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Beta vulgaris var. saccharifera

La Barbabietola da zucchero (Beta vulgaris var. saccharifera L.) è una specie erbacea della famiglia delle Chenopodiaceae.

Sistematica –
Dal punto di vista sistematico appartiene al Dominio Eukaryota, Regno Plantae, Divisione Magnoliophyta, Classe Magnoliopsida, Ordine Caryophyllales, Famiglia Chenopodiaceae e quindi al Genere Beta, alla Specie Beta vulgaris ed alla Sottospecie B. vulgaris var. saccharifera.

Etimologia –
Il termine Beta è l’antico nome latino in Plinio, Cicerone e altri, forse derivato dal greco βλίτον blíton bietola (in Teofrasto). L’epiteto specifico vulgaris deriva da vúlgus volgo: molto comune, ordinario per la grande diffusione, banale. Il nome saccharifera proviene dal greco σάκχἄρ, -αρος sácchar, -aros zucchero e da φέρω phéro portare: che produce sostanze zuccherine, atto a produrre zuccheri.

Distribuzione Geografica ed Habitat –
L’origine della Barbabietola da zucchero è incerto essendo possibili due centri differenti: uno rappresentato dal bacino del Mediterraneo o dalle regioni steppiche dell’Asia sud-occidentale ed il secondo ubicato nelle isole Canarie o del Capo Verde. È una specie che predilige terreni profondi, di medio impasto, ricchi di sostanza organica e con buona capacità idrica.
Oggi, questa pianta è una delle più importanti colture della zona temperata. I principali produttori sono i Paesi europei e quelli dell’ex-Unione Sovietica.

Descrizione –
Beta vulgaris var. saccharifera è una pianta biennale con stadio vegetativo al primo anno e riproduttivo al secondo.
La pianta ha radice fittonante, grossa, carnosa, più o meno conica, che può raggiungere 2 metri, di colore grigiastro, provvista di rugosità trasversali nella parte superiore e di due solchi longitudinali (detti solchi saccariferi) decorrenti a spirale e provvisti di abbondante capillizio.
Il fusto è corto ed eretto e le foglie sono disposte in verticilli (rosette), picciolate, di norma cuoriformi alla base, ottuse, tondeggianti o affusolate, lisce, ondulate o bollose, di colore verde più o meno intenso.
I fiori, che compaiono generalmente al secondo anno, sono piccoli ed inseriti direttamente su scapi lunghi 1,5-2 m, eretti, ramificati in alto, riuniti in infiorescenze normalmente bi-tetraflore.
Le infruttescenze, sono dei glomeruli rotondeggianti, angolosi, grinzosi ed i semi sono di colore bruno-verdastro, bruno-giallastro o bruno-nerastro, di forma lenticolare, spessi 1,5 m; lunghi 2,4-4 mm, del peso di 2-3 mg,

Coltivazione –
Per la coltivazione della Barbabietola da zucchero bisogna attendere una temperatura minima di 5-6°C affinché inizi la germinazione; la temperatura ottimale è pero di almeno 10-12°C.
Per un buon accumulo delle sostanze di riserva, inoltre, non bisogna avere temperature diurne e notturne troppo elevate, in quanto aumentano l’intensità della respirazione. Notti fresche e giorni caldi, dalla seconda metà di agosto, favoriscono l’accumulo di zucchero.
I suoli dove coltivare questa pianta devono essere profondi, di medio impasto, ricchi di sostanza organica e con buona capacità idrica e con pH neutro, tra 6,5 e 7; risultano inadatti i terreni acidi e con ristagni idrici.
Per ottenere buone rese sono inoltre necessarie buone disponibilità idrica durante tutto il ciclo.
Nel bilancio degli elementi nutritivi si tenga poi conto che ogni 10 tonnellate di radici vengono asportati mediamente 40-50 kg di azoto, 15-18 kg di P2O5 e 55-65 di K2O.
Dal punto di vista agronomico la Barbabietola da zucchero è una coltura sarchiata da rinnovo e si colloca generalmente tra due colture di frumento. Lascia un terreno ben preparato per la coltura successiva. Si consiglia di frapporre un intervallo di alcuni anni tra l’una e l’altra coltura di barbabietola.
Per la preparazione della coltivazione si effettua un’aratura profonda nel periodo estivo. Prima della semina va apportata una abbondante concimazione a base di letame e, nelle tecniche agroecologiche bisogna pensare al recupero della sostanza vegetale ed al reinterro della coltura precedente.
L’epoca di semina, tenendo conto delle temperature minime ottimali, inizia a febbraio nell’Italia centrale e in marzo nella Pianura Padana, inoltre nelle zone aride del Mezzogiorno d’Italia e delle isole, si pratica la coltura autunnale (semina in ottobre e raccolta a giugno-luglio), grazie anche alla selezione di tipi di barbabietola non biennali ma poliennali, cosicché le basse temperature subite durante l’inverno non riescono ad indurre la fioritura.
La semina è meccanizzata con seminatrici di precisione, a righe intervallate in media di 45 cm con densità di semina di circa 10 piante a metro quadrato alla raccolta e che una quota dei semi posti a dimora è destinata a non andare a buon fine. Data la delicatezza delle plantule di barbabietola normalmente si hanno forti fallanze: il numero di semi da seminare è di 15-20 per ottenere 10 piante a metro quadrato.
La profondità di semina è intorno a 3-4 cm, dopodiché si effettua una rullatura che favorisce inumidimento e germinazione.
La barbabietola da zucchero è molto sensibile alla competizione esercitata dalle erbe infestanti per cui bisogna attuare azioni a svantaggio delle erbe infestanti, come falsa semina, sarchiature. Il diserbo chimico molto utilizzato fino ad oggi si sta rivelando sempre più inadatto sugli effetti della fertilità e struttura dei suoli, con problemi di lungo periodo altamente negativi.
Per la raccolta si aspetta il periodo in cui nella radice si è accumulata la massima quantità di zucchero; la tecnica prevede l’ estirpazione delle radici dal terreno; scollettatura, cioè eliminazione mediante taglio della parte superiore del corpo radicale (colletto) con inserite le foglie, parte povera di zucchero e ricca di impurità che renderebbero difficile la lavorazione industriale; caricamento sui mezzi che trasporteranno le radici allo zuccherificio. Queste operazioni oggi sono totalmente meccanizzate.
La resa media è di oltre 400 q.li/Ha con il 16% di zucchero ma si possono raggiungere rese molto più elevate.
Esistono differenti varietà classificate in base a parametri botanici o tecnologici.

Usi e Tradizioni –
La Barbabietola da zucchero è una coltivazione praticata sin dai Greci e dai Romani, anche se veniva coltivata come pianta ortiva.
Fino alla fine del XVIII secolo e gli inizi del XIX secolo, quando non esisteva ancora un procedimento industrialmente conveniente per l’estrazione del saccarosio, la sua era una coltura marginale e se ne usava solo il fogliame crescente fuori terra ad uso foraggio.
La sua importanza come pianta saccarifera risale al Settecento quando il chimico Margraff scoprì nella barbabietola zucchero cristallizzabile ed i suoi studi vennero ripresi da Franz Karl Achard che, con l’aiuto di Federico il Grande e poi di Guglielmo III, impiantò delle coltivazioni in Slesia, perfezionando i procedimenti di estrazione e di lavorazione e trasformazione.
Con l’instaurazione del blocco napoleonico si ampliarono le ricerche su questa coltura si moltiplicarono le iniziative in quanto i Paesi europei vennero a trovarsi improvvisamente sprovvisti dello zucchero di canna fornito fino a quei tempi dall’Inghilterra. In Italia la diffusione della barbabietola fu molto lenta e alterna fino al 1887. In quell’anno E. Maraini, ritenuto il padre dell’industria saccarifera italiana, si adoperò per razionalizzare la tecnica colturale ed estrattiva e promosse il potenziamento della fabbrica di Rieti già sorta e fallita in precedenza.
Della Barbabietola da zucchero si impiegano le radici scollettate negli zuccherifici. Le foglie e i colletti possono essere utilizzati come foraggio. Dalla lavorazione industriale si ottengono dei sottoprodotti: polpe fresche esauste (utilizzate nell’alimentazione animale); polpe secche (si ottengono dalle precedenti previa essiccazione rapida; utilizzate anch’esse nell’alimentazione animale).
Per questa pianta si adotta il parametro di “qualità interna o tecnologica” che si riferisce alla sua attitudine ad essere trasformata in zucchero. Il saccarosio totale è il parametro più importante, esprime la concentrazione di zucchero nella radice della bietola ed è espresso in percento in peso.
Questo viene misurato con il polarimetro che individua il valore economico della coltura e viene definito zucchero teorico, perché non può essere interamente estratto e cristallizzato. La parte di zucchero che, rispetto al totale, è possibile estrarre e cristallizzare viene definita zucchero bianco e rappresenta il valore industriale del prodotto. La percentuale di zucchero teorico che diventa zucchero bianco costituisce la Resa Estraibile, che dipende dalla quantità, presente nella radice, di alcune sostanze che interferiscono negativamente con il processo di estrazione, abbassando la percentuale di zucchero che cristallizza ed aumentando quella che resta legata al sottoprodotto della raffinazione, che è il melasso (saccaro-melasso). Per questo motivo, tali elementi vengono definiti sostanze melassigene o melassigeni.
Per individuare la qualità tecnologica, del prodotto conferito negli stabilimenti, l’industria saccarifera determina in tutti i campioni il contenuto (in mmol per 100 g di polpa) dei tre melassigeni principali: potassio (K), sodio (Na) ed azoto alfa-amminico (αN). Oltre a questi, nel sugo di estrazione sono a volte presenti altri composti che hanno una notevole influenza nel processo di cristallizzazione, in particolare gli zuccheri riducenti (glucosio e fruttosio, i quali vengono determinati sui campioni, soltanto in alcuni stabilimenti). Queste sostanze melassigene, durante il processo di estrazione, causano danni diretti: immobilizzando parte del saccarosio ed impedendogli la cristallizzazione; ed indiretti: acidificando i sughi di estrazione. In ambiente acido si attivano gli enzimi in grado di scindere la molecola di saccarosio in glucosio e fruttosio, zuccheri semplici che comunque non cristallizzano; inoltre per ripristinare l’alcalinità dei sughi occorre aggiungere soda (NaOH) che contiene sodio, sostanza di per sé melassigena.
In generale la composizione media della polpa di bietola:
– Acqua 75%;
– Sostanza secca 25%;
– Sostanze solubili totali 20 %;
– Saccarosio 16%;
– Non zuccheri solubili 4%;
– Sostanza organica azotata 1,8%;
– Sostanze organiche inazotate 1,4%;
– Sostanze minerali 0,8%;
– Sostanze insolubili totali 5 %.
Oltre agli utilizzi di natura industriale bisogna fare un cenno sulle proprietà benefiche della barbabietola da zucchero: la pianta, infatti, non va ricordata solo per la produzione dello zucchero, ma anche per le qualità salutari e nutritive. La radice è ricca di sali minerali e vitamine, pertanto è rimineralizzante e vitaminizzante. Inoltre, vanta proprietà depurative, antisettiche, ricostituenti, digestive e stimolanti la produzione della bile; in analogo modo, la barbabietola da zucchero è in grado di assorbire le tossine dalle cellule e di facilitarne l’eliminazione. Ancora, la barbabietola da zucchero si configura un ottimo rimedio naturale per il trattamento di anemie e infezioni cerebrali, oltre a stimolare il sistema linfatico e la produzione di eritrociti.
Per quanto riguarda l’aspetto nutrizionale, 100 grammi di barbabietola da zucchero forniscono circa 20 Kcal: il 91% è costituito da acqua, i carboidrati sono il 4%, le proteine poco più dell’1%. Anche sostanze antiossidanti, nitrati ed acido ossalico compongono il fitocomplesso della barbabietola da zucchero.

Modalità di Preparazione –
La Barbabietola da zucchero è una pianta che nei secoli ha ricevuto un notevole lavoro di selezione e miglioramento tanto da passere da coltura ortiva a coltura industriale, soprattutto per la produzione di zucchero.
In generale comunque questa pianta viene utilizzata indirettamente in cucina, e nell’industria alimentare per la produzione dello zucchero ma anche direttamente per la preparazione di vari piatti e per le sue proprietà benefiche, legate al contenuto in sali e sostanze antiossidanti ma anche nel campo dell’alimentazione del bestiame per l’uso delle foglie.

Guido Bissanti

Fonti
– Acta Plantarum – Flora delle Regioni italiane.
– Wikipedia, l’enciclopedia libera.
– Treben M., 2000. La Salute dalla Farmacia del Signore, Consigli ed esperienze con le erbe medicinali, Ennsthaler Editore
– Pignatti S., 1982. Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
– Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (a cura di), 2005. An annotated checklist of the Italian vascular flora, Palombi Editore.

Attenzione: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi alimurgici sono indicati a mero scopo informativo, non rappresentano in alcun modo prescrizione di tipo medico; si declina pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.





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Beta vulgaris var. saccharifera

Sugar beet (Beta vulgaris var. Saccharifera L.) is a herbaceous species of the Chenopodiaceae family.

Systematics –
From the systematic point of view it belongs to the Eukaryota Domain, United Plantae, Magnoliophyta Division, Magnoliopsida Class, Caryophyllales Order, Chenopodiaceae Family and therefore to the Genus Beta, to the Species Beta vulgaris and to the Subspecies B. vulgaris var. saccharifera.

Etymology –
The term Beta is the ancient Latin name in Pliny, Cicero and others, perhaps derived from the Greek βλίτον blíton beet (in Theophrastus). The specific epithet vulgaris derives from vúlgus volgo: very common, ordinary due to its wide spread, banal. The name saccharifera comes from the Greek σάκχἄρ, -αρος sácchar, -aros sugar and from φέρω phéro bring: which produces sugary substances, capable of producing sugars.

Geographical Distribution and Habitat –
The origin of sugar beet is uncertain as two different centers are possible: one represented by the Mediterranean basin or the steppe regions of south-western Asia and the second located in the Canary Islands or Cape Verde. It is a species that prefers deep soils of medium texture, rich in organic substance and with good water capacity.
Today, this plant is one of the most important crops in the temperate zone. The main producers are the European countries and those of the former Soviet Union.

Description –
Beta vulgaris var. saccharifera is a biennial plant with a vegetative stage in the first year and a reproductive one in the second.
The plant has a thick, fleshy, more or less conical root, which can reach 2 meters, of greyish color, provided with transversal roughness in the upper part and of two longitudinal grooves (called saccharicus grooves) with a spiral shape and abundant capillices .
The stem is short and erect and the leaves are arranged in verticils (rosettes), petiolate, usually heart-shaped at the base, obtuse, rounded or tapered, smooth, wavy or bullous, more or less intense green.
The flowers, which generally appear in the second year, are small and inserted directly on 1.5-2 m long, erect, branched up scapes, gathered in normally bi-tetraflore inflorescences.
The infructescences, are of the roundish, angular, wrinkled glomeruli and the seeds are brown-greenish, yellowish-brown or blackish-brown, lenticular, 1.5 m thick; 2.4-4 mm long, weighing 2-3 mg,

Cultivation –
For the cultivation of sugar beet you need to wait a minimum temperature of 5-6 ° C to start germination; the optimal temperature is, however, at least 10-12 ° C.
Furthermore, for a good accumulation of reserve substances, it is not necessary to have too high day and night temperatures, as they increase the intensity of breathing. Fresh nights and warm days, from the second half of August, favor the accumulation of sugar.
The soils where to cultivate this plant must be deep, of medium texture, rich in organic substance and with good water capacity and with neutral pH, between 6.5 and 7; acid soils and water stagnations are unsuitable.
To obtain good yields, good water availability is also required throughout the cycle.
In the nutrient balance, it should be noted that for every 10 tons of roots an average of 40-50 kg of nitrogen, 15-18 kg of P2O5 and 55-65 of K2O are removed.
From an agronomic point of view, sugar beet is a crop grown from renewal and is generally placed between two wheat crops. Leave a well-prepared soil for the next crop. It is advisable to place an interval of a few years between one and the other beet culture.
For the preparation of the cultivation a deep plowing is carried out in the summer period. Before sowing, abundant fertilization based on manure must be applied and, in agro-ecological techniques, it is necessary to think about the recovery of the vegetable substance and the backfilling of the previous crop.
The sowing period, taking into account the optimal minimum temperatures, starts in February in central Italy and in March in the Po Valley, in addition in the arid areas of Southern Italy and the islands, autumn cultivation is practiced (sowing in October and harvested in June-July), thanks also to the selection of non-biennial but multi-year types of beetroot, so that the low temperatures experienced during the winter cannot induce flowering.
Sowing is mechanized with precision seeders, with intervals of 45 cm on average with seeding density of about 10 plants per square meter at harvest and a portion of the seeds planted is not going to be successful. Given the delicacy of the beet seedlings there are normally strong failures: the number of seeds to be sown is 15-20 to obtain 10 plants per square meter.
The sowing depth is around 3-4 cm, after which a rolling is carried out which favors wetting and germination.
Sugar beet is very sensitive to the competition exerted by weeds, so we must take action to the detriment of weeds, such as false seeding, weeding. The chemical weeding widely used to date is proving increasingly unsuitable on the effects of fertility and soil structure, with highly negative long-term problems.
For the harvest the period in which the maximum amount of sugar has accumulated is expected; the technique involves removing the roots from the ground; cleavage, ie elimination by cutting the upper part of the radical body (collar) with the leaves inserted, a part low in sugar and rich in impurities that would make industrial processing difficult; loading on the vehicles that will carry the roots to the sugar factory. These operations today are totally mechanized.
The average yield is over 400 quintals / Ha with 16% sugar but much higher yields can be achieved.
There are different varieties classified according to botanical or technological parameters.

Uses and Traditions –
Sugar beet is a cultivation practiced since the Greeks and Romans, even if it was cultivated as a vegetable plant.
Until the end of the eighteenth century and the beginning of the nineteenth century, when there was not yet an industrially convenient procedure for the extraction of sucrose, his was a marginal crop and only the growing foliage was used above ground for forage use.
Its importance as a sugar plant dates back to the eighteenth century when the chemist Margraff discovered in sugar beet crystallizable and his studies were taken up by Franz Karl Achard who, with the help of Frederick the Great and then of William III, planted crops in Silesia, perfecting the extraction and processing and processing procedures.
With the establishment of the Napoleonic bloc, research on this crop expanded, initiatives multiplied as European countries suddenly found themselves without the cane sugar supplied up to that time by England. In Italy the spread of beetroot was very slow and alternate until 1887. In that year E. Maraini, considered the father of the Italian sugar industry, worked to rationalize the cultivation and extraction technique and promoted the strengthening of the Rieti factory already arose and failed previously.
The roots of sugar beet are used in sugar beet. The leaves and collars can be used as fodder. From industrial processing, by-products are obtained: fresh exhausted pulps (used in animal feed); dry pulps (they are obtained from the previous ones after rapid drying; they are also used in animal feed).
For this plant the parameter of “internal or technological quality” is used which refers to its ability to be transformed into sugar. Total sucrose is the most important parameter, it expresses the concentration of sugar in the root of the beet and is expressed in percent by weight.
This is measured with the polarimeter which identifies the economic value of the crop and is called theoretical sugar, because it cannot be entirely extracted and crystallized. The part of sugar that can be extracted and crystallized compared to the total is called white sugar and represents the industrial value of the product. The percentage of theoretical sugar that turns into white sugar constitutes the Removable Yield, which depends on the quantity, present in the root, of some substances that negatively interfere with the extraction process, lowering the percentage of sugar that crystallizes and increasing what remains tied to the by-product of refining, which is the molasses (saccaro-molasses). For this reason, these elements are referred to as molasses or molasses.
To identify the technological quality of the product delivered in the plants, the sugar industry determines the content (in mmol per 100 g of pulp) of the three main melassigeni in all the samples: potassium (K), sodium (Na) and alpha-nitrogen amino (αN). In addition to these, in the extraction sauce are sometimes present other compounds that have a considerable influence in the crystallization process, in particular the reducing sugars (glucose and fructose, which are determined on the samples, only in some establishments). These molasses substances, during the extraction process, cause direct damage: immobilizing part of the sucrose and preventing its crystallization; and indirect: acidifying the extraction sauces. In an acidic environment, enzymes are activated that can break down the sucrose molecule into glucose and fructose, simple sugars that do not crystallize; furthermore, to restore the alkalinity of the sauces, it is necessary to add soda (NaOH) which contains sodium, a substance that is in itself melassigena.
In general, the average composition of beet pulp:
– 75% water;
– Dry matter 25%;
– Total soluble substances 20%;
– 16% sucrose;
– Not soluble sugars 4%;
– 1.8% nitrogenous organic substance;
– 1.4% potassium organic substances;
– 0.8% mineral substances;
– Total insoluble substances 5%.
In addition to industrial uses, we must mention the beneficial properties of sugar beet: in fact, the plant should not be remembered only for the production of sugar, but also for its healthy and nutritious qualities. The root is rich in mineral salts and vitamins, therefore it is mineralizing and vitaminizing. Moreover, it boasts purifying, antiseptic, reconstituting, digestive and stimulating bile production properties; similarly, sugar beet is able to absorb toxins from cells and facilitate their elimination. Furthermore, sugar beet is an excellent natural remedy for the treatment of anemia and brain infections, as well as stimulating the lymphatic system and the production of erythrocytes.
Regarding the nutritional aspect, 100 grams of sugar beet provide about 20 Kcal: 91% is water, carbohydrates are 4%, proteins just over 1%. Antioxidants, nitrates and oxalic acid also make up the sugar beet phytocomplex.

Preparation Mode –
Sugar beet is a plant that over the centuries has received considerable work of selection and improvement so as to pass from vegetable cultivation to industrial cultivation, especially for the production of sugar.
In general, however, this plant is used indirectly in the kitchen, and in the food industry for the production of sugar but also directly for the preparation of various dishes and for its beneficial properties, linked to the salt content and antioxidant substances but also in the field of feeding of the cattle for the use of the leaves.

Guido Bissanti

Sources
– Acta Plantarum – Flora of the Italian Regions.
– Wikipedia, the free encyclopedia.
– Treben M., 2000. Health from the Pharmacy of the Lord, Advice and experiences with medicinal herbs, Ennsthaler Editore
– Pignatti S., 1982. Flora of Italy, Edagricole, Bologna.
– Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (edited by), 2005. An annotated checklist of the Italian vascular flora, Palombi Editore.

Attention: Pharmaceutical applications and food uses are indicated for informational purposes only, do not in any way represent a medical prescription; therefore no responsibility is assumed for their use for curative, aesthetic or food purposes.





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Beta vulgaris var. saccharifera

La remolacha azucarera (Beta vulgaris var. Saccharifera L.) es una especie herbácea de la familia Chenopodiaceae.

Sistemática –
Desde el punto de vista sistemático, pertenece al dominio Eukaryota, United Plantae, Magnoliophyta Division, Magnoliopsida Class, Caryophyllales Order, Chenopodiaceae Family y, por tanto, al Género Beta, la Especie Beta vulgaris y las Subespecies B. vulgaris var. saccharifera.

Etimología –
El término Beta es el antiguo nombre latino en Plinio, Cicerón y otros, quizás derivado del griego βλίτον blíton beet (en Theophrastus). El epíteto específico vulgaris deriva de vúlgus volgo: muy común, ordinario debido a su amplia distribución, banal. El nombre saccharifera proviene del griego σάκχἄρ, -αρος sácchar, -aros sugar y de φέρω phéro bring: que produce sustancias azucaradas, capaces de producir azúcares.

Distribución geográfica y hábitat –
El origen de la remolacha azucarera es incierto, ya que son posibles dos centros diferentes: uno representado por la cuenca mediterránea o las regiones esteparias del sudeste asiático y el segundo ubicado en las Islas Canarias o Cabo Verde. Es una especie que prefiere suelos profundos de textura media, ricos en sustancias orgánicas y con buena capacidad de agua.
Hoy en día, esta planta es uno de los cultivos más importantes en la zona templada. Los principales productores son los países europeos y los de la antigua Unión Soviética.

Descripción –
Beta vulgaris var. La saccharifera es una planta bienal con una etapa vegetativa en el primer año y una reproductiva en el segundo.
La planta tiene una raíz gruesa, carnosa, más o menos cónica, que puede alcanzar los 2 metros, de color grisáceo, provista de rugosidad transversal en la parte superior y de dos surcos longitudinales (llamados surcos saccharicus) con forma de espiral y abundantes capillices. .
El tallo es corto y erecto y las hojas están dispuestas en verticilos (rosetas), pecioladas, generalmente en forma de corazón en la base, obtusas, redondeadas o afiladas, lisas, onduladas o ampollas, de color verde más o menos intenso.
Las flores, que generalmente aparecen en el segundo año, son pequeñas y se insertan directamente en paisajes de 1,5-2 m de largo, erectos y ramificados, reunidas en inflorescencias normalmente bi-tetraflore.
Las consecuencias son de glomérulos redondeados, angulares y arrugados, y las semillas son de color marrón verdoso, pardo amarillento o pardo negruzco, lenticular, de 1.5 m de espesor; 2.4-4 mm de largo, pesando 2-3 mg,

Cultivo –
Para el cultivo de la remolacha azucarera es necesario esperar una temperatura mínima de 5-6 ° C para comenzar la germinación; La temperatura óptima es, sin embargo, al menos 10-12 ° C.
Además, para una buena acumulación de sustancias de reserva, no es necesario tener temperaturas diurnas y nocturnas demasiado altas, ya que aumentan la intensidad de la respiración. Las noches frescas y los días cálidos, a partir de la segunda quincena de agosto, favorecen la acumulación de azúcar.
Los suelos donde cultivar esta planta deben ser profundos, de textura media, ricos en sustancia orgánica y con buena capacidad de agua y con un pH neutro, entre 6,5 y 7; Los suelos ácidos y los estancamientos de agua son inadecuados.
Para obtener buenos rendimientos, también se requiere buena disponibilidad de agua durante todo el ciclo.
En el balance de nutrientes, debe notarse que por cada 10 toneladas de raíces se eliminan un promedio de 40-50 kg de nitrógeno, 15-18 kg de P2O5 y 55-65 de K2O.
Desde un punto de vista agronómico, la remolacha azucarera es un cultivo de renovación y generalmente se coloca entre dos cultivos de trigo. Deja un suelo bien preparado para la próxima cosecha. Es recomendable colocar un intervalo de algunos años entre una y la otra cultura de la remolacha.
Para la preparación del cultivo se realiza un arado profundo en el período estival. Antes de la siembra, se debe aplicar una fertilización abundante basada en estiércol y, en las técnicas agroecológicas, es necesario pensar en la recuperación de la sustancia vegetal y el relleno del cultivo anterior.
El período de siembra, teniendo en cuenta las temperaturas mínimas óptimas, comienza en febrero en Italia central y en marzo en el valle del Po, además en las zonas áridas del sur de Italia y las islas, se practica el cultivo de otoño (siembra en octubre y cosechado en junio-julio), gracias también a la selección de remolachas no bienales pero multianuales, de modo que las bajas temperaturas experimentadas durante el invierno no pueden inducir la floración.
La siembra se mecaniza con sembradoras de precisión, con intervalos de 45 cm en promedio con una densidad de siembra de aproximadamente 10 plantas por metro cuadrado en la cosecha y una parte de las semillas sembradas no tendrá éxito. Dada la delicadeza de las plántulas de remolacha, normalmente hay fuertes fallas: el número de semillas a sembrar es de 15-20 para obtener 10 plantas por metro cuadrado.
La profundidad de siembra es de alrededor de 3-4 cm, después de lo cual se realiza un balanceo que favorece la humectación y la germinación.
La remolacha azucarera es muy sensible a la competencia ejercida por las malas hierbas, por lo que debemos tomar medidas en detrimento de las malas hierbas, como la falsa siembra, la eliminación de malezas. La eliminación química ampliamente utilizada hasta la fecha está resultando cada vez más inadecuada para los efectos de la fertilidad y la estructura del suelo, con problemas altamente negativos a largo plazo.
Para la cosecha se espera el período en el que se ha acumulado la cantidad máxima de azúcar; La técnica consiste en quitar las raíces del suelo; escisión, es decir, eliminación mediante el corte de la parte superior del cuerpo radical (collar) con las hojas insertadas, una parte baja en azúcar y rica en impurezas que dificultaría el procesamiento industrial; Cargando en los vehículos que llevarán las raíces a la fábrica de azúcar. Estas operaciones hoy están totalmente mecanizadas.
El rendimiento promedio es de más de 400 quintales / Ha con 16% de azúcar, pero se pueden lograr rendimientos mucho más altos.
Existen diferentes variedades clasificadas según parámetros botánicos o tecnológicos.

Usos y Tradiciones –
La remolacha azucarera es un cultivo que se practica desde los griegos y los romanos, incluso si fue cultivada como una planta vegetal.
Hasta finales del siglo XVIII y principios del XIX, cuando todavía no existía un procedimiento industrialmente conveniente para la extracción de sacarosa, este era un cultivo marginal y solo el follaje en crecimiento se usaba sobre el suelo para el uso de forraje.
Su importancia como planta azucarera se remonta al siglo XVIII cuando el químico Margraff descubrió en la remolacha azucarera cristalizable y sus estudios fueron retomados por Franz Karl Achard quien, con la ayuda de Federico el Grande y luego de Guillermo III, plantó cultivos en Silesia. Perfeccionando los procedimientos de extracción y procesado y procesado.
Con el establecimiento del bloque napoleónico, la investigación sobre este cultivo se expandió, las iniciativas se multiplicaron a medida que los países europeos se encontraron repentinamente sin el azúcar de caña suministrado hasta ese momento por Inglaterra. En Italia, la propagación de la remolacha fue muy lenta y alterna hasta 1887. En ese año, E. Maraini, considerado el padre de la industria azucarera italiana, trabajó para racionalizar la técnica de cultivo y extracción y promovió el fortalecimiento de la fábrica de Rieti. Surgió y falló anteriormente.
Las raíces de la remolacha azucarera se utilizan en la remolacha azucarera. Las hojas y collares pueden utilizarse como forraje. Del procesamiento industrial, se obtienen subproductos: pulpas recién agotadas (utilizadas en la alimentación animal); Pulpas secas (se obtienen de las anteriores después de un secado rápido; también se utilizan en la alimentación animal).
Para esta planta se usa el parámetro de “calidad interna o tecnológica” que se refiere a su capacidad para transformarse en azúcar. La sacarosa total es el parámetro más importante, expresa la concentración de azúcar en la raíz de la remolacha y se expresa en porcentaje en peso.
Esto se mide con el polarímetro que identifica el valor económico del cultivo y se denomina azúcar teórico, porque no se puede extraer y cristalizar por completo. La parte del azúcar que se puede extraer y cristalizar en comparación con el total se llama azúcar blanco y representa el valor industrial del producto. El porcentaje de azúcar teórico que se convierte en azúcar blanco constituye el rendimiento removible, que depende de la cantidad, presente en la raíz, de algunas sustancias que interfieren negativamente con el proceso de extracción, disminuyendo el porcentaje de azúcar que cristaliza e incrementando lo que queda atado al subproducto. De refinación, que es la melaza (saccaro-melaza). Por esta razón, estos elementos se denominan melaza o melaza.
Para identificar la calidad tecnológica del producto entregado en las plantas, la industria azucarera determina el contenido (en mmol por 100 g de pulpa) de los tres melassigen principales en todas las muestras: potasio (K), sodio (Na) y nitrógeno alfa amino (αN). Además de estos, en la salsa de extracción a veces están presentes otros compuestos que tienen una influencia considerable en el proceso de cristalización, en particular los azúcares reductores (glucosa y fructosa, que se determinan en las muestras, solo en algunos establecimientos). Estas sustancias de la melaza, durante el proceso de extracción, causan daños directos: inmovilizan parte de la sacarosa y evitan su cristalización; e indirecto: acidificar las salsas de extracción. En un ambiente ácido, se activan enzimas que pueden descomponer la molécula de sacarosa en glucosa y fructosa, azúcares simples que no cristalizan; Además, para restaurar la alcalinidad de las salsas, es necesario agregar soda (NaOH) que contiene sodio, una sustancia que es en sí misma melassigena.
En general, la composición media de la pulpa de remolacha:
– 75% de agua;
– Materia seca 25%;
– Total de sustancias solubles 20%;
– 16% de sacarosa;
– Azúcares no solubles 4%;
– 1,8% de sustancia orgánica nitrogenada;
– 1,4% de sustancias orgánicas de potasio;
– 0,8% de sustancias minerales;
– Total de sustancias insolubles 5%.
Además de los usos industriales, debemos mencionar las propiedades beneficiosas de la remolacha azucarera: de hecho, la planta no debe ser recordada solo por la producción de azúcar, sino también por sus cualidades saludables y nutritivas. La raíz es rica en sales minerales y vitaminas, por lo que es mineralizante y vitamínica. Además, posee propiedades de producción de bilis purificantes, antisépticas, reconstituyentes, digestivas y estimulantes; De manera similar, la remolacha azucarera es capaz de absorber toxinas de las células y facilitar su eliminación. Además, la remolacha azucarera es un excelente remedio natural para el tratamiento de la anemia y las infecciones cerebrales, así como para estimular el sistema linfático y la producción de eritrocitos.
Respecto al aspecto nutricional, 100 gramos de remolacha azucarera aportan alrededor de 20 Kcal: 91% es agua, carbohidratos son 4%, proteínas poco más del 1%. Antioxidantes, nitratos y ácido oxálico también forman el fitocomplejo de la remolacha azucarera.

Modo de preparación –
La remolacha azucarera es una planta que a lo largo de los siglos ha recibido un considerable trabajo de selección y mejora para pasar del cultivo de hortalizas al cultivo industrial, especialmente para la producción de azúcar.
En general, sin embargo, esta planta se usa indirectamente en la cocina y en la industria alimentaria para la producción de azúcar, pero también directamente para la preparación de diversos platos y por sus propiedades beneficiosas, relacionadas con el contenido de sal y sustancias antioxidantes, pero también en el campo de Alimentación del ganado para el uso de las hojas.

Guido Bissanti

Fuentes
– Acta Plantarum – Flora de las regiones italianas.
– Wikipedia, la enciclopedia libre.
– Treben M., 2000. Health from the Pharmacy of the Lord, Consejos y experiencias con hierbas medicinales, Ennsthaler Editore
– Pignatti S., 1982. Flora de Italia, Edagricole, Bolonia.
– Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (editado por), 2005. Una lista de verificación anotada de la flora vascular italiana, Palombi Editore.

Atención: las aplicaciones farmacéuticas y los usos alimentarios están indicados solo con fines informativos, no representan en modo alguno una receta médica; por lo tanto, no se asume ninguna responsabilidad por su uso con fines curativos, estéticos o alimentarios.





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