Umanità sommersa

Umanità sommersa

Gli eventi alluvionali sempre più frequenti ci devono richiamare ad una riflessione profonda che, al di la della drammaticità degli stessi, ci consenta di comprendere quali misure adottare (se ci sono) per diminuirne cause e quindi effetti.
Come al solito, presi dallo sgomento e dalla rabbia del momento, rischiamo di fare analisi molto superficiali o di additare ai soliti noti (politici, amministratori, sindaci, ecc.) responsabilità che, invece, sono molto più complesse e che non hanno, pertanto una provenienza univoca.
Partiamo dai dati che meglio possono farci capire l’entità del problema.
In Italia negli ultimi 20 anni alluvioni e frane hanno ucciso centinaia di persone. I Comuni con località a rischio sono 7.275, cioè il 91,1% del totale; di questi 3.341 sono a rischio medio, elevato o molto elevato. Questo dato ci dice che è a rischio il 30% del territorio, dove vivono 7,5 milioni di italiani e dove operano 680 mila imprese con oltre 2 milioni e mezzo di lavoratori.
Questi eventi sono in aumento se confrontati a quelli già drammatici che si riferiscono al periodo 1950 – 2000 ed ancor di più agli ultimi 100 anni.
Milioni di chilometri quadrati distrutti, miglia fra morti, dispersi e feriti.
Ma cosa sta succedendo e quali sono le cause? E, soprattutto, c’è un rimedio a tutto ciò?
Andiamo per ordine, cioè alle cause.
Come dicevo nelle premesse, la causa non è univoca ma ha una matrice comune: l’umanità sta pagando oggi, e purtroppo nel prossimo futuro, un prezzo progressivamente più elevato, a causa di una pianificazione economica che dobbiamo definire “asincrona” con i modelli della Natura.
Molti additano alla errata pianificazione urbanistica ed al consumo di suolo le cause di un tale disastro. Ciò è in parte vero, ed è difficile (se non impossibile) valutarne l’incidenza. Sappiamo però che nell’ultimo triennio abbiamo consumato ogni anno l’equivalente di oltre 6.500 campi di calcio: siamo i primi in Europa con il 7,65% di territorio urbanizzato contro una media del 4,3.
Questo dato è sicuramente quello da cui partire per comprendere che “l’ecosistema uomo”, soprattutto nell’ultimo secolo, ha abbandonato la sincronia con la Natura costruendo un suo ecosistema che non può dialogare con essa e che da essa viene “punito”.
L’Italia, tra l’altro, insieme ad alcuni Paesi al mondo, è uno di quelli a maggior rischio. Basti pensare che sui 301.000 km quadrati della penisola, poco meno di 70.000 sono in pianura, il resto sono colline e montagne. Inoltre il nostro sottosuolo è costituito in buona parte da argilla e sabbia, quindi più soggetto dall’erosione.
In questo territorio complesso scorrono oltre 7 mila corsi d’acqua: più che in qualsiasi Paese Europeo, in proporzione alla superficie.
Eppure, non curanti di questa rischiosità, abbiamo costruito dove non si doveva e oggi il cemento ricopre il 16,7% delle aree a pericolosità idraulica media ed elevata, e il 5,2% delle zone a rischio elevato e molto elevato di frana. Per questo, nell’ultimo secolo, i 1.319 smottamenti più gravi e le 972 alluvioni più importanti hanno ucciso 10.000 persone.
I dati ufficiali Ispra ci dicono che oggi la superficie nazionale in frana è di 59.981 km quadrati: il 19,9% del territorio nazionale. L’indice di franosità è più elevato in Lombardia con il 30%, cui seguono Emilia-Romagna (23,2), Marche (21,2), Valle d’Aosta (16) e Piemonte (15). Al Sud situazione critica nelle aree montuose tra Campania, Molise, Basilicata, Calabria e Sicilia.
Una pericolosità che mette a rischio vite umane, imprese, agricoltura, monumenti, opere d’arte, ecc..
In questo scenario il dato più raccapricciante è che si conoscono le zone a rischio; secondo i dati ufficiali servono 10.320 opere e 33,3 miliardi per mettere in sicurezza il Paese, ma negli ultimi 20 anni se ne sono spesi solo 6, con una media di tempi di realizzazione di 4,7 anni ad opera.
Le responsabilità sono molteplici ma su tutte un Piano di priorità e di pianificazione serio che ci coinvolge tutti, nessuno escluso; da quelle politiche, a quelle burocratiche al modello ed agli stili di vita che ci hanno condotto ad una deriva pericolosa.
Per fare degli esempi, spesso i sindaci hanno preferito fare una rotonda anziché un argine: sappiamo che porta più voti. A questo si aggiunga una giungla di leggi ed oltre 10 mila uffici a dividersi le competenze da nord a sud tra Regioni, Province metropolitane, enti locali, enti scientifici, Autorità, Provveditorati alle opere pubbliche, Genio civile, Consorzi di bonifica, aziende idriche, concessionari, ecc..

Ma le responsabilità sono solo queste? Ovviamente la Politica ha le sue. Cambi al vertice, cambio di competenze tra Ministeri, frammentazioni delle competenze, e così via.
Ma questo non è tutto e per farlo capire andiamo subito al nocciolo della questione.
Ammesso e non concesso che siamo in grado, in un tempo tecnicamente ed amministrativamente breve, di mettere in maggiore sicurezza il Paese rimane il fatto che vanno cambiate una serie di regole che, con le opere di sicurezza non hanno nulla a che vedere.
Analizziamo un po’ più nel dettaglio questa affermazione.
Intanto i cambiamenti climatici, con gli eventi meteorici estremi e funesti, hanno una genesi molto più complessa ed a cui né protocollo di Kyoto né Accordi di Parigi sono riusciti a porre rimedio. In questo senso ci sembra anche sottovalutata, a livello politico centrale e periferico, l’intera impostazione di Agenda 2030 e del Green Deal Europeo.
I cambiamenti climatici sono legati a fenomeni, sicuramente complessi, ma generati (per usare una estrema semplificazione) da una interferenza notevole tra modello termodinamico sociale e modello termodinamico della Natura.
Il nostro sistema economico liberista produce troppa entropia (che viene immessa nell’ambiente) ed a niente sono serviti fino ad oggi gli appelli per far comprendere che in questa direzione si va diritti verso l’iceberg che rischia di annullare questa civiltà.
Nell’industria, nell’agricoltura, nei servizi ed in molteplici attività agiamo come se il Pianeta avesse risorse illimitate, sfruttando miniere, risorse, energie in nome di un modello consumistico energivoro che non è la soluzione per il benessere della civiltà ma la sua negazione.
Basti pensare che questo modello ha portato sempre più la popolazione mondiale (Italia compresa) a concentrarsi in grandi centri abitati, a spopolare i territori marginali, a cambiare gli equilibri eco sistemici, ecc.
E basti pensare che l’estinzione di mammiferi, rettili, anfibi, insetti, piante, ecc. sta procedendo ad un ritmo impressionante.
Adesso, come al solito, dalla politica ai semplici cittadini si alzerà il grido dell’emergenza, con la ricerca dei capri espiatori (amministratori, sindaci, deputati, senatori, ecc.), con la richiesta di fondi (che ci sono) da spendere; come se tutto questo chiudesse il cerchio.
Attenzione questa è una beffa più grande dell’inganno che c’è dietro questa visione riduzionista.
D’accordo nel realizzare le opere necessarie ma se ciò non è preceduto da una vera politica di conversione ecologica, che deve vederci tutti consapevoli, non si va da nessuna parte perché non facciamo altro che diminuire i giri della nave ma mantenere la stessa rotta verso l’iceberg.
Da anni, oramai, si parla di economia circolare, agroecologia, cambio dei stili di vita, ecc. come se queste parole avessero un significato filosofico e non concreto. Eppure ancora oggi continuiamo ad affrontare la questione senza la visione sistemica.
Il Pianeta è un organismo complesso, di cui l’umanità è una parte; vivere fuori dalle sue regole non è consentito; continuiamo a pensare e ad operare come se questo legame non esistesse.
Non possiamo interferire col Pianeta e poi mettere toppe. Non possiamo continuare ad operare come ci aggrada e poi a realizzare opere per ovviare ai nostri misfatti.
Non funziona così: l’entropia è una legge spietata e democratica. La natura non conosce buono o cattivo ma equilibrio e disequilibrio e se interferiamo con essa prima o poi dovrà ripristinare lo squilibrio.
Quanti campanelli di allarme deve suonare ancora la Natura per farcelo capire?
Noi siamo cambiamento nella misura in cui cambiamo il nostro modo di vedere la Vita, di ripensare alla Politica, di analizzare noi stessi e non alle responsabilità degli altri.
Concludo con una riflessione che già nel lontano 1968, Robert Kennedy pronunciò all’Università del Kansas: “Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni…” Una frase profetica, che forse fu causa del suo assassinio tre mesi dopo e prima di essere eletto Presidente degli Stati Uniti.
Sono passati oltre 50 anni eppure uomini come lui, Mahatma Gandhi, Martin Luther King e tanti altri, non hanno recitato poesie né fatto filosofia: ci hanno messo in guardia nei riguardi di una bugia e di un inganno storico da cui facciamo difficoltà ad uscire per vedere la luce.

Guido Bissanti




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