Tutelare il suolo per salvaguardare la Vita

Tutelare il suolo per salvaguardare la Vita

Il suolo è il luogo sede dei processi fisici, biochimici ed ecologici che consentono non solo la vita delle piante e di altri organismi ma l’intero equilibrio della vita sul pianeta terra.
Recita un proverbio cinese che “Il suolo è la Madre di tutte le creature. Non dimenticare la Madre che ti nutre.”, eppure una visione riduzionista, sviluppatasi soprattutto nel secolo precedente, ha considerato il suolo come luogo di conquista, di sfruttamento, di utilizzo per i vari fini umani e, quasi sempre, non come un tessuto vivente; tessuto del più grande organismo che è l’intera biosfera.
Affermare oggi che il suolo è vivo è quasi scontato ma meno scontato è comprendere che in esso esiste un delicatissimo equilibrio ecosistemico, fatto di biodiversità e di complessi rapporti tra componente abiotica e componente biotica, in cui l’attività umana, soprattutto con l’agricoltura, crea notevoli interferenze.
Una interferenza che è dovuta, in campo agricolo, all’uso di sostanze di sintesi, biocidi, fertilizzanti chimici, lavorazioni del terreno ed altre azioni che, di fatto, vengono operate senza quasi mai considerare le esigenze biologiche del suolo e la sua capacità rigenerativa.
A tal proposito, negli ultimi decenni ricercatori ed organismi internazionali, come la FAO, hanno pubblicato frequenti report, che non lasciano ombra di dubbio.
Negli ultimi tempi, soprattutto in occasione delle Giornate mondiali del suolo, è stata evidenziata, sempre più, una situazione di perdita non solo di suolo, inteso come sua componente fisica (le particelle che lo costituiscono) ma anche in termini di biodiversità (gli organismi che lo abitano).
Questa correlazione sta portando, gradualmente, a quel fenomeno chiamato, genericamente, desertificazione dei suoli, che si traduce in una grande perdita di capacità dei servizi ecosistemici legati al suolo, tra i quali: la produzione di cibo, la cattura di CO2, la produzione di ossigeno, ecc..
Nel momento in cui pubblichiamo ci approssimiamo al 5 dicembre, che è la data della Giornata Mondiale del Suolo.
Nelle ultime edizioni, secondo quanto riportato dalla FAO, l’importanza del ruolo del suolo, con tutti i suoi organismi, per la salute del Pianeta e umana, è stata oltremodo sottovalutata.
Nell’ultima edizioni, il direttore generale della Fao, Qu Dongyu, ha dichiarato che: “I suoli non sono soltanto il fondamento dei sistemi agroalimentari e il luogo in cui si produce il 95 per cento del cibo che consumiamo, ma la loro salute e biodiversità sono anche cruciali per il nostro progetto di porre fine alla fame e garantire l’esistenza di sistemi agroalimentari sostenibili”.
Purtroppo il modello agricolo, presente su gran parte dei territori di tutti i Paesi del mondo, crea una interferenza sulla fertilità dei suoli e sulla loro capacità rigenerativa notevole.
Modello agricolo a cui si aggiunge il consumo di suolo per altre attività.
Non fa eccezione l’Italia e secondo il rapporto ISPRA 2021, che rendiconta annualmente su: Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici, la situazione è sempre più allarmante.
Il consumo di suolo in Italia continua a trasformare il territorio nazionale con velocità elevate. Nell’ultimo anno, le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 56,7 km quadrati, ovvero, in media, più di 15 ettari al giorno.

Un incremento che rimane in linea con quelli rilevati nel recente passato, e fa perdere al nostro Paese – sottolinea l’Ispra – quasi 2 metri quadrati di suolo ogni secondo, causando la perdita di aree naturali e agricole. Tali superfici sono sostituite da nuovi edifici, infrastrutture, insediamenti commerciali, logistici, produttivi e di servizio e da altre aree a copertura artificiale all’interno e all’esterno delle aree urbane esistenti.
Una crescita delle superfici artificiali solo in parte compensata dal ripristino di aree naturali, pari quest’anno a 5 km2, dovuti al passaggio da suolo consumato a suolo non consumato (in genere grazie al recupero di aree di cantiere o di superfici che erano state già classificate come consumo di suolo reversibile).
Il rapporto Ispra entra poi, ovviamente, nel dettaglio delle singole aree del Paese ma un dato va analizzato e ripreso con opportuna elaborazione.
In Italia la SAU (Superficie Agricola Utilizzata) al 2019 era di 12,4 milioni di ettari; una superficie, tra l’altro, per quanto detto sopra, in costante diminuzione.
Se consideriamo, pertanto, i 2 metri quadrati persi ogni secondo, facendo dei semplici calcoli si avrà che ogni anno perdiamo circa 6.307 ettari e che se proiettiamo questo numero (che tra l’altro è in aumento) si ottiene che al 2050 avremo perso (ma è una stima per difetto) circa 182.908 ettari.
Una superficie che, divisa l’estensione media delle aziende agricole italiane (che nell’ultimo censimento era di 8,4 ettari), ci dice che nel 2050 avremo perso oltre 21.700 aziende agricole, con evidenti ricadute negative su produzione di cibo (sovranità alimentare) perdita di PIL, di posti di lavoro, ecc..
Una situazione che di per se sembra già allarmante ma purtroppo le brutte notizie non finiscono qui.
Infatti, sempre secondo i rapporti di vari istituti governativi, non solo è in diminuzione la SAU (dovuta ai fattori sopra esposti) ma anche la qualità dei suoli, per via della diminuzione della biodiversità ed, in generale, della fertilità degli stessi a causa delle pratiche agricole intensive, che fanno ingente uso di prodotti di sintesi (quali insetticidi, diserbanti, concimi chimici, acque salmastre, ecc.) e tecniche di lavorazione dei terreni poco sostenibili.
Nonostante le recenti strategie dell’Unione Europea, ed in particolare quella sulla biodiversità e l’altra sul Farm to Fork, varate all’interno del Green Deal, il rapporto ha rilevato che, in generale, mancano dati dettagliati, politiche e azioni in materia di biodiversità del suolo a livello locale, nazionale, regionale e mondiale.
Tradotto in termini concreti, significa che ancora oggi mancano politiche agricole ed agroalimentari che traducano queste esigenze in attenti programmi di conversione agroecologica del sistema produttivo mondiale per ovviare ad uno scenario che ci prefigura un futuro tutt’altro che roseo per pianeta ed umanità.
A chiarimento di questo ultimo aspetto, cioè sulla necessità della conversione agroecologica (più volte prospettato dai documenti della FAO) si precisa che i modelli agroecologici, secondo quanto evidenziato da M.A. Altieri (Agroecologia, 2015) ed altri A.A. in tutto il mondo, sono sistemi produttivi non solo maggiormente sostenibili ma con efficienze energetiche, produttive e di servizi ecosistemici più elevate rispetto ai sistemi monoculturali o specializzati.
Purtroppo in questo campo, oltre all’implementazione di una politica agricola adeguata, manca ancora un serio programma (a tutti i livelli) di informazione e formazione che consenta una rapida conversione dei nostri sistemi agricoli.
Una conversione che inverta il trend pericoloso di erosione delle risorse della Terra (qual è il suolo) e che consenta alle future generazioni una nuova speranza ed un sospiro di sollievo.

Guido Bissanti




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