves, who acted as factor.
The vineyard was to be about 100 iugeri (20 hectares), worked by 16 slaves, that is, by the two farmers, ten laborers, a plowman or bifolco, a donkey, a willow worker (or binder of vines) and a swineherd.
The main cultivation, however, was that of cereals: wheat, spelled, barley, on which the nutrition of men and horses was based. While the ancient Roman nourishment was spelled, in the republican and especially the imperial age it moved to wheat, much more nutritious and healthy.
The recommended olive grove was 240 iugeri (48 hectares), worked by 13 slaves, for the production of oil whose sale, like that of wine, was very profitable. The olives were squeezed in stone containers, pounding with clubs and sticks.
Around 40 BC Lucio Giunio Moderato Columella wrote “De re rustica”, describing as a factor his uncle’s experiments on the crossing of farm animals, and giving practical advice on agriculture. He also wrote a treatise on trees: “De arboribus”.
Almost simultaneously Marco Terenzio Varrone wrote another “De re rustica”, with various advice on how to manage small and large land estates, on pastoralism and on animals that could be raised with satisfaction in suburban villas.
Caesar established that 1/3 of the shepherds, until then slaves, had to be free and therefore paid men, so the work contracts improved for the peasants. The settlers, who used the oven and the mill, made themselves available during the busiest times of the year, but otherwise worked for themselves.
For the harvest, however, things got worse, so much so that it was decided to limit the agricultural area destined for pasture and vineyards, because cereals were insufficient and had to be imported, when the state already lavished so much for the landless population. In fact, every year Rome gave to citizens who did not own real estate, the annual grain for survival.
The Romans improved grain growth by watering the plants with the use of aqueducts, and there is increasing evidence that part of the process was mechanized. For example, there was widespread use of mills in Gaul and Rome to turn wheat into flour. The most impressive remains that still exist are found in Barbegal, in the south of France, near Arles. Sixteen water mills divided into two columns were fed by the main Arles aqueduct, in which the outflow of water from the first supplied the next in the series. The mills apparently operated from the end of the first century AD. until the end of the III century. The capacity of the mills has been estimated at around 4.5 tons of flour a day, enough to supply bread to the 12 500 inhabitants who occupied the city of Arelate at that time.
The vertical water wheel was well known to the Romans, described by Vitruvius in his De Architectura of 25 BC, and mentioned by Pliny the Elder in his Naturalis Historia of 77 AD. There are also later references to floating water mills from Byzantium and to sawmills on the Moselle River by the poet Ausonius. The use of sequential water mills was widely used in Roman mines.
There is direct evidence from bas-reliefs on the use of some kind of automatic harvest in the harvest of ripe wheat. It is believed that either the Romans or the Celts before them invented the mechanical harvester or rather a rudimentary forerunner, which cut or tore the ears leaving the stalk on the ground, and was pushed by oxen or horses. Pliny the Elder mentions this device in Naturalis Historia XVIII, 296. The machine had been forgotten in the Middle Ages, when the use of sickle and sickle for crops returned.
But in ancient Rome it was not cultivated, obviously only wheat and cereals; other crops found space which, often, were also linked to the availability of water.
Horticulture was widely practiced in the ancient world, albeit on more limited areas worked; this obviously required a greater demand for irrigation (with flowing water or well / cistern) and processing, with hoe and by hand, and not with plowing (hoeing, weeding), due to the need for fertilization (with ash, dung donkey, guano colombino), because they did not require biennial rests (fallow), the alternation of crops on the individual plots is sufficient to maintain the fertility of the soil. Moreover, the ancients knew and exploited the fertilizing potential of legumes, which allowed crop rotation even on open fields.
Alongside horticultural cultivation, wild varieties of cultivated species (bulbs such as today’s lampasciuni), and non-cultivated species (asfodelo, scorzonera), were currently being collected.
Among the poorer classes and small owners, horticulture replaced cereals: a half-hectare plot could not bear the burden of the ox for plowing. Therefore legumes with their great protein and caloric value could partially replace cereals.
The advantage of the vegetable garden compared to the field was also that of being able to immediately reap the fruits, along the various seasons, of products that did not require threshing, grinding, pressing, etc. of salads, onions and cucumbers, they ate raw.
As far as arboriculture is concerned, this was above all olive growing and viticulture, and then the fruit trees that bore spontaneously and did not require work.
Olive cultivation was imported to Rome from Greece, through the colonies of Magna Graecia. In Italy there were widespread species of wild olive trees (oleastri), to which grafting practices were applied to make them fruitful.
While olive growing did not require a large labor investment, because pruning was enough, the cultivation of the vine was much more complex. Not only did you have to take care of the plant and harvest the grapes, but then you had to transform the grapes into wine, much more complex than transforming the olives into oil. Furthermore, the wine, once matured, easily turned into vinegar, if not carefully treated.
Both viticulture and olive growing were not only provided for Italian consumption, but were also exported over long distances. In fact, being the place very suitable for cultivation also due to the strong volcanic presence, then as now, the Italic products were particularly valuable and appreciated.
In the zootechnical field, the cows provided the milk, while the oxen and donkeys carried out the heavy work on the farm. The milk of the sheep and goats was used in the production of cheeses, while their skins were considered valuable. Horses were not used for the most part in agriculture, but used by the wealthy in racing or wars. Sugar production focused on beekeeping, while some Romans raised snails as a luxury food.

Land management –
The Romans used four methods of managing agricultural land:
– direct work performed by the owner and his family;
– land rented to third parties or sharecropping, which consisted in the division of the products between the owner and the sharecropper;
– work performed by slaves owned by aristocrats and subjected to continuous supervision;
– other arrangements in which the land was leased to a farmer.
In this regard Cato the Elder (also known as Cato the Censor) was a politician and statesman of the second half of the Roman republican age and described his point of view on how a plot of land of 100 yugeri should be managed. He argued that such a farm should have: “a foreman, the foreman’s wife, ten laborers, an ox driver, a donkey driver, a man in charge of the willow grove, a swineherd, for a total of sixteen people; two oxen, two donkeys for the carriage of the wagons, a donkey for the work in the mill. ” He also said that a farm should have: “three fully equipped presses, jars in which to collect five harvests, for an amount of eight hundred cradles, twenty jars for the storage of waste from wine presses, another twenty for grain, and separate covers. for the jars, six amphorae half covered with fibers, four amphorae covered with fibers, two funnels, three wicker strainers, [and] three strainers to dip into flowers, ten jars for [treatment] of grape juice. . “
In the Roman Empire, a family of 6 had to cultivate 12 yugeri / 3 hectares of land to be able to satisfy the minimum nutritional need (without animals). If the family owned animals to help cultivate the land, then 20 iugeri were needed. The same amount was needed for subsistence if the land was cultivated using the sharecropping method, as in 2nd century AD Proconsular Africa, in which case one third of the total crop went to the owner as rent payment (see Lex Manciana) .
As for the manpower, most of the work was done by servants and slaves. Slaves were the main workforce. In Roman society, there were 3 methods of obtaining a slave. The first, and possibly the most common, method of obtaining a slave was to buy one at the market. Slaves were bought at auctions and bought from slave traders or traded between slave traders. Another method in which slaves were acquired was through conquest in warfare. As Keith Hopkins explains in his writings, many owners went to war and returned with prisoners. These prisoners were then brought back to Roman territory and were then sold to another citizen or made to work on the farm of the one who had imprisoned them. The last method of obtaining a slave was through birth: if a slave gave birth to a child, that child became the property of that slave’s owner. Slaves were relatively easy to use because they were considered property; their treatment depended on the humanity of their owners, who met the needs of their slaves with what they wanted to spend, not what they owed. Supervisors motivated slaves by imposing punishments and bestowing rewards. ‘If the supervisor opposed the crimes, they would never do them again; if he instead let him allow, the master should not let him go unpunished. ‘ although total cruelty to slaves was considered a sign of bad temper in Roman culture, there were few limits to the punishments that a slave supervisor or owner could inflict.

Guido Bissanti





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Los antiguos romanos y la agricultura

En la antigua Roma, la agricultura con el tiempo se había convertido en una forma de vida.
Esta transición fue obviamente gradual y Ovidio lo testifica en el Fasti:
“Ceres fue el primero en mejorar la nutrición humana al reemplazar las bellotas con mejores alimentos”.
De hecho, parece que los primeros romanos comían harina de bellota, el alimento más abundante, ya que en Roma abundaban los bosques de robles, hasta que por consejo divino (estamos en la era matriarcal y las sacerdotisas aconsejaban inspiración y oráculos), decidieron cultivar los cereales hasta entonces en estado silvestre.
La espelta era el cereal más utilizado, pero Ceres (en latín: Cere, del que deriva el término cereal) tenía un manojo de espigas en la mano, y también la diosa Opi, por lo que ciertamente se cultivó de inmediato, pero solo más tarde. se dio cuenta de que era el cereal más nutritivo y saludable.
Cicerón consideraba que la agricultura era la mejor de las ocupaciones romanas. En su tratado Sobre los deberes, declaró que: “entre las ocupaciones en las que la ganancia está asegurada, ninguna es mejor que la agricultura, ni más rentable, ni más placentera, ni más adecuada para el hombre libre”. Cuando uno de sus clientes fue objeto de burlas en el tribunal por preferir un estilo de vida rural, Cicerón defendió la vida en el campo como un “maestro de economía, laboriosidad y justicia” (ahorro, diligencia, iustitia).
También se recuerda que Cato, Columella, Varro y Palladio redactaron manuales sobre la actividad agrícola.
El cultivo básico en la antigua Roma era el trigo y el pan era el alimento básico de toda mesa romana.
En su tratado De agricultura (“Sobre la agricultura”, siglo II aC), Cato escribió que la mejor producción era el viñedo, seguido de: un huerto de regadío, una plantación de sauces, un olivar, un pastizal, un campo de trigo, árboles forestales , una enredadera sostenida por árboles, y finalmente un bosque de bellotas.
Aunque Roma dependía de los recursos producidos de sus muchas provincias obtenidos a través de guerras y conquistas, los romanos más ricos desarrollaron las tierras en Italia para producir una variedad de productos. “La población de la ciudad de Roma constituyó un gran mercado para la compra de alimentos producidos en granjas italianas”.

Propiedad de la tierra –
La propiedad de la tierra era un factor determinante en la distinción entre la aristocracia y la plebe, y cuanto más tierra poseía un romano, más importante sería en la ciudad. Los soldados a menudo eran recompensados ​​con tierras de los comandantes bajo los cuales servían. Aunque las granjas dependían del trabajo servil, se contrató a hombres y ciudadanos libres para supervisar a los esclavos y asegurarse de que la granja funcionara sin problemas.
La Roma arcaica se fundó sobre pequeñas propiedades territoriales. Según la tradición, Romulus había asignado a cada ciudadano una parcela de dos iugeri (media hectárea); más tarde, la tierra asignada al soldado romano fue siete yugeri.
Cuando Roma comenzó a conquistar tierras al otro lado de la frontera, estas se convirtieron en “agro-públicas”.
Una parte de esta tierra se dividió en siglos y se asignó a los soldados para asegurar su subsistencia. Otras tierras fueron arrendadas a particulares que las cultivaron y las transmitieron como herencia, pero la propiedad siguió siendo propiedad del Estado. La palabra Agricultura deriva de agro y cultura.
Naturalmente, los comandantes militares, hasta César solo aristócratas, tenían las tierras más grandes, que podían hacer trabajar por colonos y esclavos.
Los senadores romanos no podían ser comerciantes, una categoría reservada a los equites, que importaban y exportaban bienes a través de la frontera, por lo que sus únicas inversiones eran en la tierra, con la esperanza de limitar su ansia de riquezas. Pero, por supuesto, este deseo tampoco fue aplacado por las leyes.
De hecho, después de las guerras púnicas, los senadores eludieron la ley con diversos artificios que prohibían ocupar más de 500 iugeri (100 hectáreas) de agroagrícola pública, comprando latifundios, es decir, enormes territorios agrícolas, cultivados por esclavos.
Con la ley agraria del 111 a.c. el agro público pasó a ser privado, convirtiéndose en un ingreso real para los terratenientes que ahora eran terratenientes. Las rústicas villas se transformaron así en suntuosas villas suburbanas, y los campos se transformaron en grandes pastos con rebaños o rebaños para ser confiados a pastores-esclavos, que los guiarían en la trashumancia hacia el Adriático o el Mar Tirreno.
Durante el siglo V a.C., las tierras se dividieron en pequeñas parcelas familiares. Los griegos de la época, sin embargo, habían comenzado a utilizar la rotación de cultivos y a tener grandes propiedades. Los contactos romanos con Cartago, Grecia y el este helenístico mejoraron los métodos de la agricultura romana, que alcanzó su punto máximo en producción y eficiencia entre la última época de la república y el comienzo del Imperio Romano.
Se sabe que el tamaño de las granjas en Roma podría dividirse en tres categorías. Los pequeños predios podían tener de 18 a 108 iugeri, donde un iugero equivalía a aproximadamente 0,65 acres o un cuarto de hectárea. Las propiedades medianas tenían entre 80 y 500 yugeri. Las grandes propiedades (llamadas latifundios) tenían más de 500 yugeri.
En la era de la república tardía aumentó el número de latifundios. Los romanos ricos compraban tierras a los campesinos plebeyos que ya no podían ganarse la vida; de hecho, a partir del 200 aC, las Guerras Púnicas llamaron a las armas a los campesinos plebeyos durante largos períodos de tiempo.

Técnicas agrícolas –
“No dejo de asombrarme de que de las otras artes menos necesarias para la vida, hay maestros, mientras que no hay maestros ni discípulos de la ciencia de los campos” (Columella).
Debemos sobre todo a Plinio el Viejo las especificaciones de todas las noticias relativas a la actividad campesina y pastoral, pero también a Catón el Censor, Varro y Columela.
Durante la época romana nació el primer tratado agrícola “De agri cultura” del 160 aC, de Marco Porcio Catone, en el que se exalta al campesino como condición social:
“De los agricultores, en cambio, nacen hombres muy fuertes y soldados muy valientes, y sus ingresos son justos y a salvo de cualquier inseguridad, nada de odio; y los que se dedican a la agricultura no se sienten atraídos por malos pensamientos”. El libro es un tratado de agricultura y una inversión para el terrateniente si sigue los cánones correctos, junto con un libro de cocina detallado.
El centro de la gran propiedad estaba constituido por la villa rústica que tenía una parte principal y otra rústica, para el cuartel de esclavos y el almacén de herramientas. En cuanto a los cultivos, Catón puso en primer lugar el viñedo, luego la huerta, el sauce para atar las vides, el olivar, el prado para el ganado, las cosechas sembradas, el monte bajo y el bosque de bellotas.
El trabajo debía ser de esclavos, en equipos controlados por un hombre y una mujer, también esclavos, que actuaban como factor.
El viñedo debía ser de unos 100 iugeri (20 hectáreas), trabajado por 16 esclavos, es decir, por los dos labradores, diez jornaleros, un labrador o bifolco, un burro, un labriego (o encuadernador de vides) y un porquero.
El cultivo principal, sin embargo, fue el de los cereales: trigo, espelta, cebada, en los que se basaba la nutrición de hombres y caballos. Mientras se deletreaba la antigua alimentación romana, en la época republicana y sobre todo imperial se trasladó al trigo, mucho más nutritivo y saludable.
El olivar recomendado era 240 iugeri (48 hectáreas), trabajado por 13 esclavos, para la producción de aceite cuya venta, como la del vino, era muy rentable. Las aceitunas se exprimieron en recipientes de piedra, golpeando con palos y palos.
Alrededor del 40 a. C. Lucio Giunio Moderato Columella escribió “De re rustica”, describiendo como factor los experimentos de su tío sobre el cruce de animales de granja y dando consejos prácticos sobre agricultura. También escribió un tratado sobre árboles: “De arboribus”.
Casi al mismo tiempo, Marco Terenzio Varrone escribió otro “De re rustica”, con varios consejos sobre cómo administrar pequeñas y grandes propiedades, sobre pastoralismo y sobre animales que podrían criarse con satisfacción en villas suburbanas.
César estableció que 1/3 de los pastores, hasta entonces esclavos, tenían que ser hombres libres y por lo tanto pagados, por lo que los contratos de trabajo mejoraron para los campesinos. Los colonos, que usaban el horno y el molino, estaban disponibles durante las épocas de mayor actividad del año, pero por lo demás trabajaban por su cuenta.
Para la cosecha, sin embargo, las cosas empeoraron, tanto que se decidió limitar las tierras destinadas a pastos y viñedos, porque los cereales eran insuficientes y había que importarlos, cuando el estado ya prodigaba tanto con la población sin tierra. De hecho, cada año Roma les daba a los ciudadanos que no poseían bienes raíces, el grano anual para sobrevivir.
Los romanos mejoraron el crecimiento del grano al regar las plantas con el uso de acueductos, y cada vez hay más evidencia de que parte del proceso fue mecanizado. Por ejemplo, hubo un uso generalizado de molinos en la Galia y Roma para convertir el trigo en harina. Los restos más impresionantes que aún existen se encuentran en Barbegal, en el sur de Francia, cerca de Arles. Dieciséis molinos de agua divididos en dos columnas eran alimentados por el acueducto principal de Arles, en el que la salida de agua del primero abastecía al siguiente de la serie. Los molinos aparentemente funcionaron desde finales del siglo I d.C. hasta finales del siglo III. La capacidad de los molinos se ha estimado en unas 4,5 toneladas de harina al día, suficiente para abastecer de pan a los 12 500 habitantes que ocupaban la ciudad de Arelate en ese momento.
La rueda de agua vertical era bien conocida por los romanos, descrita por Vitruvio en su De Architectura del 25 a. C. y mencionada por Plinio el Viejo en su Naturalis Historia del 77 d. C. También hay referencias posteriores a los molinos de agua flotantes de Bizancio y a los aserraderos en el río Mosela del poeta Ausonio. El uso de molinos de agua secuenciales fue muy utilizado en las minas romanas.
Existe evidencia directa de bajorrelieves sobre el uso de algún tipo de cosecha automática en la cosecha de trigo maduro. Se cree que tanto los romanos como los celtas inventaron antes que ellos la segadora mecánica o más bien un precursor rudimentario, que cortaba o rasgaba las orejas dejando el tallo en el suelo, y era empujado por bueyes o caballos. Plinio el Viejo menciona este dispositivo en la Naturalis Historia XVIII, 296. La máquina había sido olvidada en la Edad Media, cuando volvió el uso de la hoz y la hoz para las cosechas.
Pero en la antigua Roma no se cultivaba, obviamente solo trigo y cereales; otros cultivos encontraron espacios que, a menudo, también estaban vinculados a la disponibilidad de agua.
La horticultura se practicaba ampliamente en el mundo antiguo, aunque en áreas más limitadas trabajadas; esto evidentemente requirió una mayor demanda de riego (con agua corriente o agua de pozo / cisterna) y procesamiento, con azadón y a mano, y no con arado (azadón, deshierbe), debido a la necesidad de fertilización (con ceniza, estiércol burro, guano colombino), debido a que no requirieron descansos bienales (barbecho), la alternancia de cultivos en las parcelas individuales es suficiente para mantener la fertilidad del suelo. Además, los antiguos conocían y explotaban el potencial fertilizante de las leguminosas, lo que permitía la rotación de cultivos incluso en campo abierto.
Paralelamente al cultivo de hortalizas, actualmente se recolectan variedades silvestres de especies cultivadas (bulbos como lampasciuni actual) y especies no cultivadas (asfodelo, scorzonera).
Entre las clases más pobres y los pequeños propietarios, la horticultura reemplazó a los cereales: una parcela de media hectárea no podía soportar la carga del buey para arar. Por tanto, las legumbres con su gran valor proteico y calórico podrían sustituir parcialmente a los cereales.
La ventaja del huerto respecto al campo era también la de poder cosechar inmediatamente los frutos, a lo largo de las distintas estaciones, de productos que no requerían trilla, trituración, prensado, etc. de ensaladas, cebollas y pepinos, se comían crudos. .
En lo que se refiere a la arboricultura, se trata sobre todo de la olivicultura y la viticultura, y luego los árboles frutales que nacen espontáneamente y no requieren trabajo.
El cultivo del olivo se importó a Roma desde Grecia, a través de las colonias de Magna Graecia. En Italia existían especies muy extendidas de olivos silvestres (oleastri), a los que se aplicaban prácticas de injerto para hacerlos fructíferos.
Si bien el cultivo del olivo no requería una gran inversión en mano de obra, porque la poda era suficiente, el cultivo de la vid era mucho más complejo. No solo había que cuidar la planta y cosechar las uvas, sino que luego había que transformar las uvas en vino, mucho más complejo que transformar las aceitunas en aceite. Además, el vino, una vez madurado, se convertía fácilmente en vinagre, si no se trataba con cuidado.
Tanto la viticultura como el cultivo del olivo no solo se proporcionaron para el consumo italiano, sino que también se exportaron a largas distancias. De hecho, siendo el lugar muy adecuado para el cultivo también por la fuerte presencia volcánica, entonces como ahora, los productos itálicos eran particularmente valiosos y apreciados.
En el campo zootécnico, las vacas proporcionaban la leche, mientras que los bueyes y burros realizaban el trabajo pesado en la finca. La leche de oveja y cabra se utilizó en la producción de quesos, mientras que sus pieles se consideraron valiosas. Los caballos no se usaban en su mayor parte en la agricultura, pero los ricos los usaban en carreras o guerras. La producción de azúcar se centró en la apicultura, mientras que algunos romanos criaban caracoles como alimento de lujo.

Gestion de tierras –
Los romanos utilizaron cuatro métodos para administrar las tierras agrícolas:
– trabajo directo realizado por el propietario y su familia;
– terrenos arrendados a terceros o aparceros, que consistía en repartir los productos entre el propietario y el aparcero;
– trabajo realizado por esclavos propiedad de aristócratas y sujeto a supervisión continua;
– otros acuerdos en los que la tierra fue arrendada a un agricultor.
Al respecto, Catón el Viejo (también conocido como Catón el Censor) fue un político y estadista de la segunda mitad de la época republicana romana y describió su punto de vista sobre cómo se debe administrar una parcela de tierra de 100 yugeri. Sostuvo que tal finca debería tener: “un capataz, la esposa del capataz, diez obreros, un buey, un burro, un hombre a cargo del bosque de sauces, un porquerizo, para un total de dieciséis personas; dos bueyes, dos burros para el transporte de los carros, un burro para el trabajo en el molino “. También dijo que una finca debe tener: “tres prensas totalmente equipadas, tinajas en las que recoger cinco cosechas, por un monto de ochocientas cunas, veinte tinajas para el almacenamiento de desechos de lagares de vino, otras veinte para el grano, y tapas separadas . para las tinajas, seis ánforas medio cubiertas con fibras, cuatro ánforas cubiertas con fibras, dos embudos, tres coladores de mimbre, [y] tres coladores para mojar en flores, diez tinajas para [el tratamiento] de jugo de uva. “.
En el Imperio Romano, una familia de 6 tenía que cultivar 12 yugeri / 3 hectáreas de tierra para poder satisfacer la mínima necesidad nutricional (sin animales). Si la familia poseía animales para ayudar a cultivar la tierra, entonces se necesitaban 20 iugeri. Se necesitaba la misma cantidad para la subsistencia si la tierra se cultivaba mediante el método de aparcería, como en el África proconsular del siglo II d.C., en cuyo caso un tercio de la cosecha total se destinaba al propietario como pago de la renta (ver Lex Manciana).
En cuanto a la mano de obra, la mayor parte del trabajo fue realizado por sirvientes y esclavos. Los esclavos eran la principal fuerza laboral. En la sociedad romana, existían 3 métodos para obtener un esclavo. El primer método, y posiblemente el más común, de obtener un esclavo era comprar uno en el mercado. Los esclavos se compraban en subastas y se compraban a comerciantes de esclavos o se intercambiaban entre comerciantes de esclavos. Otro método en el que se adquirieron esclavos fue mediante la conquista en la guerra. Como explica Keith Hopkins en sus escritos, muchos propietarios fueron a la guerra y regresaron con prisioneros. Estos prisioneros fueron luego devueltos al territorio romano y luego vendidos a otro ciudadano o obligados a trabajar en la granja del que los había encarcelado. El último método para obtener una esclava era por nacimiento: si una esclava daba a luz a un niño, ese niño pasaba a ser propiedad del dueño de esa esclava. Los esclavos eran relativamente fáciles de usar porque se consideraban propiedad; su trato dependía de la humanidad de sus dueños, quienes satisfacían las necesidades de sus esclavos con lo que querían gastar, no con lo que debían. Los supervisores motivaron a los esclavos imponiendo castigos y otorgando recompensas. “Si el supervisor se oponía a los crímenes, nunca los volverían a cometer; si, por el contrario, le deja permitir, el amo no debería dejarlo sin castigo ”. aunque la crueldad total hacia los esclavos se consideraba un signo de mal genio en la cultura romana, había pocos límites a los castigos que podía infligir un supervisor o propietario de esclavos.

Guido Bissanti





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