Biodiversità: il segreto dell’efficienza degli ecosistemi
Biodiversità: il segreto dell’efficienza degli ecosistemi
Quando guardiamo una foresta, una barriera corallina o una prateria, vediamo un insieme di organismi che convivono.
Dietro quella convivenza si nasconde un principio fondamentale: un ecosistema è una gigantesca macchina che trasforma energia.
E la biodiversità è ciò che ne determina l’efficienza.
Gli ecosistemi come macchine –
Ogni organismo, dal più piccolo batterio fino al grande albero, funziona come una piccola macchina biologica:
– cattura energia (dal sole, dal cibo, dalle sostanze organiche),
– la trasforma in lavoro biologico (crescita, movimento, riproduzione),
– la rilascia sotto forma di calore o scarti.
Da solo, ogni organismo perde una parte dell’energia che riceve. Ma è l’insieme dell’ecosistema a fare la differenza.
Una rete che riduce gli sprechi –
In natura, nulla si spreca davvero; come diceva Aristotele “La Natura non fa nulla di inutile”. In maniera molto sintetica e discorsiva gli ecosistemi sono macchine costituite dai seguenti “pezzi”
– le piante, che catturano la luce del sole,
– gli animali, che consumano le sostanze prodotte,
– i decompositori, che trasformano gli scarti e li rimettono in circolo.
Questa rete assomiglia a un ciclo virtuoso: ogni passaggio riduce la dispersione complessiva di energia.
In definitiva più un sistema è biodiverso, più sono le connessioni e, quindi, meno sono gli sprechi, aumentando l’efficienza totale.
Perché la biodiversità conta –
Per entrare in questa analisi immaginate due scenari:
Ecosistema povero di specie → poche vie per l’energia, molta dispersione.
Ecosistema ricco di biodiversità → tante relazioni, energia riutilizzata più volte.
Il risultato è che la biodiversità aumenta il rendimento complessivo dell’ecosistema, rendendolo più stabile e permanente nel tempo.
Biodiversità in agricoltura: il modello agroecologico –
Per questo motivo, contrariamente a quanto si pensava fino a pochi anni fa, la stessa logica vale anche per l’agricoltura.
Le monocolture industriali riducono la biodiversità e rendono il sistema fragile, dipendente, necessariamente, da input esterni: fertilizzanti, insetticidi, ecc.
Un approccio agroecologico, invece, introduce diversità: colture consociate, rotazioni, integrazione tra piante e animali.
I risultati concreti dei sistemi agroecologici sono ponderabili nelle seguenti caratteristiche:
– migliore uso di luce, acqua e nutrienti,
– riciclo interno della fertilità,
– minore bisogno di input esterni,
– produttività primaria più stabile e sostenibile.
Conclusione –
La biodiversità non è, quindi, solo bellezza naturale: è il motore nascosto della vita sulla Terra.
Ogni nuova connessione tra specie rende un ecosistema più efficiente e capace di resistere ai cambiamenti.
E in agricoltura, applicare lo stesso principio, significa produrre cibo che, al di là della migliore qualità (per aumento dell’informazione termodinamica associata) ne deriva un sistema con meno sprechi, più produttività (e quindi convenienza economica del processo), avvicinandosi ai meccanismi perfetti della natura.
Per chi desidera un approfondimento tecnico, con schemi e riferimenti alla termodinamica (ciclo di Carnot applicato agli ecosistemi), è disponibile l’allegato in PDF scaricabile.
Guido Bissanti
