Verso le aziende agricole a zero emissioni

Verso le aziende agricole a zero emissioni

Il mondo agricolo è di certo quel settore dell’attività umana che sta subendo i più grandi cambiamenti ma anche le più grandi discussioni.
All’interno dello stesso le correnti di pensiero non sono univoche ed, anzi, alcune in netto contrasto. Contrasto che è fondamentalmente accentuato da differenti posizioni olistiche sui principi da adottare per produrre beni e servizi provenienti dalle aziende agricole.
È noto lo scontro tra i fautori dell’agricoltura convenzionale, biologica, biodinamica, sinergica, sulla permacultura, e così via.
Comunque sia ci troviamo di fronte alla necessità di un grande cambiamento di vedute che forse modificheranno o integreranno alcuni punti di vista ma che, sostanzialmente, devono essere ricondotte ad un’unica visione possibile.
È necessario, infatti che, per poter produrre beni e servizi, dobbiamo, senza alcun dubbio, allinearci, o se preferite, sincronizzarci con i modelli produttivi della natura che altro non sono che l’applicazione complessa dei principi della termodinamica dei sistemi complessi tanto cari allo scienziato russo Ilya Prigogine, molto noto per le sue teorie sulle strutture dissipative, i sistemi complessi e l’irreversibilità.
I suoi lavori, insieme a quelli di altri autori, come del precursore dello studio dei sistemi complessi Henri Poincaré, fisico-matematico vissuto tra l’ottocento ed il novecento, hanno aperto una nuova finestra sul mondo, abbandonando per sempre la concezione meccanicista che vedeva le unità di cui era composto come indipendenti.
I lavori di Ilya Prigogine e di altri autori sulla complessità dei sistemi termodinamici, qual è un ecosistema e nell’insieme degli stessi l’ecosistema per eccellenza che è il pianeta Terra, ci hanno permesso di capire che molti dei “metodi umani” sviluppati nel secolo meccanicista, qual è il ‘900, sono totalmente da rivedere a partire da quella che a giusta ragione è l’attività primaria dell’uomo e cioè l’agricoltura.
Seguo spesso le vicende delle critiche, a volte anche aspre e spesso dettate da mancanza di conoscenza dei fenomeni della termodinamica dei sistemi complessi, qual è anche un processo agricolo, per comprendere che il primo cambiamento da adottare è di natura culturale e quindi olistico.
Al di la di questa grande frontiera, che si sta sviluppando e prenderà gradualmente corpo nei prossimi anni, è evidente che oggi, su tutti, è il pensiero agroecologico che interpreta meglio questa tendenza e che, ovviamente, non è compiuto né pienamente compreso: siamo solo all’inizio di un lungo cammino, prima culturale e poi scientifico e tecnologico.

Tra le varie incongruenze legate al ciclo produttivo delle aziende agricole ce n’è una che vale la pena di sottolineare e che, in qualche modo, tutte le accomuna e in tutte deve cambiare: quella delle potenze e delle motorizzazioni necessarie, in varia misura, per condurre a buon fine un ciclo produttivo che sia agricolo, zootecnico o forestale.
La frontiera è quella di evitare, che qualunque prodotto, dal biologico al biodinamico, per citare quelli in questo momento più discussi, vengano prodotti con l’ausilio di motorizzazioni che rilasciano nell’ambiente, nel suolo e nelle acque il cosiddetto particolato (oltre alle emissioni climalteranti), cioè quell’insieme delle sostanze solide o liquide sospese in aria, che hanno dimensioni che variano da pochi nanometri a 100 µm e che in gran parte provengono dalla combustione dei motori a scoppio e da altri cicli di combustione.
Ricordiamo, a tal proposito, che il particolato è pericoloso per la salute umana e di altri esseri viventi. In particolare, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) e l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) hanno classificato il particolato come carcinogeno, ovvero in grado di causare tumori o favorirne l’insorgenza e la propagazione.
Per questo motivo ha poco senso nutrirci di prodotti biologici, o ottenuti con altri sistemi a basso impatto ambientale, se questi vengono ottenuti in aziende dove la produzione e presenza del particolato sui cibi, oltre che nell’ambiente, arriva sulle nostre tavole.
Per questo motivo, all’interno della sfida agroecologica, non può mancare quella delle aziende agricole a zero emissioni, obiettivo raggiungibile se queste unità o cellule degli ecosistemi sono in grado di produrre da se energie rinnovabili (provenienti da fotovoltaico, eolico, ecc.).
In questo senso la Farm to Fork strategy deve interagire più ampiamente all’interno del Green Deal e mutuare le esigenze del Framework 2030, che è la strategia dell’UE per il clima e l’energia che comprende traguardi e obiettivi politici per il periodo dal 2021 al 2030.
Nel dettaglio questa strategia si pone l’obiettivo dell’autonomia graduale (fino al 2050) dai carburanti fossili e, tra le altre, della conversione delle motorizzazioni da motori a combustione a quelli elettrici.
In questo senso ci meraviglia che il Piano Energetico Nazionale non abbia un chiaro riferimento, se non di larghi principi, sul processo di riconversione verso emissioni zero delle aziende agricole, visto che queste nel Frame to Work rappresentano le cellule del nuovo tessuto sostenibile dell’Europa del futuro.
Ovviamente, per quanto detto in precedenza, il transizione dalla cultura meccanicista a quella legata in gran parte alla meccanica quantistica (che si muove su postulati e paradigmi totalmente diversi) non è ancora presente nel linguaggio politico e nella visione delle cose e dobbiamo lavorare incessantemente per alfabetizzare, soprattutto i nostri giovani, verso un modo di comprendere la realtà non più oggettiva ma complessiva e dinamica.
Il dibattito e gli interessi sul settore, ovviamente, si presenteranno, come al solito, articolati e spesso contrastanti ma se veramente vogliamo sincronizzarci con un vero concetto di sostenibilità dobbiamo mettere mani, ed in maniera concreta, ad un Piano Nazionale che prenda in esame, e trovi le soluzioni anche di natura fiscale e finanziaria, affinché le aziende agricole del futuro prossimo venturo siano, al di là del modo di produrre il cibo, che ovviamente deve essere quanto più conforme e rispettoso dei cicli e bioritmi della natura, cellule a zero emissioni.
Questo ci darebbe la certezza di nutrirci nuovamente di prodotti naturali ma aprirebbe, per la grande crisi del settore agricolo (in larga massima dovuta a questo erroneo paradigma produzione/mercati), una nuova frontiera e prospettiva di un reddito integrativo e di grande appetibilità.
Agli agricoltori, ai tecnici ed ai politici il loro impegno per operare questa transizione.

Guido Bissanti

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