C’era una volta l’agricoltura

C’era una volta l’agricoltura

I dati pervenuti dall’elaborazione dell’ultimo censimento ISTAT 2021 (7°), diffuso il 28 giugno 2022, e relativamente all’annata agraria 2019/20, danno un quadro inequivocabile sullo stato di salute di questo grande malato.
In estrema sintesi è emerso, innanzitutto, che negli ultimi 38 anni sono scomparse quasi il 64 % dell’aziende agricole (in pratica due su tre) con evidenti ripercussioni non solo sul settore agroalimentare nazionale ma di natura sociale ed ambientale.
Ricordiamo, per la cronaca, che questo censimento è l’ultimo a cadenza decennale, dopo di che si passerà ai censimenti permanenti e campionari.
Secondo i dati diffusi dall’ISTAT, infatti, il primo dato che salta all’occhio è che c’è stato un sensibile calo del numero di aziende agricole, mentre si sono mantenute più stabili le superfici.
Secondo i dati diffusi a ottobre del 2020 risultano attive in Italia (1.133.023 aziende agricole) negli ultimi 38 anni (periodo intercorso al 1982, anno di riferimento del 3° censimento dell’agricoltura e i cui dati sono comparabili con quelli del 2020) sono scomparse quasi due aziende agricole su tre.
Un numero che da solo deve far porre più di una domanda a cui vanno ovviamente trovare risposte e soluzioni.
La flessione su 100 aziende campione è stata del 63,8%, con una riduzione più accentuata negli ultimi vent’anni; infatti rispetto all’anno 2000 (periodo in cui erano state censite 2,4 milioni di aziende) il numero di aziende agricole si è infatti più che dimezzato.
Un altro dato, che è comunque abbastanza collegato al precedente è che, come conseguenza della diminuzione più veloce del numero di aziende agricole rispetto alle superfici, la dimensione media delle aziende agricole è più che raddoppiata sia in termini di SAU (passata da 5,1 a 11,1 ettari medi per azienda) che di SAT (da 7,1 a 14,5 ettari medi per azienda). Se si limita il confronto agli ultimi due censimenti generali, riferiti al 2010 e al 2020, il numero di aziende è sceso poco oltre il 30% (-487mila), a cui si è associato un calo meno drastico della SAU, (-2,5%) e della SAT (-3,6%).
I dati comparati dicono poi che la flessione media è abbastanza diffusa, pur con delle significatività regionali, sull’intero territorio nazionale.
Infatti, tra il 2010 e il 2020, il numero di aziende agricole scende in tutte le regioni. Il calo più deciso si registra in Campania (-42,0%). Nel decennio, la riduzione del numero di aziende è maggiore nel Sud (-33%) e nelle Isole (-32,4%) mentre nelle altre ripartizioni geografiche si attesta sotto la media nazionale.
Inoltre la dinamica delle superfici agricole utilizzate è molto più variegata. A fronte di una flessione del 2,5% in media nazionale, la SAU cresce in otto regioni (Valle d’Aosta, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lazio, Puglia, Sardegna), mentre tra quelle dove si registra una riduzione, oltre alle due province autonome spiccano la Toscana (-15,2%) e la Basilicata (-11,1%). Nel complesso, le superfici si riducono meno nel Nord-est (-1,7%) e nel Nord-ovest (-2%) e risultano in lieve crescita nelle Isole (+1,4%).
Altro dato di rilievo è che diminuisce anche la presenza femminile nelle aziende rispetto a dieci anni prima. Nel 2020 le donne erano il 30% circa del totale delle persone occupate contro il 36,8% del 2010. Tuttavia, l’impegno in termini di giornate di lavoro del genere femminile aumenta di più rispetto a quello maschile (+30,0% contro +13,9%) in particolare, tra la manodopera familiare (+54,7%) rispetto a quella non familiare; in quest’ultimo caso la variazione per le donne è negativa (-6,5%).
Invece all’interno delle aziende agricole si è, invece, consolidata la partecipazione delle donne nel ruolo manageriale, fenomeno rilevato anche da altre indagini nel corso del decennio. I capi azienda sono donne nel 31,5% dei casi (30,7% nel 2010) ma questo è anche il risultato di alcune politiche di agevolazione del PSR per cui va preso con le pinze.
Tuttavia, a corollario dei dati grezzi appena diffusi dall’ISTAT, è evidente come queste variazioni così repentine (meno di 40 anni) devono farci riflettere su alcuni aspetti.

La diminuzione di occupati in agricoltura, oltre a creare un serio problema di ordine sociale dovuto al ricambio generazionale, alla trasmissione dei saperi, comporta una crisi di difficile soluzione nel rapporto tra persone e territori. È nota, oramai da decenni, la fragilità delle aree interne, sempre più vuote e fragili, sia dal punto di vista sociale che ambientale.
Oggi in Italia ci sono sempre più territori fragili, distanti dai centri principali di offerta dei servizi essenziali e troppo spesso abbandonati a loro stessi, che però coprono complessivamente il 60% dell’intera superficie del territorio nazionale, il 52% dei Comuni ed il 22% della popolazione.
Di fatto l’Italia più “vera” ed anche più autentica, la cui esigenza primaria è quella di potervi ancora risiedere, oppure tornare.
In Italia il 43,8% dei Comuni italiani (3532) non supera i 2mila abitanti e 2.430 rischiano l’estinzione per spopolamento mentre già sono 139 i Comuni che rischiano di trasformarsi in borghi fantasma.
Al di la degli obiettivi della SNAI (Strategia Nazionale delle Aree Interne) è evidente che risaltà in tutta la sua crudezza un dato su tutti:
– Non c’è stata alcuna pianificazione (se non per timidi tentativi) tra le politiche agroalimentari e quelle di pianificazione del territorio; se a questo si aggiunge le difficoltà di decollo delle strategie Farm to Fork e Bidoversità 2030 si intuisce quanto siamo ancora distanti da aver compreso quali devono essere i veri obiettivi della PAC (Politica Agricola Comune).
Non solo abbiamo trattato le politiche del settore senza correlare gli effetti delle stesse sui sistemi sociali ed ambientali ma, soprattutto ci si ostina a premiare modelli produttivi legati a desueti sistemi di economia lineare, come quelli verso mercati immaginari e distanze tra produzioni e consumo non pianificate e, pericolosissime dal punto di vista ecologico (ricordiamo che all’aumento del trasporto del cibo il consumo di gas climalteranti cresce con una funzione esponenziale).
In poche parole dobbiamo passare dalla politica dei mercati agroalimentari (che vedono infatti soccombere sempre più le piccole strutture e, in tal senso i dati ISTAT, ne sono una certificazione lampante) alla politica del cibo, di un cibo sano per l’amniente e l’umanità e della condivisione dello stesso; il che equivale a dire che va riscritta completamente la PAC. In definitiva una PAC che abbia una “certificazione Etica”.
La produzione ed il consumo di cibo non possono essere più relegati a politiche che vedono, tra l’altro, una strutturazione di premi ed incentivi che di etico non hanno spesso nulla.
D’altronde le ultime crisi globali, da quella finanziaria del 2008 a quella pandemica del 2020-2021, alle varie guerre come quella in Ucraina, ripropongono con forza all’attenzione dell’opinione pubblica e dei decisori di tutto il mondo il tema di un differente approccio alla questione agroalimentare (intesa come detto come modello politico di pianificazione anche degli aspetti sociali ed ecologici) e dell’autosufficienza e della “sovranità alimentare”, intesa come autonomia e controllo nazionale delle risorse alimentari.
Il tema ha, ovviamente, profonde implicazioni economiche, politiche e giuridiche ed appartiene ad una categoria di pensiero politico che deve abbandonare un sistema liberistico giunto alla fine ed abbracciarne uno di condivisione a cui possiamo dare poi le sigle di economia circolare o di ecologia integrale ma che, certamente, viaggia su livelli completamente differenti.
In tal senso è già un grande risultato l’approvazione della L.R. 21 del 29 luglio 2021 della Regione siciliana, una legge strutturata proprio con questi criteri ma va fatto molto di più e va presa come punto di partenza.
E a nulla servono, oramai, gli sterili e fuori luogo (anche scientificamente) appelli a restaurare o, peggio ancora, esasperare modelli produttivi intensivi in nome di una fame del mondo che stiamo creando invece proprio con questa politica agricola fuori dalle regole dell’ecologia e della società umana.
Alla Politica il nuovo mandato.

Guido Bissanti




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