Il Dialogo contro le Guerre come arma più potente
Il Dialogo contro le Guerre come arma più potente
Osservando il panorama della terza guerra mondiali a pezzi (termine coniato nel 2014 da Papa Francesco), serve una presa di coscienza diversa da parte di tutte le popolazioni.
Fu proprio Papa Francesco a parlare tantissimo di pace ma con un approccio completamente diverso da quello a cui assistiamo oggi. Per lui i due pilastri che ripeteva spesso sono la fratellanza universale e il dialogo.
Per lui la pace non era solo assenza di guerra, ma un percorso che si costruisce giorno per giorno, “artigianale”, fatto di gesti concreti di rispetto e incontro. Ha più volte detto che nessuno si salva da solo e che i popoli hanno bisogno di riconoscersi come membri di una stessa famiglia umana.
Nelle sue encicliche e discorsi pubblici insisteva sul fatto che la pace nasce dalla giustizia sociale, dall’attenzione ai poveri e dagli sforzi per superare le disuguaglianze. Il dialogo, anche con chi pensa in modo diverso o appartiene ad altre religioni, per lui non era una strategia politica, ma una scelta di umanità: è l’unico modo per disinnescare i conflitti prima che diventino violenza.
Un’espressione che usava spesso era quella della “cultura dell’incontro”, contrapposta alla “cultura dello scarto” o dello scontro. In questa chiave, la fratellanza non è una parola poetica, ma la base per una convivenza reale tra popoli e religioni.
Purtroppo, ancora oggi e forse più che ieri, assistiamo a troppe strumentalizzazioni, pressioni di sinistre o destre e, pessimi sciacallaggi su queste tragedie umane, che rischiano di fomentare ancor di più queste guerre invece di disinnescarle.
Spesso si osservano atteggiamenti di rabbia da parte delle persone e popolazioni (che ci possono stare per l’emotività legata a questi scenari) ma che, anch’essi, sono il contrario e l’ossimoro per il raggiungimento di una pace tra i popoli e del concetto di Pace declamato da Papa Francesco.
Chiariamo subito (a scanso di ulteriori strumentalizzazioni e sciacallaggi ideologici) che i fautori delle guerre non meritano altro che una condanna senza attenuanti. Leader che armano, finanziano e trascinano interi popoli nel fuoco dell’odio sono i veri carnefici del nostro tempo. Non importa da quale capitale ordinino attacchi o da quale fabbrica d’armi escano i proiettili: il risultato è sempre lo stesso — città ridotte in macerie, famiglie lacerate, generazioni intere spezzate.
Eppure, mentre i potenti decidono, le popolazioni gridano un’altra lingua: quella del dialogo. Dalle madri che piangono figli a Gaza e Khartoum, ai giovani che non vogliono più imbracciare fucili in Ucraina o in Myanmar, si alza una voce che non ha confini. È la voce di chi chiede: “Parlatevi, prima di spararvi”.
Immaginate se prima di ogni bomba ci fosse stata una tavola rotonda tra villaggi, associazioni, religioni, cittadini comuni. Immaginate se i microfoni della diplomazia fossero stati consegnati non ai generali ma ai mercati, alle scuole, alle piazze. Forse quelle stesse piazze oggi non sarebbero coperte di macerie ma di bandiere bianche.
Ecco lo scandalo taciuto: la guerra non nasce tra i popoli, ma tra gli interessi dei potenti. E se è così, allora la cura è ribaltare l’ordine — prima di schierarsi, con bamdiere o altro, prima di contare i morti, serve un dialogo che anticipi ogni presa di posizione. Non “con chi stai?”, ma “come possiamo salvarci insieme?”.
Il mondo ha bisogno di uno shock morale. Non un nuovo arsenale, ma un nuovo linguaggio. Non una corsa agli armamenti, ma una corsa al confronto. E questa corsa deve iniziare subito, perché il tempo che perdiamo a cercare scuse è tempo che altri perdono la vita.
La pace non può aspettare che i potenti si convincano. La pace deve esplodere dal basso. E la domanda che resta sospesa è una sola: avremo il coraggio di urlarla più forte delle bombe?
Adesso per far capire meglio in che scenario siamo immersi, soprattutto noi sereni e tranquilli donne e uomini dell’occidente, facciamo un’analisi più approfondita di cosa è nel 2025 il pianeta Terra.
Panorama generale sui fornitori globali –
I principali esportatori di armi nel periodo recente rimangono Stati Uniti, Francia, Russia, Cina e Germania; molte forniture rilevanti ai conflitti provengono da questi paesi direttamente o tramite intermediari/aziende nazionali. (Fonte: SIPRI – Trends in international arms transfers, 2024).
1) Guerra in Ucraina
Principali fornitori di armi a Ucraina
– Stati Uniti: la quota più grande delle forniture di armamenti a Kyiv (artiglieria, razzi MLRS, sistemi antiaerei, munizioni, HIMARS, carri ecc.).
– Unione Europea, con i singoli Stati europei (Germania, Polonia, Regno Unito, Paesi Bassi, Norvegia): artiglieria, munizioni, veicoli corazzati, sistemi di difesa aerea e assistenza logistica.
Fornitori / appoggi a favore della Russia (diretti o indiretti)
– Industria militare russa (fornitura interna).
Core dell’accusa su rifornimenti clandestini: Corea del Nord — segnalata da intelligence e reportage come fornitore massiccio di munizioni a livello operativo; indagini giornalistiche e avvisi ufficiali affermano che Pyongyang ha fornito munizioni in grande volume alla Russia.
– Iran: forniture di droni kamikaze (Shahed e simili) e missili a supporto di forze russe; più volte segnalato dalle autorità ucraine e inchieste internazionali.
Nota sui tipi di sistemi: artiglieria a lungo raggio e munizioni sono il fattore critico — molte nazioni occidentali hanno fornito grandi quantitativi di sistemi e munizioni, mentre Russia ha integrato rifornimenti esterni (munizioni NK, droni iraniani).
2) Guerra Gaza — Israele
Principali fornitori di armi a Israele
– Stati Uniti: principale fornitore (aerei, munizioni, intelligence, sistemi di difesa aerea come Iron Dome/Patriot; assistenza economica e militare maggiore storicamente).
– Altri fornitori europei (Germania, Italia ecc.) forniscono componentistica, munizionamenti e sistemi. Alcuni paesi però hanno sospeso o limitato spedizioni per preoccupazioni legali/umane (es. Canada, Paesi Bassi hanno fermato spedizioni civili/particolari).
Fornitori / appoggi ai gruppi palestinesi
– Iran — indicato come fornitore chiave di armi e risorse (finanziarie, tecniche, addestramento) a Hamas e gruppi affiliati e partner regionali (Hezbollah); canali e trasferimenti includono razzi, sistemi anticarro e know-how.
– Hezbollah (Libano) e altre reti regionali hanno funto da appoggio politico/militare; parte dell’arsenale arriva tramite la cosiddetta “Asse” Iran-backed.
Tipologia: sistemi a corto/medio raggio (razzi, lanciarazzi, droni), oltre al supporto finanziario/organizzativo; molte armi arrivano tramite canali clandestini o paesi terzi.
3) Guerra civile in Sudan (SAF vs RSF)
Chi fornisce armi e chi appoggia
– RSF (Rapid Support Forces): indagini e rapporti (Reuters, UN, ONG) hanno illustrato un «air-bridge» sospetto con voli provenienti dagli Emirati Arabi Uniti — analisi di voli e reperti d’armamento suggeriscono consegne di equipaggiamento militare che hanno rafforzato l’RSF. Amnesty e inchieste documentano anche armi di origine cinese / forniture tramite intermediari.
– Forze armate sudanesi (SAF): storicamente hanno rapporti diplomatici/militari con Russia; il ruolo del gruppo Wagner e dei suoi legami in Sudan è stato ripetutamente segnalato (prima di cambi di allineamento), e Mosca ha mostrato posizione diplomaticamente favorevole al governo in varie votazioni ONU.
– Attori regionali interessati / appoggi geopolitici.
– Emirati Arabi Uniti (UAE): implicati — secondo reportage e alcuni report Onu — nella logistica che ha giocato un ruolo nel rifornimento dell’RSF (contro-accuse e negazioni ufficiali esistono).
– Russia (Wagner): in passato legami con RSF; parallelamente Mosca ha rapporti anche con attori statali sudanesi e negozia basi.
Tipologia: grandi quantità di piccoli sistemi, veicoli, artiglieria leggera, munizioni; trasferimenti spesso sfruttano voli cargo e rotte terze.
4) Guerra civile in Yemen (Houthi vs Governo/coalizione)
Fornitori / appoggi
– Houthi (Ansar Allah): ampiamente segnalati rapporti di supporto dall’Iran (fornitura di missili, sistemi antinave, know-how per l’assemblaggio di droni e razzi). Rapporti ONU e investigative di stampa documentano componenti, sistemi e formazione collegabili a Teheran.
– Coalizione guidata dall’Arabia Saudita / Governo yemenita: USA e Regno Unito sono stati grandi fornitori (armi, munizioni, supporto di intelligence e rifornimenti). Ci sono state sentenze, controversie e denunce ONG circa l’uso di armamenti occidentali in attacchi che hanno causato vittime civili.
Tipologia: armamenti aerei e munizionamento per raid (coalizione), missili antinave/ballistici e droni per i ribelli (Houthi).
5) Conflitto in Myanmar
Fornitori / appoggi al regime (giunta)
– Russia e Cina sono ripetutamente citati (rapporti ONU, Reuters) come fonti primarie o facilitatori per acquisizioni di armi, pezzi di ricambio e assistenza tecnica all’esercito birmano (junta). Le forniture possono includere aerei, parti, sistemi terrestri e denaro.
Tipologia: equipaggiamenti pesanti, componentistica per veicoli/aviazione, armi leggere e supporto finanziario/tecnico; trasferimenti in parte occultati tramite intermediari.
6) Conflitti in Etiopia (inclusi scontri Amhara/Oromia/Tigray)
Chi appoggia e rifornisce
– Eritrea ha storicamente sostenuto il governo federale etiope in vari momenti (fornitura di truppe nel teatro Tigray); fonti di reportage analitici e Reuters documentano interventi armati ed appoggi logistico-militari.
– Forniture d’armi al governo etiope possono includere acquisti da vari fornitori internazionali (dati SIPRI mostrano che grandi fornitori mondiali vendono a stati africani; trasferimenti specifici spesso appaiono tramite contratti commerciali).
Tipologia: armi convenzionali, mezzi corazzati, munizioni e supporto logistico; i confini regionali e i rapporti storici rendono l’influenza di Eritrea (e talvolta canali esterni) un tema chiave.
Considerazioni finali e limiti –
Purtroppo, per difficoltà giornalistiche e di report nei territori e per sistemi di insabbiamento di dati e notizie la trasparenza su questi eventi bellici è limitata; molte forniture (specialmente a gruppi non statali) passano per intermediari o rotte aeree civili; inchieste giornalistiche e rapporti ONU sono spesso l’unica fonte di attribuzione.
Nel ruolo delle esportazioni ufficiali, SIPRI rimane la fonte di riferimento per i grandi dati sulle esportazioni statali; essa mostra che la maggior parte delle armi «ufficiali» proviene da un piccolo gruppo di esportatori (USA, Francia, Russia, Cina, Germania).
Servono maggiori prove investigative necessarie; per ogni conflitto si possono trovare dossier specifici (Reuters, Amnesty, UN Panel reports, SIPRI) che documentano consegne particolari.
Ovviamente l stime di vittime di guerra sono estremamente incerte; variano enormemente a seconda della fonte, spesso mescolano morti «dirette» (uccisi da armi/attacchi) e «indirette» (fame, malattie, collasso dei servizi), e per molti teatri mancano rilevazioni sistematiche. Le cifre che seguono sono range di stima derivati dalle fonti pubbliche più citate (ONU/UNICEF/ACLED/reporter investigativi/SIPRI/ecc.).
Inoltre le stime dei deceduti per conflitto (totali e — dove possibile — bambini e adulti) sono complesse.
Ma vediamo, pur con le considerazioni appena fatte, quali sono le stime più attendibili per i vari eventi di guerra, con un dato, che è il più raccapricciante, sui bambini vittime di ingiustizie che nemmeno conoscono.
1) Ucraina (invasione 2022–oggi)
Stima vittime totali (range): ~60.000 – 150.000 morti (stima complessiva tra varie analisi/rapporti; stime più alte circolate nel 2024–2025 aumentano l’incertezza).
Bambini: dati ufficiali sui bambini uccisi sono frammentari; l’ONU/organizzazioni segnalano un aumento delle vittime infantili ma non esiste per ora un conteggio consolidato affidabile pubblicamente.
2) Gaza — conflitto iniziato 7 ott 2023
Stima vittime totali (range): ~63.000 – 80.000 e più (fonti governative e agenzie internazionali riportano numeri in questo ordine di grandezza; alcuni aggiornamenti giornalistici e ministeri sanitari locali danno cifre specifiche leggermente diverse).
Bambini: UNICEF e altri organismi parlano ripetutamente di decine di migliaia di bambini uccisi o feriti (UNICEF: “more than 50,000 children reported killed or injured” in vari aggiornamenti). Fonti giornalistiche citano stime di decine di migliaia di bambini morti in alcuni conteggi locali; tuttavia molte rilevazioni combinano “uccisi e feriti”. Dato affidabile su bambini solo ‘morti’ non disponibile in modo consolidato pubblicamente.
3) Sudan (conflitto 2023–oggi)
Stima vittime totali (range): ~30.000 – 150.000 e più (stime variano: ACLED e organizzazioni sul campo riportano decine di migliaia di morti documentati, altre fonti — inclusi alcuni ex-funzionari/ONU — citano fino a ~150.000 quando si includono morti indirette e stime extrapolate).
Bambini: esistono stime drammatiche per morti infantili legate a fame e collasso dei servizi (alcune fonti citano centinaia di migliaia di bambini colpiti dalla malnutrizione), ma un numero certo di “bambini morti” attribuibili direttamente al conflitto non è consolidato. Vanno segnalate ipotesi molto alte (fonti diverse parlano di impatti catastrofici sulla mortalità infantile), ma con grande incertezza.
4) Yemen (2014–oggi)
Stima vittime totali (range): ~150.000 – 377.000 e più (stima comunemente citata per l’intero periodo 2014–2021 è ~377.000 includendo vittime indirette; i numeri più aggiornati parlano di centinaia di migliaia di morti complessivi se si includono fame e malattie).
Bambini: UNICEF registra più di 11.000 bambini uccisi o feriti in anni recenti e segnala centinaia di migliaia di bambini affetti dalla fame severa; i conteggi di bambini morti per cause dirette/indirette variano e sono difficili da separare.
5) Myanmar (conflitto interno, escalation 2021–oggi)
Stima vittime totali (range): ~20.000 – 199.000 e più (alcune fonti danno il totale cumulato molto elevato; altre riportano decine di migliaia di vittime documentate; grande incertezza).
Bambini: attacchi a scuole e strutture sanitarie hanno causato molte vittime infantili, ma non esiste un conteggio pubblico consolidato di bambini morti su scala nazionale.
6) Etiopia (svariati fronti: Tigray, Amhara, Oromia ecc.)
Stima vittime totali (range): ~100.000 – 610.000 e più (report e analisi variano moltissimo: alcuni studi e stime extrapolate parlano di centinaia di migliaia; altre fonti documentano decine di migliaia di decessi registrati).
Bambini: impatto gravissimo in termini di sfollamento, malnutrizione e accesso ai servizi sanitari, ma dati certi sui bambini morti come categoria separata non sempre disponibili.
L’aggregato approssimativo (sommando i range sopra) è il seguente.
Somma delle stime minime indicative (solo questi conflitti elencati): ~420.000 – 450.000 morti complessivi (somma delle stime inferiori per ogni teatro).
Somma delle stime massime indicative: ~1,5 – 1,6 milioni morti complessivi (somma delle stime superiori).
Quindi, un intervallo aggregato molto approssimativo è ~0,4 – 1,6 milioni morti. Questa ampiezza riflette l’enorme incertezza metodologica tra fonti (differenze tra vittime dirette/indirette, periodi considerati, accesso ai dati).
Quanto si può separare bambini vs adulti?
Per alcuni teatri abbiamo indicatori relativamente robusti ma quasi sempre combinano “uccisi o feriti” o parlano di impatto su bambini (malnutrizione, separazione, violenze). Esempi:
Gaza: UNICEF parla di >50.000 bambini uccisi o feriti (dato “uccisi o feriti”, non solo morti). Ci sono anche stime giornalistiche che riportano decine di migliaia di bambini uccisi in alcune contabilità locali, ma queste non sono universalmente verificate.
Yemen: UNICEF segnala >11.000 bambini uccisi o feriti e centinaia di migliaia a rischio di malnutrizione grave.
Sudan, Etiopia, Myanmar: dati su bambini morti esistono in contesti locali e per singoli eventi (attacchi a scuole, epidemie), ma non esiste attualmente un dataset pubblico e consolidato che permetta di sommare con affidabilità “bambini morti” per questi teatri nello stesso modo in cui si stima il totale vittime.
Conclusione sui bambini: non è possibile fornire — in modo responsabile e verificabile — un numero aggregato preciso di “bambini morti” per l’insieme dei conflitti elencati. Possiamo però dire che, purtroppo, i bambini costituiscono una quota sostanziale delle vittime in diversi teatri (soprattutto Gaza, Yemen, Sudan) e che i conteggi riconosciuti o verificati di bambini uccisi/feriti sono nell’ordine delle decine di migliaia (con possibilità che il numero totale di bambini morti, considerando morti indirette, salga molto più in alto).
Conclusioni
Guardando questo scenario, è evidente che la pace non può essere ridotta a un silenzio delle armi imposto dall’alto. Papa Francesco ci ha ricordato che la pace è un’opera artigianale, costruita ogni giorno con piccoli gesti di dialogo e fraternità, e che senza giustizia sociale resta fragile e incompleta.
Oggi invece assistiamo al paradosso: mentre i governi e i signori della guerra moltiplicano forniture di armi e alleanze militari, le popolazioni — quelle che subiscono davvero le conseguenze — chiedono confronto e riconoscimento reciproco. Non un’astrazione, ma la concretezza di scuole, mercati, comunità che possono diventare spazi di incontro anziché bersagli.
In questo contesto, le sole manifestazioni di piazza ridotte a bandiere “pro” o “contro” rischiano di trasformarsi in ulteriori fronti di scontro, alimentando divisioni e rabbia invece di aprire spiragli di dialogo. Se il grido dei popoli deve emergere, allora non può essere la ripetizione di slogan contrapposti, ma la richiesta corale di un linguaggio nuovo capace di unire.
Il nuovo approccio alla pace di cui abbiamo bisogno non è fatto di arsenali, ma di coraggio civile: mettere al centro le voci dei popoli prima degli interessi dei potenti, far prevalere la logica del “come possiamo salvarci insieme” rispetto a quella del “da che parte stai”. Significa costruire un linguaggio che non si fonda sulla contrapposizione, ma sulla ricerca di ciò che unisce.
Solo così la pace smetterà di essere una promessa rimandata e potrà diventare un presente condiviso. La sfida è immensa, ma la domanda resta urgente: sapremo avere la forza di scegliere il dialogo come arma più potente?
Guido Bisanti
