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La nuova PAC 2023-2027 e il divorzio in casa

Il 23 novembre 2021 il parlamento UE ha approvato la PAC (politica agricola comune) 2023-2027.
Un’approvazione a larga maggioranza, con 425 voti a favore, 212 contrari e 51 astenuti ma anche a largo dissenso.
Un risultato finale con tante critiche mosse a questa politica di sostegno alle attività agricole, che coinvolge, per quello che diremo oltre, non solo gli agricoltori ma tutti i cittadini dell’Unione Europea.
Di fatto il Parlamento UE ha creato un divorzio in casa: da un lato approva le strategie Biodiversità 2030 e Farm To Fork e dall’altro vara una PAC che va nettamente in contrasto.
Dobbiamo spiegare queste cose non solo a beneficio degli addetti ai lavori: agricoltori, agronomi e tecnici del settore ma anche ad ogni abitante di questa Unione. Tra l’altro la PAC ha ricadute sociali ed economiche mondiali.
I cittadini europei devono appropriarsi di un settore che, spesso, tra tecnicismi e complessità, non è accessibile alle persone comuni.
È un tema di una importanza così grande e vitale che l’intera comunità deve sapere cosa succede dietro i bottoni delle stanze di Bruxelles e quali, spesso poco chiari, giochi si celano.
Ma andiamo rapidamente alla questione.
Vediamo, in sintesi, proprio per rendere la materia accessibile a tutti, che cosa è la PAC. La PAC è la politica agricola comune che, varata la prima volta nel 1962, persegue i seguenti obiettivi:
– sostenere gli agricoltori e migliorare la produttività agricola, garantendo un approvvigionamento stabile di alimenti a prezzi accessibili;
– tutelare gli agricoltori dell’Unione europea affinché possano avere un tenore di vita ragionevole;
– aiutare ad affrontare i cambiamenti climatici e la gestione sostenibile delle risorse naturali;
– preservare le zone e i paesaggi rurali in tutta l’UE;
– mantenere in vita l’economia rurale promuovendo l’occupazione nel settore agricolo, nelle industrie agroalimentari e nei settori associati.
La PAC è quindi la politica comune a tutti i paesi dell’Unione europea, gestita e finanziata a livello europeo con risorse del bilancio dell’UE.
Ma il 23 novembre 2021 questi concetti sono stati in gran parte stravolti, non solo in termini di principio, ma anche perché, proprio di recente, la stessa UE aveva ratificato due strategie: quella sulla Biodiversità per il 2030 e la Farm To Fork che, in sintesi, si preoccupano di creare un modello sociale ed economico sincrono con le necessità ecologiche e, quindi, a tutela della perdita di biodiversità, dei cambiamenti climatici e di tutte quelle interferenze planetarie che il modello liberista – capitalista ha generato in solo circa mezzo secolo.
Diciamo subito che la nuova PAC presenta importanti (e non positive) differenze rispetto alla versione precedente.
Tra quelle più evidenti citiamo:
– Gestione dei Fondi – Saranno direttamente gli Stati, e non più Bruxelles, a gestire l’incredibile quantità di denaro pubblico della PAC; 358 miliardi di euro pari a 1/3 dell’intero budget dell’Unione Europea. Questo fa emergere due problemi e cioè che essendo la PAC uno strumento formidabile per creare consenso (ricordiamo che intorno ad essa si muove l’intero settore primario, con industria agrochimica, tecnici e sindacati di categoria in aggiunta agli agricoltori); in questo modo con le chiavi della PAC in mano agli Stati, nulla impedisce che questa venga piegata alla logica della convenienza politica del momento. In più si va incontro ad una deregulation con pericolose ricadute sulla corruzione; infatti molti paesi UE hanno una gestione molto “allegra” dei soldi pubblici, per cui la nuova PAC rischia di trasformarsi in un fondo che alimenti mafie e corruzione.
– Sussidi – Per quanto riguarda poi il capitolo sussidi, la nuova PAC prevede che quasi metà dei fondi (162 miliardi di euro), siano usati come supporto al reddito degli agricoltori ma senza porre condizioni vincolanti sui temi ecologici, operando così il mantenimento di quel vecchio modello produttivo (a basso rendimento energetico ed ecologico) che, finora, non solo non è stato efficace nella protezione dell’ambiente, ma è stato anche una fucina di diseguaglianze e sperequazioni visto che ha distribuito l’80% dei sussidi ad appena il 20% degli agricoltori europei, cioè quelli più grandi.

– Eco-schemi – Sotto la pressione delle larghe intese politiche si è frantumata anche la misura più importante che doveva garantire la sincronia ed assonanza con il Green Deal (ed in particolar modo con il Farm to Fork). Gli eco-schemi, cioè quei meccanismi che dovevano consentire una distribuzione dei fondi in linea con pratiche agricole attente alla biodiversità e alla tutela dell’ambiente e del clima, di fatto sono stati resi non vincolanti, e sono stati introdotti molti criteri che rispondono a logiche prettamente economiche, invece che ecologiche. Una debacle che, scientificamente e tecnicamente, non trova alcuna giustificazione.
– Norme restrittive – In questa caratterizzazione c’è poi l’antitesi a tutto quanto detto (almeno negli intenti) alla COP26 e, di conseguenza, agli Accordi di Parigi e ad Agenda 2030. Infatti se qualche Paese particolarmente zelante volesse adottare criteri più stringenti, insomma andare in autonomia e spingere per raggiungere davvero gli obiettivi climatici: ebbene, sarà bloccato in partenza in quanto la riforma della PAC, di fatto, impedisce ai Paesi membri di adottare criteri più stringenti nella distribuzione delle loro quote di fondi, in nome dell’omogeneità a livello UE e della concorrenza.
Tutto qui? (si fa per dire), no. A tutto questo si aggiungono una serie di “piccole modifiche”, apparentemente minori, che invece saranno ad elevato impatto in quanto erodono, articolo dopo articolo e comma dopo comma, le misure a favore della tutela degli habitat e degli ecosistemi; spesso attraverso lo stralcio di molti indicatori usati finora. Infatti a seguito delle larghe intese del Parlamento UE è stata cancellata l’obbligatorietà, per le aziende agricole, di usare uno strumento di gestione sostenibile dei nutrienti. Ad esempio il divieto di arare i siti della rete Natura 2000 è più limitato: adesso restano off limits solo quelli dichiarati “ambientalmente sensibili”, quindi non tutti.
Infine vengono cancellati:
– Gli indicatori che misuravano la quota di tutela del paesaggio che spettava alle aziende. Senza questi è impossibile monitorare il rispetto o meno di parti della strategia UE per la tutela della biodiversità.
– Gli indicatori della riduzione delle emissioni del bestiame. In assenza di dati certi, che questi fornivano, adesso non sarà possibile fissare degli obiettivi di riduzione delle emissioni per questo settore.
Inoltre, anche se è vero che la nuova PAC introduce la condizionalità sociale per lottare il caporalato, di fatto, agevolando ancora un modello industriale ed intensivo di agricoltura, che soggiace di più alle spietate leggi di mercato, costringe molte aziende a reclutare mano d’opera a basso costo; insomma il cane che si morde la coda e da questo circolo vizioso, non cambiando le regole, non si esce.
Vi abbiamo presentato questa breve sintesi, sperando di aver utilizzato un linguaggio quanto più comprensibile, anche ai non tecnici, per farvi capire che in questi soldi, di cui è fatta la nuova PAC, ci sono le tasse dei cittadini europei e considerando che per ogni cittadino la PAC costa, mediamente, oltre 110 euro all’anno.
Soldi che dovrebbero promuovere una politica non solo alimentare ma, sempre più, di riequilibrio di quel sistema socio-economico ed ambientale in cui l’agricoltura, con il suo modello postindustriale, contribuisce negativamente.
La politica agricola comune non può essere più considerata un fatto privato degli agricoltori e del suo indotto (in cui le grandi lobbies detengono un potere decisionale e di interferenza smisurato).
Questa PAC è una sconfitta per quel processo di evoluzione che il nostro mondo, tra mille difficoltà, sta tentando di fare. È la sconfitta di quella ecologia sociale per cui da anni in molti ci battiamo.
È la negazione delle evidenze, delle ingiustizie, dei soprusi, delle diseguaglianze e di tutte le povertà (umane ed ecologiche) generate da un modello economico, tristemente superato, a cui si è arroccata la PAC.
È la sconfitta della Politica e dell’anima di questa Europa che non riesce a decollare.
È una battuta di arresto grave ed anche una grande frattura, non solo all’interno del Parlamento UE, che ci deve coinvolgere tutti: la PAC, come l’intera politica UE, non appartiene ad una parte dei popoli europei (e purtroppo di molti interessi occulti) ma deve essere patrimonio di tutti.
Questa battaglia non si vince però dando addosso al politico di turno; questo torna proprio a beneficio dei poteri occulti presenti in ogni ambito della società civile (parlamento compreso); questa battaglia si vince cambiando la nostra polarità: non con le critiche sui social, sulle chat, con le parole buttate al vento e, spesso, con l’isterismo collettivo, ma operando scelte che vadano ad erodere il modello socioeconomico messo in piedi dai grandi interessi capitalistici.
Bisogna privilegiare le economie locali, orientare i consumi, guardare alle ricadute sociali ed etiche delle nostre scelte: una parola, un comportamento, un acquisto, non sono mai imparziali; generano processi, indirizzi: Politica.
Questa guerra non si vince con le critiche ma con la consapevolezza a cui devono seguire azioni conseguenti, che non sono quelle della rivoluzione contro il sistema (o del complottismo) ma quelle della condivisione, della conciliazione tra le persone, del cammino comune.
La PAC (come altre politiche) non si cambia a parole, serve una diversa polarizzazione sociale e questa nasce dalla condivisione tra le parti, a partire (in questo caso) dagli agricoltori per finire a più bisognosi di questa dissonante società.

Guido Bissanti





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The new CAP 2023-2027 and divorce at home

On November 23, 2021, the EU parliament approved the CAP (Common Agricultural Policy) 2023-2027.
A large majority approval, with 425 votes in favor, 212 against and 51 abstentions but also with broad dissent.
A final result with many criticisms leveled at this policy of support for agricultural activities, which involves, for what we will say later, not only farmers but all citizens of the European Union.
In fact, the EU Parliament has created a divorce at home: on the one hand, it approves the Biodiversity 2030 and Farm To Fork strategies, and on the other, it launches a CAP that is clearly in contrast.
We need to explain these things not only for the benefit of the insiders: farmers, agronomists and technicians in the sector but also to every inhabitant of this Union. Among other things, the CAP has global social and economic repercussions.
European citizens must appropriate a sector that, often, between technicalities and complexity, is not accessible to ordinary people.
It is a subject of such great and vital importance that the entire community must know what is happening behind the buttons in the Brussels rooms and what, often unclear, games are hidden.
But let’s get to the question quickly.
Let’s see, in summary, just to make the subject accessible to all, what the CAP is. The CAP is the common agricultural policy which, first launched in 1962, pursues the following objectives:
– support farmers and improve agricultural productivity by ensuring a stable supply of food at affordable prices;
– protect EU farmers so that they can have a reasonable standard of living;
– helping to tackle climate change and the sustainable management of natural resources;
– preserve rural areas and landscapes across the EU;
– keep the rural economy alive by promoting employment in the agricultural sector, in the agri-food industries and associated sectors.
The CAP is therefore the common policy of all the countries of the European Union, managed and financed at European level with resources from the EU budget.
But on 23 November 2021 these concepts were largely upset, not only in terms of principle, but also because, just recently, the EU itself had ratified two strategies: that on Biodiversity for 2030 and the Farm To Fork which, in short, they are concerned with creating a social and economic model synchronous with ecological needs and, therefore, protecting the loss of biodiversity, climate change and all those planetary interference that the liberal-capitalist model has generated in only about half a century .
Let’s say immediately that the new CAP presents important (and not positive) differences compared to the previous version.
Among the most evident ones we mention:
– Management of the Funds – It will be the States, and no longer Brussels, that will manage the incredible amount of public money of the CAP; 358 billion euros equal to 1/3 of the entire budget of the European Union. This brings out two problems, namely that since the CAP is a formidable tool for creating consensus (remember that the entire primary sector moves around it, with the agrochemical industry, technicians and trade unions in addition to farmers); in this way, with the keys to the CAP in the hands of the States, nothing prevents it from being bent to the logic of the political convenience of the moment. In addition, there is a deregulation with dangerous repercussions on corruption; in fact, many EU countries have a very “happy” management of public money, so the new CAP risks turning into a fund that feeds mafias and corruption.
– Subsidies – As regards the subsidies chapter, the new CAP provides that almost half of the funds (162 billion euros) are used to support farmers’ income but without placing binding conditions on ecological issues, thus maintaining that old production model (with low energy and ecological efficiency) which, so far, has not only been not effective in protecting the environment, but has also been a breeding ground of inequalities and inequalities since it has distributed 80% of subsidies to just 20% of European farmers, i.e. the largest ones.

– Eco-schemes – Under the pressure of broad political agreements, even the most important measure that was to guarantee synchrony and assonance with the Green Deal (and in particular with the Farm to Fork) was shattered. Eco-schemes, i.e. those mechanisms that were to allow for the distribution of funds in line with agricultural practices that are attentive to biodiversity and the protection of the environment and climate, have in fact been made non-binding, and many criteria have been introduced that respond to purely economic logics, rather than ecological ones. A debacle that, scientifically and technically, finds no justification.
– Restrictive norms – In this characterization there is also the antithesis to everything said (at least in intent) to COP26 and, consequently, to the Paris Agreements and Agenda 2030. In fact, if some particularly zealous country wanted to adopt more stringent criteria , in short, to go independently and push to really achieve the climate objectives: well, it will be blocked from the start as the CAP reform, in fact, prevents member countries from adopting more stringent criteria in the distribution of their shares of funds, in the name of homogeneity at EU level and of competition.
That’s all? (so to speak), no. To all this is added a series of apparently minor “small changes” which will instead have a high impact as they erode, article after article and paragraph after paragraph, the measures in favor of the protection of habitats and ecosystems; often through the excerpt of many indicators used so far. In fact, following the broad agreements of the EU Parliament, the obligation for farms to use a sustainable nutrient management tool was canceled. For example, the ban on plowing Natura 2000 sites is more limited: now only those declared “environmentally sensitive” remain off limits, therefore not all of them.
Finally, the following are deleted:
– Indicators that measured the share of landscape protection that was up to companies. Without these it is impossible to monitor whether or not parts of the EU strategy for the protection of biodiversity are respected.
– Indicators of the reduction of livestock emissions. In the absence of reliable data, which they provided, it will now not be possible to set emission reduction targets for this sector.
Furthermore, even if it is true that the new CAP introduces social conditionality to combat illegal hiring, in fact, by still facilitating an industrial and intensive model of agriculture, which is more subject to the merciless laws of the market, it forces many companies to recruit hands. low cost work; in short, the dog that bites its tail and from this vicious circle, by not changing the rules, there is no escape.
We have presented this brief summary, hoping to have used a language as understandable as possible, even to non-technicians, to make you understand that in this money, of which the new CAP is made, there are the taxes of European citizens and considering that for each citizen, the CAP costs, on average, over 110 euros per year.
Money that should promote a policy not only for food but, increasingly, for the rebalancing of that socio-economic and environmental system in which agriculture, with its post-industrial model, contributes negatively.
The common agricultural policy can no longer be considered a private matter for farmers and their related industries (in which the large lobbies have immeasurable decision-making and interference power).
This CAP is a defeat for that process of evolution that our world, with great difficulty, is trying to do. It is the defeat of that social ecology for which many have been fighting for years.
It is the denial of the evidence, injustices, abuses, inequalities and all the poverty (human and ecological) generated by an economic model, sadly outdated, to which the CAP has taken hold.
It is the defeat of politics and of the soul of this Europe that is unable to take off.
It is a serious setback and also a great fracture, not only within the EU Parliament, which must involve us all: the CAP, like the whole EU policy, does not belong to a part of the European peoples (and unfortunately to many hidden interests) but it must be everyone’s patrimony.
This battle is not won, however, by wearing the politician on duty; this is precisely to the benefit of the occult powers present in every area of ​​civil society (including parliament); this battle is won by changing our polarity: not with criticism on social networks, on chats, with words thrown to the wind and, often, with collective hysteria, but by making choices that erode the socio-economic model set up by the greats capitalist interests.
We must privilege local economies, orient consumption, look at the social and ethical repercussions of our choices: a word, a behavior, a purchase, are never impartial; they generate processes, addresses: Politics.
This war is not won with criticism but with the awareness that consequent actions must follow, which are not those of the revolution against the system (or conspiracy) but those of sharing, of reconciliation between people, of the common path.
The CAP (like other policies) cannot be changed in words, a different social polarization is needed and this arises from the sharing between the parties, starting (in this case) with farmers and ending with those most in need of this dissonant society.

Guido Bissanti





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La nueva PAC 2023-2027 y el divorcio a domicilio

El 23 de noviembre de 2021, el parlamento de la UE aprobó la PAC (Política Agrícola Común) 2023-2027.
Aprobación de una amplia mayoría, con 425 votos a favor, 212 en contra y 51 abstenciones, pero también con un amplio desacuerdo.
Un resultado final con muchas críticas dirigidas a esta política de apoyo a las actividades agrarias, que implica, por lo que diremos más adelante, no solo a los agricultores sino a todos los ciudadanos de la Unión Europea.
De hecho, el Parlamento de la UE ha creado un divorcio en casa: por un lado aprueba las estrategias Biodiversity 2030 y Farm To Fork y por otro lanza una PAC que contrasta marcadamente.
Necesitamos explicar estas cosas no solo en beneficio de los iniciados: agricultores, agrónomos y técnicos del sector, sino también para todos los habitantes de esta Unión. Entre otras cosas, la PAC tiene repercusiones sociales y económicas mundiales.
Los ciudadanos europeos deben apropiarse de un sector que, a menudo, entre tecnicismos y complejidad, no es accesible para la gente corriente.
Es un tema de tan grande y vital importancia que toda la comunidad debe saber qué está sucediendo detrás de los botones en las salas de Bruselas y qué juegos, a menudo poco claros, se esconden.
Pero vayamos a la pregunta rápidamente.
Veamos, en resumen, solo para hacer accesible el tema a todos, qué es la PAC. La PAC es la política agrícola común que, lanzada por primera vez en 1962, persigue los siguientes objetivos:
– apoyar a los agricultores y mejorar la productividad agrícola garantizando un suministro estable de alimentos a precios asequibles;
– proteger a los agricultores de la UE para que puedan tener un nivel de vida razonable;
– ayudar a abordar el cambio climático y la gestión sostenible de los recursos naturales;
– preservar las zonas rurales y los paisajes en toda la UE;
– mantener viva la economía rural promoviendo el empleo en el sector agrícola, en las industrias agroalimentarias y sectores asociados.
La PAC es, por tanto, la política común de todos los países de la Unión Europea, gestionada y financiada a nivel europeo con recursos del presupuesto de la UE.
Pero el 23 de noviembre de 2021 estos conceptos se alteraron en gran medida, no solo en términos de principio, sino también porque, recientemente, la propia UE había ratificado dos estrategias: la de Biodiversidad para 2030 y la de la granja a la mesa que, en definitiva, son preocupados por crear un modelo social y económico sincrónico con las necesidades ecológicas y, por tanto, proteger la pérdida de biodiversidad, el cambio climático y todas aquellas interferencias planetarias que el modelo liberal-capitalista ha generado en tan solo medio siglo.
Digamos de inmediato que el nuevo CAP presenta diferencias importantes (y no positivas) con respecto a la versión anterior.
Entre los más evidentes mencionamos:
– Gestión de los Fondos – Serán los Estados, y no más Bruselas, los que gestionarán la increíble cantidad de dinero público de la PAC; 358 mil millones de euros equivalentes a 1/3 del presupuesto total de la Unión Europea. Esto plantea dos problemas, a saber, que dado que la PAC es una herramienta formidable para generar consensos (recordemos que todo el sector primario se mueve en torno a ella, con la industria agroquímica, técnicos y sindicatos además de los agricultores); de esta forma, con las llaves de la PAC en manos de los Estados, nada impide que se doble a la lógica de la conveniencia política del momento. Además, existe una desregulación con peligrosas repercusiones sobre la corrupción; de hecho, muchos países de la UE tienen una gestión muy “feliz” del dinero público, por lo que la nueva PAC corre el riesgo de convertirse en un fondo que alimente a las mafias y la corrupción.
– Subvenciones – En cuanto al capítulo de subvenciones, la nueva PAC prevé que casi la mitad de los fondos (162.000 millones de euros) se destinen a apoyar la renta de los agricultores pero sin imponer condiciones vinculantes a las cuestiones ecológicas, manteniendo así ese antiguo modelo de producción (con bajo consumo energético). y eficiencia ecológica) que, hasta el momento, no solo no ha sido eficaz en la protección del medio ambiente, sino que también ha sido un caldo de cultivo de desigualdades y desigualdades ya que ha distribuido el 80% de las subvenciones a solo el 20% de los agricultores europeos, es decir, la mayor unos.

– Eco-esquemas – Bajo la presión de amplios acuerdos políticos, incluso la medida más importante que era garantizar la sincronía y la asonancia con el Green Deal (y en particular con el Farm to Fork) se hizo añicos. Los eco-esquemas, es decir, aquellos mecanismos que debían permitir la distribución de fondos de acuerdo con prácticas agrícolas atentas a la biodiversidad y la protección del medio ambiente y el clima, de hecho se han vuelto no vinculantes y se han introducido muchos criterios que responden a lógicas puramente económicas, en lugar de ecológicas. Una debacle que, científica y técnicamente, no encuentra justificación.
– Normas restrictivas – En esta caracterización también se encuentra la antítesis de todo lo dicho (al menos en la intención) de la COP26 y, en consecuencia, de los Acuerdos de París y la Agenda 2030. De hecho, si algún país particularmente celoso quisiera adoptar criterios más estrictos, En resumen, ir de manera independiente y presionar para lograr realmente los objetivos climáticos: bueno, estará bloqueado desde el principio ya que la reforma de la PAC, de hecho, impide que los países miembros adopten criterios más estrictos en la distribución de sus partes de los fondos, en el nombre de la homogeneidad a nivel de la UE y de la competencia.
¿Eso es todo? (por así decirlo), no. A todo esto se suma una serie de “pequeños cambios” aparentemente menores que en cambio tendrán un alto impacto al erosionar, artículo tras artículo y párrafo tras párrafo, las medidas a favor de la protección de hábitats y ecosistemas; a menudo a través del extracto de muchos indicadores utilizados hasta ahora. De hecho, tras los amplios acuerdos del Parlamento de la UE, se canceló la obligación de las granjas de utilizar una herramienta de gestión de nutrientes sostenible. Por ejemplo, la prohibición de arar los lugares Natura 2000 es más limitada: ahora solo los declarados “ambientalmente sensibles” quedan fuera de los límites, por lo tanto, no todos.
Finalmente, se eliminan los siguientes:
– Indicadores que midieron la participación de la protección del paisaje que correspondía a las empresas. Sin ellos, es imposible controlar si se respetan o no partes de la estrategia de la UE para la protección de la biodiversidad.
– Indicadores de reducción de emisiones ganaderas. En ausencia de datos fiables, que proporcionaron, ahora no será posible establecer objetivos de reducción de emisiones para este sector.
Además, si bien es cierto que la nueva PAC introduce la condicionalidad social para combatir la contratación, de hecho, al seguir facilitando un modelo industrial e intensivo de agricultura, más sujeto a las despiadadas leyes del mercado, obliga a muchas empresas a reclutar manos, trabajo de bajo costo; en fin, el perro que se muerde la cola y de este círculo vicioso, al no cambiar las reglas, no hay escapatoria.
Hemos presentado este breve resumen, esperando haber utilizado un lenguaje lo más comprensible posible, incluso para los no técnicos, para hacerles entender que en este dinero, del que está hecha la nueva PAC, están los impuestos de los ciudadanos europeos y considerando que por cada ciudadano, la PAC cuesta, de media, más de 110 euros al año.
Dinero que debe impulsar una política no solo para la alimentación sino, cada vez más, para el reequilibrio de ese sistema socioeconómico y ambiental en el que la agricultura, con su modelo postindustrial, contribuye negativamente.
La política agrícola común ya no puede considerarse un hecho privado de los agricultores y sus industrias relacionadas (en las que los grandes grupos de presión tienen un poder de decisión e interferencia inconmensurable).
Esta PAC es una derrota para ese proceso de evolución que nuestro mundo, con gran dificultad, está tratando de hacer. Es la derrota de esa ecología social por la que muchos luchan desde hace años.
Es la negación de las pruebas, las injusticias, los abusos, las desigualdades y toda la pobreza (humana y ecológica) que genera un modelo económico, lamentablemente desactualizado, al que se ha aferrado la PAC.
Es la derrota de la política y del alma de esta Europa que no puede despegar.
Es un revés grave y también una gran fractura, no solo dentro del Parlamento de la UE, que debe involucrarnos a todos: la PAC, como toda la política de la UE, no pertenece a una parte de los pueblos europeos (y, lamentablemente, a muchos intereses ocultos ) pero debe ser patrimonio de todos.
Esta batalla no se gana, sin embargo, vistiendo al político de turno; esto es precisamente en beneficio de los poderes ocultos presentes en todas las áreas de la sociedad civil (incluido el parlamento); Esta batalla se gana cambiando nuestra polaridad: no con críticas en las redes sociales, en los chats, con las palabras al viento y, a menudo, con la histeria colectiva, sino tomando decisiones que erosionan el modelo socioeconómico establecido por los grandes capitalistas. intereses.
Debemos privilegiar las economías locales, orientar el consumo, mirar las repercusiones sociales y éticas de nuestras elecciones: una palabra, un comportamiento, una compra, nunca son imparciales; generan procesos, direcciones: Política.
Esta guerra no se gana con la crítica sino con la conciencia de que deben seguir las acciones consiguientes, que no son las de la revolución contra el sistema (o la conspiración) sino las de compartir, de reconciliación entre los pueblos, del camino común.
La PAC (como otras políticas) no se puede cambiar con palabras, se necesita una polarización social diferente y ésta surge del reparto entre las partes, comenzando (en este caso) con los agricultores y terminando con los más necesitados de esta sociedad disonante.

Guido Bissanti





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  • 27 Novembre 2021 in 12:34
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    … facciamo “rete” noi che crediamo in una agricoltura ecosostenibile naturale evolutiva sintrpica senza utilizzo di chimica 🐝🐞🍀✌🏼💪🏼

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