Dipsacus fullonum

Dipsacus fullonum

Lo Scardaccione selvatico (Dipsacus fullonum L.) è una specie erbacea appartenente alla famiglia delle Caprifoliaceae.

Sistematica –
Dal punto di vista sistematico appartiene al:
Dominio Eukaryota,
Regno Plantae,
Sottoregno Tracheobionta,
Superdivisione Spermatophyta,
Divisione Magnoliophyta,
Classe Magnoliopsida,
Ordine Dipsacales,
Famiglia Caprifoliaceae,
Genere Dipsacus,
Specie D. fullonum.
È sinonimo il termine:
– Dipsacus silvestris Huds.
In Italia sono, inoltre, presenti le seguenti sottospecie:
– Dipsacus fullonum L. subsp. fullonum;
– Dipsacus fullonum subsp. sativus (L.) Thell..

Etimologia –
Il termine Dipsacus proviene dal greco διψα dípsa sete: riferimento alla conca che le foglie connate formano presso la loro inserzione sul fusto. Il nome dipsacos, cardo da cardare, viene citato da Plinio.
L’epiteto specifico fullonum è il genitivo plurale di fullo, fullonis lavandaio e in seguito anche follatore, cardatore: dei cardatori, per le infruttescenze spinose che venivano usate per cardare il lino e la lana.

Distribuzione Geografica ed Habitat –
Lo Scardaccione selvatico è una pianta originaria dell’Eurasia e del Nord Africa, ma è presente e conosciuto anche in America, Africa, Australia e Nuova Zelanda, dove è stata introdotta erroneamente ed è spesso infestante.
È comunque una entità con areale centrato sulle coste mediterranee, ma con prolungamenti verso nord e verso est fino al limite della vite.
In Italia è presente in tutte le regioni.
Il suo habitat è quello delle vegetazioni ruderali lungo le strade, in discariche e coltivi abbandonati, su suoli limoso-argillosi neutro-basici, piuttosto freschi e ricchi in composti azotati, dal livello del mare ai 1400 m circa.

Descrizione –
Dipsacus fullonum è una pianta facilmente identificabile dai robusti fusto e foglie e dall’infiorescenza porpora. È una pianta biennale, con robusta radice a fittone, fusti eretti, tubulosi, forcuti all’apice, solcati, con spine molli e patenti; raggiunge i 2 m di altezza.
Le foglie sono lanceolate, lunghe 20-40 cm e larghe 3-6 cm, con delle piccole spine sul lato inferiore. Le foglie basali in rosetta oblungo-subovali, presentano spine sulla nervatura centrale, sulla pagina inferiore e a volte anche su quella superiore. Le foglie cauline sono opposte, saldate a 2 a 2 alla base (connate), lanceolate larghe, i margini, la nervatura centrale e la pagina superiore sono spinosi e dentati.
I fiori sono di colore biancastro o color malva e sono riuniti in capolini ovali, avvolti da brattee lineari spinose e più lunghe dei fiori. Le corolle hanno il lobo superiore più sviluppato degli altri tre; tra i fiori sono presenti numerose brattee acute sporgenti.
I primi fiori a sbocciare sono quelli a metà dell’infiorescenza, la fioritura poi si sposta verso i due estremi lasciando due sottili fasce di fiori aperti.
L’infiorescenza è di forma cilindrica, misura fino a 10 cm di lunghezza e ha fiori porpora che si seccano riducendosi a brattee scariose.
Lo sfasamento temporale e progressivo dall’antesi ed è una strategia vegetale che favorisce la fecondazione.
L’ antesi è tra giugno ed agosto.
Il frutto è una cipsela angolosa e allungata (piccolo achenio), di 6-8 mm, rivestito dall’ involucretto tetragono, con 8 coste, peloso, coronato dal lembo del calice persistente.
Nel genere Dipsacus, l’irrigidimento e allungamento, sino a formare un uncino, delle brattee, assieme all’habitus simile a quello dei Cardi, rendono possibile il catapultamento degli acheni quando la pianta viene sfiorata dagli animali.

Coltivazione –
Il Dipsacus fullonum è una pianta spontanea che per crescere richiede solo un po’ di umidità nel terreno. Si sviluppa molto bene in una vasta tipologia di suoli e necessita di zone soleggiate per crescere nel primo anno e fiorire nel secondo. Questa pianta non teme il freddo ma si fa più rada man mano che si procede in altitudine fino alla quota di 1400 m. sl.m..
Per procedere alla raccolta di questa pianta bisogna evitare le piante che crescono in contesti troppo disturbati e inquinati (vicino a strade, autostrade, ferrovie, cantieri edili, campagne intensamente coltivate ecc.), inoltre bisogna munirsi di un paio di robusti guanti, per evitare il contatto con le spine molto pungenti e dolorose che pervadono tutta la pianta.

Usi e Tradizioni –
Lo Scardaccione selvatico è una pianta spontanea che può essere scambiata con altre piante affini. Tra queste ricordiamo :
– Dipsacus fullonum subsp. sativus (L.) Thell. – Cardo dei lanaiuoli, coltivata un tempo inselvatichita nell’Italia settentrionale, ormai scomparsa, simile alla subsp. nominale ma più spinosa con foglie cauline spesso divise, squame più brevi;
– Dipsacus laciniatus L. – Scardaccione sfrangiato, che si distingue per essere pianta con foglie cauline lobato-partite grossolanamente dentate con setole pungenti sul bordo;
– Dipsacus ferox Loisel. – Scardaccione spinosissimo, che si distingue per avere fusto con robuste spine e foglie con spine acute sul bordo;
– Dipsacus pilosus L. – Scardaccione peloso, che si distingue per fusto con setole pungenti, foglie ristrette alla base, non formanti coppa, le cauline peduncolate e provviste di 2 orecchiette semiamplessicauli, capolini ± sferici inclinati prima dell’antesi, squame non sporgenti, corolla bianco-giallastra con antere violette.
Questa pianta, ritenuta a torto poco diffusa, merita un posto nelle aiuole in giardino per la sua particolare ornamentalità, data dalle dimensioni che permettono di apprezzare bene la fioritura estiva, peraltro di lunga durata. Da segnalare anche le forme scultoree, che ben si addicono a chi ama le piante ben definite e spinose, e la bellezza che assumono i capolini una volta sfioriti: si essiccano facilmente sulla pianta, permanendo in perfetta forma fino alla primavera successiva. In alternativa si possono tagliare ed essiccare a testa in giù, per utilizzarli in composizioni di fiori secchi.
Il Dipsacus fullonum, insieme alla sua forma coltivata, era molto utilizzato nell’industria tessile per pulire e cardare la lana.
La pianta forma una coppa alla base del fusto e l’acqua piovana può venir raccolta da questa struttura e ridurre il rischio della risalita sul fusto di afidi. Un recente esperimento ha evidenziato una maggior crescita se in questa coppa vengono aggiunti insetti morti: si tratterebbe di una parziale forma di pianta carnivora.
Questo cardo è stato utilizzato nella lavorazione della lana fin dai tempi più antichi della civiltà egiziana; ne fa menzione anche Carlo Magno nei Capitolari (812 d.c.), raccomandando la coltivazione dei “cardones” nell’orto, accanto alle altre colture per la “familia”. Alle congregazioni religiose, molto probabilmente si deve l’opera di selezione, introdussero la coltivazione nei terreni incolti e la diffusero ampiamente in Francia.
La specie coltivata Dipsacus sativus (L.) Honck., è infatti derivata dalla selezione fatta dall’uomo nei secoli sulle piante che presentavano capolini più uniformi e compatti e per questo più adatti al lavoro della garzatura. Tale utilizzo, in Italia, portò alla coltivazione dei cardi dalla metà del XIX secolo, ad opera di Sisto Bocci (proprietario del lanificio di Soci): si importarono semi francesi per migliorarne la qualità aumentando la dimensione del capolino. Da quel momento, per una serie di congiunture politiche che favorirono lo sviluppo di una vera e propria industria tessile in Italia, anche la connessa coltura industriale del cardo decollò, inserendosi stabilmente nel sistema colturale del Casentino.
La coltura trovò negli anni 50÷60 la sua massima espansione e il declino iniziò con l’aumento del costo della manodopera e con il mutamento degli indirizzi tessili.
I “garzi” (infruttescenze) vengono ancora oggi usati, per garzare eliminando la borra superficiale dei tessuti di lana, rendendoli più morbidi e lucenti, nella lavorazione dei tessuti pregiati e del tradizionale “Panno del Casentino”, per ottenere il tipico “ricciolo”. Il cardo vegetale infatti, a differenza di quelli di acciaio o plastica, ha spine anche sulle pagine delle brattee e permette di ottenere una lavorazione più fine.
Tra le curiosità storiche e le leggende si ricorda che:
– I fullones, i mercanti romani che si dedicavano alla lavorazione e alla vendita della lana, si servivano dei capolini secchi della pianta, duri e al tempo stesso elastici, per cardare la lana. Questo utilizzo è durato nei secoli ed è stato applicato anche ad altre fibre, come il cotone, per ottenere i velluti, rendendo così necessaria la coltivazione della pianta su vasta scala. Il lavoro di cardatura inizialmente era manuale, ma poi i capolini vennero infilati, come in uno spiedo, in un’asta metallica e quindi inseriti in un sistema meccanico girevole che velocizzò notevolmente il procedimento.
– In Scozia esiste un ordine cavalleresco detto “del cardo”, fondato nel lontano 1687 da Giacomo II. Il suo simbolo è rappresentato da un collare d’oro di cardi e germogli di ruta, a cui è appeso un medaglione con l’effige di S. Andrea, protettore dell’ordine, la cui sede è la chiesa di St. Giles a Edimburgo.
– I capolini secchi, lasciati al naturale o spruzzati con spray colorati o glitterati, si prestano molto bene come elementi decorativi di eleganti composizioni, eventualmente assieme ad altri fiori secchi, a rami di bacche, a foglie, a frutti, a ortaggi, a cortecce, a sassi e a quant’altro la fantasia e il senso estetico suggeriscono.
I semi di questa pianta sono un’importante risorsa invernale per molti uccelli invernali e spesso sono coltivati a scopo ornamentale e per attirare avifauna.
I costituenti principali contenuti in questa pianta sono: glicoside, scabioside, acidi organici, saponini.
La pianta ha proprietà sudorifere, aperitive, diuretiche e depurative. Nel passato, veniva usata dalla medicina popolare come rimedio contro la pelle screpolata e nella cura delle fistole anali.

Modalità di Preparazione –
Dello Scardaccione selvatico si possono utilizzare varie parti della pianta:
– Le foglie possono essere utilizzate fresche e quindi hanno un periodo di raccolta limitato alla primavera; le radici, invece, si estirpano in autunno, da piante al primo anno di vegetazione; dopodiché si lavano, si tagliano a pezzetti lunghi 4-5 cm, si essiccano in luogo fresco, aerato e ombroso, e si conservano per circa un anno in barattoli di vetro scuro.
Con queste parti si possono realizzare vari preparati a scopo curativo:
– Per facilitare la digestione si infondono 30 g di radici in 1 litro di acqua bollente per 10 minuti; si filtra, si lascia intiepidire e si beve un bicchiere dopo i pasti senza dolcificare.
– Si può preparare un digestivo alcolico; si infondono 40 g di radici in 1 litro di alcol alimentare o di grappa per 15 giorni in un barattolo di vetro scuro esposto al sole e scosso ogni giorno; si aggiungono a questo punto 70 g di zucchero, si pongono al sole per altri 15 giorni scuotendo giornalmente il barattolo; si filtra poi e si imbottiglia conservando la bottiglia in luogo fresco e buio; non bisogna consumare prima di un mese dall’imbottigliamento. All’occorrenza, un bicchierino dopo i pasti.
– Per depurare l’organismo si possono infondere 20g di radici in 1 l di acqua bollente per 10 minuti, si filtra, si lascia intiepidire e si beve un bicchiere ogni mattina a digiuno senza dolcificare, il tutto per tre settimane. Si sospende poi per due settimane e si ripete il ciclo di tre settimane. L’assunzione è consigliata due volte l’anno, in aprile e in ottobre.
– Per combattere l’acne giovanile si può preparate un decotto facendo bollire per 10 minuti 50 g di radici in 1 litro di acqua; si fa raffreddare, si filtra e si bevono due tazze al giorno addolcendo con miele di acacia o di tarassaco.
– Contro gli eczemi si possono fare bollire per 10 minuti 40 g di radici secche in 1 litro di acqua; si filtra e si lascia intiepidire; si bevono due tazze al giorno addolcendo con miele di acacia o di tarassaco.

Guido Bissanti

Fonti
– Acta Plantarum – Flora delle Regioni italiane.
– Wikipedia, l’enciclopedia libera.
– Useful Tropical Plants Database.
– Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (a cura di), 2005. An annotated checklist of the Italian vascular flora, Palombi Editore.
– Pignatti S., 1982. Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
– Treben M., 2000. La Salute dalla Farmacia del Signore, Consigli ed esperienze con le erbe medicinali, Ennsthaler Editore.

Attenzione: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi alimurgici sono indicati a mero scopo informativo, non rappresentano in alcun modo prescrizione di tipo medico; si declina pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.

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