La Sostenibilità Ambientale

La Sostenibilità Ambientale

Per sviluppo sostenibile si intende “far sì che esso soddisfi i bisogni dell’attuale generazione senza compromettere la capacità di quelle future di rispondere alle loro”. “Lo sviluppo sostenibile, lungi dall’essere una definitiva condizione di armonia, è piuttosto processo di cambiamento tale per cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti istituzionali siano resi coerenti con i bisogni futuri oltre che con gli attuali”.

Per poter comprendere gli eventi che stanno caratterizzando la politica comunitaria degli ultimi tempi, ed entrare nel contesto del nuovo Quadro Comunitario di Sostegno, è opportuno inquadrare il momento storico in cui ci muoviamo. Tutto il sistema socioeconomico è infatti interessato da profonde trasformazioni che vedono coinvolgere ogni aspetto dell’intero pianeta.
La tendenza verso un mondo sempre più coinvolto da tali questioni, conduce ogni aspetto delle future politiche verso modelli e logiche sostanzialmente nuove e mai affrontate, per lo meno con tale complessità, dalle origini della politica ad oggi.
Per fare un esempio, si nota già come le politiche mondiali stanno evolvendosi verso i massimi sistemi, verso i modelli di massima integrazione tra componenti sociali ed ambientali.
Si va in pratica verso una globalizzazione di ogni contesto socioeconomico, verso un sistema causa ed effetto più fluido.
Nel contempo gli squilibri causati dal vecchio modello consumistico e postilluminista, in transito verso nuove forme, hanno generato le questioni che stanno alla base delle emergenze ambientali mondiali, imponendo e maturando nell’uomo il concetto dello Sviluppo Sostenibile.
Globalizzazione e Sviluppo Sostenibile, che nelle teorie di varie visioni economiche vengono viste, ora in contrapposizione, ora, per altri, collegati, non sono altro che le due facce di una stessa medaglia.
Assieme stanno dando vita ad un processo di neurizzazione dell’intero sistema socio-eco-nomico.
Quest’ultimo neologismo vuole proprio configurare la questione centrale del nuovo modello di sviluppo.
Ma andiamo per ordine e cerchiamo di dare un significato ai due concetti in questione – Globalizzazione e Sviluppo Sostenibile.
Entrare nella semantica di questi due termini equivale a dare maggior luce e chiarezza degli ambiti in cui si dovrà muovere la neonata struttura socio-eco-nomica.

1. GLOBALIZZAZIONE

Il termine globalizzazione, oggi usato spesso in maniera troppo empirica, trova negli ultimi decenni, ma soprattutto negli ultimi anni, una sempre maggior frequenza d’uso. Vari sono i significati che gli vengono attribuiti. Ad esso viene spesso dato il senso di quelle economie che tendono ad assumere caratteristiche occidentali, come l’occidentalizzazione dell’Oriente, ponendo come punto di riferimento e di provenienza i sistemi e le strutture socioeconomiche americane, quasi che la globalizzazione fosse l’importazione di un “modello” che tende automaticamente ad affermarsi sul globo, appunto la globalizzazione.
Per altri rappresenta una questione dove, in un sistema sempre più interconnesso telematicamente e comunicativamente, l’intero pianeta tende ad assumere le dimensioni di un villaggio globale
Ma il termine globalizzazione non può essere raffigurato con qualche aspetto o qualche fenomeno; esso va assumendo sempre più, a causa delle scoperte scientifiche e delle innovazioni tecnologiche, dei sistemi socioeconomici sempre più interconnessi e della dimensione spaziotemporale sempre più ridotta (ma mai annullabile), caratteristiche simili ai sistemi naturali; ad assumere sempre più le sembianze di corpo unico, avvicinando notevolmente il modello socioeconomico a quello biologico ed ecosistemico.
La globalizzazione contiene in se allora non caratteristiche legate all’affermarsi di un sistema socioeconomico filo-consumistico e postilluministico ma principi che tenderanno a distruggere l’attuale ambito degli equilibri sociali ed economici a favore di un altro con sistemi differenti ma più efficienti.
In generale la globalizzazione non è un fenomeno recente ma è in atto dalla comparsa dell’uomo sulla terra, solo oggi i suoi effetti si percepiscono in maniera più evidente, un po’ come succederebbe ad un astronauta che si avvicinasse alla velocità della luce; comincerebbe a sentire gli effetti relativistici di questo nuovo contesto, ma questi, se pur irrilevanti sono comunque sempre in atto.

2. SVILUPPO SOSTENIBILE

Il concetto di sviluppo, in una lettura più moderna, include nel processo di crescita una serie di categorie non strettamente economiche, quali gli aspetti sociali, abbandonando una visione economicistica, che misurava originariamente lo sviluppo solo attraverso i valori del PIL pro capite e poneva l’accento unicamente sul benessere dell’uomo.
Il capolinea, non solo nominalistico, del processo è lo sviluppo sostenibile. L’espressione “sviluppo sostenibile” è diventata molto popolare sul finire degli anni ‘80. Nel 1987 infatti è stato pubblicato il Rapporto Brundtland, elaborato nell’ambito delle Nazioni Unite, nel cui volume viene data per la prima volta la definizione di sviluppo sostenibile: “Lo sviluppo è sostenibile se soddisfa i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere le possibilità per le generazioni future di soddisfare i propri bisogni”.
Tale affermazione di principio, a distanza di oltre dieci anni, è stata totalmente disattesa tanto che si è finito per parlare di crisi ambientale come crisi economica.
Ciò significa che è necessario allargare la nozione di benessere e di sviluppo economico sino a ricomprendere il valore ambientale.
Per inquadrare meglio l’intero problema è necessario comprendere il concetto di esternalità. Essa può essere positiva se l’attività economica posta in essere da un individuo arreca beneficio ad altri soggetti o alla collettività in generale; negativa nel caso opposto. Una ciminiera che inquina, anche se produce reddito all’interno della sua struttura crea una esternalità negativa a causa dei fumi di scarico.
Per comprendere bene tale concetto è necessario confrontare i benefici privati ed i costi sociali. Per diminuire l’esternalità negativa è opportuno inserire una tassa che compensi i costi sociali dovuti all’inquinamento. Le ripercussioni ambientali di questo tipo di economie risentono della mancanza di una autorità che ponga in essere gli strumenti di controllo o diminuzione dell’esternalità negativa.
È bene comprendere che le attività umane comportano comunque e sempre esternalità negativa (è un principio termodinamico basato sul concetto che non esiste il rendimento unitario e quindi il moto perpetuo).
La mancanza di tale autorità, nonostante la stipula, dal 1950 ad oggi, di oltre 200 trattati relativi all’ambiente, non ha risolto la questione di un’autorità unica. D’altronde per poter comprendere se un paese persegue uno sviluppo sostenibile o meno è necessario apportare delle modifiche alla valutazione delle risultanze di politica economica di un paese.
Tradizionalmente tra gli indicatori della bontà della politica economica di un paese vi è la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL): con questo termine si identifica il reddito prodotto da una nazione nel suo complesso, ovvero la somma dei redditi di tutte le imprese, comprese quelle pubbliche. Tale indicatore viene spesso erroneamente scambiato come indicatore di “benessere” senza indicare nulla su come si sia prodotto o dei percorsi utilizzati per produrlo.
L’analisi sui modelli socioeconomici del cosiddetto mondo occidentale indicano che questi operano con rendimenti bassissimi, con elevata esternalità negativa, operando in pratica con modelli non sostenibili e con risorse non rinnovabili.
Ora la questione ambientale va inquadrata nel senso che l’ambiente, in un contesto di futuro modello basato sulle risorse rinnovabili, è la struttura su cui si dovranno fondare le politiche dello sviluppo sostenibile, come quelle politiche che utilizzeranno modelli con “motore ad energia rinnovabile”, cioè a maggiore efficienza, o rendimento energetico.
Assume, in questa nuova dimensione, notevole importanza, non solo la capacità umana ad implementare tecnologie che emulino i sistemi termodinamici-energetici dell’ecosistema, ma anche la capacità della Politica a comprendere l’importanza della pianificazione e della gestione del TERRITORIO, come luogo delle risorse di questo nuovo modello energetico-gestionale.
A questo punto è evidente che il giudizio sulla bontà delle politiche di un paese dipenderà ovviamente anche dall’utilizzo che questo fa del proprio “capitale naturale”, cioè di quel patrimonio che è il “carburante” del motore ad energia rinnovabile.
In tale contesto diventa evidente che nel conteggio delle efficienze delle politiche economiche bisogna introdurre degli algoritmi che, o con il metodo degli indicatori o con quello della contabilità ambientale nazionale, correggano le equazioni del PIL dandogli la vera dimensione o per lo meno una valutazione più vicina alla realtà. Se così, l’impoverimento del capitale ambientale è valutato in termini monetari, si possono detrarre tali valori dal reddito nazionale e calcolare la crescita di questo nuovo aggregato, il Prodotto Interno Netto Ecologico.
Tale correttivo avrà, nel momento in cui verrà metodologicamente definito, l’indubbio valore di condurre la Politica verso un orizzonte concettuale notevolmente differente (più globale) rispetto ai freddi e livellanti sistemi del modello consumistico.
Così dal rapporto Brundtland delle Nazioni Unite del 1987 alla Conferenza di Rio de Janeiro del 1992 lo sviluppo sostenibile è divenuto un obiettivo dichiarato delle politiche economiche e ambientali dei vari Paesi e degli accordi internazionali aventi per oggetto materie ambientali.
Ora per implementare modelli di sviluppo “sincroni” con quelli termodinamici dell’ecosistema è necessario emulare sistemi socio-eco-nomici in linea con essi.
La risposta, come al solito è si nel progresso tecnologico, che può consentire di ridurre i coefficienti di sfruttamento (o meglio di utilizzo) dell’ambiente per unità di prodotto o servizio, ma è soprattutto nella capacità ideologica di comprendere che solo attraverso un nuovo modello di sviluppo socioeconomico possiamo superare questo aspetto critico. Pertanto non essendo tale processo ne spontaneo ne automatico è opportuno rimodulare la cultura ed i principi ideologici che stanno alla base delle politiche locali, nazionali ed internazionali.
In Europa le recenti difficoltà applicative delle strutture normative del nuovo QCS, nei sistemi politico-amministrative nazionali e regionali, traggono origine da alcune verità di base.
Vediamole in sintesi:

1. Il trattato di Maastricht del 1992 oltre a sancire le principali politiche sull’unità monetaria ha dato, tra gli altri, un ruolo di predominanza della BEI sugli indirizzi politici dell’U.E.; questo principio affonda i suoi schemi in un modello socioeconomico capitalistico e consumistico e stride fortemente con quelli dello sviluppo sostenibile. Infatti il capitalismo affonda le sue radici nella capacità umana a produrre reddito, lo sviluppo sostenibile vede nell’uomo la creatura capace di penetrare, e di sostenere pertanto, i principi della vita. Tra le due scuole esiste un abisso che la storia colmerà.
2. Agenda 2000 è una politica che si rivolge allo sviluppo integrato, ma lo fa, inevitabilmente, con criteri finanziari e di contabilità ed efficienza non basati ancora sui principi dei bilanci sociali, economici ed ambientali.
3. Pur traendo origine da una logica tendente a strutturare lo sviluppo socioeconomico degli stati membri nelle direzioni individuate dalle varie conferenze internazionali, trova notevoli ostacoli amministrativi e ideologici nelle strutture di periferia.
4. Essendo uno strumento di politica programmatoria e negoziata, ha subito, come era evidente, l’inquinamento dei vari passaggi in discesa verso le attuazioni di periferia; tale inquinamento è una logica conseguenza del differente livello di comprensione, verso il nuovo modello di sviluppo socioeconomico, esistente tra il vertice (molto vicino spaziotemporalmente alle conferenze ed agli accordi internazionali) e la periferia, ancora poco integrata in questo nuovo modello, che prima ancora che socioeconomico è evidentemente ideologico.

Dobbiamo pertanto criticare la recente politica dell’Unione Europea? Esiste una sola risposta certa e plausibile.
Con il livello delle conoscenze, della comprensione dei nuovi orizzonti della globalizzazione e dello sviluppo sostenibile, non poteva andare oltre; ha ottenuto ciò che il rendimento di questo “motore” culturale, ideologico e politico-amministrativo gli ha consentito e gli consentirà.

Dobbiamo pensare che sia già un fallimento?

Se la valutiamo come risultato immediato e per le ricadute strutturali ed economiche siamo portati a dire, con buona approssimazione, che otterrà rendimenti di scala molto bassi; se spostiamo l’analisi sulle questioni e problematiche che sta ponendo, allora è già evidente il grande contributo che sta dando alla rimodulazione e alla sollecitazione sociologica, ideologica e politica, non solo alle nuove classi dirigenti, ma lentamente e gradualmente agli schemi mentali di tutti noi.

Guido Bissanti