Prunus salicina
Prunus salicina
Il susino cinese o susino giapponese (Prunus salicina Lindl., 1830) è una specie arborea appartenente alla famiglia delle Rosaceae.
Sistematica –
Dominio Eukaryota,
Regno Plantae,
Sottoregno Tracheobionta,
Superdivisione Spermatophyta,
Divisione Magnoliophyta,
Classe Magnoliopsida,
Sottoclasse Rosidae,
Ordine Rosales,
Famiglia Rosaceae,
Sottofamiglia Amygdaloideae,
Tribù Amygdaleae,
Genere Prunus,
Specie P. salicina.
Sono sinonimi i seguenti termini:
– Cerasus salicina (Lindl.) Loudon;
– Cerasus triflora Wall. ex Steud.;
– Prunus botan André;
– Prunus botan hort. ex Chow;
– Prunus gymnodonta Koehne;
– Prunus ichangana C.K.Schneid.;
– Prunus maru L.H.Bailey;
– Prunus masu Koehne;
– Prunus salicina var. angustifolia Nakai;
– Prunus salicina var. columnaris (Uyeki) Uyeki;
– Prunus triflora var. columnaris Uyeki;
– Prunus salicina var. cordata Y.He & J.Y.Zhang;
– Prunus salicina var. pilosa Nakai;
– Prunus salicina var. subspontanea Makino;
– Prunus salicina var. typica Nakai;
– Prunus staminata Hand.-Mazz.;
– Prunus thibetica Franch.;
– Prunus triflora Roxb.;
– Prunus triflora f. glomerata Koehne;
– Prunus triflora var. latifolia Cardot;
– Prunus triflora var. pubescens Cardot;
– Prunus triflora var. spinifera Koehne;
– Prunus trifolia Roxb..
Sono accettate le seguenti varietà:
– Prunus salicina var. pubipes (Koehne) L.H. Bailey;
– Prunus salicina var. salicina.
Etimologia –
Il termine Prunus deriva dall’antico greco proúnē, termine utilizzato per indicare la prugna. L’epiteto specifico salicina, invece, deriva dal latino e significa “simile al salice”. Il riferimento è soprattutto alla forma delle foglie, strette, allungate e appuntite, che ricordano quelle di alcune specie di salice.
Il nome comune “susino giapponese” può però creare qualche confusione. Prunus salicina è infatti una specie diversa da Prunus mume, spesso chiamato anch’esso susino cinese o giapponese, e da Prunus japonica. Anche quest’ultima, nonostante il nome scientifico possa sembrare molto simile, è una specie distinta.
La specie fu descritta botanicamente da John Lindley nel XIX secolo e presenta una storia tassonomica piuttosto complessa, come accade frequentemente nel genere Prunus, dove alcune specie sono difficili da distinguere e possono inoltre ibridarsi facilmente tra loro.
Distribuzione Geografica ed Habitat –
Il Prunus salicina è originario dell’Asia orientale. Gli appunti indicano come area naturale soprattutto la Cina, Taiwan, Myanmar, Laos e Vietnam. Il suo principale centro di origine e di domesticazione viene individuato nella Cina sud-occidentale, in particolare nell’area del bacino del fiume Yangtze. Alcune popolazioni selvatiche sono ancora presenti, tra le altre, nelle province cinesi di Shaanxi e Gansu.
Nel corso del tempo la pianta è stata portata e coltivata in numerose altre regioni. Il Giappone ha avuto un ruolo fondamentale nella sua storia agricola: qui le antiche forme cinesi furono coltivate e selezionate, dando origine a varietà che in seguito furono introdotte in altri Paesi. Nella seconda metà dell’Ottocento arrivarono negli Stati Uniti, dove furono ulteriormente migliorate attraverso numerosi programmi di selezione e ibridazione. Oggi il susino giapponese è coltivato, oltre che in Cina, Giappone e Corea, anche negli Stati Uniti, in Australia, in Europa e in diversi Paesi dell’America Latina.
In natura Prunus salicina vive soprattutto in ambienti boschivi aperti. Lo si può trovare nelle foreste rade, ai margini dei boschi, nelle boscaglie, lungo i sentieri di montagna e vicino ai corsi d’acqua delle valli. La specie cresce a quote comprese indicativamente tra i 200 e i 2.600 metri.
È una pianta tipica di ambienti temperati relativamente caldi. Ha infatti una fioritura precoce e necessita di condizioni climatiche abbastanza favorevoli per completare il proprio ciclo vegetativo. Questa caratteristica, molto utile per ottenere frutti precoci, può però rappresentare un problema nelle zone dove sono frequenti le gelate tardive.
La specie presenta inoltre rapporti importanti con i funghi del terreno attraverso le micorrize, associazioni che possono favorire lo sviluppo della pianta. In Cina è stata anche studiata per il possibile utilizzo nel recupero di alcuni terreni degradati e soggetti a erosione, in particolare nelle aree carsiche. I risultati, tuttavia, non sono sempre univoci: la sua crescita rapida può infatti aumentare anche il consumo di nutrienti del terreno.
Nonostante la diffusione delle coltivazioni e le diverse minacce che interessano le foreste dell’Asia orientale, la specie selvatica è attualmente considerata dalla IUCN a minor preoccupazione (Least Concern) e le sue popolazioni sono ritenute stabili.
Descrizione –
Il Prunus salicina è un albero deciduo, cioè perde le foglie durante la stagione fredda. Generalmente raggiunge un’altezza compresa tra 6 e 12 metri, anche se le dimensioni possono variare in base alle condizioni ambientali e alla varietà coltivata. I rami hanno tonalità bruno-rossastre o porpora, mentre i giovani germogli possono assumere sfumature giallastre o rossastre.
Le foglie sono facilmente riconoscibili per la loro forma allungata. Misurano generalmente tra 6 e 12 centimetri di lunghezza e tra 2,5 e 5 centimetri di larghezza. Sono verdi e lucide nella parte superiore e presentano un margine dentellato. La forma può essere piuttosto variabile, ma generalmente è oblunga o ellittica, con la base a forma di cuneo e l’estremità appuntita. La presenza di queste foglie strette e allungate è all’origine, come abbiamo visto, dell’epiteto salicina.
La fioritura avviene all’inizio della primavera, generalmente prima della comparsa completa delle nuove foglie. I fiori sono bianchi, hanno un diametro di circa 2 centimetri e sono formati da cinque petali. Solitamente compaiono riuniti in piccoli gruppi, spesso di tre fiori. La fioritura precoce è molto importante per la produzione dei frutti, ma espone i fiori al rischio di essere danneggiati dalle gelate primaverili.
Il frutto è una drupa, cioè un frutto carnoso al cui interno è presente un unico nocciolo legnoso. Le susine di Prunus salicina sono generalmente piuttosto grandi, con dimensioni che possono arrivare a 7 centimetri nelle forme orticole. La buccia può essere gialla, rossa, verde oppure violacea e spesso presenta una sottile patina biancastra, detta pruina. La forma può essere sferica, ovale o leggermente conica. La polpa è generalmente giallastra o giallo-rosata, molto succosa e, a maturazione completa, può essere consumata fresca.
Rispetto al susino europeo (Prunus domestica), il frutto del susino giapponese è generalmente apprezzato per le sue dimensioni maggiori, i colori più vivaci, la consistenza, l’aroma e il sapore. È proprio questa caratteristica ad aver favorito la sua grande diffusione nel mercato della frutta fresca.
La maturazione avviene durante l’estate, indicativamente tra luglio e agosto, anche se il periodo preciso varia a seconda della cultivar e dell’area di coltivazione.
Dal punto di vista nutrizionale, il frutto contiene una percentuale molto elevata di acqua, generalmente compresa tra l’80 e il 90%, oltre a carboidrati, zuccheri semplici, una piccola quantità di proteine e fibre. Sono presenti anche diversi composti fenolici e antociani, sostanze alle quali sono associate proprietà antiossidanti. I valori possono comunque variare sensibilmente tra le diverse cultivar.
Coltivazione –
Il Prunus salicina è oggi una delle principali specie di susino coltivate a livello mondiale. La Cina è il principale Paese produttore, seguita da Stati Uniti, Messico, Italia, Spagna, Pakistan, Corea, Australia, Cile, Francia, Sudafrica e Argentina. In molti di questi Paesi la produzione è destinata soprattutto al mercato della frutta fresca.
La storia della coltivazione moderna è particolarmente interessante. Le antiche varietà asiatiche producevano generalmente frutti più piccoli. Dopo la loro introduzione negli Stati Uniti, nella seconda metà del XIX secolo, furono avviati importanti programmi di miglioramento genetico. Uno dei protagonisti fu Luther Burbank, che realizzò numerosi incroci tra Prunus salicina e altre specie di susino. Da questi programmi nacquero cultivar divenute famose in tutto il mondo, tra cui ‘Beauty’, ‘Formosa’, ‘Santa Rosa’, ‘Shiro’ e ‘Wickson’.
La cultivar ‘Santa Rosa’, in particolare, è ancora molto conosciuta e viene coltivata in numerosi Paesi. Altre cultivar importanti sono ‘Shiro’, caratterizzata da frutti gialli, ‘Methley’, particolarmente produttiva, ‘Early Golden’, dalla maturazione precoce, e diverse varietà moderne selezionate per ottenere frutti più grandi, resistenti alle malattie o più adatti alla conservazione.
Per ottenere una buona produzione è importante considerare l’impollinazione. La maggior parte delle cultivar è infatti autoincompatibile: ciò significa che una pianta non è generalmente in grado di impollinare efficacemente se stessa. Per questo motivo, nei frutteti vengono spesso coltivate insieme due o più varietà compatibili e con un periodo di fioritura sovrapponibile. Esistono comunque alcune cultivar autofertili o autocompatibili.
Il susino giapponese preferisce un clima temperato caldo, con estati sufficientemente calde da permettere una buona maturazione. È abbastanza resistente al freddo invernale e può sopportare temperature intorno ai -15 °C, ma la sua fioritura precoce lo rende sensibile alle gelate tardive. Per questo motivo le varietà più precoci devono essere coltivate in luoghi relativamente riparati.
Per quanto riguarda il terreno, la pianta cresce bene in suoli profondi, ben drenati e capaci di mantenere una certa umidità, preferibilmente di natura franco-argillosa o franco-limosa. Può crescere sia al sole sia in mezz’ombra, ma una buona esposizione al sole favorisce la produzione dei frutti. Un’eccessiva presenza di calcare può invece provocare fenomeni di clorosi.
La propagazione può avvenire per seme, anche se nella frutticoltura moderna si preferiscono generalmente tecniche che permettono di conservare le caratteristiche della cultivar. Il seme necessita di un periodo di stratificazione fredda di circa due o tre mesi e può germinare lentamente, talvolta anche dopo molti mesi. Sono possibili anche la propagazione per talea e la propaggine.
In coltivazione vengono utilizzati diversi portinnesti, tra cui il mirabolano (Prunus cerasifera), il susino Marianna e il susino pollizo di Murcia. È inoltre possibile utilizzare, in determinate condizioni, mandorlo, pesco e altre drupacee compatibili.
Un aspetto importante riguarda infine la conservazione del frutto. Le susine mature sono abbastanza deperibili e, a temperatura ambiente, possono conservarsi solo per pochi giorni. La refrigerazione permette di prolungarne la durata, mentre in condizioni controllate, intorno a 0 °C e con un’umidità relativa del 90–95%, alcune cultivar possono essere conservate per diverse settimane.
Come molte altre piante da frutto, anche il susino giapponese può essere colpito da malattie. Tra quelle più importanti ricordiamo alcune virosi, come il plum pox virus e il Prunus necrotic ringspot virus, oltre alle malattie provocate da fitoplasmi. In particolare, l’European stone-fruit yellows può provocare ingiallimento delle foglie, arrotolamento, caduta precoce dei frutti e deperimento dei rami.
Usi e Tradizioni –
L’uso principale del Prunus salicina è naturalmente quello alimentare. A differenza del susino europeo, che viene spesso destinato alla trasformazione e soprattutto all’essiccazione, Prunus salicina è coltivato soprattutto per il consumo del frutto fresco. Le sue susine sono infatti apprezzate per le grandi dimensioni, la polpa succosa e i colori vivaci.
In Cina, oltre a essere consumato fresco, il frutto viene trasformato in diverse preparazioni tradizionali. Una delle più caratteristiche consiste nella conservazione o canditura della susina con zucchero, sale e liquirizia. In alcune regioni i frutti selvatici vengono inoltre raccolti direttamente nei boschi e consumati come risorsa alimentare spontanea.
In Giappone, il frutto ha una presenza più limitata rispetto a quella di Prunus mume, il celebre ume. Tuttavia viene utilizzato anche qui, soprattutto quando è conservato o ancora parzialmente acerbo. In alcune zone viene consumato durante le feste estive sotto forma di frutto conservato ricoperto di mizuame, una sorta di sciroppo denso e dolce.
Un altro uso tradizionale è quello nella preparazione di bevande alcoliche. Le susine possono essere utilizzate per produrre vino, liquori e bevande aromatizzate. Per la preparazione del vino di susina possono essere utilizzate anche diverse spezie, tra cui cannella, chiodi di garofano, zenzero, noce moscata, coriandolo e pepe nero. La cultivar ‘Santa Rosa’ è indicata come particolarmente adatta alla produzione di vino di buona qualità.
I frutti semi-maturi vengono inoltre utilizzati per preparare il sumomo-shu, un liquore tradizionale giapponese aromatizzato con la susina. A Taiwan è documentato anche l’impiego del frutto insieme a preparazioni alcoliche ottenute da Prunus mume e tè oolong.
Il susino giapponese è stato utilizzato anche nella medicina tradizionale cinese. Tradizionalmente il frutto è stato associato a effetti digestivi, alla capacità di alleviare la sete e ad altri impieghi terapeutici. La ricerca moderna si è concentrata soprattutto sulla presenza di composti fenolici e sulle proprietà antiossidanti del frutto. È però importante distinguere tra gli usi tradizionali e le proprietà effettivamente dimostrate dalla ricerca clinica: gli studi disponibili non permettono, per esempio, di considerare il frutto una cura contro i tumori.
Esistono infine alcuni usi meno conosciuti. Dalle foglie può essere ricavato un colorante verde, mentre dal frutto può essere ottenuto un colorante con tonalità comprese tra il grigio scuro e il verde. La specie è inoltre importante per il miglioramento genetico dei susini e di altre drupacee, grazie alla sua ricchezza genetica e alla possibilità di utilizzare alcuni suoi caratteri nei programmi di selezione.
Modalità di Preparazione o di Uso –
Il modo più semplice e diffuso di utilizzare il Prunus salicina è mangiare il frutto fresco, quando ha raggiunto la piena maturazione. La buccia è commestibile e la polpa, generalmente dolce e molto succosa, viene consumata direttamente dopo aver eliminato il nocciolo.
Le susine possono essere anche cotte e utilizzate per preparare dolci, torte, conserve, marmellate e gelatine. In questo modo è possibile utilizzare anche una parte della produzione che non può essere consumata rapidamente come frutta fresca.
Un’altra possibilità è l’essiccazione, una tecnica tradizionale che consente di prolungare notevolmente la conservabilità del frutto. Le susine possono inoltre essere trasformate in prodotti conservati o canditi. In Cina, per esempio, la tradizione prevede preparazioni con zucchero, sale e liquirizia.
Il frutto può essere utilizzato anche nella preparazione di vino e liquori. Per il vino si utilizzano generalmente frutti maturi, mentre per alcuni liquori, come il sumomo-shu, vengono impiegate susine ancora parzialmente acerbe. L’aromatizzazione può prevedere l’aggiunta di diverse spezie ed erbe.
Nella tradizione giapponese il frutto può essere conservato e aromatizzato, oppure ricoperto di mizuame e venduto durante alcune feste estive. In questo caso il valore della susina non è soltanto alimentare, ma si inserisce anche nelle tradizioni gastronomiche e festive locali.
Un’importante precauzione riguarda il nocciolo. Come accade per molte altre specie del genere Prunus, i semi e alcune parti vegetative della pianta contengono glicosidi cianogenetici, tra cui amigdalina e prunasina. Queste sostanze possono liberare composti cianogenici, tra cui acido cianidrico. Per questo motivo il nocciolo non deve essere consumato, soprattutto se viene spezzato o triturato. Anche le foglie e i giovani germogli non devono essere utilizzati come normali alimenti.
In definitiva, la parte della pianta destinata principalmente all’alimentazione è il frutto maturo privato del nocciolo. La grande varietà di modalità con cui la susina può essere consumata — fresca, cotta, conservata, essiccata, candita o trasformata in bevande — spiega in buona parte il successo agricolo e culturale di questa specie.
Guido Bissanti
Fonti
– Acta Plantarum – Flora delle Regioni italiane.
– Wikipedia, l’enciclopedia libera.
– GBIF, the Global Biodiversity Information Facility.
– Useful Tropical Plants Database.
– Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (a cura di), 2005. An annotated checklist of the Italian vascular flora, Palombi Editore.
– Pignatti S., 1982. Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
– Treben M., 2000. La Salute dalla Farmacia del Signore, Consigli ed esperienze con le erbe medicinali, Ennsthaler Editore.
Fonte foto:
– https://www.gbif.org/occurrence/search?view-GALLERY&taxonKey-4N976&entity-o_5198286613
Attenzione: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi alimurgici sono indicati a mero scopo informativo, non rappresentano in alcun modo prescrizione di tipo medico; si declina pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.

