Agroecologia e sistema agroalimentare

Agroecologia e sistema agroalimentare

Il rapporto delle Nazioni Unite “The World Population Prospects 2019: Highlights”, stima che nel 2050 la popolazione mondiale raggiungerà i 9,7 miliardi, per arrivare, entro la fine del secolo, a quasi 11 miliardi di persone.
Ovviamente si tratta di un andamento globale in quanto in alcuni Paesi la tendenza è in calo mentre in altri è in forte incremento.
Questo scenario è però alquanto ideale in quanto lo stato del Pianeta, con la sua attuale impronta ecologica, con la perdita progressiva di biodiversità naturale ed agricola, la desertificazione che avanza a ritmi preoccupanti ed il riscaldamento globale, fanno prefigurare scenari totalmente diversi.
Scenari in cui il delicato equilibrio potrebbe improvvisamente spezzarsi con conseguenze catastrofiche, non solo dal punto di vista ecologico ed ambientale ma anche per quello socio-politico.
A fronte dei continui richiami della FAO su un cambio di paradigma dei modelli di produzione agricoli e del programma varato dall’ONU, definito Agenda 2030, i sistemi politico economici, legati ancora saldamente ad un modello di finanza di basso rilievo ecologico, non sembrano nelle condizioni di attivare percorsi virtuosi per scongiurare il rischio del cosiddetto “Crack Ecologico”.
Sulla tavola degli imputati ovviamente c’è anche l’agricoltura, con i suoi modelli di produzione a bassa efficienza ecologica ed energetica, con sistemi agroalimentari e nutrizionali altamente inadeguati, sia per i Paesi cosiddetti ricchi che per quelli con gravi problemi socio-economici.
Eppure oggi il mondo scientifico, almeno una parte, conosce le vie di uscita o, se preferiamo, le soluzioni a tale problema.
Queste soluzioni prendono in considerazione la necessità di un cambio dei modelli produttivi agricoli, definiti agroecologici, dei sistemi di reperimento, utilizzo e recupero dei beni di necessità umana, che vanno sotto il nome di Economie Circolari, dove il legame tra bene e fruizione sia accorciato a tutto vantaggio di un sistema energetico ed ecologico notevolmente più efficiente.
In questo contributo ci soffermeremo maggiormente però sui legami esistenti tra il cosiddetto modello agroecologico ed il sistema agroalimentare.
Chiariamo subito che se non si agisce sul sistema agroalimentare qualunque tentativo di riconvertire le aziende agricole verso l’agroecologia (che tra l’altro richiede tempi ecologici medio – lunghi) rischieranno di fallire rovinosamente in quanto i due sistemi, quello produttivo e quello alimentare vanno fondati sullo stesso paradigma.
Spieghiamo questo aspetto.

Oggi nel mondo, a causa anche della cosiddetta “Rivoluzione Verde”, si è andati verso una specializzazione delle produzioni agricole, con una conseguente erosione genetica della biodiversità globale ma anche con un decadimento della dieta alimentare che, pur con tutte le differenze locali, è divenuta più povera, in termini di varietà degli alimenti che entrano a far parte della nostra tavola, divenuta molto meno salubre, in quanto non esiste quasi più la stagionalità alimentare, con ovvie ricadute sui sistemi endocrini umani e sulla salute globale della popolazione. A tutto questo va poi aggiunta la presenza negli alimenti dei residui dei cosiddetti “pesticidi” che per via diretta o indiretta assumiamo giornalmente.
Per questo motivo è necessario che ogni Paese adotti una serie di provvedimenti che prevedano, ancor prima di incentivare il modello Agroecologico, seri programmi di Educazione Alimentare che, partendo dalle scuole dell’obbligo e dalle famiglie, educhino la popolazione ad una diversificazione alimentare, ad una alimentazione sostenibile (con diminuzione, tra gli altri, delle proteine animali), alla conoscenza dei valori alimentari e nutrizionali di molte piante, oggi praticamente scomparse nei cicli colturali e produttivi, e quindi alimentari.
Sullo sfondo non va dimenticata l’importanza, in un contesto di agrobiodiversità e di Economi Circolare, delle piante officinali oltre che delle cosiddette piante “no food”, cioè di quelle specie che non utilizziamo per fini alimentari ma che rivestiranno in un futuro oramai iniziato un grande patrimonio. Ricordiamo su tutte, le piante tessili, le piante tintorie, le piante per la fitodepurazione, per agroforestazione e così via.
Pensiamo che la ricetta per risolvere la complessa questione sia sufficiente?
Assolutamente no!
C’è bisogno di un Grande Progetto Culturale (GPC) che riconverta oltre 50 anni di Coscienza Scientifica e Tecnica che, come a seguito di una segnaletica sbagliata, ha intrapreso una strada senza ritorno.
È convinzione molto diffusa, infatti, che per poter venire incontro alle esigenze dell’economicità delle singole aziende agricole e dei fabbisogni alimentari mondiali, l’unica ricetta sia quella della specializzazione, dei sistemi intensivi, dei fabbisogni di materie prime dall’esterno ecc. ecc..
Dal punto di vista energetico ed ecologico è un Sistema con una efficienza bassissima che, per poter produrre 1 ha spesso bisogno di un apporto di vari fattori pari a 10.
Si tratta di calcoli molto sofisticati di termodinamica, applicati all’ecologia, di cui la moderna agricoltura deve iniziare a prendere confidenza.
Ecco perché parliamo di un GPC senza il quale tutto rischia, tra l’altro, di essere offuscato dalle Multinazionali e da interessi finanziari che, ovviamente, in questo modello non si possono riconoscere.
Il GPC deve mettere pertanto in sinergia la Politica Agricola con il mondo della Ricerca e dell’Università e salvaguardare, se vogliamo equi rapporti e di Pace tra i popoli, la Sovranità Alimentare.
Serve un grande sforzo politico per “Riconvertire” Scienza e Coscienza, senza il quale non è in gioco qualche interesse economico ma il futuro del Pianeta stesso.

Guido Bissanti

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