Gli Egizi e l’agricoltura

Gli Egizi e l’agricoltura

Si può dire che agricoltura ed Egitto rappresentino uno dei binomi più importanti sulle origini dell’intera civiltà occidentale. L’agricoltura era presente nell’Antico Egitto fin dal periodo Neolitico.
Fu proprio in questo periodo che l’agricoltura dell’antico Egitto si trasformò da itinerante a stabile contribuendo alla creazione dei primi insediamenti stanziali di contadini, villaggi e città concentrate soprattutto nel bacino del Nilo.
Questo fiume, che nasce dai laghi equatoriali dell’Africa e scorre verso nord per sfociare nel Mar Mediterraneo, permetteva l’agricoltura in tutta la fascia di territorio che accompagna il suo corso e che ancora oggi è definito “Egitto utile”.
L’Egitto fu definito dallo storico greco Erodoto, già nel V sec. a.C. “dono del Nilo”, proprio per la stretta dipendenza dalle acque del fiume, mentre sua fu anche la denominazione “delta” data alla foce a forma triangolare, simile alla quarta lettera dell’alfabeto greco.
L’importanza che il fiume aveva per la vita dell’intero Egitto era testimoniata dallo spazio che esso occupava nelle tradizioni e nel complesso dei riti religiosi dell’antica civiltà dei faraoni: il Nilo era chiamato “il fiume” per antonomasia ed era venerato come divinità (Hapi), inoltre si ritiene che il mito della rinascita di Osiride rispecchiasse il ciclo stagionale delle inondazioni, fonte di vita per il Paese.
Ma il Nilo non era solo fonte idrica era anche una via navigabile che attraversanfo un ampio tratto dell’Africa Nordorientale, collegava il Mediterraneo con l’attuale Sudan e l’Etiopia, per cui era sfruttato anche come arteria di comunicazione e di commercio.
La peculiarità del Nilo, a differenza di altri grandi fiumi come il Tigri e l’Eufrate, era quella di essere caratterizzato da piene estremamente regolari che iniziavano nel periodo di giugno e portavano il fiume a esondare e allagare progressivamente parte del suo bacino, giungendo al massimo livello verso settembre; da allora fino a novembre le acque si ritiravano, riportando il livello del fiume al livello precedente la piena con assoluta puntualità.
Con questo ciclo di esondazione e ritiro delle acque il Nilo lasciava sui terreni allagati un fango ricco di sostanze fertilizzanti (detto limo) che preparava la terra ad essere seminata e consentiva un abbondante raccolto nei mesi successivi, sino alla nuova inondazione che ricominciava con regolarità.
Ma l’uomo affiancava la natura nella sua creatività. Infatti una serie di canali, realizzati dall’uomo, facevano arrivare le acque anche ai terreni situati più lontano rispetto al Nilo. Così per irrigare i campi situati più in alto rispetto al Nilo gli Egiziani usavano uno strumento detto shaduf. Esso era formato da due pali conficcati nel terreno su cui era posto un terzo palo orizzontale rispetto ai precedenti. Su quest’ultimo palo era situata un’asta che aveva ad un estremo una pietra e, all’altro estremo il secchio che andava riempito d’acqua. Questo sistema permetteva di sollevare i secchi senza fare troppa fatica.
Insieme a queste tecniche, la perpetuazione del regime del Nilo permise agli antichi Egizi di sfruttare al massimo la fertilità del bacino alluvionale del fiume, senza mai ricorrere (salvo casi particolari) all’opera di canalizzazione che invece fu necessaria in Mesopotamia.
Questo permise, in Egitto, un’agricoltura particolarmente fiorente.
Ma a chi appartenevano i terreni coltivati? I terreni coltivati, in teoria, come tutti i terreni del paese appartenevano al faraone. Essi erano, però, assegnati ai ministri e ai governanti dei vari distretti che ben presto ne disposero come una proprietà personale.
I confini dei campi erano segnati con delle stele sulle quali erano indicati il nome del proprietario, la data del passaggio di proprietà e una breve descrizione. Queste stele erano considerate sacre e chi le manometteva era sottoposto a gravi punizioni.
I terreni erano poi coltivati dai contadini. Essi erano legati alla terra di padre in figlio. Il loro signore poteva disporre di loro come voleva, anche mediante testamento, insieme alla terra e al bestiame. I contadini, oltre a coltivare i campi e a custodire il bestiame, dovevano anche svolgere altri lavori come scavare i canali, trasportare le pietre, produrre utensili.
I prodotti tipici furono anzitutto i cereali (orzo, frumento, segale…), i legumi, gli alberi da frutto (soprattutto fichi e datteri), la vite, gli ortaggi e alcune piante dai molteplici usi, come lino e papiro.

L’agricoltura dell’antico Egitto divenne ben presto molto fiorente e ricca: il grano egizio era di qualità assai pregiata e veniva sfruttato per produrre il pane, presente nell’alimentazione del Paese fin dal Neolitico, inoltre dalla fermentazione di frumento e orzo veniva ricavata la birra, bevanda molto diffusa in Egitto e consumata abitualmente accanto al vino.
La cerealicoltura era affiancata anche dall’allevamento dei bovini, particolarmente diffusi nel bacino del Nilo e sfruttati soprattutto come animali da tiro nelle operazioni dell’aratura, la cui importanza si rifletteva anche nei riti religiosi: gli Egizi veneravano come sacro il toro nero Apis, collegato al culto del dio Ptah che era ritenuto il mitico creatore della città di Menfi e il cui nome era connesso all’etimologia del nome “Egitto” (esso deriverebbe dalla storpiatura greca dell’espressione “casa dello spirito di Ptah”).
L’attività agricola nell’Antico Egitto però non si concentrava solo nella stretta fascia fertile del corso del Nilo; esistevano già da millenni delle zone verdi in mezzo al deserto note come oasi, aree in cui era presente una sorgente d’acqua dolce che consentiva la vita umana e permetteva lo sfruttamento della terra per le colture di varie specie. Queste oasi tutt’oggi presenti, erano anche snodi e punti di ristoro delle lunghe percorrenze dell’epoca.
Nell’Antico Egitto queste aree erano abitate da popolazioni semi-nomadi del deserto che vi praticavano l’agricoltura e la pastorizia, mantenendosi sostanzialmente isolate dal resto del Paese e non riconoscendo di fatto l’autorità dei faraoni, aspetto che si mantenne a lungo anche dopo la conquista dell’Egitto da parte dei Persiani e dei Romani.
Comunque sia, fu proprio lo sviluppo dell’agricoltura, collegata al fiume Nilo a provocare un incremento demografico con la nascita delle prime città intorno al 3000 a.C., che sorsero principalmente lungo il corso del fiume e divennero centri politici di prima grandezza: l’agricoltura era del resto la principale risorsa dell’Egitto, che importava legname dal Libano, rame da Cipro e ceramiche dall’isola di Creta, mentre la Nubia venne dominata militarmente e sfruttata per i suoi giacimenti minerari, oltre ad essere usata come serbatoio di schiavi (che tuttavia non furono mai numerosi nella civiltà egizia).
L’Egitto in quel tempo esportava grandi quantità di grano per scambiarlo con le materie prime di cui scarseggiava (principalmente legname e metalli, essendo una regione quasi del tutto desertica). Per questo motivo e per la sua opulenza, fu anche terra di conquista da parte di potenze militari straniere, subendo più tentativi di invasione: nel XVII sec. a.C. la popolazione semita degli Hyksos si stabilì nella regione del Delta e fu scacciata a fatica dal faraone Ahmosi, mentre gli Ittiti tentarono di conquistare il Paese e vennero respinti nella battaglia di Kadesh del 1280 a.C. circa.
Le vicende storiche però si susseguirono con l’indebolimento del potere centrale ed, in seguito, l’Egitto cadde sotto il dominio di Assiri, Persiani, Macedoni, per finire infine sottomesso dai Romani nel 30 a.C., diventando una delle province più importanti dell’Impero e il vero e proprio “granaio di Roma”, ruolo che non cessò di ricoprire nell’Alto Medioevo (sino alla conquista araba del VII sec. d.C., in seguito alla quale l’Egitto venne islamizzato).
Un cenno particolare va fatto alle occupazioni artigianali collegate alle principali colture tessili e da fibra. Infatti tra le piante coltivate nelle terre lungo il Nilo erano molto importanti il lino e il papiro, destinati ad essere associati per lungo tempo alla civiltà egizia sino a diventarne dei simboli.
All’uso del lino era anche associata la produzione di un fiorente artigianato nella sua lavorazione. Infatti gli abitanti dell’Antico Egitto indossavano spesso lunghe tuniche realizzate con questa stoffa e i Romani li chiamavano linigeri, “gente che porta il lino” (l’appellativo era sovente usato per indicare i sacerdoti di Iside che portavano vesti simili).
Altrettanto versatile il papiro, pianta lacustre che cresceva spontaneamente nelle zone fangose del Delta e lungo il corso del Nilo, di cui gli Egizi si cibavano e da cui ricavavano combustibile, materiale per produrre sandali e piccole imbarcazioni: ovviamente l’uso principale del papiro era come materiale scrittorio, sfruttando una tecnologia che fu messa a punto in Egitto e che si diffuse in seguito in tutto il mondo antico, specialmente a Grecia e a Roma. Gli Egizi tagliavano il fusto della pianta in strati sottili, che venivano sovrapposti l’uno all’altro e pressati, sfruttando il succo naturale che fuorusciva e incollava insieme i vari elementi. Il risultato era un foglio sottile su cui era possibile scrivere e gli artigiani usavano unire più fogli fino a formare un rotolo di vari metri, chiamato dai Greci biblos e dai Romani volumen (da cui l’italiano “volume”, termine ancor oggi usato per indicare un libro). Il papiro fu il materiale scrittorio più versatile e facile da usare nel mondo antico prima dell’introduzione della carta, anche perché relativamente meno costoso della pergamena, ovvero la pelle animale trattata con operazioni conciarie; esso veniva usato nel mondo egizio sia a scopo decorativo che come documento e lo studio di tali ritrovamenti ha originato in epoca moderna una branca della filologia detta papirologia, attiva anche nella ricostruzione della civiltà greco-latina.

Guido Bissanti

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