Antichi popoli Sardi e l’agricoltura

Antichi popoli Sardi e l’agricoltura

Con il termine di Protosardi, Paleosardi o Sardiani si indicano gli antichi popoli della Sardegna del periodo prenuragico e nuragico; per quest’ultimo è utilizzato anche l’appellativo di Sardi. I primi reperti a testimoniare la presenza dell’Homo Sapiens in Sardegna sono stati trovati nella grotta Corbeddu di Oliena, dove è stata rinvenuta una falange umana risalente al 18.000 a.C. che dimostrerebbe un antico insediamento ed isolamento di questa popolazione. La prima colonizzazione stabile dell’isola, da parte di popolazioni provenienti via mare dalla penisola italiana, è riscontrabile poi in tracce scoperte nella grotta Su Coloru di Laerru, nell’Anglona.
La prima relazione tra gli antichi popoli Sardi e l’agricoltura si ha nel neolitico antico, con l’avvento anche della lavorazione della ceramica. Nel neolitico recente si sviluppa la cultura di Ozieri che mostra influenze orientali, in particolare egeiche e cicladiche, mentre la Gallura si contraddistingue per la civiltà pastorale e “aristocratica” detta cultura di Arzachena. Ma sono soprattutto le grandi migrazioni provenienti dal Nord Africa e Vicino Oriente che nell’isola segnano l’introduzione dell’allevamento e dell’agricoltura, a partire da 10-8mila anni fa; a cui si aggiunsero nuove popolazioni e nuove influenze sulle tecniche dell’allevamento e dell’agricoltura.

 

La società Protosarda paleolitica e mesolitica era basata principalmente su un’economia di sussistenza di caccia e raccolta. A partire dal neolitico la società è incentrata sull’agricoltura e l’allevamento; in questo periodo questo popolo da cacciatore e raccoglitore nomade, impara a riconoscere, a selezionare e a coltivare le graminace che gli garantirono la più importante base alimentare. Da questo momento la popolazione diventa stanziale, con una dimora permanente in un territorio adatto alle coltivazioni agricole.
Bisogna arrivare però alla civiltà nuragica, che si sviluppò in Sardegna tra la piena età del bronzo (1800 a.C.) ed il II secolo a.C., ormai in epoca romana, per avere dati più esaustivi su quello che erano le attività agro-silvo-pastorali di questa antica popolazione sarda. Tali attività sono testimoniate da vari reperti in bronzo (zappe, falcetti, rastrelli). Tali attrezzi sono stati trovati sia nei nuraghi che nei villaggi e in altri siti di epoca nuragica. Non è stato riscontrato l’aratro ma siccome questo, quasi sicuramente veniva costruito in legno, è difficile che potesse arrivare ai giorni nostri. Tali attrezzi servivano per la coltivazione dei cereali di cui il farro e il grano erano predominanti nel consumo rispetto all’ avena e all’ orzo; la prova ci viene dal rinvenimento di semi carbonizzati in alcuni nuraghi e villaggi nuragici. Col tempo il grano e l’orzo soppiantarono gradualmente il farro. Alcune abitudini alimentari e di archeologia delle ceramiche per la conservazione e cottura dei cibi fanno ipotizzare che venissero coltivati ortaggi ed erbe già addomesticate in epoca precedente a quella Nuragica. Tra gli alberi da frutto si può affermare che venivano coltivati il fico, la vite, l’ ulivo e forse il mandorlo e il pero. Di questi è certo l’ulivo per via del ritrovamento di noccioli di oliva e pollini carbonizzati fatto nel nuraghe Duos Nuraghes a Borore e nel villaggio nuragico di Su Putzu a Orroli. Tali ritrovamenti attestano altresì l’importazione di specie di olivi da altri luoghi; tra l’altro un tronco di olivastro, risalente secondo l’analisi al C14 al 1.475 a.C., è stato ritrovato nella torre centrale del nuraghe Su Nuraxi a Barumini. I reperti ritrovati farebbero ipotizzare un’abbondante produzione di olio e più scarsa di formaggi, cosa che porto allo scambio e commercio di questi prodotti. Sono stati ritrovati infatti di tipici contenitori di terracotta per olio già di fabbricazione micenea, cipriota o cretese presso il nuraghe Arrubiu di Orroli e Antigori a Sarroch.
Per quanto riguarda la coltivazione della vite, dopo un ampio dibattito tra storici, che facevano risalire la sua introduzione da parte dei Fenici, gli ultimi reperti indicano che fosse già coltivata dal popolo nuragico (già dal 1.400 a.C.) già molto prima che arrivassero i Fenici. I reperti sono dovuti a vinaccioli e pollini riscontrati in antichi insediamenti. Ma non è tutto anche la vinificazione era una pratica conosciuta e consolidata. Tale testimonianza ci viene da frammenti di una brocca (del 1.000 a.C.) ritrovata nel nuraghe Bau Nuraxi a Trei, contenente acido tartarico (prodotto che attesta la presenza di vino) e, con esso, era sicuramente fiorente il commercio del vino dalle zone coltivate a quelle più impervie non coltivate. Ma il ritrovamento che più di altri (1.200 a.C.) ci da un panorama esaustivo sulla vitivinicoltura di epoca nuragica è quello del sito di Sa Osa presso Cabras. Semi di fico e uva, ritrovati insieme, ci inducono a pensare che in epoca nuragica, allo scopo di aumentare la gradazione zuccherina del vino, si aggiungessero dei fichi; pratica in uso presso i viticoltori sardi fino a non molto tempo fa.
In definitiva possiamo affermare che l’ agricoltura era una attività preminente nella società nuragica con la produzione di olio, vino e cereali su quasi tutto il territorio isolano, che venivano esportati anche fuori isola.

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