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Dossier Dicamba

Dossier Dicamba

La questione degli erbicidi è oramai una vera e propria guerra tra il Pianeta terra, con i suoi esseri viventi e le sue regole e le multinazionali, assetate di sempre maggiore guadagno e potere. Una faccia della medaglia che va, caso mai ce ne fosse bisogno, smascherata, visto che dietro i rassicuranti slogan di questi mostri deformi ci sono solo interessi di predominio economico e quindi politico.
Dopo la grande querelle, ancora non dipanata, intorno la glifosato, adesso è la volta di un altro potente erbicida, per certi versi molto più pericoloso: il Dicamba.
Il Dicamba, che nella nomenclatura ufficiale IUPAC è l’acido 3,6-dicloro-2-metossibenzoico, è un erbicida ad ampio spettro registrato per la prima volta nel 1967. I marchi per le formulazioni di questo erbicida includono Dianat, Banvel, Diablo, Oracle e Vanquish.
Il Dicamba è un derivato clorurato dell’acido o-anisico.
Per intenderci il meccanismo di azione del Dicamba è quello di contrasto alle erbe infestanti a foglia larga annuali e perenni.
Le sue principali applicazioni commerciali sono il controllo delle infestanti per i cereali e i prati, oltre che per legumi ed altre colture.
Il Dicamba funziona aumentando il tasso di crescita delle piante, tanto da indurre queste, a concentrazioni sufficienti, a superare le loro riserve di nutrienti e morire.
Ma il Dicamba è andato ben presto incontro ad una serie di azioni soprattutto a causa della sua capacità di deriva, cioè della sua tendenza a diffondersi dai campi trattati in campi vicini, causando danni anche notevoli.
In generale il Dicamba è un erbicida più potente del Glifosato e per di più, come detto, si volatilizza, diffondendosi rapidamente, con ingenti danni su colture e habitat naturali.
A rendere ancora più pericoloso il Dicamba non è quindi solo l’effetto erbicida con distruzione della microflora microbica del suolo, e quindi della sua fertilità, ma la sua volatilità, trattandosi di una sostanza che si diffonde rapidamente, colpendo anche coltivazioni non in grado di resistere.
Ovviamente a ciò si aggiunge il rischio che possa distruggere specie ornamentali, ortaggi, piante selvatiche che fungono da habitat per gli animali e persino la riproduzione di tutta una serie di insetti, tra cui le api: un vero e proprio killer della Natura e quindi della Vita.
Le paure non sono di certo infondate, soprattutto alla luce degli ultimi aggiornamenti riguardanti l’impatto che il suo impiego possa avere sulla salute umana e sull’ambiente, tanto da essere stato ben presto definito molto più pericoloso del Glifosato; il che è tutto dire.
Tra l’altro alcuni agricoltori e ricercatori hanno espresso preoccupazione per la resistenza a questo erbicida dopo l’introduzione di colture resistenti. In laboratorio, i ricercatori hanno dimostrato la resistenza delle erbe infestanti al Dicamba entro tre generazioni di esposizione.
Erbe infestanti, resistenti agli erbicidi, sono infatti nate dopo l’introduzione di colture resistenti al glifosato (commercializzate come “Roundup Ready”).
Alcune specie di erbe infestanti, come l’Amaranthus palmeri, hanno sviluppato resistenza al Dicamba. La resistenza al Dicamba è stata scoperta, per es. nella Bassia scoparia, che è un’erba annuale, nel 1994 e non è stata spiegata da comuni modalità di resistenza come assorbimento, traslocazione o metabolismo.

Un quadro di per se già abbastanza preoccupante. Ma non è tutto, come al solito sono gli effetti congiunti sugli habitat e sugli esseri umani (che di habitat hanno bisogno) a destare preoccupazioni peggiori dell’uso di una bomba atomica.
Tralasciando quindi gli aspetti delle resistenze e delle derive, di per se catastrofiche, è ovvio che quelle invece legate sulle ricadute per la salute umana aggiungono allo scenario una questione esponenziale di inequivocabile rilevanza.
Così Bayer e BASF rischiano di essere travolte da una nuova ondata di cause legali. Già impegnata sul fronte del Roundup e della contaminazione da PCB, la multinazionale tedesca rischia un assedio che potrebbe costarle molto caro.
Al centro di queste nuove cause c’è infatti il Dicamba, erbicida “ereditato” da Monsanto e ritenuto responsabile della distruzione di diverse colture.
Così dopo il fronte Roundup e PCB si apre quello legato alla dannosità del Dicamba.
Tra l’altro, negli USA, alcuni Stati ne hanno vietato l’uso, come L’Arkansas e il Missouri che hanno vietato la vendita e l’uso del Dicamba, nel luglio 2017, in risposta alle denunce di danni alle colture dovute alla deriva.
La bomba, più recente, sul Dicamba, si sposta adesso sulla sua cancerogenicità.
A questo punto però va fatta una volta per tutte chiarezza su questo aspetto.
Come al solito per dimostrare la cancerogenicità di una sostanza nei riguardi della specie umana è necessario un protocollo scientifico molto complesso, che prevede la revisione paritaria, meglio nota con il termine inglese peer review; cioè quella procedura di selezione degli articoli o dei progetti di ricerca proposti da membri della comunità scientifica effettuata attraverso una valutazione di specialisti del settore che ne verificano l’idoneità alla pubblicazione scientifica su riviste specializzate.
Qui ovviamente, come si sul dire, casca l’asino, in quanto alla complessità di questa verifica procedurale si aggiunge la difficoltà (che è la vera cancrena della società moderna) del reperimento di ingenti fonti di finanziamento pubbliche per queste ricerche, col risultato che per decenni i dati riscontrati giacciono in un limbo in cui, manco a dirlo, sono le multinazionali a dare le loro sentenze “scientifiche” definitive con la loro ricerca “umanitaria”.
La domanda a questo punto è: ma che fine hanno fatto tutti i Principi di Precauzione, tra cui quello dell’Unione Europea, sancito nell’articolo 191 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Ricordiamo che il suo scopo è stato ed è quello di garantire un alto livello di protezione dell’ambiente grazie a delle prese di posizione preventive in caso di rischio.
Tra l’altro, nella pratica, il campo di applicazione del principio è molto più vasto e si estende anche alla politica dei consumatori, alla legislazione europea sugli alimenti, alla salute umana, animale e vegetale.
Per di più il Principio di Precauzione è stato riconosciuto da varie convenzioni internazionali e figura in special modo nell’Accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie (SPS) concluso nel quadro dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC).
La conclusione è: al di la del loro reale vantaggio agronomico e della loro pericolosità per gli habitat, perché si continuano ad utilizzare queste molecole senza averle sottoposte per anni a procedimenti di peer review prima di immetterli in commercio?
Di certo qui non è in gioco solo e tanto la veridicità della scienza, della tecnica e della Verità su queste ma i procedimenti democratici che si sono allontanati pericolosamente dai singoli Stati sovrani.

Guido Bissanti




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