La nuova PAC 2023-2027 e il divorzio in casa

La nuova PAC 2023-2027 e il divorzio in casa

Il 23 novembre 2021 il parlamento UE ha approvato la PAC (politica agricola comune) 2023-2027.
Un’approvazione a larga maggioranza, con 425 voti a favore, 212 contrari e 51 astenuti ma anche a largo dissenso.
Un risultato finale con tante critiche mosse a questa politica di sostegno alle attività agricole, che coinvolge, per quello che diremo oltre, non solo gli agricoltori ma tutti i cittadini dell’Unione Europea.
Di fatto il Parlamento UE ha creato un divorzio in casa: da un lato approva le strategie Biodiversità 2030 e Farm To Fork e dall’altro vara una PAC che va nettamente in contrasto.
Dobbiamo spiegare queste cose non solo a beneficio degli addetti ai lavori: agricoltori, agronomi e tecnici del settore ma anche ad ogni abitante di questa Unione. Tra l’altro la PAC ha ricadute sociali ed economiche mondiali.
I cittadini europei devono appropriarsi di un settore che, spesso, tra tecnicismi e complessità, non è accessibile alle persone comuni.
È un tema di una importanza così grande e vitale che l’intera comunità deve sapere cosa succede dietro i bottoni delle stanze di Bruxelles e quali, spesso poco chiari, giochi si celano.
Ma andiamo rapidamente alla questione.
Vediamo, in sintesi, proprio per rendere la materia accessibile a tutti, che cosa è la PAC. La PAC è la politica agricola comune che, varata la prima volta nel 1962, persegue i seguenti obiettivi:
– sostenere gli agricoltori e migliorare la produttività agricola, garantendo un approvvigionamento stabile di alimenti a prezzi accessibili;
– tutelare gli agricoltori dell’Unione europea affinché possano avere un tenore di vita ragionevole;
– aiutare ad affrontare i cambiamenti climatici e la gestione sostenibile delle risorse naturali;
– preservare le zone e i paesaggi rurali in tutta l’UE;
– mantenere in vita l’economia rurale promuovendo l’occupazione nel settore agricolo, nelle industrie agroalimentari e nei settori associati.
La PAC è quindi la politica comune a tutti i paesi dell’Unione europea, gestita e finanziata a livello europeo con risorse del bilancio dell’UE.
Ma il 23 novembre 2021 questi concetti sono stati in gran parte stravolti, non solo in termini di principio, ma anche perché, proprio di recente, la stessa UE aveva ratificato due strategie: quella sulla Biodiversità per il 2030 e la Farm To Fork che, in sintesi, si preoccupano di creare un modello sociale ed economico sincrono con le necessità ecologiche e, quindi, a tutela della perdita di biodiversità, dei cambiamenti climatici e di tutte quelle interferenze planetarie che il modello liberista – capitalista ha generato in solo circa mezzo secolo.
Diciamo subito che la nuova PAC presenta importanti (e non positive) differenze rispetto alla versione precedente.
Tra quelle più evidenti citiamo:
– Gestione dei Fondi – Saranno direttamente gli Stati, e non più Bruxelles, a gestire l’incredibile quantità di denaro pubblico della PAC; 358 miliardi di euro pari a 1/3 dell’intero budget dell’Unione Europea. Questo fa emergere due problemi e cioè che essendo la PAC uno strumento formidabile per creare consenso (ricordiamo che intorno ad essa si muove l’intero settore primario, con industria agrochimica, tecnici e sindacati di categoria in aggiunta agli agricoltori); in questo modo con le chiavi della PAC in mano agli Stati, nulla impedisce che questa venga piegata alla logica della convenienza politica del momento. In più si va incontro ad una deregulation con pericolose ricadute sulla corruzione; infatti molti paesi UE hanno una gestione molto “allegra” dei soldi pubblici, per cui la nuova PAC rischia di trasformarsi in un fondo che alimenti mafie e corruzione.
– Sussidi – Per quanto riguarda poi il capitolo sussidi, la nuova PAC prevede che quasi metà dei fondi (162 miliardi di euro), siano usati come supporto al reddito degli agricoltori ma senza porre condizioni vincolanti sui temi ecologici, operando così il mantenimento di quel vecchio modello produttivo (a basso rendimento energetico ed ecologico) che, finora, non solo non è stato efficace nella protezione dell’ambiente, ma è stato anche una fucina di diseguaglianze e sperequazioni visto che ha distribuito l’80% dei sussidi ad appena il 20% degli agricoltori europei, cioè quelli più grandi.

– Eco-schemi – Sotto la pressione delle larghe intese politiche si è frantumata anche la misura più importante che doveva garantire la sincronia ed assonanza con il Green Deal (ed in particolar modo con il Farm to Fork). Gli eco-schemi, cioè quei meccanismi che dovevano consentire una distribuzione dei fondi in linea con pratiche agricole attente alla biodiversità e alla tutela dell’ambiente e del clima, di fatto sono stati resi non vincolanti, e sono stati introdotti molti criteri che rispondono a logiche prettamente economiche, invece che ecologiche. Una debacle che, scientificamente e tecnicamente, non trova alcuna giustificazione.
– Norme restrittive – In questa caratterizzazione c’è poi l’antitesi a tutto quanto detto (almeno negli intenti) alla COP26 e, di conseguenza, agli Accordi di Parigi e ad Agenda 2030. Infatti se qualche Paese particolarmente zelante volesse adottare criteri più stringenti, insomma andare in autonomia e spingere per raggiungere davvero gli obiettivi climatici: ebbene, sarà bloccato in partenza in quanto la riforma della PAC, di fatto, impedisce ai Paesi membri di adottare criteri più stringenti nella distribuzione delle loro quote di fondi, in nome dell’omogeneità a livello UE e della concorrenza.
Tutto qui? (si fa per dire), no. A tutto questo si aggiungono una serie di “piccole modifiche”, apparentemente minori, che invece saranno ad elevato impatto in quanto erodono, articolo dopo articolo e comma dopo comma, le misure a favore della tutela degli habitat e degli ecosistemi; spesso attraverso lo stralcio di molti indicatori usati finora. Infatti a seguito delle larghe intese del Parlamento UE è stata cancellata l’obbligatorietà, per le aziende agricole, di usare uno strumento di gestione sostenibile dei nutrienti. Ad esempio il divieto di arare i siti della rete Natura 2000 è più limitato: adesso restano off limits solo quelli dichiarati “ambientalmente sensibili”, quindi non tutti.
Infine vengono cancellati:
– Gli indicatori che misuravano la quota di tutela del paesaggio che spettava alle aziende. Senza questi è impossibile monitorare il rispetto o meno di parti della strategia UE per la tutela della biodiversità.
– Gli indicatori della riduzione delle emissioni del bestiame. In assenza di dati certi, che questi fornivano, adesso non sarà possibile fissare degli obiettivi di riduzione delle emissioni per questo settore.
Inoltre, anche se è vero che la nuova PAC introduce la condizionalità sociale per lottare il caporalato, di fatto, agevolando ancora un modello industriale ed intensivo di agricoltura, che soggiace di più alle spietate leggi di mercato, costringe molte aziende a reclutare mano d’opera a basso costo; insomma il cane che si morde la coda e da questo circolo vizioso, non cambiando le regole, non si esce.
Vi abbiamo presentato questa breve sintesi, sperando di aver utilizzato un linguaggio quanto più comprensibile, anche ai non tecnici, per farvi capire che in questi soldi, di cui è fatta la nuova PAC, ci sono le tasse dei cittadini europei e considerando che per ogni cittadino la PAC costa, mediamente, oltre 110 euro all’anno.
Soldi che dovrebbero promuovere una politica non solo alimentare ma, sempre più, di riequilibrio di quel sistema socio-economico ed ambientale in cui l’agricoltura, con il suo modello postindustriale, contribuisce negativamente.
La politica agricola comune non può essere più considerata un fatto privato degli agricoltori e del suo indotto (in cui le grandi lobbies detengono un potere decisionale e di interferenza smisurato).
Questa PAC è una sconfitta per quel processo di evoluzione che il nostro mondo, tra mille difficoltà, sta tentando di fare. È la sconfitta di quella ecologia sociale per cui da anni in molti ci battiamo.
È la negazione delle evidenze, delle ingiustizie, dei soprusi, delle diseguaglianze e di tutte le povertà (umane ed ecologiche) generate da un modello economico, tristemente superato, a cui si è arroccata la PAC.
È la sconfitta della Politica e dell’anima di questa Europa che non riesce a decollare.
È una battuta di arresto grave ed anche una grande frattura, non solo all’interno del Parlamento UE, che ci deve coinvolgere tutti: la PAC, come l’intera politica UE, non appartiene ad una parte dei popoli europei (e purtroppo di molti interessi occulti) ma deve essere patrimonio di tutti.
Questa battaglia non si vince però dando addosso al politico di turno; questo torna proprio a beneficio dei poteri occulti presenti in ogni ambito della società civile (parlamento compreso); questa battaglia si vince cambiando la nostra polarità: non con le critiche sui social, sulle chat, con le parole buttate al vento e, spesso, con l’isterismo collettivo, ma operando scelte che vadano ad erodere il modello socioeconomico messo in piedi dai grandi interessi capitalistici.
Bisogna privilegiare le economie locali, orientare i consumi, guardare alle ricadute sociali ed etiche delle nostre scelte: una parola, un comportamento, un acquisto, non sono mai imparziali; generano processi, indirizzi: Politica.
Questa guerra non si vince con le critiche ma con la consapevolezza a cui devono seguire azioni conseguenti, che non sono quelle della rivoluzione contro il sistema (o del complottismo) ma quelle della condivisione, della conciliazione tra le persone, del cammino comune.
La PAC (come altre politiche) non si cambia a parole, serve una diversa polarizzazione sociale e questa nasce dalla condivisione tra le parti, a partire (in questo caso) dagli agricoltori per finire a più bisognosi di questa dissonante società.

Guido Bissanti




Un pensiero su “La nuova PAC 2023-2027 e il divorzio in casa

  • 27 novembre 2021 in 12:34
    Permalink

    … facciamo “rete” noi che crediamo in una agricoltura ecosostenibile naturale evolutiva sintrpica senza utilizzo di chimica 🐝🐞🍀✌🏼💪🏼

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