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Isatis tinctoria

Il Guado (Isatis tinctoria L.) è una specie erbacea biennale appartenente alla famiglia delle Brassicaceae.

Sistematica –
Dal punto di vista sistematico appartiene al Dominio Eukaryota, Regno Plantae, Divisione Magnoliophyta, Classe Magnoliopsida, Ordine Capparales, Famiglia Brassicaceae e quindi al Genere Isatis ed alla Specie I. tinctoria.

Etimologia –
Il termine Isatis proviene da ἰσάτις isátis, nome classico greco del guado in Dioscoride e Ippocrate (da ἰσάζω isázo pareggiare, levigare): per le proprietà abrasive di alcune piante di questo genere.
L’epiteto specifico tinctoria viene da tíngo tingere: quindi utilizzata per tingere stoffe.

Distribuzione Geografica ed Habitat –
Il Guado è una pianta di origine asiatica che, quasi sicuramente, fu introdotta in Europa a partire dal neolitico.
Altri autori sostengono che sia stata importata in Italia dai Catari che si stabilirono nella zona del Piemonte corrispondente all’attuale città di Chieri.
Questa tesi sarebbe avvalorata dal fatto che nel triangolo tra Tolosa, Albi e Carcassonne, nel ducato di Lauraguais si era sviluppata la coltura dell’Isatis tinctoria, da cui si ricavava il “blu pastello”, estremamente ricercato nella pittura e nell’industria tessile; tale attività diede particolare prosperità a queste zone, originariamente povere, tanto che da allora sono passate a essere definite il “paese di Cuccagna” (da cocagne, il nome francese dato al panetto di tintura blu come era commercializzato).
La sua diffusione italiana è nelle aree delle Alpi Occidentali e Marittime (Valle d’Aosta, Piemonte e Liguria), nel Veneto, anche se limitatamente alla zona della provincia di Treviso, in alcune regioni del centro-nord come Toscana, Umbria e Marche e del centro-sud come Abruzzo e Lazio; inoltre la troviamo in Sicilia e Sardegna.
Il suo habitat è quello degli incolti, ruderi, lungo i bordi stradali e su suoli calpestati, di solito a reazione basica, ma anche su sabbie silicee, dal livello del mare alla fascia subalpina (circa 2.000 m. s.l.m.).

Descrizione –
Il guado è una pianta erbacea biennale che può raggiungere un’altezza compresa tra i 40 ed i 120 cm.
Nel suo primo anno di vita la pianta rimane in una fase vegetativa nella quale forma una rosetta di foglie; nel secondo anno si ha lo sviluppo dello stelo fiorale che porta alla successiva fruttificazione. L’intera pianta è glauca.
Le foglie sono di forma lanceolata, con dimensioni da 1,5 a 5,0 cm di lunghezza.
L’infiorescenza è costituita da una ventina di steli di color blu porpora che portano fiori (riuniti in densi racemi in forma di corimbo) con sepali ellittici e petali gialli, di cui solo alcuni giungono a maturazione. Il diametro del cespo varia da 3,5 cm a 18 cm.
L’antesi è tra maggio e luglio.

Coltivazione –
La Isatis tinctoria cresce su terreni ben drenati e ricchi, ama la luce ma può crescere anche a mezz’ombra; è una pianta di facile coltivazione che si risemina da sola anche se non ama sfruttare due volte lo stesso terreno.
Le foglie sono raccolte fin dal primo anno e 3-4 raccolti possono seguire al primo. il primo anno forma una rosetta dall’aspetto fresco e dal grosso fittone; impiega 20 mesi a fiorire e dal secondo anno con il suo fiore giallo può illuminare tutto il giardino.

Usi e Tradizioni –
Il guado è una pianta da sempre conosciuta e apprezzata per le sue proprietà tintorie legate al colore blu.
Fece la ricchezza della città di Erfurt (in Turingia), ma già gli antichi Egizi, i Bretoni e i Romani la usavano come rimedio e come colorante.
Testimonianze del suo antico utilizzo provengono da India, Medio oriente e Nord Africa, mentre in Europa ha la sua massima diffusione solo in epoca tardo Medioevale. Le ragioni di questo ritardo sono dovute al fatto che il colore è anche una costruzione culturale: nelle società europee mediterranee il blu ha rivestito per tutta l’antichità e l’alto medioevo un marginale ruolo simbolico, per i Romani ha addirittura connotazioni negative in quanto identificato con il colore dei barbari che avevano l’abitudine di colorarsi il corpo per spaventare i nemici.
Il guado, come colorante, veniva infatti utilizzato anche dai Britanni per tingersi il volto del caratteristico colore blu/azzurro che rendeva il loro aspetto più terribile in battaglia; “tingere” qualcosa, nel mondo civile, equivaleva a dire colorarlo di rosso. Solo a partire dal XII secolo il blu va incontro a una progressiva valorizzazione, fino a un totale ribaltamento della prospettiva in età moderna: a un tratto, il blu, diventa bello.
La coltivazione e il commercio del guado cominciano quindi ad assumere una notevole rilevanza economica, in particolare in Turingia e nei territori occitani compresi tra le città di Tolosa, Carcassonne e Albi, tanto da dare origine all’espressione pays de cocagne – paese della cuccagna – per indicare un luogo di straordinaria abbondanza e prosperità: le coques o cocagnes erano i pani di pasta tintoria pronti per la vendita. Anche in Italia, tra XIV e XV secolo, il guado è alla base di flussi commerciali essenziali per lo sviluppo economico di numerosi comprensori. Viene lavorato in Umbria (il nome della città Gualdo Tadino deriva da questa pianta), nelle zone appenniniche delle Marche settentrionali (Montefeltro, alta valle del Metauro e del Foglia, Massa Trabaria), in alcuni territori toscani (aretino, Val Tiberina), piemontesi e liguri, ma anche in altre parti del paese. Il suo pigmento blu trovava impiego, oltre che per la colorazione dei tessuti, in molti settori artistici, dalla miniatura dei manoscritti alla decorazione della terracotta, ai quadri dei grandi artisti rinascimentali: ha avuto largo impiego, ad esempio, in numerosi dipinti di Piero della Francesca, il cui padre era un ricco mercante di guado di San Sepolcro.
Successivamente si ha un declino dell’Isatis tinctoria intorno al XVI secolo quando il suo blu viene soppiantato dalla materia tintoria estratta dall’Indigofera – da cui il nome “indaco” – una pianta che presentava rese nettamente superiori, migliore uniformità cromatica e maggiore facilità di lavorazione.
Bisogna arrivare agli inizi del XIX secolo per assistere ad un accenno di ripresa per la coltivazione dell’ Isatis tinctoria, quando il blocco dei rapporti commerciali con l’Inghilterra disposto da Napoleone, noto come Blocco continentale (1806), interrompe anche le rotte di importazione dell’indaco rendendo necessario recuperare le tecniche, ormai desuete, di estrazione del pigmento blu da piante locali. Con decreto imperiale vengono banditi dei premi in denaro per chi fosse riuscito a trovare i migliori e più redditizi metodi per la coltivazione e la lavorazione del guado oppure a scoprire un’altra pianta da cui estrarre colore di qualità paragonabile a quello dell’Indigofera delle Indie e delle Americhe.
Così nella finestra temporale del primo decennio del secolo si mobilitano quindi agronomi e chimici, che danno alle stampe diversi manuali sia in lingua francese che in italiano. Tra questi Giuseppe Morina, socio corrispondente del Reale istituto d’incoraggiamento alle scienze naturali di Napoli, che apre le sue Memorie scientifiche attorno al guado affermando essergli “ben note le savie premure del Reale Istituto d’Incoraggiamento di promuovere in questo Regno la fabbricazione dell’indaco, per quindi esimere la nostra nazione da un tributo, che annualmente paga agli esteri per l’acquisto di siffatto prezioso articolo tanto necessario per le tinte azzurre”.
La fiorente economia legata a questa pianta viene gradualmente poi soppiantata quando i coloranti sintetici prodotti industrialmente, meno costosi, dalle tinte più costanti e di maggior tenuta, mettono fuori mercato l’uso dei coloranti naturali (che d’altra parte, soprattutto nelle vaste coltivazioni indiane, si reggevano su uno sfruttamento brutale della manodopera locale da parte dei colonizzatori europei). La struttura molecolare dell’indaco viene determinata nel 1878, quattro anni dopo viene realizzata la prima sintesi chimica e nel 1897 due fabbriche tedesche avviano la produzione dell’indaco di sintesi su scala industriale, messo in commercio a un prezzo inferiore di due marchi al chilo rispetto a quello naturale. Peccato che in cambio dell’economicità e di un colore perfetto, che non sempre fa rima con bello, le tinture sintetiche siano anche inquinanti e nocive, determinando un grosso impatto ambientale nella fase di produzione e lasciando sui tessuti residui tossici causa di sempre più frequenti reazioni allergiche e dermatiti da contatto.
La tossicità ed insostenibilità dell’uso dei coloranti di sintesi sta riportando oggi ad una graduale riscoperta di questa ed altre piante tintorie.
Il Guado viene coltivato come impiego fondamentale per l’estrazione del colore blu, ma in passato è stata anche utilizzata come pianta medicinale per far fronte a carenze di ferro e stati di debilitazione, per stimolare la crescita dei bambini, per curare scorbuto e altre patologie e, per le sue proprietà astringenti e cicatrizzanti, come impacco esterno contro dermatiti, piaghe e ferite. È impiegabile come foraggio per gli animali, anche se ha sapore amaro, ma raramente viene usata nell’alimentazione umana per la sua non facile digeribilità.
Il colorante è contenuto nelle foglie prodotte nel primo anno di vita della pianta, essendo la concentrazione abbastanza bassa è necessario utilizzarne abbondanti quantità, raccolte in piena maturazione. Il taglio non danneggia la pianta, che farà crescere nuove foglie consentendo quattro o cinque raccolte per stagione, a distanza di circa venti giorni l’una dall’altra. A fine estate le proprietà tintorie vanno riducendosi, per questo motivo era solitamente proibito che l’ultimo raccolto venisse mescolato con i precedenti ed era tradizionalmente fissato un termine ultimo di raccolta, che alcuni statuti medievali dell’Italia centrale indicano per il 29 settembre.
Le foglie di Isatis tinctoria contengono due composti organici complessi (glucoside indacano e estere isatanoB) non solubili in acqua; la sostanza colorante (indigotina) non è quindi disponibile direttamente ma va ricavata attraverso una precisa lavorazione. La resa non è molto elevata, considerando che da un chilo di foglie si possono ottenere non più di uno o due grammi di colore.
Negli anni Settanta e Ottanta, lo studioso di storie locali Delio Bischi ha riportato alla luce nel territorio appenninico del Montefeltro diverse macine in pietra con particolari scanalature, spesso riadattate come basamenti di croci, edicole e altre costruzioni, ipotizzando un utilizzo diverso da quello delle macine per grano e olive. Si trattava infatti di macine da guado utilizzate nelle antiche pratiche di lavorazione di questa pianta, che riducevano le foglie fresche in poltiglia. Già in questa prima fase del processo produttivo non mancava chi era pronto a intervenire fraudolentemente per proprio vantaggio: “alcuni agricoltori di mala fede gettano della sabbia sotto la macina, adducendo per pretesto che ciò è necessario per impedire l’adesione della pasta alla circonferenza, ma il vero scopo è di aumentare il peso del pastello.
La pasta così ottenuta era dapprima lasciata riposare per un paio di settimane su graticci o su un piano inclinato, dando avvio a una prima fermentazione con l’accortezza di controllare costantemente la presenza di eventuali incrinature della superficie, da chiudere per evitare il proliferare di vermi; successivamente la pasta veniva modellava in pani o palle (coccagne) che di nuovo, rigirandoli spesso, erano lasciati stazionare in luoghi ariosi e ombreggiati mentre al loro interno proseguiva il processo di fermentazione. I pani venivano modellati grazie all’aiuto di apposite scodelle in legno, il loro peso e le loro dimensioni erano precisamente regolamentati: “i pani perfetti si conoscono spaccandoli, perché dentro sono sempre violacei e tramandano odore assai grato; mentre gli altri, e più quelli della foglia raccolta in tempo umido, danno colore terreo ed odore spiacevole”. Dopo alcune settimane, diventati ben duri, erano consegnati al macero. Qui venivano sbriciolati in acqua, urina e aceto (o vino) e lasciati macerare per almeno quindici giorni. Si può immaginare che l’odore emanato dai maceri da guado non fosse dei migliori e infatti diversi documenti d’archivio testimoniano come loro ubicazione venisse il più delle volte dislocata fuori dalle mura cittadine. A fine macerazione, la pasta di guado veniva essiccata e ridotta in polvere, quindi venduta ai tintori.
Ricette medievali per l’estrazione del colore blu dal guado si possono leggere nel manoscritto 2861 della Biblioteca Universitaria di Bologna. Si tratta di un codice di piccolo formato, costituito da 239 carte di 15 righe, inizialmente conservato presso il convento di San Salvatore di Bologna dove aveva fatto ritorno dopo le requisizioni napoleoniche, trascritto integralmente per la prima volta da Mary P. Merrifield nel secondo volume del suo Original treatises on the arts of painting (1849). Tra i procedimenti proposti nel manoscritto, ad esempio, si trova il seguente, così tradotto da Francesca Muzio: “pesta molto sottile erba di guado, fanne pallottole come mele, poi prendi per ogni libbra di guado due once di sale comune, tre once di zolfo vivo e un’oncia di allume di rocca; quindi trita bene tutto insieme e mescola con l’erba. Metti tutto in un vaso di rame con acqua pulitissima e stempera come fosse una salsa non troppo densa; metti al fuoco brillante, e lasciacelo tanto che diventi come pasta; polla quindi sopra una tavola e stendila piuttosto sottile. Tagliala con il coltello come ti pare, metti ad asciugare e sarà fatto l’indaco”. O, ancora, quest’altra ricetta alquanto sbrigativa: “impasta fiore di guado insieme con orina e aceto forte, fanne un migliaccio e seccalo al sole. E se schiarisse, mettici più fiore di guado tanto che abbia un buon colore; poi fanne pezzi, lascialo finire di seccare, e sarà fatto”.
Successivamente con l’arrivo sul mercato dell’Indigofera tinctoria viene messo a punto un diverso procedimento di estrazione del pigmento indaco, ossia per ossigenazione. Tale procedimento viene esteso anche al guado ed è quello che ancora oggi continua a essere sperimentato e messo a punto, con molte e diverse varianti. In estrema sintesi, il processo parte dalla macerazione delle foglie fresche in acqua calda, segue il filtraggio e l’aggiunta di una base forte (liscivia, calce spenta o soda caustica) per alzare il pH. Va poi favorita l’ossigenazione, anche semplicemente rimestando il tutto con forza e più volte, in questo modo l’indacano contenuto nelle foglie si ossida dando origine all’indaco che, non essendo solubile, precipita sul fondo del contenitore. Negli antichi maceri si utilizzava solitamente un sistema formato da tini posti a diversi livelli, in modo da svolgere le varie operazioni sfruttando la caduta del liquido, dal maceratoio, al battitoio, al riposatoio. Successivamente si passa all’asciugatura all’aria o al calore di una stufa, quindi alla raccolta del colore in forma solida. Un’ultima fase consiste nel riporre i pani così ottenuti in barili chiusi, per tre settimane circa, in modo che possano trasudare l’umidità in eccesso; dopo un’ulteriore asciugatura il blu è definitivamente pronto: “vendasi quanto più prontamente – suggeriscono i manuali – ove non si voglia sottostare a una tara d’un decimo ed anche più, la quale avviene alla pasta ne’ primi sei mesi dopo fatta”.
Il colore passava quindi nelle mani dei tintori. Le tecniche degli antichi procedimenti di tintura, malgrado la loro importanza economica e sociale, sono rimaste conosciute in modo solo approssimativo attraverso testimonianze indirette, come i libri contabili in cui erano registrati quantità e qualità degli ingredienti utilizzati o gli statuti medievali di Arti più importanti (Arte della lana e della seta) che controllavano l’attività tintoria regolandola sulle proprie esigenze, pertanto, tali documenti, tramandano “tutto quello che il tintore non doveva fare; ma più raramente ciò che il tintore avrebbe dovuto fare; mai, o quasi mai, come avrebbe operato in concreto”.
La solidità del colore estratto da questa pianta è provata dagli arazzi medioevali giunti fino a noi: i verdi dell’Arazzo di Bayeux sono stati tinti con guado sormontato sul giallo della ginestra minore e i blu dell’Arazzo dell’apocalisse hanno superato i secoli.
Il guado era tra i coloranti indaco utilizzati, un tempo, per la tintura della tela con cui venivano confezionati i pantaloni blue jeans. I blue jeans, grazie alle fibre da cui vengono ricavati, sono molto resistenti ed erano usati come divisa per operai che si strusciavano per terra e avevano bisogno di un abito resistente.
Per quanto riguarda l’edibilità, le foglie richiedono un lungo ammollo per essere usate, poichè sono molto amare e mantengono un po’ d’amaro anche dopo bollite. I semi anche se non edibili contengono fino al 34% di proteine e il 38% di grassi
In riferimento al suo valore terapeutico, per uso interno la pianta ha effetto molto astringente, si usa per via esterna come poltiglia o cataplasma per sanare ulcere, infiammazioni e fermare emorragie. Le foglie hanno proprietà antibatteriche, antivirali, antitumorali, astringenti e febbrifughe. Le foglie sono raccolte in estate e possono essere impiegate fresche o secche, vengono anche macerate per estrarre il pigmento blu utile contro convulsioni, parotiti e febbri nei bambini. La radice come tutta la pianta è antibatterica e antitumorale.
Oggi questa pianta, seppur quasi completamente sostituita dall’Indaco (Indigofera tinctoria) e dai coloranti sintetici, è ancora utilizzato per migliorare le rese dei verdi, dei blu e dei neri. L’olio contenuto nei semi viene impiegato in cosmesi; con l’estratto della pianta si possono trattare i legni al fine di conservarli meglio.

Modalità di Preparazione –
Oggi è possibile acquistare il pigmento blu estratto dalla pianta da artigiani specializzati e tingere le stoffe preparando un “bagno colore” di acqua tiepida (55°C) con l’aggiunta di soda e idrosolfito di sodio.
Il colorante si estrae dalle foglie di questa pianta raccolte durante il primo anno di vita. Dopo macerazione e fermentazione in acqua si ottiene una soluzione giallo verde che agitata e ossidata produce un precipitato (indigotina). Il colorante, molto solido, è utilizzabile nella tintura della lana, seta, cotone, lino e juta, ma anche in cosmetica e colori pittorici.

Guido Bissanti

Fonti
– Acta Plantarum – Flora delle Regioni italiane.
– Wikipedia, l’enciclopedia libera.
– Treben M., 2000. La Salute dalla Farmacia del Signore, Consigli ed esperienze con le erbe medicinali, Ennsthaler Editore
– Pignatti S., 1982. Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
– Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (a cura di), 2005. An annotated checklist of the Italian vascular flora, Palombi Editore.

Attenzione: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi alimurgici sono indicati a mero scopo informativo, non rappresentano in alcun modo prescrizione di tipo medico; si declina pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.





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Isatis tinctoria

The dyer’s woad (Isatis tinctoria L.) is a biennial herbaceous species belonging to the Brassicaceae family.

Systematics –
From the systematic point of view it belongs to the Eukaryota Domain, Plantae Kingdom, Magnoliophyta Division, Magnoliopsida Class, Capparales Order, Brassicaceae Family and therefore to the Isatis Genus and I. tinctoria Species.

Etymology –
The term Isatis comes from ἰσάτις isátis, the classical Greek name of the dyer’s woad in Dioscorides and Hippocrates (from ἰσάζω isázo equalize, smooth): due to the abrasive properties of some plants of this genus.
The specific epithet tinctoria comes from tíngo dye: then used to dye fabrics.

Geographical Distribution and Habitat –
The woad is a plant of Asian origin that almost certainly was introduced in Europe starting from the Neolithic.
Other authors claim that it was imported into Italy by the Cathars who settled in the Piedmont area corresponding to the current city of Chieri.
This thesis would be corroborated by the fact that in the triangle between Toulouse, Albi and Carcassonne, the cultivation of Isatis tinctoria developed in the duchy of Lauraguais, from which the “pastel blue” was obtained, extremely sought after in painting and in the textile industry; this activity gave particular prosperity to these areas, originally poor, so much so that since then they have become defined as the “town of Cuccagna” (from cocagne, the French name given to the blue dye cake as it was marketed).
Its Italian diffusion is in the areas of the Western and Maritime Alps (Valle d’Aosta, Piedmont and Liguria), in the Veneto region, even if limited to the area of ​​the province of Treviso, in some regions of central-northern Italy such as Tuscany, Umbria and Marche and in central and southern Italy like Abruzzo and Lazio; we also find it in Sicily and Sardinia.
Its habitat is that of the uncultivated, ruins, along the roadsides and on trampled soils, usually with basic reaction, but also on silica sands, from sea level to the subalpine belt (about 2.000 m. S.l.m.).

Description –
The dyer’s woad is a biennial herbaceous plant that can reach a height between 40 and 120 cm.
In its first year of life the plant remains in a vegetative phase in which it forms a rosette of leaves; in the second year there is the development of the flower stem which leads to the subsequent fructification. The entire plant is glaucous.
The leaves are lanceolate, with dimensions from 1.5 to 5.0 cm in length.
The inflorescence is made up of about twenty purple-blue stems bearing flowers (gathered in dense racemes in the form of a corymb) with elliptical sepals and yellow petals, of which only a few mature. The diameter of the head varies from 3.5 cm to 18 cm.
The anthesis is between May and July.

Cultivation –
Isatis tinctoria grows on well-drained and rich soils, loves light but can grow even in mid-shade; it is a plant of easy cultivation that is re-seeded on its own even if it does not like to exploit the same soil twice.
The leaves are harvested from the first year and 3-4 crops can follow the first. the first year forms a rosette with a fresh appearance and a large taproot; it takes 20 months to flower and from the second year with its yellow flower it can light up the whole garden.

Uses and Traditions –
The dyer’s woad is a plant that has always been known and appreciated for its dyeing properties related to the blue color.
He made the wealth of the city of Erfurt (in Thuringia), but already the ancient Egyptians, the Bretons and the Romans used it as a remedy and as a dye.
Evidence of its ancient use comes from India, the Middle East and North Africa, while in Europe it has its maximum diffusion only in the late Middle Ages. The reasons for this delay are due to the fact that color is also a cultural construction: in European Mediterranean societies, blue has covered a marginal symbolic role throughout antiquity and the Middle Ages, for the Romans it even has negative connotations as identified with the color of barbarians who used to color their bodies to frighten their enemies.
The dyer’s woad, as a dye, was in fact also used by the Britons to dye the face of the characteristic blue / blue color that made their appearance more terrible in battle; “Dyeing” something in the civilized world was tantamount to saying it was red. Only starting from the 12th century the blue undergoes a progressive enhancement, up to a total reversal of the perspective in the modern age: suddenly, the blue becomes beautiful.
The cultivation and trade of the dyer’s woad then began to assume a considerable economic importance, particularly in Thuringia and in the Occitan territories included between the cities of Toulouse, Carcassonne and Albi, so much so as to give rise to the expression pays de cocagne – land of the bonanza – to indicate a place of extraordinary abundance and prosperity: the coques or cocagnes were dyeing pasta breads ready for sale. Even in Italy, between the fourteenth and fifteenth centuries, the dyer’s woad is the basis of essential trade flows for the economic development of numerous districts. It is processed in Umbria (the name of the town Gualdo Tadino derives from this plant), in the Apennine areas of the northern Marche (Montefeltro, upper valley of the Metauro and of the Foglia, Massa Trabaria), in some Tuscan territories (Arezzo, Val Tiberina), Piedmontese and Ligurians, but also in other parts of the country. His blue pigment was used not only for the coloring of fabrics, in many artistic sectors, from the miniature of manuscripts to the decoration of terracotta, to the paintings of the great Renaissance artists: he was widely used, for example, in numerous paintings by Piero della Francesca, whose father was a wealthy merchant of San Sepolcro dyer’s woad.
Subsequently there was a decline of Isatis tinctoria around the sixteenth century when its blue was supplanted by the dye matter extracted from the Indigofera – hence the name “indigo” – a plant that showed distinctly higher yields, better color uniformity and greater ease of processing.
We must arrive at the beginning of the nineteenth century to witness a hint of recovery for the cultivation of Isatis tinctoria, when the block of commercial relations with England set by Napoleon, known as the Continental Block (1806), also interrupts the import routes indigo making it necessary to recover the techniques, now obsolete, of extracting the blue pigment from local plants. With an imperial decree, money prizes are banned for those who managed to find the best and most profitable methods for cultivating and processing dyer’s woad or to discover another plant from which to extract quality color comparable to that of the Indigofera delle Indie and the Americas.

So in the time window of the first decade of the century, agronomists and chemists are mobilized, who give different prints to manuals in both French and Italian. Among these Giuseppe Morina, correspondent member of the Royal Institute of encouragement for the natural sciences of Naples, which opens his scientific Memoirs around the dyer’s woad affirming to be “well known to him the wise care of the Royal Institute of Encouragement to promote in this Kingdom the manufacture of ‘indigo, so to exempt our nation from a tribute, which annually pays to foreigners for the purchase of such valuable article so necessary for the blue colors “.
The flourishing economy linked to this plant is then gradually supplanted when industrially produced, less expensive synthetic dyes with more consistent and more durable colors put the use of natural dyes out of the market (which, on the other hand, especially in the vast crops Indians, held up by a brutal exploitation of local labor by European colonizers). The molecular structure of indigo is determined in 1878, four years later the first chemical synthesis is carried out and in 1897 two German factories start the production of synthetic indigo on an industrial scale, put on sale at a lower price of two marks per kilo compared to the natural one. It is a pity that in exchange for cheapness and a perfect color, which does not always rhyme with beauty, synthetic dyes are also polluting and harmful, causing a large environmental impact in the production phase and leaving toxic residues on the tissues more and more frequent allergic reactions and contact dermatitis.
The toxicity and unsustainability of the use of synthetic dyes is now bringing back to a gradual rediscovery of this and other dyeing plants.
The woad is cultivated as a fundamental use for the extraction of the blue color, but in the past it was also used as a medicinal plant to cope with iron deficiencies and debilitating states, to stimulate the growth of children, to treat scurvy and other diseases and, due to its astringent and healing properties, as an external pack against dermatitis, sores and wounds. It can be used as a forage for animals, even if it has a bitter taste, but it is rarely used in human nutrition due to its difficult digestibility.
The dye is contained in the leaves produced in the first year of life of the plant, since the concentration is quite low, it is necessary to use abundant quantities, gathered in full ripeness. The cut does not damage the plant, which will make new leaves grow, allowing four or five collections per season, at a distance of about twenty days from each other. At the end of the summer the dyeing properties are decreasing, for this reason it was usually forbidden for the last harvest to be mixed with the previous ones and it was traditionally fixed a collection deadline, which some medieval statutes of central Italy indicate for September 29th.
The leaves of Isatis tinctoria contain two complex organic compounds (indacane glucoside and isatano B ester) which are not soluble in water; the coloring substance (indigotine) is therefore not directly available but must be obtained through a precise processing. The yield is not very high, considering that no more than one or two grams of color can be obtained from a kilo of leaves.
In the seventies and eighties, the historian of local stories Delio Bischi brought to light in the Apennine territory of Montefeltro several stone millstones with particular grooves, often readapted as crossbars, aedicules and other constructions, assuming a different use from that of the millstones for wheat and olives. It was in fact dyer’s woad millstones used in the ancient processing practices of this plant, which reduced fresh leaves to pulp. Already in this first phase of the production process there was no lack of those who were ready to intervene fraudulently for their own advantage: “some bad faith farmers throw sand under the millstone, claiming that this is necessary to prevent the adhesion of the pasta to the circumference, but the real purpose is to increase the weight of the pastel.
The pasta thus obtained was first left to rest for a couple of weeks on racks or on an inclined surface, giving rise to a first fermentation with the foresight to constantly check for any cracks in the surface, to be closed to avoid the proliferation of worms ; subsequently the pasta was modeled into loaves or balls (coccagne) which again, turning them often, were left to stay in airy and shaded places while inside them the fermentation process continued. The loaves were modeled thanks to the help of special wooden bowls, their weight and their dimensions were precisely regulated: “the perfect breads are known by breaking them, because inside they are always purplish and pass on a very grateful smell; while the others, and more those of the leaf picked up in wet weather, give earthy color and unpleasant smell ”. After a few weeks, having become very hard, they were delivered to the pulp. Here they were crumbled into water, urine and vinegar (or wine) and left to macerate for at least fifteen days. One can imagine that the smell emanating from dyer’s woad pulps was not the best and in fact several archival documents testify to how their location was most of the time located outside the city walls. At the end of maceration, the dyer’s woad pasta was dried and reduced to powder, then sold to dyers.
Medieval recipes for the extraction of the blue color from the dyer’s woad can be read in the manuscript 2861 of the University Library of Bologna. It is a small format code, consisting of 239 cards of 15 lines, initially kept at the San Salvatore convent in Bologna where he had returned after the Napoleonic requisitions, integrally transcribed for the first time by Mary P. Merrifield in the second volume of his Original treatises on the arts of painting (1849). Among the procedures proposed in the manuscript, for example, we find the following, thus translated by Francesca Muzio: “crush very thin dyer’s woad grass, make bullets like apples, then take for each pound of dyer’s woad two ounces of common salt, three ounces of live sulfur and an ounce of rock alum; then chop well together and mix with the grass. Put everything in a copper pot with very clean water and dilute it like a not too thick sauce; put on the bright fire, and leave it so that it becomes like pasta; then raise it over a table and spread it rather thin. Cut it with the knife as you like, put it to dry and the indigo will be made. ” Or, still, this other rather hasty recipe: “knead dyer’s woad flower together with urine and strong vinegar, make it a smudge and dry it in the sun. And if you lighten up, put more dyer’s woad flower on it so that it has a good color; then cut it into pieces, let it finish drying, and it will be done. ”
Subsequently with the arrival on the market of the Indigofera tinctoria a different process of extraction of the indigo pigment, ie by oxygenation, is developed. This procedure is also extended to the dyer’s woad and it is the one that still continues to be tested and developed, with many different variants. In a nutshell, the process starts with the maceration of the fresh leaves in hot water, followed by the filtering and addition of a strong base (lye, slaked lime or caustic soda) to raise the pH. Oxygenation should also be encouraged, even simply by stirring everything vigorously and several times, in this way the indacano contained in the leaves oxidizes giving rise to the indigo which, not being soluble, falls to the bottom of the container. In the ancient maceri it was usually used a system formed by vats placed at different levels, in order to carry out the various operations taking advantage of the fall of the liquid, from the maceration tank, to the beater, to the restroom. Subsequently it passes to the drying in the air or the heat of a stove, then to the collection of the color in solid form. A final step consists in storing the so obtained breads in closed barrels, for about three weeks, so that they can exude excess moisture; after further drying the blue is definitely ready: “sell as quickly as possible – the manuals suggest – where you do not want to submit to a tare of a tenth or even more, which happens to the pasta in the first six months after done” .

The color then passed into the hands of the dyers. The techniques of the ancient dyeing procedures, despite their economic and social importance, have remained known only in an approximate way through indirect evidence, such as the accounting books in which quantity and quality of the ingredients used were recorded or the most important Arti medieval statutes ( The art of wool and silk) which controlled the dyeing activity by adjusting it to one’s own needs, therefore, these documents handed down “everything the dyer did not have to do; but more rarely what the dyer should have done; never, or almost never, how it would have worked in practice ”.
The solidity of the color extracted from this plant is proven by the medieval tapestries that have come down to us: the greens of the Bayeux Tapestry have been dyed with dyer’s woad surmounted on the yellow of the minor broom and the blues of the Apocalypse Tapestry have exceeded the centuries.
The dyer’s woad was one of the indigo dyes used, at one time, for dyeing the canvas with which blue jeans trousers were made. Blue jeans, thanks to the fibers from which they are made, are very resistant and were used as a uniform for workers who rubbed on the floor and needed a resistant dress.
As for the edibility, the leaves require a long soak to be used, as they are very bitter and keep a bit of a bitter taste even after boiling. The seeds, even if not edible, contain up to 34% protein and 38% fat.
In reference to its therapeutic value, for internal use the plant has a very astringent effect, it is used externally as a mash or poultice to heal ulcers, inflammation and stop bleeding. The leaves have antibacterial, antiviral, anticancer, astringent and febrifuge properties. The leaves are harvested in the summer and can be used fresh or dried, they are also macerated to extract the blue pigment useful for convulsions, mumps and fevers in children. The root as the whole plant is antibacterial and anticancer.
Today this plant, although almost completely replaced by Indigo (Indigofera tinctoria) and synthetic dyes, is still used to improve the yields of greens, blues and blacks. The oil contained in the seeds is used in cosmetics; with the plant extract the woods can be treated in order to preserve them better.

Preparation Mode –
Today it is possible to buy the blue pigment extracted from the plant by specialized artisans and dye the fabrics by preparing a “color bath” of warm water (55 ° C) with the addition of soda and sodium hydrosulphite.
The dye is extracted from the leaves of this plant collected during the first year of life. After maceration and fermentation in water, a yellow-green solution is obtained which agitates and oxidizes to produce a precipitate (indigotine). The dye, very solid, can be used in the dyeing of wool, silk, cotton, linen and jute, but also in cosmetics and pictorial colors.

Guido Bissanti

Sources
– Acta Plantarum – Flora of the Italian Regions.
– Wikipedia, the free encyclopedia.
– Treben M., 2000. Health from the Pharmacy of the Lord, Advice and experiences with medicinal herbs, Ennsthaler Editore
– Pignatti S., 1982. Flora of Italy, Edagricole, Bologna.
– Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (edited by), 2005. An annotated checklist of the Italian vascular flora, Palombi Editore.

Attention: Pharmaceutical applications and food uses are indicated for informational purposes only, do not in any way represent a medical prescription; therefore no responsibility is assumed for their use for curative, aesthetic or food purposes.





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Isatis tinctoria

El hierba pastel (Isatis tinctoria L.) es una especie herbácea bienal perteneciente a la familia Brassicaceae.

Sistemática –
Desde el punto de vista sistemático, pertenece al Dominio Eukaryota, Reino Plantae, División Magnoliophyta, Clase Magnoliopsida, Orden Capparales, Familia Brassicaceae y, por lo tanto, al Género Isatis y a las Especies I. tinctoria.

Etimología –
El término Isatis proviene de ἰσάτις isátis, el nombre griego clásico del vado en Dioscórides e Hipócrates (de ἰσάζω isázo equalize, smooth): debido a las propiedades abrasivas de algunas plantas de este género.
El epíteto específico tinctoria proviene del tíngo dye: luego se usa para teñir telas.

Distribución geográfica y hábitat –
El hierba pastel es una planta de origen asiático que casi seguramente se introdujo en Europa a partir del Neolítico.
Otros autores afirman que fue importado a Italia por los cátaros que se establecieron en el área del Piamonte correspondiente a la actual ciudad de Chieri.
Esta tesis sería corroborada por el hecho de que en el triángulo entre Toulouse, Albi y Carcasona, el cultivo de Isatis tinctoria se desarrolló en el ducado de Lauraguais, del que se obtuvo el “azul pastel”, extremadamente buscado en la pintura y en la industria textil; Esta actividad dio una prosperidad particular a estas áreas, originalmente pobres, tanto que desde entonces se han definido como la “ciudad de Cuccagna” (de cocagne, el nombre francés que se le dio al pastel de tinte azul cuando se comercializó).
Su difusión italiana se encuentra en las zonas de los Alpes occidentales y marítimos (Valle de Aosta, Piamonte y Liguria), en la región del Véneto, incluso si se limita al área de la provincia de Treviso, en algunas regiones del centro-norte de Italia, como Toscana, Umbría y Marcas y en el centro y sur de Italia, como Abruzos y Lacio; También lo encontramos en Sicilia y Cerdeña.
Su hábitat es el de las ruinas no cultivadas, a lo largo de los bordes de las carreteras y en suelos pisoteados, generalmente con reacción básica, pero también en arenas de sílice, desde el nivel del mar hasta el cinturón subalpino (aproximadamente 2.000 m. S.l.m.).

Descripción –
El vado es una planta herbácea bienal que puede alcanzar una altura entre 40 y 120 cm.
En su primer año de vida, la planta permanece en una fase vegetativa en la que forma una roseta de hojas; en el segundo año se desarrolla el tallo de la flor que conduce a la fructificación posterior. Toda la planta es glauca.
Las hojas son lanceoladas, con dimensiones de 1.5 a 5.0 cm de longitud.
La inflorescencia está compuesta por unos veinte tallos de color azul púrpura con flores (reunidas en densos racimos en forma de corymb) con sépalos elípticos y pétalos amarillos, de los cuales solo unos pocos maduran. El diámetro de la cabeza varía de 3,5 cm a 18 cm.
La antesis es entre mayo y julio.

Cultivo –
Isatis tinctoria crece en suelos bien drenados y ricos, ama la luz pero puede crecer incluso a media sombra; Es una planta de fácil cultivo que se vuelve a sembrar por sí sola, incluso si no le gusta explotar el mismo suelo dos veces.
Las hojas se cosechan desde el primer año y 3-4 cosechas pueden seguir al primero. el primer año forma una roseta con una apariencia fresca y una raíz principal grande; tarda 20 meses en florecer y desde el segundo año con su flor amarilla puede iluminar todo el jardín.

Usos y Tradiciones –
El vado es una planta que siempre ha sido conocida y apreciada por sus propiedades de tintura relacionadas con el color azul.
Hizo la riqueza de la ciudad de Erfurt (Turingia), pero incluso los antiguos egipcios, los británicos y los romanos lo utilizó como remedio y como colorante.
La evidencia de su uso antiguo proviene de India, Medio Oriente y África del Norte, mientras que en Europa tiene su máxima difusión solo a fines de la Edad Media. Las razones de este retraso se deben al hecho de que el color también es una construcción cultural: en las sociedades mediterráneas europeas, el azul ha cubierto un papel simbólico marginal a lo largo de la antigüedad y la Edad Media, para los romanos incluso tiene connotaciones negativas como identificado con el color de los bárbaros que solían colorear sus cuerpos para asustar a sus enemigos.
El vado, como tinte, también fue utilizado por los británicos para teñir la cara del característico color azul / azul que hacía que su apariencia fuera más terrible en la batalla; “Teñir” algo en el mundo civilizado era equivalente a decir que era rojo. No fue hasta los azules siglo XII sufre una mejora progresiva, hasta un cambio total de perspectiva en la era moderna: de repente, el azul se vuelve hermosa.
El cultivo y el comercio del vado comenzaron a asumir una importancia económica considerable, particularmente en Turingia y en los territorios occitanos incluidos entre las ciudades de Toulouse, Carcasona y Albi, para dar lugar a la expresión pays de cocagne, la tierra de la bonanza. para indicar un lugar de extraordinaria abundancia y prosperidad: los coques o cocanes estaban teñiendo panes de pasta listos para la venta. Incluso en Italia, entre los siglos XIV y XV, el vado es la base de los flujos comerciales esenciales para el desarrollo económico de numerosos distritos. Se procesa en Umbría (el nombre de la ciudad que Gualdo Tadino deriva de esta planta), en las zonas de los Apeninos del norte de las Marcas (Montefeltro, valle superior del Metauro y de Foglia, Massa Trabaria), en algunos territorios toscanos (Arezzo, Val Tiberina), piamontés y ligures, pero también en otras partes del país. Su pigmento azul se usó no solo para colorear telas, en muchos sectores artísticos, desde la miniatura de manuscritos hasta la decoración de terracota, hasta las pinturas de los grandes artistas del Renacimiento: fue ampliamente utilizado, por ejemplo, en numerosas pinturas de Piero della Francesca, cuyo padre era un rico comerciante del vado de San Sepolcro.
Posteriormente hubo una disminución de Isatis tinctoria alrededor del siglo XVI cuando su color azul fue suplantado por la materia colorante extraída de Indigofera, de ahí el nombre de “índigo”, una planta que mostró rendimientos claramente más altos, mejor uniformidad de color y mayor facilidad de procesamiento.
Debemos llegar a principios del siglo XIX para presenciar un indicio de recuperación para el cultivo de Isatis tinctoria, cuando el bloque de relaciones comerciales con Inglaterra establecido por Napoleón, conocido como el Bloque Continental (1806), también interrumpe las rutas de importación. índigo que hace necesario recuperar las técnicas, ahora obsoletas, de extraer el pigmento azul de las plantas locales. Con un decreto imperial, los premios monetarios están prohibidos para aquellos que lograron encontrar los mejores y más rentables métodos para cultivar y procesar vado o para descubrir otra planta de la cual extraer un color de calidad comparable al de Indigofera delle Indie. y las Américas.

Entonces, en la ventana de tiempo de la primera década del siglo, se movilizan agrónomos y químicos, que dan diferentes impresiones a los manuales en francés e italiano. Entre estos, Giuseppe Morina, miembro corresponsal del Real Instituto de estímulo para las ciencias naturales de Nápoles, que abre sus Memorias científicas en torno al vado afirmando que “conoce bien el cuidado sabio del Real Instituto de Fomento para promover la fabricación de ‘índigo, para eximir a nuestra nación de un tributo, que paga anualmente a los extranjeros por la compra de un artículo tan valioso tan necesario para los colores azules “.
La economía floreciente vinculada a esta planta se suplanta gradualmente cuando se producen industrialmente, tintes sintéticos menos costosos con colores más consistentes y duraderos que eliminan el uso de tintes naturales del mercado (que, por otro lado, especialmente en los grandes cultivos Indios, retenidos por una brutal explotación del trabajo local por los colonizadores europeos). La estructura molecular del índigo se determina en 1878, cuatro años después se lleva a cabo la primera síntesis química y en 1897 dos fábricas alemanas comienzan la producción de índigo sintético a escala industrial, que se pone a la venta a un precio más bajo de dos marcos por kilo. comparado con el natural. Es una pena que a cambio de ser barato y un color perfecto, que no siempre rima con belleza, los tintes sintéticos también son contaminantes y dañinos, causando un gran impacto ambiental en la fase de producción y dejando residuos tóxicos en los tejidos cada vez más frecuentes. Reacciones alérgicas y dermatitis de contacto.
La toxicidad y la insostenibilidad del uso de tintes sintéticos ahora está volviendo a un redescubrimiento gradual de esta y otras plantas de tintura.
El hierba pastel se cultiva como un uso fundamental para la extracción del color azul, pero en el pasado también se usaba como planta medicinal para hacer frente a las deficiencias de hierro y estados debilitantes, para estimular el crecimiento de los niños, para tratar el escorbuto y otras enfermedades. y, debido a sus propiedades astringentes y curativas, como un paquete externo contra dermatitis, llagas y heridas. Se puede usar como forraje para animales, incluso si tiene un sabor amargo, pero rara vez se usa en nutrición humana debido a su difícil digestibilidad.
El tinte está contenido en las hojas producidas en el primer año de vida de la planta, ya que la concentración es bastante baja, es necesario utilizar cantidades abundantes, reunidas en plena madurez. El corte no daña la planta, lo que hará crecer nuevas hojas, permitiendo cuatro o cinco colecciones por temporada, a una distancia de unos veinte días entre sí. Al final del verano, las propiedades de tintura están disminuyendo, por esta razón, por lo general, estaba prohibido mezclar la última cosecha con las anteriores y tradicionalmente se fijó una fecha límite de recolección, que algunos estatutos medievales del centro de Italia indican para el 29 de septiembre.
Las hojas de Isatis tinctoria contienen dos compuestos orgánicos complejos (glucósido indacano y éster de isatano B) que no son solubles en agua; Por lo tanto, la sustancia colorante (indigotina) no está directamente disponible, pero debe obtenerse mediante un procesamiento preciso. El rendimiento no es muy alto, considerando que no se pueden obtener más de uno o dos gramos de color de un kilo de hojas.
En los años setenta y ochenta, el historiador de historias locales Delio Bischi sacó a la luz en el territorio de los Apeninos de Montefeltro varias piedras de molino de piedra con surcos particulares, a menudo readaptadas como barras transversales, edículos y otras construcciones, asumiendo un uso diferente del de las piedras de molino para trigo y aceitunas. De hecho, las piedras de molino dyer’s woad se utilizaron en las antiguas prácticas de procesamiento de esta planta, lo que redujo las hojas frescas a pulpa. Ya en esta primera fase del proceso de producción no faltaron los que estaban dispuestos a intervenir de manera fraudulenta para su propio beneficio: “algunos agricultores de mala fe arrojan arena debajo de la piedra de molino, alegando que esto es necesario para evitar la adhesión de la pasta a la circunferencia, pero el verdadero propósito es aumentar el peso del pastel.
La pasta así obtenida se dejó reposar durante un par de semanas en estantes o en una superficie inclinada, dando lugar a una primera fermentación con la previsión de verificar constantemente cualquier grieta en la superficie, para cerrarla para evitar la proliferación de gusanos. ; posteriormente, la pasta se modeló en panes o bolas (coccagne) que nuevamente, girándolos con frecuencia, se dejaron en lugares ventilados y sombreados mientras dentro de ellos continuó el proceso de fermentación. Los panes fueron modelados gracias a la ayuda de cuencos especiales de madera, su peso y sus dimensiones fueron regulados con precisión: “los panes perfectos se conocen partiéndolos, porque en su interior siempre son de color púrpura y transmiten un olor muy agradecido; mientras que los otros, y más los de la hoja recogidos en clima húmedo, le dan un color terroso y un olor desagradable ”. Después de algunas semanas, habiéndose endurecido mucho, fueron entregados a la pulpa. Aquí se desmenuzaron en agua, orina y vinagre (o vino) y se dejaron macerar durante al menos quince días. Uno puede imaginar que el olor que emana de las pulpas de Woad no era el mejor y, de hecho, varios documentos de archivo dan testimonio de que su ubicación se encontraba la mayor parte del tiempo fuera de las murallas de la ciudad. Al final de la maceración, la pasta hierba pastel se secó y se redujo a polvo, luego se vendió a los tintoreros.
Las recetas medievales para la extracción del color azul del vado se pueden leer en el manuscrito 2861 de la Biblioteca de la Universidad de Bolonia. Es un código de formato pequeño, que consta de 239 tarjetas de 15 líneas, inicialmente conservadas en el convento de San Salvatore en Bolonia, donde había regresado después de las requisiciones napoleónicas, transcritas íntegramente por primera vez por Mary P. Merrifield en el segundo volumen. de sus Tratados originales sobre las artes de la pintura (1849). Entre los procedimientos propuestos en el manuscrito, por ejemplo, encontramos lo siguiente, traducido de esta manera por Francesca Muzio: “triture la hierba de vado muy delgada, haga balas como manzanas, luego tome por cada libra de vado dos onzas de sal común, tres onzas de azufre vivo y una onza de alumbre de roca; luego picar bien juntos y mezclar con la hierba. Ponga todo en una olla de cobre con agua muy limpia y diluya como una salsa no muy espesa; enciende el fuego brillante y déjalo para que se vuelva como la pasta; luego levántelo sobre una mesa y extiéndalo bastante delgado. Córtalo con el cuchillo como quieras, déjalo secar y se hará el índigo “. O, aún, esta otra receta bastante apresurada: “amase la flor del vado junto con orina y vinagre fuerte, hágalo una mancha y séquelo al sol. Y si te relajas, ponle más flor de vado para que tenga un buen color; luego córtalo en pedazos, déjalo terminar de secar y listo “.
Posteriormente con la llegada al mercado de Indigofera tinctoria se desarrolla un proceso diferente de extracción del pigmento índigo, es decir, por oxigenación. Este procedimiento también se extiende al vado y es el que aún se sigue probando y desarrollando, con muchas variantes diferentes. En pocas palabras, el proceso comienza con la maceración de las hojas frescas en agua caliente, seguido por el filtrado y la adición de una base fuerte (lejía, cal apagada o soda cáustica) para elevar el pH. También se debe alentar la oxigenación, incluso simplemente agitando todo vigorosamente y varias veces, de esta manera el indacano contenido en las hojas se oxida dando lugar al índigo que, al no ser soluble, cae al fondo del recipiente. En los antiguos maceri, generalmente se usaba un sistema formado por tanques colocados en diferentes niveles, para llevar a cabo las diversas operaciones aprovechando la caída del líquido, desde el tanque de maceración, hasta el batidor y el baño. Posteriormente pasa al secado al aire o al calor de una estufa, luego a la recolección del color en forma sólida. Un último paso consiste en almacenar los panes así obtenidos en barriles cerrados, durante aproximadamente tres semanas, para que puedan exudar el exceso de humedad; después de un mayor secado, el azul está definitivamente listo: “venda lo más rápido posible – sugieren los manuales – donde no desea someterse a una tara de una décima o más, lo que le sucede a la pasta en los primeros seis meses después de haber terminado” .

El color pasó a manos de los tintoreros. Las técnicas de los antiguos procedimientos de tintura, a pesar de su importancia económica y social, solo se han conocido de manera aproximada a través de pruebas indirectas, como los libros de contabilidad en los que se registraron la cantidad y la calidad de los ingredientes utilizados o los estatutos medievales más importantes de Arti ( El arte de la lana y la seda) que controlaba la actividad de tintura ajustándola a las propias necesidades, por lo tanto, estos documentos transmitían “todo lo que el tintorero no tenía que hacer; pero más raramente lo que el tintorero debería haber hecho; nunca, o casi nunca, cómo habría funcionado en la práctica ”.
La solidez del color extraído de esta planta está demostrada por los tapices medievales que nos han llegado: los verdes del Tapiz Bayeux han sido teñidos con vado sobre el amarillo de la escoba menor y los azules del Tapiz del Apocalipsis han excedido los siglos.
El vado era uno de los tintes índigo utilizados, en un momento, para teñir el lienzo con el que se hacían los pantalones de mezclilla. Los jeans azules, gracias a las fibras de las que están hechos, son muy resistentes y se usaron como uniforme para los trabajadores que se frotaban en el piso y necesitaban un vestido resistente.
En cuanto a la comestibilidad, las hojas requieren un remojo largo, ya que son muy amargas y mantienen un poco de sabor amargo incluso después de hervir. Las semillas, incluso si no son comestibles, contienen hasta 34% de proteína y 38% de grasa.
En referencia a su valor terapéutico, para uso interno, la planta tiene un efecto muy astringente, se usa externamente como puré o cataplasma para curar úlceras, inflamación y detener el sangrado. Las hojas tienen propiedades antibacterianas, antivirales, anticancerígenas, astringentes y febrífugas. Las hojas se cosechan en el verano y se pueden usar frescas o secas, también se maceran para extraer el pigmento azul útil para las convulsiones, las paperas y las fiebres en los niños. La raíz como toda la planta es antibacteriana y anticancerígena.
Hoy en día, esta planta, aunque casi completamente reemplazada por Indigo (Indigofera tinctoria) y tintes sintéticos, todavía se usa para mejorar los rendimientos de verdes, azules y negros. El aceite contenido en las semillas se usa en cosméticos; Con el extracto de la planta, las maderas pueden tratarse para preservarlas mejor.

Modo de preparación –
Hoy es posible comprar el pigmento azul extraído de la planta por artesanos especializados y teñir las telas preparando un “baño de color” de agua tibia (55 ° C) con la adición de gaseosa e hidrosulfito de sodio.
El tinte se extrae de las hojas de esta planta recolectadas durante el primer año de vida. Después de la maceración y fermentación en agua, se obtiene una solución de color verde amarillento que se agita y oxida para producir un precipitado (indigotina). El tinte, muy sólido, se puede utilizar para teñir lana, seda, algodón, lino y yute, pero también en cosméticos y colores pictóricos.

Guido Bissanti

Fuentes
– Acta Plantarum – Flora de las Regiones italianas.
– Wikipedia, la enciclopedia libre.
– Treben M., 2000. Salud de la farmacia del Señor, consejos y experiencias con hierbas medicinales, Ennsthaler Editore
– Pignatti S., 1982. Flora de Italia, Edagricole, Bolonia.
– Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (editado por), 2005. Una lista de verificación anotada de la flora vascular italiana, Palombi Editore.

Atención: las aplicaciones farmacéuticas y los usos alimentarios están indicados solo con fines informativos, de ninguna manera representan una prescripción médica; por lo tanto, no se asume ninguna responsabilidad por su uso con fines curativos, estéticos o alimenticios.





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