Un Mondo Ecosostenibile
Ambiente in DirettaVerso il Futuro

La sostanza di cui siamo fatti

La sostanza di cui siamo fatti

Analizzando la storia con l’occhio di chi non si erge a giudice possiamo tranquillamente affermare che, pur con i suoi momenti bui (come l’attuale) e i suoi percorsi di luce, in essa sembra potersi intravedere il cammino di ogni uomo.
Nasce, cresce, sperimenta, cade, conosce, matura …. invecchia.
La storia, sommatoria di tutte le esperienze umane, non è altro che l’algoritmo complesso di questo insieme ma con un procedere simile.
All’alba del terzo millennio l’umanità si trova a gestire forse la parte più complessa del suo procedere: l’inizio dell’era della consapevolezza; pur tra contraddizioni, incertezze, pentimenti (tentativi di restaurare antichi difetti), ecc.
Ma la storia non può fermarsi perché essa (che ci piaccia o no) risponde ai principi della termodinamica, cioè di quella branca della fisica che compendia ogni momento ed ogni azione del passato, come in una complessa equazione, multidimensionale, dove l’attualità non è altro che la sommatoria anche del più insignificante (apparentemente) gesto accaduto.
Possiamo paragonare pertanto la storia ad un complesso organismo quadridimensionale che vive e si sviluppa nelle quattro dimensioni dello spazio-tempo.
È proprio il concetto di organismo il punto di partenza della questione.
Gli esseri umani, insieme, ad ogni altro organismo e sistema planetario, non vanno più visti come individui separati ma come cellule di un unico sistema. Quello che nel 1979 lo scienziato James Lovelock definì con l’ipotesi Gaia, pubblicata nel libro Gaia – A New Look at Life on Earth e co-sviluppata dalla microbiologa Lynn Margulis.
Secondo tale ipotesi gli organismi viventi sulla Terra interagiscono con le componenti inorganiche circostanti per formare un complesso sistema sinergico e autoregolante che aiuta a mantenere e perpetuare le condizioni per la vita sul pianeta.
Ovviamente il campo di sviluppo di questa affascinante teoria trova terreno fertile in altri scienziati e filosofi; tra questi ricordiamo soprattutto Ilya Prigogine (1917 – 2003 e premio Nobel per la chimica nel 1977) che con un approfondimento del concetto di entropia (secondo principio della termodinamica) spiegò come ogni processo naturale sia irreversibile e tende ad aumentare la sua entropia (e quella dell’ambiente in cui si trova). Anche il tempo, in quanto successione di stati sempre diversi, deve essere concepito come irreversibile, ed è soggetto a sua volta a entropia.
Y. Prigogine rappresenta pertanto uno dei pionieri della cosiddetta scienza della complessità e capostipite dell’ecologia moderna, grazie ai suoi approfondimenti sui sistemi dissipativi. Cioè di quei sistemi complessi (quali sono appunto gli ecosistemi) in grado di auto-organizzarsi diminuendo la propria entropia a discapito dell’ambiente, vincolati a un maggior o minor disordine entropico. A partire da queste considerazioni, Y. Prigogine e altri studiosi (tra cui Francisco Varela, Harold Morowitz ed Enzo Tiezzi) hanno cominciato a gettare un ponte tra la fisica, la chimica, l’ecologia e le scienze sociali, per studiare tali settori non separatamente, ma come sistemi tra loro interagenti.
Bene cosa centra tutto ciò con la storia e poi con l’ecologia.
Centra a tal punto che i due sistemi rappresentano, l’uno in campo fisico (l’ecologia) e l’altro in campo metafisico (la storia) le due componenti correlate delle azioni ed interazioni umane nel tempo e nello spazio.
L’una agisce sull’altra e nella loro continua interazione vengono a generarsi tre forme della stessa sostanza, e cioè: energia, informazione e materia. La loro interazione, nella sommatoria degli eventi del passato, genera l’attualità. Una attualità dove noi stessi siamo la risultante di centinaia di generazioni, migliaia di antenati e miliardi di azioni ed interazioni.
In questa interazione sempre più complessa e sempre più connessa (vedi anche la globalizzazione) Gaia si è evoluta (in termodinamica non esiste l’involuzione in quanto la risultante di ogni processo è l’entropia che rappresenta il discriminante evoluzionistico della storia).
Così anche noi, sia nelle nostre singolarità che nei nostri insiemi (famiglie, comunità, ecc.) seguiamo questa inesorabile legge.
Siamo “costretti” a divenire immagine di quella impronta metafisica che risiede in ogni particella della nostra Realtà.
Una realtà, che con la sua complessità e precisione, è un ordine nascosto, un equilibrio delicato tra caos e struttura, tra vuoto e informazione, tra percezione e ciò che esiste indipendentemente da noi. È fatta di energia che si comporta come materia, di tempo che fluisce in una sola direzione, e di coscienza che tenta di comprenderla.
In tale complessità pensare che esistano ancora, al giorno dì oggi, sistemi ideologici ed economici, nonché sociali, che si astraggono da essa è anacronistico ed irresponsabile.
Muore persino il concetto di destra e sinistra, oramai rami secchi di un passato che non c’è più.
Prende sempre più forma, pur tra le macerie di un passato, termodinamicamente trascorso, un futuro in cui tra i tentativi sulla sostenibilità dei modelli ecologici, politici ed economici, si comincia ad intravedere un ordine perfetto da perseguire.
Lo stesso ordine di cui siamo fatti.
Per questo motivo economia, ecologia, sociologia non possono più seguire le ideologie del passato.
Queste si muovevano linearmente ed in un sistema anentropico (fisicamente impossibile).
Guardavano all’economia, e quindi a politica e società, in maniera aperta, infinita e senza limiti (termodinamicamente inattuabile).
Pertanto l’attuale dibattito e contrapposizione dialettica tra le due visioni (destra e sinistra) non può più produrre nulla. È quello che in termodinamica viene chiamata morte termica (in cui il sistema e pressocché costituito quasi esclusivamente da entropia e senza più energia potenziale).
Ecco perché i criteri concettuali che stanno alla base della sostenibilità di molte politiche attuali non possono più produrre niente. Bisogna cambiare algoritmi e paradigmi.
Per questo anche le attuali guerre (56 al momento in cui scriviamo) non possono trovare una soluzione valida se non cambiamo gli algoritmi dei due contendenti.
Per esempio non basta dire: no war, bisogna attuare modelli no war, dal singolo fino all’insieme dei singoli. Tutti siamo più o meno complici e nessuno può additare altri sentendosi assolto o escluso.
Per fare una rappresentazione concettuale della sostenibilità in politica ed economia, alla luce dell’ordine e delle leggi della fisica, questa potrebbe essere espressa come un sistema dinamico chiuso che rispetta i limiti imposti dalla termodinamica, dall’entropia e dai principi di conservazione dell’energia e della materia.
Per questo motivo mentre predichiamo la sostenibilità, spesso nelle nostre scelte e nelle nostre azioni, risultiamo degli ossimori viventi (siamo per il no war ma di fatto applichiamo modelli che favoriscono guerre e conflitti, anche nei più piccoli dissapori dialettici).
I nostri insiemi (sociopolitici e quindi economici) non riescono ancora a sincronizzarsi con i modelli “sociopolitici” e “tecnologici” della Natura.
Per fare nuova Cultura e nuova Politica, insomma per trasformare le nostre società, non si può andare contro l’ordine prestabilito della Natura, contro le leggi preordinate e contro ogni assunto degli equilibri tra le parti.
Così lo sfruttamento delle risorse deve tenere conto della legge della Conservazione (Massa-Energia), che oggi viene praticamente ignorata creando bolle speculative e di massa/energia insostenibili.
In tal senso la ricchezza economica non può crescere all’infinito se non è accompagnata da un uso e una trasformazione intelligente delle risorse.
Per di più, in un momento in cui si parla di dazi, ogni sistema isolato tende all’aumento dell’entropia, per cui ogni sistema politico-economico che ignora il disordine generato (inquinamento, diseguaglianza, conflitti) rischia il collasso.
Per questo servono invece energia organizzativa e governance intelligente per mantenere l’ordine sociale ed ecologico.
In tale direzione la strada maestra è rappresenta dalle logiche degli ecosistemi.
In natura nulla si spreca: ogni scarto diventa risorsa in un ciclo chiuso.
Ecco perché servono politiche fiscali e industriali che dovrebbero imitare gli ecosistemi: chi inquina paga, chi rigenera è incentivato; inoltre chi si isola o accumula grandi ricchezze, non scambia più energia, informazione e materia, generando ingiustizie e disuguaglianze crescenti, le quali, come dei veri e propri feedback, tendono a demolire progressivamente gli attuatori delle disparità (ad esempio immigrati che fuggono da Paesi sfruttati verso Paesi più opulenti) .
Infine bisogna finirla con questa bugia (senza logica né presupposto economico) in cui gran parte delle classi politiche professano ancora sviluppo o crescita (di cosa?)
La Terra è infatti un sistema chiuso a risorse limitate. Un PIL in crescita infinita è fisicamente impossibile su un pianeta finito.
Per questo motivo Politica ed economia devono passare da un paradigma di crescita a uno di prosperità entro i limiti planetari (es. “Economia della ciambella” di Kate Raworth).
In agricoltura è già stato tracciato, ad esempio, il concetto di Agroecologia, cioè di quel modello di connessione tra sistemi ecologici (anche se dedicati alle produzioni agricole), loro servizi e sistemi umani in perfetta armonia con i principi della termodinamica.
A chiarimento di coloro che di termodinamica non hanno sufficienti rudimenti (come il sottoscritto di teoria musicale e solfeggio) i sistemi agroecologici, rispettando proprio le leggi dei sistemi dissipativi e della termodinamica assicurano tra l’altro una qualità ed una quantità di cibo superiore a quella che qualunque forma di agricoltura abbia mai assicurato.
Il problema adesso è la conoscenza e la consapevolezza di queste nuove frontiere (in tutti gli ambiti) e qui si gioca la sociologia e la politica del futuro attraverso una nuova rivisitazione delle ideologie di base.
Per operare questa trasformazione l’unica arma è la conoscenza e l’approfondimento di questi temi che, purtroppo, richiedono l’impegno di una esigua massa di persone preparate in materia; i quali non devono essere dei tecnocrati ma delle persone con una visione olistica: persone che posseggono una conoscenza ampia e integrata, capace di cogliere le connessioni tra diversi ambiti (mente, corpo, spirito, società, ambiente) in modo da affrontare le situazioni considerando l’insieme e non solo le singole parti.
Da questi padri nascerà la società del futuro ma non servono grandi rivoluzioni ma piccoli segnali costruttivi; dei veri e propri effetti farfalla, cioè di quel principio reso famoso dalla teoria del caos, che spesso viene esemplificato con l’idea che il battito d’ali di una farfalla possa, in teoria, causare un uragano dall’altra parte del mondo.
Diceva G. Galilei “Non puoi cogliere un fiore senza turbare una stella”. Insomma tutto è connesso e piccole azioni (non percettibili al momento) stanno già trasformando il mondo.

Guido Bissanti




Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *