Agricoltura Intensiva un Fallimento

Agricoltura Intensiva un Fallimento

Se non si comprende che in questa direzione si va verso la fine di questa civiltà allora sono vani tutti gli impegni e la determinazione (dall’ambito scientifico a quello umanistico) che provengono da varie parti del Pianeta.
Parliamo del modello agricolo pensato negli anni ’50 (dopo le due disastrose Guerre Mondiali) ed al terminare dell’illusione post illuministica della crescita illimitata.
Come (per l’ennesima volta) denunciato dalla COP21, il 33 per cento delle terre coltivabili è stato distrutto in 40 anni: se questo non è un allarme significa che la popolazione mondiale è entrata in uno stato di assuefazione da definire, quest’ultima, il vero allarme planetario.
Una cosa su cui si riflette poco è che il suolo coltivato, quello che ci permette di avere quotidianamente pasta, riso, pane, verdure, è profondo solo pochi decimetri. Non più di un metro (meno di un micron in un ipotetico planisfero in scala).

E la cosa che più dovrebbe farci riflettere (ma anche a questo non pensiamo più) è che, affinché si formino 2,5 centimetri di suolo nuovo, la natura impiega non meno di 500 anni. Quello che definiamo strato attivo è dunque un tesoro prezioso e raro, ben più del petrolio.
Ma quasi un terzo delle terre coltivabili del nostro pianeta è scomparso negli ultimi 40 anni, a causa di pratiche agricole intensive: ci vorranno secoli perché tornino produttive. E la situazione non può che peggiorare se non si prendono provvedimenti Immediati; è quanto affermano gli esperti che hanno presentato il loro rapporto alla COP21, la conferenza sul clima di Parigi.
L’allarme, perché si tratta di un vero e proprio allarme, è arrivato da un biologo dell’università di Sheffield (UK), Duncan Cameron, il quale afferma che (se mai ce ne fosse bisogno) “Oggi il tasso di erosione dei campi arati è da dieci a cento volte superiore al tasso di formazione del suolo”. Il ricercatore sottolinea che il sistema di agricoltura intensiva è insostenibile, in particolare per l’uso massiccio dei fertilizzanti, che a lungo andare degradano il suolo anziché arricchirlo. Senza contare che la produzione di fertilizzanti assorbe almeno il 2 per cento delle fonti energetiche disponibili annualmente.
Ma questa non è una novità nemmeno per la storia dell’agricoltura recente. Negli Anni 30 una serie di tempeste di polvere colpirono gli Stati Uniti ed il Canada, direttamente imputabili alla cattiva gestione del suolo agricolo e alla sua progressiva desertificazione, ma questa notizia fu messa subito a tacere e da allora, periodicamente queste tempeste si ripetono e … poi non se ne parla più.
Parliamo del cosiddetto “Dust Bowl” (in inglese: conca di polvere), una serie di tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti centrali e il Canada tra il 1931 e il 1939, causate da decenni di tecniche agricole inappropriate e dalla mancanza di rotazione delle colture. Il terreno fertile delle Grandi Pianure era esposto ad arature profonde che finivano per distruggere l’erba che ne assicurava l’idratazione. Durante la siccità, il suolo si seccò diventando polvere, e venne soffiato via verso est, principalmente in grandi nuvole nere. Talvolta queste nuvole di polvere oscuravano il cielo fino a Chicago, e gran parte della terra rimossa si perse completamente nell’Oceano Atlantico. Questo disastro ecologico causò un esodo da Texas, Kansas, Oklahoma, e dalle grandi pianure circostanti, con oltre mezzo milione di americani che restarono senza casa. Molti migrarono ad ovest in cerca di lavoro. Il termine può anche indicare l’area geografica colpita dal fenomeno, corrispondente alla regione compresa tra Texas, Kansas, Oklahoma, Colorado e Nuovo Messico.
Ora per capire verso dove stiamo andando, bisogna pensare alla dust bowl che si verificò nel 1930 nel Nord America, per comprendere che quella sarà una situazione normale sul nostro pianeta se proseguiamo su questa strada. Le tempeste di polvere saranno sempre più frequenti. A queste si accompagnano, per una serie di concause la diminuzione delle precipitazioni e l’accelerazione del processo di desertificazione. Un disastro Ecologico di immense proporzioni e, credetemi, qui il catastrofismo non c’entra niente. Basti pensare che personalmente dal 1984 al 2006 ho analizzato miglia di terreni siciliani. Il risultato è raccapricciante, in soli 22 anni il livello di sostanza organica si è quasi dimezzato, l’accumulo di fosfati più che raddoppiato, la salinità dei suoli (e quindi la loro struttura) con valori sempre più allarmanti. Oggi conservo questi dati gelosamente, ma anche con grande senso di impotenza, nei miei archivi.
Se tale questione non verrà analizzata dai Governi (più del fallimento delle Banche, più di tante altre emergenze reali) rischiamo un default ecologico senza precedenti.
Bisogna sensibilizzare ogni uomo di cultura, ogni uomo della strada, ogni politico, ogni amministratore, chiunque: questo modello “ottuso” dell’agricoltura, che parla solo in termini di reddito aziendale delle singole aziende, non ha futuro.
Bisogna non solo ritornare all’uso di metodi agricoli pre-industriali, che permisero di preservare i terreni agricoli per generazioni, come quelli di ritornare all’uso dei letami, che permettono di ripristinare la materia prima di cui è composto lo strato attivo, oltre che la struttura del suolo e la sua capacità di trattenere l’acqua e i nutrienti, ma bisogna ripensare totalmente il concetto di azienda agricola e di rapporto di beni e servizi tra questa e le cellule sociali contigue. Una nuova rivoluzione verde che timidamente (e qui la speranza prende il sopravvento) si sta manifestando culturalmente prima ancora che scientificamente e tecnicamente in varie parti del mondo.
C’è un altro fattore importante da considerare: i metodi di produzione hanno imposto spesso una netta separazione tra gli usi agricoli e quelli zootecnici. Questo è un errore ecologico (oltreché produttivo) scientificamente e quindi tecnicamente imperdonabile.
Questo non significa tornare all’agricoltura dell’800 e la rinuncia alle tecnologie, anzi. Da troppe parti sento degli ignoranti (non nel senso offensivo ma in quello di non conoscere l’argomento) che la rinuncia a certe pratiche agronomiche equivale a diminuzione della produzione. È una falsità (ben gestita e direzionata da multinazionali e grandi catene di distribuzione) senza alcun riscontro scientifico (ricordo sempre che una conduzione agricola è, in sintesi, un bilancio energetico ecologico e la specializzazione e l’omologazione, in natura portano a diminuzione dei rendimenti, come insegnano le leggi del rendimento termodinamico).
Non si può essere quindi contrari a nessuna innovazione tecnica e tecnologica purché questa si sincronizzi con le “logiche” della natura. In mancanza di questa visione la tecnologia diventerà (come lo è stata in alcuni casi) nemica della Natura e quindi dell’Uomo.
Adesso qualcuno dirà che la colpa è degli agricoltori: assolutamente no; il nemico è la convinzione riduzionista che l’Uomo possa vivere lontano dalle leggi della Natura. Questo è il vero reato di cui si sta macchiando una parte della Scienza e della cultura predominante.
Allora rimbocchiamoci le mani e non scendiamo nella polemica. Serve solo a quelli che “gestiscono” a loro uso e consumo il Pianeta. Il dīvĭdĕ et īmpĕrā è quella locuzione latina tornata oggi in uso, secondo cui il migliore espediente di una tirannide o di un’autorità qualsiasi per controllare e governare un popolo è dividerlo, provocando rivalità e fomentando discordie.

Guido Bissanti

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