Le Aree interne muoiono

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Le Aree interne muoiono

Le aree interne e montane si stanno spopolando. Nelle zone appenniniche, da nord a sud, con maggiore accentuazione nelle isole, il fenomeno è più vistoso ma, seppure in maniera più contenuta, è in atto anche in quelle alpine. Questa tendenza, che va avanti da oltre mezzo secolo (e in alcune aree alpine da oltre un secolo), ha fatto sì che i territori montani, che costituiscono quasi i tre quinti della superficie nazionale, ospitino oggi soltanto un quinto della popolazione italiana. Nell’immaginario collettivo questo processo sembra essere naturale e ineluttabile, perché le opportunità offerte dalle aree urbanizzate e metropolitane appaiono decisamente migliori. Tuttavia il fenomeno porta con sé conseguenze economiche, ambientali e sociali importanti. L’abbandono di queste aree, infatti, significa indebolire le attività economiche – quali agricoltura, allevamento e turismo – che in questi contesti trovano la vocazione più naturale possibile. Al tempo stesso espone il territorio a rischi ambientali (incendi, dissesti idrogeologici, incuria del paesaggio) che si ripercuotono sull’intera collettività. Dal punto di vista sociale rende più costosi alcuni servizi essenziali per i cittadini, dai trasporti alle comunicazioni, dai servizi sanitari a quelli scolastici. Inoltre assistiamo a una concentrazione sempre più spinta nelle grandi città, con tutto ciò che ne consegue in termini di qualità della vita e dell’ambiente. Bisogna riconoscere che la Politica Agricola Comune (PAC) da diversi cicli di programmazione si fa carico del problema e prevede alcune misure volte a sostenere l’agricoltura di questi territori. I risultati ottenuti, tuttavia, non sono affatto soddisfacenti, dal momento che queste azioni fino a oggi non sono state in grado di rallentare l’esodo e di rilanciare l’agricoltura delle montagne in modo tale da favorire un incremento nel numero di addetti. Risulta evidente che non è (solo) con i sussidi che si può invertire la tendenza, ma è necessario recuperare prima di tutto la funzione produttiva dell’agricoltura, con una attenzione particolare a quella delle aree interne e della montagna anche attraverso un’adeguata valorizzazione dei prodotti. Gli allevamenti bovini in montagna, per esempio, producono meno latte rispetto a quelli intensivi di pianura, ma di qualità indiscutibilmente migliore, grazie ai pascoli, all’alimentazione e alle condizioni ambientali generali. Eppure il prezzo del latte imposto dai grandi gruppi è pressappoco lo stesso, indipendentemente dalla qualità e dalla provenienza. Ecco perché quest’agricoltura ha bisogno, prima ancora dei sussidi e delle indennità, di strumenti in grado di rendere riconoscibili le produzioni agli occhi di chi fa la spesa.
Ovviamente serve intervenire anche sotto il profilo sociale, introducendo un approccio culturale in grado di restituire appetibilità alla montagna. Basti pensare che le stesse norme che disciplinano gli aiuti, in riferimento a questi territori, utilizzano aggettivi come “marginali” o “svantaggiati”. Ora, mettendo da parte il fatto che in una cartina geografica dell’Italia le aree interne sono centrali, mentre ai margini ci sono le coste, come si fa a dire che è svantaggiato un territorio in cui la qualità dell’aria, del cibo e delle risorse naturali garantisce un benessere potenzialmente più elevato che altrove. Gli svantaggi sono stati creati da una politica degli investimenti e di un modello economico a dir poco miope e destabilizzante.
Perché evidentemente, al di là dei proclami, l’atteggiamento delle istituzioni finisce quasi sempre per concentrare le attenzioni e gli interventi di cura del territorio prevalentemente nelle aree urbane e nelle grandi città, dove, non a caso, si concentra anche il maggior numero di persone.
La periferia è sempre più spopolata (negli ultimi 25 anni una persona su sette se n’è andata), con quasi due milioni di case vuote (una ogni tre non è occupata) e abitanti sempre più anziani (due per ogni giovane). È la fotografia dei piccoli Comuni italiani che emerge da un recente studio realizzato da Cresme per Legambiente e Anci sui comuni al di sotto dei 5.000.
Un’Italia piccola ma dall’anima profonda che va dalle Alpi agli Appennini per arrivare alle isole minori, 5.627 piccoli centri che coprono il 69,9% del totale dei comuni del Belpaese (8.047). Di questi, secondo lo studio, sono quasi la metà (2.430) quelli che soffrono un forte disagio demografico ed economico, piccoli borghi che occupano il 29,7% della superficie territoriale nazionale, oltre 89mila kmq, una densità abitativa che non raggiunge i 36 abitanti per kmq; quasi 13 volte meno rispetto ai comuni sopra i 5mila abitanti.
In particolare negli ultimi 25 anni (dal 1991 al 2015) in questi territori si è registrato un calo della popolazione attiva (675mila abitanti in meno, cioè il -6,3% nei comuni sotto i 5000 abitanti), 1 su sette se ne è andato, un aumento di quella anziana (gli ultra 65enni a fronte dei giovani fino ai 14 anni sono aumentati dell’83%), con oltre 2 anziani per 1 giovane. Le case vuote sono 1.991.557 contro le 4.345.843 occupate: una ogni tre è vuota.
Per ovviare a questo disastro sociale e, conseguentemente ecologico ed ambientale, bisogna invertire una logica politica che ha visto nella finanza e nell’accentramento dei poteri e delle decisioni una patologia senza possibilità di alcuna cura.
Bisogna ripensare totalmente al concetto di Stato, ai modelli economico-finanziari e ai sistemi di organizzazione sociale. L’obiettivo deve esser quello di lavorare su un modello di prossimità ecologico-sociale dei sistemi produttivi e dei servizi; su un criterio di valorizzazione e recupero della diversità dei processi e delle funzioni sociali e su un concetto di sobrietà dei sistemi di produzione delle energie e di distribuzione delle stesse.
In un Italia dei borghi di straordinaria bellezza, vi è un sistema di parchi e aree protette, di gran lunga il più importante d’Europa, che attira oltre 100 milioni di visitatori all’anno; dai cammini religiosi, storici e naturalistici alle centinaia di produzioni agricole a marchio di qualità; dai 10,9 milioni di ettari di patrimonio forestale, in costante crescita, alle centinaia di comuni modello per la raccolta differenziata che si candidano a palestre di economia circolare, fino a quelli che scommettono sulle energie rinnovabili e puntano a diventare fossil free.
Ma per fare questo, come accennato deve cambiare completamente il modello produttivo e dei servizi a partire dall’Agricoltura. Non è più pensabile un modello agricolo tarato sugli standard qualitativi della grande distribuzione che nulla hanno a che vedere con gli standard qualitativi ecologici. Sono in antitesi. Occorre pertanto recuperare non solo le aree agricole sui principi suddetti ma riprendere le case vuote e gli edifici storici; è fondamentale mettere a valore il patrimonio boschivo dando in concessione i fondi forestali pubblici a cooperative e imprese del territorio definendo procedure trasparenti per l’assegnazione delle concessioni, sotto la supervisione del ministero delle Politiche agricole, attraverso bandi che premino le imprese locali e una gestione sostenibile che porti a costruire filiere locali certificate.
Bisogna consentire la produzione e distribuzione locale di energia da fonti rinnovabili, su modelli di prossimità e riduzione delle dimensioni, in modo da realizzare impianti a biomasse, idroelettrici, eolici, solari di piccola taglia a servizio delle utenze poste nello stesso ambito comunale.
Bisogna comprendere che masse ed energie per viaggiare emettono gradi quantità di entropia, crescente in maniera esponenziale al crescere delle distanze (ma qui la finanza e la politica nazionale, europea e mondiale parlano, a dispetto dei proclami, un’altra lingua.
La ricalibrazione di questo modello organizzativo della società avrà degli effetti a medio lungo periodo sulle seguenti componenti:
• Ridistribuzione della popolazione con inversione del flusso migratorio dai piccoli centri alle grandi città;
• Diminuzione dei fabbisogni energetici dei grandi centri che, rimanendo tali le cose, diventeranno sempre più energivori e, pertanto, sempre meno gestibili;
• Ripopolamento delle aree montane ed interne con miglioramento degli equilibri ecologici e strutturali a vantaggio di un miglioramento del dissesto idrogeologico non più governabile sia dal punto di vista economico che amministrativo.

Ma è proprio l’agricoltura il punto di partenza dell’intera innovazione di pensiero prima, e di ideologia politica, dopo se vogliamo invertire questo pericoloso trend senza vie d’uscita e senza soluzioni.
Bisogna ripartire da un’agricoltura basata proprio sui tre concetti suddetti e cioè su modelli a prossimità, sobrietà e diversità.
Proprio la biodiversità agricola attualmente suscita sicuramente più interesse rispetto al passato nel panorama delle politiche rivolte al settore agricolo del nostro Paese. A fine 2015, in Italia è stata approvata una legge per la salvaguardia della biodiversità in agricoltura, che oltre a istituire un’anagrafe, prevede una serie di azioni per monitorare e preservare la risorse genetiche a rischio di estinzione.
Inoltre molti bandi regionali dei Programmi di Sviluppo Rurale (PSR) 2014-2020 contemplano misure a tutela della biodiversità e degli agricoltori che la custodiscono, con incentivi soprattutto economici.
Ma nonostante le misure di tutela, tuttavia, la biodiversità continua a ridursi: ci sono tantissime specie vegetali e razze animali minacciate dal rischio di estinzione. E probabilmente se si continua ad affrontare la questione soltanto sotto i profili ambientali, sociali e culturali (comunque importantissimi), senza percorrere fino in fondo le enormi opportunità, anche economiche, che si possono generare grazie al recupero e alla diffusione delle produzioni locali, sarà sempre molto difficile mantenere la consistenza delle risorse genetiche a disposizione degli agricoltori.
Ciò è segno che la impostazione “politica” dei PSR è da considerarsi conclusa e totalmente da rivedere anche dal punto di vista delle gestioni burocratiche, funzionali e gestionali.
Ecco perché in agricoltura è necessario passare dai concetti di tutela e di custodia a quelli di promozione e di espansione della biodiversità e dei prodotti che da essa derivano. Occorre un cambio di passo a partire dalla politica, in modo da poter orientare gli ordinamenti produttivi aziendali. I benefici sarebbero tanti, per gli agricoltori e non solo. Prima di tutto perché la nostra agricoltura ha la necessità di sottrarsi da una competizione in cui la scelta premia quasi esclusivamente il prezzo più basso.
Questa logica da una parte soffoca i produttori che non possono (o non vogliono) rincorrere all’infinito la riduzione dei costi unitari di produzione, dall’altra determina inevitabilmente un abbassamento della qualità delle produzioni alimentari, che non giova per niente ai consumatori. In Italia poi, la biodiversità dovrebbe essere il principale punto di forza dell’agroalimentare, in quanto abbiamo ancora un patrimonio enorme, se confrontato a tanti altri Paesi, di coltivare vegetali e di razze animali largamente sottoutilizzato, in quanto i grandi numeri della nostra agricoltura si concentrano quasi sempre su poche varietà.
Inoltre, un’agricoltura impostata su produzioni meno omologate offre al cittadino una maggiore possibilità di scelta e, probabilmente, e facilita lo sviluppo di meccanismi di economia locale. Tutto ciò senza considerare che i benefici più importanti sono quelli ambientali, perché la qualità dell’acqua, dell’aria, della terra sono strettamente correlate alla salvaguardia della biodiversità, e il modo migliore per preservare questa risorsa è fare in modo che non scompaia dalle nostre coltivazioni.
Per non parlare degli elevati costi sanitari legati ad una popolazione “avvelenata” da un sistema agroalimentare improponibile sia dal punto di vista scientifico (errato concetto della chimica in agricoltura) che tecnico (errata impostazione produttiva basata solo sui rendimenti economici e non su quelli energetici ecologici e sociali).
Un salto di qualità definitivo si potrà avere se la biodiversità viene messa al centro di ogni scelta strategica di politica agricola: questo permetterebbe di rivoluzionare non solo il settore agricolo, ma l’intero sistema alimentare nazionale.
Il Paese è da ricostruire ma la Politica insegue un “Fantasma dell’Opera” che non è più riesumabile né recuperabile.

Guido Bissanti




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Internal Areas die

The inland and mountain areas are being depopulated. In Apennine zones, from north to south, with greater emphasis in the islands, but the phenomenon is most conspicuous, albeit in a more contained, it is in place even in those alpine. This trend, which has continued for over half a century (and in some Alpine areas for over a century), has meant that upland areas, which account for almost three-fifths of the national area, harboring today only one-fifth of the Italian population. In the collective imagination this process seems to be natural and inevitable because the opportunities of urban and metropolitan areas look much better. However the phenomenon brings with it economic, environmental and social important. The abandonment of these areas, in fact, means weakening economic activities – including agriculture, livestock and tourism – which in these contexts are the most natural vocation as possible. At the same time exposes the territory to environmental risks (forest fires, landslides, neglect of the landscape) that affect the entire community. From the social point of view makes it more expensive essential services for citizens, from transportation to communications, health services in those schools. Also witnessing a concentration increasingly daring in big cities, with all that implies in terms of quality of life and environment. We must recognize that the Common Agricultural Policy (CAP) from various programming cycles takes care of the problem and provides some measures to support agriculture in these territories. The results, however, are not satisfactory, since these actions to date have not been able to slow the exodus and boost agriculture of the mountains in order to facilitate an increase in the number of employees. It is evident that it is not (only) with the subsidies that you can reverse the trend, but it is necessary to recover first of all agricultural productive function, with a particular attention to that of the internal areas and also mountain through adequate enhancement products. The cattle in the mountains, for example, produce less milk than those intensive plain, but unquestionably better quality, thanks to the pastures, feeding and for general environmental conditions. Yet the price of milk imposed by large groups is about the same, regardless of the quality and origin. That’s why this agriculture needs, even before subsidies and allowances, tools capable of making recognizable productions in the eyes of who does the shopping.
Of course serves also intervene in social terms, by introducing a cultural approach able to return to the mountain palatability. Suffice it to say that the same rules governing aid, in reference to these territories, using adjectives such as “marginal” or “disadvantaged.” Now, putting aside the fact that in Italy, a map showing the inland areas are central, while the margins there are the coasts, how do you say it is a disadvantaged area in which the air quality of the food and of natural resources provides a potentially higher welfare than elsewhere. The disadvantages were created by an investment policy and an economic model to say the least short-sighted and destabilizing.
Because obviously, beyond the proclamations, the attitude of the institutions almost always ends to focus the attention and care interventions of the territory mainly in urban areas and big cities, where, not coincidentally, is also the largest number of people.
The periphery is increasingly depopulated (one in seven people in the last 25 years is gone), with nearly two million empty houses (one every three is not occupied) and increasingly elderly population (two for each young man). It is the photograph of the small Italian towns that emerges from a recent study by Cresme for Legambiente and ANCI on common below 5,000.
An Italy small but deep soul ranging from the Alps to the Apennines to reach the smaller islands, 5,627 small towns covering 69.9% of the total of the municipalities of Italy (8047). Of these, according to the study, nearly half (2,430) those who suffer from a strong demographic and economic hardship, small villages that occupy 29.7% of the national land area, more than 89 thousand square kilometers, a population density reaches 36 inhabitants per sq km; almost 13 times less than common over 5 thousand inhabitants.
Particularly in the last 25 years (1991-2015) in these territories there was a decline in the working population (675 thousand fewer inhabitants, ie -6.3% in the towns under 5000 inhabitants), 1 a week if they have gone, an increase in the elderly (over 65 years compared to young people up to 14 years increased by 83%), with more than 2 to 1 young elderly. The empty houses are 1,991,557 against 4,345,843 occupied: one every three is empty.
To overcome this social disaster, and consequently ecological and environmental, must reverse a political logic that has seen in finance and the centralization of powers and decisions a disease without the possibility of no cure.
You have to totally rethink the concept of the state, the economic and financial models and systems of social organization. The goal should be to work on a socio-ecological model of proximity of production systems and services; on a criterion of enhancement and recovery of the diversity of processes and social functions and on a concept of sobriety of the energy production and distribution systems of the same.
In Italy the extraordinarily beautiful villages, there is a system of parks and protected areas, by far the most important in Europe, which attracts over 100 million visitors a year; by religious paths, historical and natural to the hundreds of agricultural products with quality mark; from 10.9 million hectares of forests, constantly growing to hundreds of common model for recycling that are candidates to circular economy gyms, to those who bet on renewable energy and aim to be fossil free.
But to do this, as mentioned must completely change the model of production and services away from agriculture. Not an agricultural model is more feasible calibrated on the quality standards of large retailers that have nothing to do with the ecological quality standards. They are antithetical. It is therefore necessary to recover not only the agricultural areas on the above principles but take the empty houses and historic buildings; it is vital to put a value on forests giving concession public forest funds to cooperatives and local companies by defining transparent procedures for the award of concessions, under the supervision of the Ministry of Agriculture, through calls for proposals that reward local businesses and management leading sustainable building certified local supply chains.
We must allow for local production and distribution of energy from renewable sources, on proximity models and size reduction, so as to achieve biomass plants, hydroelectric, wind, solar small size placed at the service of users at the same communal area.
We have to understand that mass and energy to travel emit degrees amount of entropy, increasing exponentially with increasing distance (but here the finance and national policy, European and world speak, in spite of proclamations, another language.
Recalibration of this company’s organizational model will have the medium-long term effects on the following components:
• Redistribution of the population with reverse migration from small towns to large cities;
• Decrease the energy needs of the big centers, staying these things, become more energy-intensive and therefore less and less manageable;
• Repopulation of the mountain and inner areas with improvement of the ecological and structural balances for the benefit of an improvement in the hydrogeological no longer governable both from an economic point of view that administrative.

But it is agriculture the starting point of the entire innovation of thought before, and political ideology, then if we want to reverse this dangerous trend with no way out and no solutions.
We must start from an agriculture based precisely on these three concepts namely on nearby models, moderation and diversity.
Just agricultural biodiversity currently definitely arouses more interest than ever in view of the policies geared towards the agricultural sector of our country. At the end of 2015, in Italy was approved a law for the protection of biodiversity in agriculture, which in addition to setting up a register, includes a series of actions to monitor and preserve endangered genetic resources.
Moreover, many regional calls of Rural Development Programs (RDP) 2014-2020 contemplate measures for biodiversity conservation and farmers who conserve, especially economic incentives.
But despite the safeguards, however, biodiversity continues to decline: there are many plant species and endangered animal breeds from extinction. And probably if you continue to address the issue only under the environmental profiles, social and cultural (though important), without having to drive all the way down the enormous opportunities, including economic, that may be generated due to the recovery and dissemination of local products, will always very difficult to maintain the consistency of the genetic resources available to farmers.
This is a sign that the setting “politics” of the PSR is considered complete and totally also review from the perspective of bureaucratic management, functional and management.
That’s why in agriculture it is necessary to switch from the protection concepts and housing to those of promotion and expansion of biodiversity and of the products that result from it. We need a change of pace from the policy, so you can orient the holding by all. The benefits would be many, for farmers and more. First, because our agriculture needs to escape from a competition in which the premium choice almost exclusively the lowest price.
This logic on the one hand stifles producers who can not (or will not) endlessly chasing the reduction in unit production costs, the other inevitably leads to a lowering of the quality of food production, which does not help at all to consumers. In Italy then, biodiversity should be the main strength of agriculture and food, because we still have a huge heritage, when compared to many other countries, to cultivate vegetables and largely underused animal breeds, as large numbers of our agriculture They focus mostly on a few varieties.
In addition, agriculture set unless approved productions offers citizens greater choice and, probably, and facilitates the development of local economy mechanisms. All this without considering that the most important benefits are environmental, because the water, air quality, land is closely related to the preservation of biodiversity, and the best way to preserve this resource is to make sure that does not disappear from our crops.
Not to mention the high health costs linked to a “poisoned” population from a food system impractical both from the scientific point of view (misconception of chemicals in agriculture) and technical (wrong productive setting only based on economic returns and not on the ecological energy and social).
A final leap you will have if biodiversity is put at the center of every strategic decision to agricultural policy: this would revolutionize not only the agricultural sector, but the entire national food system.
The country has to be rebuilt but the policy pursues a “Phantom of the Opera” that is no longer riesumabile nor recoverable.

Guido Bissanti




[:es]

Las áreas internas mueren

Las zonas del interior y de montaña se están despoblando. En las zonas de los Apeninos, de norte a sur, con mayor énfasis en las islas, pero el fenómeno es más visible, aunque de una manera más contenida, que está en su lugar, incluso en los Alpes. Esta tendencia, que se ha mantenido durante más de medio siglo (y en algunas zonas de los Alpes desde hace más de un siglo), ha significado que las zonas de montaña, que representan casi las tres quintas partes de la superficie nacional, que alberga hoy en día sólo una quinta parte de la población italiana. En el imaginario colectivo este proceso parece ser natural e inevitable debido a las oportunidades de las áreas urbanas y metropolitanas se ven mucho mejor. Sin embargo, el fenómeno trae consigo económico, medioambiental y social importante. El abandono de estas zonas, de hecho, significa debilitar las actividades económicas – incluyendo la agricultura, la ganadería y el turismo – que en estos contextos son la vocación más natural posible. Al mismo tiempo, expone el territorio a los riesgos ambientales (incendios forestales, deslizamientos de tierra, el abandono del paisaje) que afectan a toda la comunidad. Desde el punto de vista social hace que sea más caro los servicios esenciales para los ciudadanos, desde el transporte a las comunicaciones, los servicios de salud en las escuelas. También asistimos a una concentración cada vez más audaz en las grandes ciudades, con todo lo que ello implica en términos de calidad de vida y el medio ambiente. Hay que reconocer que la Política Agrícola Común (PAC) de varios ciclos de programación se ocupa del problema y ofrece algunas medidas para apoyar la agricultura en estos territorios. Los resultados, sin embargo, no son satisfactorios, ya que estas acciones hasta la fecha no han sido capaces de frenar el éxodo y impulsar la agricultura de las montañas con el fin de facilitar un aumento en el número de empleados. Es evidente que no (sólo) es con los subsidios que se puede invertir la tendencia, pero es necesario recuperar en primer lugar la función de producción agrícola, con una especial atención a la de las áreas internas y también montaña a través de la mejora adecuada productos. El ganado en las montañas, por ejemplo, producen menos leche que aquellas intensiva sencillo, pero, sin duda, una mejor calidad, gracias a los pastos, la alimentación y de las condiciones ambientales generales. Sin embargo, el precio de la leche impuesta por grupos grandes es prácticamente el mismo, independientemente de la calidad y origen. Es por eso que esta agricultura necesita, incluso antes de subvenciones y bonificaciones, herramientas capaces de hacer producciones reconocibles a los ojos de quien hace la compra.
Por supuesto también sirve intervenir en términos sociales, mediante la introducción de un enfoque cultural capaz de volver a la palatabilidad de montaña. Baste decir que las mismas normas en materia de ayudas, en referencia a estos territorios, el uso de adjetivos tales como “marginal” o “en desventaja”. Ahora, dejando a un lado el hecho de que en Italia, un mapa que muestra las zonas del interior son el centro, mientras que los márgenes se encuentran las costas, ¿cómo se dice que es una zona desfavorecida en el que la calidad del aire de la comida y de los recursos naturales proporciona un bienestar potencialmente mayor que en otros lugares. Los inconvenientes fueron creados por una política de inversión y un modelo económico para decir lo menos miope y desestabilizador.
Porque, obviamente, más allá de las proclamas, la actitud de las instituciones casi siempre termina de enfocar las intervenciones de atención y cuidado del territorio, principalmente en las zonas urbanas y las grandes ciudades, donde, no por casualidad, es también el mayor número de personas.
La periferia se despobló cada vez (una de cada siete personas en los últimos 25 años se ha ido), con casi dos millones de viviendas vacías (uno de cada tres no está ocupado) y de población cada vez más envejecida (dos para cada joven). Es la fotografía de los pequeños pueblos italianos que se desprende de un reciente estudio de Cresme de Legambiente y la ANCI en común por debajo de 5.000.
Una Italia pequeña pero profunda alma que van desde los Alpes a los Apeninos para llegar a las islas más pequeñas, 5.627 ciudades pequeñas que cubren el 69,9% del total de los municipios de Italia (8047). De éstos, según el estudio, casi la mitad (2.430) aquellos que sufren de una fuerte dificultad demográfica y económica, pequeños pueblos que ocupan el 29,7% de la superficie nacional, más de 89 mil kilómetros cuadrados, una densidad de población alcanza 36 habitantes por kilómetro cuadrado; casi 13 veces menos que el común de más de 5 mil habitantes.
Sobre todo en los últimos 25 años (1991-2015) en estos territorios se produjo una disminución de la población activa (675 mil menos habitantes, es decir, -6,3% en las ciudades bajo 5000 habitantes), 1 a la semana si tienen pasado, un aumento en la edad avanzada (mayores de 65 años en comparación con los jóvenes de hasta 14 años se incrementó en un 83%), con más de 2 a 1 joven y de edad avanzada. Las casas vacías son 1.991.557 contra 4.345.843 ocupados: uno de cada tres es vacía.
Para superar este desastre social, y en consecuencia ecológica y ambiental, debe invertir una lógica política que se ha visto en las finanzas y la centralización de poderes y decisiones una enfermedad sin posibilidad de cura.
Usted tiene que replantear totalmente el concepto del estado, los modelos y sistemas económicos y financieros de la organización social. El objetivo debe ser trabajar en un modelo socio-ecológico de la proximidad de los sistemas y servicios de producción; en un criterio de mejora y recuperación de la diversidad de procesos y funciones sociales y en un concepto de sobriedad de los sistemas de producción y distribución de energía de la misma.
En Italia los pueblos de extraordinaria belleza, hay un sistema de parques y áreas protegidas, con mucho, el más importante de Europa, que atrae a más de 100 millones de visitantes al año; por caminos religiosos, históricos y naturales para los cientos de productos agrícolas con marca de calidad; de 10,9 millones de hectáreas de bosques, en constante crecimiento a cientos de modelo común para el reciclaje que son candidatos a gimnasios economía circular, a los que apuestan por las energías renovables y fósiles pretenden ser libres.
Pero, para ello, como se ha mencionado debe cambiar por completo el modelo de producción y servicios de la agricultura. No es un modelo agrícola es más factible calibrado en los estándares de calidad de los grandes minoristas que no tienen nada que ver con los estándares de calidad ecológica. Ellos son antitéticas. Por tanto, es necesario recuperar no sólo las áreas agrícolas en los principios anteriores, pero tomar las casas vacías y edificios históricos; es vital para dar un valor a los bosques que dan fondos forestales pública de concesión a las cooperativas y las empresas locales mediante la definición de procedimientos transparentes para la adjudicación de concesiones, bajo la supervisión del Ministerio de Agricultura, a través de convocatorias de propuestas que recompensan las empresas y la gestión local que lleva la construcción sostenible certificada cadenas de suministro locales.
Hay que tener en cuenta la producción local y distribución de energía a partir de fuentes renovables, en los modelos de proximidad y la reducción de tamaño, a fin de lograr plantas de biomasa, eólica, solar, hidroeléctrica pequeño tamaño, puesta al servicio de los usuarios en la misma zona común.
Tenemos que entender que la masa y energía para viajar emitir grados cantidad de entropía, lo que aumenta exponencialmente al aumentar la distancia (pero aquí las finanzas y la política nacional, europeo y mundial hablan, a pesar de las proclamas, otro idioma.
Recalibración del modelo de organización de esta empresa tendrá los efectos a medio y largo plazo en los siguientes componentes:
• La redistribución de la población con la migración inversa desde pequeños pueblos hasta grandes ciudades;
• Disminución de las necesidades energéticas de los grandes centros, permaneciendo estas cosas, ser más intensivas en energía y por lo tanto cada vez menos manejable;
• La repoblación de la montaña y las zonas interiores con la mejora de los equilibrios ecológicos y estructurales en beneficio de una mejora en los aspectos hidrogeológicos ya no gobernable tanto desde el punto de vista económico que las autoridades administrativas.

Pero es la agricultura el punto de partida de toda la innovación de pensamiento antes, y la ideología política, entonces si queremos invertir esta tendencia peligrosa y sin salida y no hay soluciones.
Hay que partir de una agricultura basada precisamente en estos tres conceptos es decir, en los alrededores de los modelos, la moderación y la diversidad.
Sólo la biodiversidad agrícola actualmente definitivamente despierta más interés que nunca en vista de las políticas orientadas hacia el sector agrícola de nuestro país. A finales de 2015, en Italia se aprobó una ley para la protección de la biodiversidad en la agricultura, que además de la creación de un registro, incluye una serie de acciones para controlar y preservar los recursos genéticos en peligro de extinción.
Por otra parte, muchas llamadas regionales de los Programas de Desarrollo Rural (PDR) 2014-2020 contemplan medidas para la conservación de la biodiversidad y de los agricultores que conservan, en especial los incentivos económicos.
Pero a pesar de las garantías, sin embargo, la biodiversidad sigue disminuyendo: hay muchas especies de plantas y razas de animales en peligro de extinción. Y, probablemente, si continúa a abordar la cuestión sólo en los perfiles ambientales, sociales y culturales (aunque importante), sin tener que conducir todo el camino hasta las enormes oportunidades, incluidos los económicos, que pueden generarse debido a la recuperación y difusión de productos locales, se siempre muy difícil mantener la consistencia de los recursos genéticos disponibles para los agricultores.
Esta es una señal de que el ajuste de la “política” del PSR se considera completa y totalmente también revisan desde la perspectiva de la gestión burocrática, funcional y de gestión.
Es por eso que en la agricultura es necesario pasar de los conceptos de protección y viviendas a los de promoción y expansión de la biodiversidad y de los productos que se derivan de ella. Necesitamos un cambio de ritmo de la política, por lo que puede orientar la celebración por todos. Los beneficios serían muchos, para los agricultores y más. En primer lugar, porque nuestra agricultura tiene que escapar de una competición en la que la elección prima casi exclusivamente el precio más bajo.
Esta lógica, por un lado ahoga productores que no pueden (o no quieren) que persiguen sin cesar la reducción de los costes unitarios de producción, el otro conduce inevitablemente a una disminución de la calidad de la producción de alimentos, lo que no ayuda en absoluto a los consumidores. En Italia, a continuación, la biodiversidad debe ser la principal fortaleza de la agricultura y la alimentación, porque todavía tenemos una gran herencia, en comparación con muchos otros países, para cultivar vegetales y razas de animales en gran medida infrautilizadas, como un gran número de nuestra agricultura se centran principalmente en algunas variedades.
Además, aparato de la agricultura a menos producciones aprobadas ofrece a los ciudadanos una mayor elección y, probablemente, y facilita el desarrollo de los mecanismos de la economía local. Todo esto sin considerar que los beneficios más importantes son el medio ambiente, debido a que el agua, calidad del aire, la tierra está estrechamente relacionado con la conservación de la biodiversidad, y la mejor manera de preservar este recurso es para asegurarse de que no desaparece a partir nuestros cultivos.
Por no mencionar los altos costos de salud relacionados con una población “envenenado” de un sistema alimentario poco práctico tanto desde el punto de vista científico (error de los productos químicos en la agricultura) y el entorno técnico (mal productiva sólo se basa en la rentabilidad económica y no en la energía ecológica y social).
Un salto final que tendrá si la biodiversidad se pone en el centro de cada decisión estratégica de la política agrícola: esto podría revolucionar no sólo el sector agrícola, sino a todo el sistema nacional de alimentos.
El país tiene que ser reconstruida, pero la política persigue un “fantasma de la ópera” que ya no es riesumabile ni recuperable.

Guido Bissanti




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