[:it] Indigofera tinctoria [:en] Indigofera tinctoria [:es] Indigofera tinctoria [:]

[:it]

Indigofera tinctoria

L’ Indaco dei tintori (Indigofera tinctoria L., 1753) è una specie arbustiva appartenente alla famiglia delle Fabacee.

Sistematica –
Dal punto di vista sistematico appartiene al Dominio Eukaryota, Regno Plantae, Divisione Magnoliophyta, Classe Magnoliopsida, Ordine Fabales, Famiglia Fabaceae, Sottofamiglia Faboideae, Tribù Indigofereae e quindi al Genere Indigofera ed alla Specie I. tinctoria.
Sono sinonimi i termini:
– Anila tinctoria var. normalis Kuntze;
– Indigofera anil var. orthocarpa DC.;
– Indigofera bergii Vatke;
– Indigofera cinerascens DC.;
– Indigofera houer Forssk.;
– Indigofera indica Lam.;
– Indigofera oligophylla Baker;
– Indigofera orthocarpa (DC.) O.Berg & C.F.Schmidt;
– Indigofera sumatrana Gaertn.;
– Indigofera tinctoria Blanco;
– Indigofera tulearensis Drake.

Etimologia –
Il termine Indigofera viene dallo spagnolo indigo (in latino indicum, in greco ινδικος indikos) e da fero porto: quindi che fornisce il colorante indaco.
L’epiteto specifico tinctoria proviene da tíngo tingere: utilizzata per tingere stoffe.

Distribuzione Geografica ed Habitat –
L’Indigofera tinctoria è una pianta di origine tropicale e che, quindi, ben si adatta ai vari climi tropicali. L’origine è molto probabilmente delle aree dell’ India in quanto il suo habitat nativo è sconosciuto poiché è una pianta coltivata da secoli in tutto il mondo; successivamente venne diffusa e coltivata anche in Cina e nelle Americhe prima di diventare a così larga diffusione.
Questa pianta è comunque spontanea in Africa, in Oceania e in gran parte del Sud-est asiatico e successivamente è stata introdotta in altre parti dell’Asia e nei Caraibi, causando un certo impatto ambientale a causa dell’abbondante proliferazione di questa pianta a discapito delle coltivazioni.

Descrizione –
L’ Indaco dei tintori è una pianta arbustiva che può raggiungere da 1 a 2 m di altezza. Si può presentare, anche in funzione del clima, come pianta annuale, biennale o perenne.
Le foglie sono pennate e di colore verde chiaro.
I fiori sono portati in forma di spiga e colorati dal rosa al viola.
I frutti sono dei legumi lunghi, tondeggianti di colore marrone – rossastro al cui interno sono presenti dei piccoli semi di forma quasi cilindrica e di colore bruno.

Coltivazione –
L’Indigofera tinctoria è una pianta che si coltiva a partire dalla semina ed il periodo migliore per effettuare questa operazione è la primavera.
La fioritura si ha dopo circa tre mesi. In quel momento le foglie assumono un colore violaceo, ciò è indice del fatto che il contenuto in indaco è elevato. Il principio tintorio, l’indacano, è sprigionato dalle foglie, le quali contengono, inoltre, il bruno d’indaco e pigmenti flavonici gialli. La quantità e la ripartizione percentuale dei pigmenti presenti varia sia da specie a specie, sia a seconda dell’età della pianta. Si pensa che la coltivazione dell’indigo, per garantire migliori risultati, debba essere fatta in un luogo ove la temperatura media giornaliera, per tre mesi consecutivi, si mantenga sui 22°C.
Inoltre, essendo un legume, la sua presenza nelle rotazioni agrarie migliora il suolo così come altri legumi atmosferici che fissano l’azoto.

Usi e Tradizioni –
La storia dell’utilizzo dell’ Indigofera tinctoria si perde nella notte dei tempi. L’impiego dell’indigo nella colorazione delle fibre naturali risale ai primordi della civiltà: i nostri antenati Europei del Neolitico conoscevano già questa tintura dei toni bluastri, sebbene ricorressero all’utilizzo di un’altra pianta.
Gli antichi popoli dell’Asia lo adoperavano per tingere gli indumenti già nel 2000 a.C., così come gli antichi Egizi; una tavoletta babilonese del VII secolo a.C. riporta una ricetta per tingere la lana con questa pianta. A differenza dei popoli asiatici e africani, gli europei non utilizzavano però l’indigo come tintura dei tessuti ma lo impiegavano nella cosmetica, come medicinale e per creare pigmenti coloranti ai fini pittorici.
In Egitto durante il periodo dei faraoni, infatti, si ricava il colore blu dall’utilizzo del guado (Isatis tinctoria). Tale arte tintoria si diffuse poi in Grecia e successivamente in Italia, dove i Romani svilupparono intensamente la coltura dell’Isatis tinctoria. È interessante il fatto che già presso i Greci ed i Romani, era noto che nei paesi dell’Estremo Oriente esisteva una tintura blu molto potente e resistente: l’indicum o indikon, chiamato anche blu delle indie o indaco. La cosa sorprendente, e che a quei tempi non si immaginava neppure, è che le due tinture, indaco e guado, benché ottenute da piante diverse, permettano di ottenere lo stesso principio tintorio, l’indaco o indigotina. Non a caso il termine Hennè Nero risulta ambivalente nell’indicare sia l’indigo, ossia Indigofera Tinctoria, che il guado, ossia l’Isatis Tinctoria.
Nel corso del XVII secolo, infatti, con l’introduzione dell’Indigofera, l’industria del guado entrò repentinamente in crisi perché l’indigo si dimostrò essere economicamente più conveniente. L’indaco offriva l’enorme vantaggio di eliminare i processi lavorativi di macinazione e macerazione.
Inizialmente in Europa per tingere il blu si utilizzava il guado, Isais Tinctoria (il famoso blu di Piero della Francesca), finché Marco Polo non portò dall’Oriente la ricetta per tingere con l’Indigofera.
Fu infatti Marco Polo, nel 13° secolo, il primo europeo a riferire sulla preparazione dell’indaco in India. L’indaco fu usato abbastanza spesso nella pittura da cavalletto europea, a partire dal Medioevo.
L’indigo indiano ebbe un ruolo rilevante nell’economia dell’india in quanto questa fondamentale materia tintoria , essendo nella migliore qualità per centinaia di anni venne esportata in tutto il mondo. Il vero e proprio Indigo non deriva solo dalla pianta ma da tutto un procedimento di fermentazione, macerazione, ossidazione ed infine essiccazione delle foglie di Indigofera fino al raggiungimento della famosa polvere.
Il commercio di questa pianta risultava molto propizio per gli Asiatici fino allo sbarco di Vasco da Gama a Calicut. Da quel momento in poi gli Europei poterono importarla senza necessariamente intermediare con i mercati asiatici a prezzi più convenienti; eppure la sua produzione continuò anche sotto il dominio inglese dell’India.
Oggi la maggior parte della tintura è sintetica, ma la tintura naturale di Indigofera tinctoria è ancora disponibile, commercializzata come colorazione naturale dove è conosciuta come tarum in Indonesia e nila in Malesia. In Iran e nelle aree dell’ex Unione Sovietica è noto come basma. La pianta è anche ampiamente coltivata per migliorare il suolo.
La tintura che se ne ricava è ottenuta dalla lavorazione delle foglie della pianta. Sono immersi in acqua e fermentati al fine di convertire l’indicotina di colorante blu presente naturalmente nella pianta nell’indigotina di colorante blu. Il precipitato dalla soluzione fogliare fermentata viene miscelato con una base forte come la lisciva.
Il principio tintorio, l’indacano, è sprigionato dalle foglie, le quali contengono, inoltre, il bruno d’indaco e pigmenti flavonici gialli. La quantità e la ripartizione percentuale dei pigmenti presenti varia sia da specie a specie, sia a seconda dell’età della pianta. Si pensa che la coltivazione dell’indigo, per garantire migliori risultati, debba essere fatta in un luogo ove la temperatura media giornaliera, per tre mesi consecutivi, si mantenga sui 22°C.
Oggi la polvere di Indigofera è ampiamente utilizzata per la colorazione naturale dei capelli al fine di ottenere tonalità scure o brune. Poco dopo l’applicazione, i capelli acquistano una tonalità verde/blu, mentre i capelli bianchi assumono un riflesso tendente al cenere.
L’utilizzo dell’hennè nero su capelli castano scuro o bruni porta a gradevoli risultati, la base di partenza assumerà gradualmente toni color melanzana. Ottenendo così un effetto scurente e brillante sull’intera capigliatura.
All’interno delle foglie di Indigofera tinctoria sono state isolate varie sostanze chimiche come flavonoidi, terpenoidi, alcaloidi e tannini.
La sostanza presente nella pianta e più utile a creare il pigmento finale è però l’indicano, un glicoside che idrolizza in indossile e glucosio per azione di enzimi vegetali e soluzioni chimiche; l’indossile per azione dell’ossigeno atmosferico si trasforma quindi in indigotina (o indaco), la cui struttura contiene due gruppi indolici.
È stata inoltre estratta una sostanza, l’indirubina, che ha dimostrato una blanda azione antitumorale ed è colorata di rosso.
Oltre a fornire l’indaco, l’Indigofera tinctoria sembra avere diversi effetti curativi.

Modalità di Preparazione –
L’ Indaco dei tintori non contiene direttamente il pigmento, motivo per cui deve essere ricavato per mezzo di un lungo e complesso procedimento, il quale prevede una reazione di ossidoriduzione.
La procedura per l’estrazione del colore prevede la fermentazione delle foglie e dei fusti in una soluzione basica riducente (da cui l’ossigeno deve essere rimosso) per ottenere la cosiddetta forma “leuco”. Si passa così alla ossidazione dell’indossile ottenuto dalla fase precedente tramite esposizione all’aria. Da questo processo si otterrà l’indaco, pigmento insolubile in acqua.
L’indaco si deposita quindi sul fondo del recipiente utilizzato.
Viene poi riscaldato l’indaco per far evaporare completamente l’acqua.

Guido Bissanti

Fonti
– Acta Plantarum – Flora delle Regioni italiane.
– Wikipedia, l’enciclopedia libera.
– Treben M., 2000. La Salute dalla Farmacia del Signore, Consigli ed esperienze con le erbe medicinali, Ennsthaler Editore
– Pignatti S., 1982. Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
– Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (a cura di), 2005. An annotated checklist of the Italian vascular flora, Palombi Editore.

Attenzione: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi alimurgici sono indicati a mero scopo informativo, non rappresentano in alcun modo prescrizione di tipo medico; si declina pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.





[:en]

Indigofera tinctoria

The true indigo (Indigofera tinctoria L., 1753) is a shrub species belonging to the Fabaceae family.

Systematics –
From the systematic point of view it belongs to the Eukaryota Domain, United Plantae, Magnoliophyta Division, Magnoliopsida Class, Fabales Order, Fabaceae Family, Faboideae Subfamily, Indigofereae Tribe and then to the Genus Indigofera and the Species I. tinctoria.
The terms are synonymous:
– Anila tinctoria var. normalis Kuntze;
– Indigofera anil var. orthocarpa DC .;
– Indigofera bergii Vatke;
– Indigofera cinerascens DC .;
– Indigofera houer Forssk .;
– Indigofera means Lam .;
– Indigofera oligophylla Baker;
– Indigofera orthocarpa (DC.) O.Berg & C.F.Schmidt;
– Indigofera sumatrana Gaertn .;
– Indigofera tinctoria Blanco;
– Drake Indigofera tulearensis.

Etymology –
The term Indigofera comes from the Spanish indigo (in Latin indicum, in Greek ινδικος indikos) and from fero porto: therefore it provides the indigo dye.
The specific epithet tinctoria comes from tíngo dye: used to dye fabrics.

Geographical Distribution and Habitat –
Indigofera tinctoria is a plant of tropical origin and is therefore well suited to various tropical climates. The origin is most likely from the areas of India as its native habitat is unknown because it is a plant cultivated for centuries all over the world; subsequently it was spread and cultivated also in China and the Americas before becoming so widespread.
This plant is still spontaneous in Africa, Oceania and most of Southeast Asia and was subsequently introduced in other parts of Asia and the Caribbean, causing a certain environmental impact due to the abundant proliferation of this plant at the expense of crops.

Description –
True indigo is a shrubby plant that can grow from 1 to 2 m in height. It can be present, also depending on the climate, as an annual, biennial or perennial plant.
The leaves are pinnate and light green in color.
The flowers are carried in spike form and colored from pink to purple.
The fruits are long, roundish legumes of brown-reddish color inside which there are small seeds of almost cylindrical shape and brown in color.

Cultivation –
Indigofera tinctoria is a plant that is grown starting from sowing and the best time to do this is spring.
Flowering occurs after about three months. At that moment the leaves take on a purplish color, this is an indication of the fact that the indigo content is high. The dyeing principle, the indacano, is given off by the leaves, which also contain indigo brown and yellow flavonic pigments. The quantity and the percentage distribution of the pigments present varies both from species to species, and depending on the age of the plant. It is thought that the cultivation of indigo, to ensure better results, must be done in a place where the average daily temperature, for three consecutive months, remains at 22 ° C.
Moreover, being a legume, its presence in agrarian rotations improves the soil as well as other atmospheric legumes that fix the nitrogen.

Uses and Traditions –
The history of the use of Indigofera tinctoria is lost in the mists of time. The use of indigo in the coloring of natural fibers dates back to the beginnings of civilization: our Neolithic European ancestors already knew this tinge of bluish tones, although they resorted to using another plant.
The ancient peoples of Asia used it to dye clothes as early as the year 2000 BC, as well as the ancient Egyptians; a Babylonian tablet from the 7th century BC shows a recipe for dyeing the wool with this plant. However, unlike the Asian and African peoples, Europeans did not use indigo as a dye for fabrics but used it in cosmetics, as a medicine and to create coloring pigments for pictorial purposes.
In Egypt during the period of the pharaohs, in fact, the blue color is obtained from the use of the ford (Isatis tinctoria). This dyeing art then spread to Greece and then to Italy, where the Romans intensively developed the culture of Isatis tinctoria. It is interesting that already among the Greeks and the Romans, it was known that in the countries of the Far East there was a very powerful and resistant blue tincture: the indicum or indikon, also called indie blue or indigo. The surprising thing, and that at that time was not even imagined, is that the two dyes, indigo and ford, although obtained from different plants, allow to obtain the same dyeing principle, indigo or indigotine. No coincidence that the term Black Henna is ambivalent in indicating both the indigo, or Indigofera Tinctoria, that the ford, or Isatis Tinctoria.
During the seventeenth century, in fact, with the introduction of the Indigofera, the ford industry suddenly went into crisis because the indigo proved to be economically more convenient. The indigo offered the enormous advantage of eliminating the work processes of grinding and maceration.
Initially in Europe to dye blue was used the ford, Isais Tinctoria (the famous blue by Piero della Francesca), until Marco Polo brought the recipe to dye with the Indigofera from the East.
It was in fact Marco Polo, in the 13th century, the first European to report on the preparation of the indigo in India. Indigo was used quite often in European easel painting, starting in the Middle Ages.
Indian indigo played an important role in the Indian economy as this fundamental dyeing matter, being in the best quality for hundreds of years, was exported all over the world. The real Indigo does not only derive from the plant but from a whole process of fermentation, maceration, oxidation and finally drying of the Indigofera leaves until reaching the famous powder.
The trade of this plant was very favorable for the Asians until the landing of Vasco da Gama in Calicut. From that moment on, Europeans could import it without necessarily intermediarying with Asian markets at cheaper prices; yet its production continued even under the English domination of India.
Today most of the dye is synthetic, but the natural tincture of Indigofera tinctoria is still available, marketed as natural coloring where it is known as tarum in Indonesia and nila in Malaysia. In Iran and areas of the former Soviet Union it is known as a basma. The plant is also widely cultivated to improve the soil.
The resulting dye is obtained by processing the leaves of the plant. They are immersed in water and fermented in order to convert the indicotine of blue dye naturally present in the plant into the blue dye indigotine. The precipitate from the fermented foliar solution is mixed with a strong base such as lye.
The dyeing principle, the indacano, is given off by the leaves, which also contain indigo brown and yellow flavonic pigments. The quantity and the percentage distribution of the pigments present varies both from species to species, and depending on the age of the plant. It is thought that the cultivation of indigo, to ensure better results, must be done in a place where the average daily temperature, for three consecutive months, remains at 22 ° C.
Today Indigofera powder is widely used for natural hair coloring in order to obtain dark or brown shades. Shortly after application, the hair acquires a green / blue tone, while the white hair takes on a reflection tending to ash.
The use of black henna on brown or dark brown hair leads to pleasing results, the starting base will gradually assume eggplant-colored tones. Thus obtaining a dark and brilliant effect on the entire hair.
Within the leaves of Indigofera tinctoria various chemical substances have been isolated such as flavonoids, terpenoids, alkaloids and tannins.
The substance present in the plant is more useful for creating the final pigment, however, it is the indica, a glycoside that hydrolyzes in the wearable and glucose by the action of vegetable enzymes and chemical solutions; the leather is therefore transformed into indigotine (or indigo) due to the action of atmospheric oxygen, whose structure contains two indolic groups.
A substance has also been extracted, indirubin, which has shown a mild antitumor action and is colored red.
In addition to supplying indigo, Indigofera tinctoria appears to have different healing effects.

Preparation Mode –
The true indigo does not directly contain the pigment, which is why it must be obtained by means of a long and complex procedure, which involves a redox reaction.
The procedure for color extraction involves the fermentation of the leaves and stems in a basic reducing solution (from which oxygen must be removed) to obtain the so-called “leuco” form. The next step is the oxidation of the leather obtained from the previous phase through exposure to air. From this process indigo, a water insoluble pigment will be obtained.
The indigo then settles on the bottom of the container used.
The indigo is then heated to completely evaporate the water.

Guido Bissanti

Sources
– Acta Plantarum – Flora of the Italian Regions.
– Wikipedia, the free encyclopedia.
– Treben M., 2000. Health from the Pharmacy of the Lord, Advice and experiences with medicinal herbs, Ennsthaler Editore
– Pignatti S., 1982. Flora of Italy, Edagricole, Bologna.
– Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (edited by), 2005. An annotated checklist of the Italian vascular flora, Palombi Editore.

Attention: Pharmaceutical applications and food uses are indicated for informational purposes only, do not in any way represent a medical prescription; therefore no responsibility is assumed for their use for curative, aesthetic or food purposes.





[:es]

Indigofera tinctoria

El añil de Guatemala (Indigofera tinctoria L., 1753) es una especie de arbusto perteneciente a la familia Fabaceae.

Sistemática –
Desde el punto de vista sistemático, pertenece al dominio Eukaryota, United Plantae, división Magnoliophyta, clase Magnoliopsida, orden Fabales, familia Fabaceae, subfamilia Faboideae, tribu Indigofereae y luego al género Indigofera y la especie I. tinctoria.
Los términos son sinónimos:
– Anila tinctoria var. normalis Kuntze;
– Indigofera anil var. ortocarpa DC .;
– Indigofera bergii Vatke;
– Indigofera cinerascens DC.
– Indigofera houer Forssk.
– Indigofera significa Lam.
– Indigofera oligophylla Baker;
– Indigofera orthocarpa (DC.) O.Berg y C.F.Schmidt;
– Indigofera sumatrana Gaertn.
– Indigofera tinctoria Blanco;
– Drake Indigofera tulearensis.

Etimología –
El término Indigofera proviene del índigo español (en latín indicum, en griego ινδικος indikos) y de fero porto: por lo tanto, proporciona el tinte índigo.
El epíteto específico tinctoria proviene del tíngo dye: utilizado para teñir telas.

Distribución geográfica y hábitat –
Indigofera tinctoria es una planta de origen tropical y, por lo tanto, se adapta bien a diversos climas tropicales. El origen es más probable de las áreas de la India, ya que su hábitat nativo es desconocido porque es una planta cultivada durante siglos en todo el mundo; posteriormente se extendió y se cultivó también en China y las Américas antes de generalizarse.
Esta planta todavía es espontánea en África, Oceanía y la mayor parte del sudeste asiático y posteriormente se introdujo en otras partes de Asia y el Caribe, causando un cierto impacto ambiental debido a la abundante proliferación de esta planta a expensas de cultivos.

Descripción –
Añil de Guatemala es una planta arbustiva que puede crecer de 1 a 2 m de altura. Puede estar presente, también dependiendo del clima, como planta anual, bienal o perenne.
Las hojas son pinnadas y de color verde claro.
Las flores se llevan en forma de espiga y se colorean de rosa a púrpura.
Los frutos son leguminosas largas y redondeadas de color marrón rojizo dentro de las cuales hay pequeñas semillas de forma casi cilíndrica y de color marrón.

Cultivo –
Indigofera tinctoria es una planta que se cultiva a partir de la siembra y el mejor momento para hacerlo es la primavera.
La floración ocurre después de unos tres meses. En ese momento las hojas adquieren un color púrpura, esto es una indicación del hecho de que el contenido de índigo es alto. El principio de teñido, el indacano, se desprende de las hojas, que también contienen pigmentos flavónicos de color índigo y amarillo. La cantidad y la distribución porcentual de los pigmentos presentes varía tanto de una especie a otra, y dependiendo de la edad de la planta. Se cree que el cultivo de índigo, para garantizar mejores resultados, debe hacerse en un lugar donde la temperatura diaria promedio, durante tres meses consecutivos, permanezca a 22 ° C.
Además, al ser una leguminosa, su presencia en las rotaciones agrarias mejora el suelo y otras leguminosas atmosféricas que fijan el nitrógeno.

Usos y Tradiciones –
La historia del uso de Indigofera tinctoria se pierde en las brumas del tiempo. El uso del índigo en la coloración de fibras naturales se remonta a los inicios de la civilización: nuestros antepasados ​​europeos neolíticos ya conocían este matiz de tonos azulados, aunque recurrieron al uso de otra planta.
Los antiguos pueblos de Asia lo usaban para teñir la ropa ya en el año 2000 aC, así como los antiguos egipcios; Una tableta babilónica del siglo VII a. C. muestra una receta para teñir la lana con esta planta. Sin embargo, a diferencia de los pueblos de Asia y África, los europeos no usaban el índigo como tinte para telas, sino que lo usaban en cosméticos, como medicina y para crear pigmentos colorantes con fines pictóricos.
En Egipto, durante el período de los faraones, de hecho, el color azul se obtiene del uso del vado (Isatis tinctoria). Este arte de teñir luego se extendió a Grecia y luego a Italia, donde los romanos desarrollaron intensamente la cultura de Isatis tinctoria. Es interesante que ya entre los griegos y los romanos, se sabía que en los países del Lejano Oriente había una tintura azul muy poderosa y resistente: el indicum o indikon, también llamado indie blue o indigo. Lo sorprendente, y que en ese momento ni siquiera se imaginaba, es que los dos tintes, el índigo y el vado, aunque obtenidos de diferentes plantas, permiten obtener el mismo principio de tintura, índigo o indigotina. No es casualidad que el término Black Henna sea ambivalente para indicar tanto el índigo, o Indigofera Tinctoria, que el vado, o Isatis Tinctoria.
Durante el siglo XVII, de hecho, con la introducción de la Indigofera, la industria del vado entró repentinamente en crisis porque el índigo resultó ser económicamente más conveniente. El índigo ofreció la enorme ventaja de eliminar los procesos de trabajo de molienda y maceración.
Inicialmente en Europa para teñir el azul se usó el vado, Isais Tinctoria (el famoso azul de Piero della Francesca), hasta que Marco Polo trajo la receta para teñir con los Indigofera del Este.
De hecho, fue Marco Polo, en el siglo XIII, el primer europeo en informar sobre la preparación del índigo en la India. El índigo se usaba con bastante frecuencia en la pintura de caballete europeo, comenzando en la Edad Media.
El índigo indio desempeñó un papel importante en la economía india, ya que esta materia fundamental de teñido, con la mejor calidad durante cientos de años, se exportó a todo el mundo. El índigo real no solo se deriva de la planta, sino de todo un proceso de fermentación, maceración, oxidación y finalmente secado de las hojas de Indigofera hasta alcanzar el famoso polvo.
El comercio de esta planta fue muy favorable para los asiáticos hasta el desembarco de Vasco da Gama en Calicut. A partir de ese momento, los europeos podrían importarlo sin intermediar necesariamente con los mercados asiáticos a precios más baratos; Sin embargo, su producción continuó incluso bajo el dominio inglés de la India.
Hoy en día, la mayor parte del tinte es sintético, pero la tintura natural de Indigofera tinctoria todavía está disponible, comercializada como colorante natural donde se conoce como tarum en Indonesia y nila en Malasia. En Irán y áreas de la antigua Unión Soviética se le conoce como basma. La planta también se cultiva ampliamente para mejorar el suelo.
El tinte resultante se obtiene procesando las hojas de la planta. Se sumergen en agua y se fermentan para convertir la indicotina del tinte azul presente de forma natural en la planta en la indigotina de tinte azul. El precipitado de la solución foliar fermentada se mezcla con una base fuerte como la lejía.
El principio de teñido, el indacano, se desprende de las hojas, que también contienen pigmentos flavónicos de color índigo y amarillo. La cantidad y la distribución porcentual de los pigmentos presentes varía tanto de una especie a otra, y dependiendo de la edad de la planta. Se cree que el cultivo de índigo, para garantizar mejores resultados, debe hacerse en un lugar donde la temperatura diaria promedio, durante tres meses consecutivos, permanezca a 22 ° C.
Hoy en día, el polvo de Indigofera se usa ampliamente para la coloración natural del cabello con el fin de obtener tonos oscuros o marrones. Poco después de la aplicación, el cabello adquiere un tono verde / azul, mientras que el cabello blanco adquiere un reflejo que tiende a convertirse en cenizas.
El uso de henna negra en el cabello castaño o marrón oscuro conduce a resultados agradables, la base inicial gradualmente asumirá tonos de color berenjena. Obteniendo así un efecto oscuro y brillante en todo el cabello.
Dentro de las hojas de Indigofera tinctoria se han aislado diversas sustancias químicas como flavonoides, terpenoides, alcaloides y taninos.
La sustancia presente en la planta es más útil para crear el pigmento final, sin embargo, es la indica, un glucósido que se hidroliza en el wearable y la glucosa por la acción de enzimas vegetales y soluciones químicas; Por lo tanto, el cuero se transforma en indigotina (o índigo) debido a la acción del oxígeno atmosférico, cuya estructura contiene dos grupos indólicos.
También se extrajo una sustancia, la indirrubina, que mostró una leve acción antitumoral y es de color rojo.
Además de suministrar índigo, Indigofera tinctoria parece tener diferentes efectos curativos.

Modo de preparación –
El añil de Guatemala no contiene directamente el pigmento, por lo que debe obtenerse mediante un procedimiento largo y complejo, que implica una reacción redox.
El procedimiento para la extracción de color implica la fermentación de las hojas y los tallos en una solución reductora básica (de la cual se debe eliminar el oxígeno) para obtener la llamada forma de “leuco”. El siguiente paso es la oxidación del cuero obtenido de la fase previa a través de la exposición al aire. A partir de este proceso índigo, se obtendrá un pigmento insoluble en agua.
El índigo se deposita en el fondo del contenedor utilizado.
El índigo se calienta para evaporar completamente el agua.

Guido Bissanti

Fuentes
– Acta Plantarum – Flora de las Regiones italianas.
– Wikipedia, la enciclopedia libre.
– Treben M., 2000. Salud de la farmacia del Señor, consejos y experiencias con hierbas medicinales, Ennsthaler Editore
– Pignatti S., 1982. Flora de Italia, Edagricole, Bolonia.
– Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (editado por), 2005. Una lista de verificación anotada de la flora vascular italiana, Palombi Editore.

Atención: las aplicaciones farmacéuticas y los usos alimentarios están indicados solo con fines informativos, de ninguna manera representan una prescripción médica; por lo tanto, no se asume ninguna responsabilidad por su uso con fines curativos, estéticos o alimenticios.





[:]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *