Alimentazione ed Etica

Alimentazione ed Etica

Dai più parti, FAO in testa, si sente dire che la questione del cibo, e della sua disponibilità, rivestirà sempre di più un ruolo fondamentale per le sorti del futuro del mondo.
Secondo il rapporto delle Nazioni Unite – 2019 Revision of World Population prospects – la popolazione mondiale dovrebbe aumentare di 2 miliardi di persone nei prossimi 30 anni, dagli attuali 7,7 miliardi ai 9,7 miliardi nel 2050.
Nel 2030 saremo 8,5 miliardi sulla Terra, rispetto ai circa 7,7 miliardi di oggi. Per poi arrivare a 9,7 miliardi nel 2050 e a 11,2 miliardi di persone alla fine del secolo. Sono questi i dati più importanti delle Nazioni Unite sulla crescita della popolazione mondiale.
A contribuire maggiormente alla crescita della popolazione saranno una manciata di stati tra cui l’India, che diventerà il paese più popoloso al mondo nel giro di pochi anni, superando così la Cina. La Nigeria sorpasserà gli Stati Uniti affermandosi come il terzo paese più popoloso al mondo entro il 2050. Indonesia e Pakistan, infine, entreranno a far parte del club dei Paesi con più di 300 milioni di abitanti portando a quota sei i membri.
In generale, da qui al 2050, metà della crescita totale della popolazione avverrà in nove stati: Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Tanzania, Uganda, India, Nigeria, Pakistan, Stati Uniti e Indonesia. Rimane fuori la Cina che, in seguito alla politica del figlio unico, ha bloccato l’aumento di popolazione per le prossime generazioni.
Un dato significativo riguarda l’Africa che farà registrare il tasso di crescita più alto tra tutti i continenti, arrivando a coprire il 50 per cento del tasso totale nel giro dei prossimi 35 anni.
Sullo sfondo di questi rapidi (storicamente) cambiamenti le politiche nazionali ed internazionali sul cibo sono ancora molto evanescenti.
Pur se Agenda 2030, per lo sviluppo sostenibile, gli dedica i primi obiettivi e li mette in connessione con tutti gli altri, la dominanza delle leggi di mercato ed anche la visione elitaria di alcuni cibi (vini, cibi e frutti pregiati ecc.) sembrano voler fuggire da una realtà antica come le montagne: il cibo è un bene a cui tutti devono avere libero accesso, nel diritto e nella giustizia di questa risorsa.
Non per niente l’introduzione del concetto di Sovranità Alimentare (locuzione coniata dai membri di Via Campesina nel 1996) dovrebbe condurre economia e mercati ad un controllo politico necessario affinché ogni un popolo, nell’ambito della produzione e del consumo degli alimenti, sia dia delle regole proprie.
Invece assistiamo sempre più, anche a livello di Programmazione degli investimenti, anche in ambito europeo, ad un concetto di esaltazione dei mercati come panacea alla risoluzione del grande male che accomuna produzioni agricole e cibo.
Produzione agricola e diritto all’alimentazione soffrono di una grande adulterazione dettata da grandi interessi economici, e quindi politici, che determinano due fronti di guerra che potremmo definire oramai (insieme all’accaparramento delle risorse energetiche) come la terza guerra mondiale. Una guerra combattuta con sistemi più complessi, ed alcuni purtroppo anche tradizionali.
A 75 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa (l’8 maggio 2020 è stato l’anniversario del Victory in Europe Day), in tutto il mondo decine di conflitti armati continuano a mietere vittime: centinaia di migliaia, un numero in continua crescita e che riguarda anche bambini, donne ed anziani e, soprattutto, le fasce più povere.

Uno scenario che sembra passare sotto gli occhi di tutti, occidentali in testa.
Come se non bastasse cresce anche l’omofobia per questi sfortunati abitanti della Terra che hanno avuto la sventura di nascere solo nel posto sbagliato e di cercare rifugio proprio presso quei popoli le cui politiche (politiche permissive, liberiste e colonialiste) provocano e consentono tutto ciò.
Eppure questi popoli sfuggono a tutti quei crimini sanciti dal moderno liberismo:
– Land grabbing (accaparramento delle terre);
– Uso di biocidi in agricoltura;
– Incendi per il disboscamento dei residenti e per l’instaurazione di forme di agricoltura intensiva;
– Politiche distorsive dei fondi di investimento;
– Liberismo di mercato senza regole;
– Caporalato ordinario e dei minorenni;
– Accaparramento delle risorse idriche;
– Spreco illogico di cibo;
– Ecc, ecc..
La soluzione a questi mali può essere solo politica e più che mai deve rivestirsi di un’Etica, senza la quale non ci sentiamo di appartenere a nessuna ideologia se non porta questo vestito.
Qui non si può non prendere lo spunto da quel capolavoro che è l’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco che, seppur pubblicata nel 2015, non ha visto che timide ricadute in campo sociale e politico
Una Rivoluzione Copernicana che viene guardata con sufficienza (nel caso migliore) e con indifferenza (nel caso peggiore).
Per rendersi conto del valore di questa enciclica basta scorrere gli oltre 200 paragrafi che compongono il documento.
Tra i problemi citati dall’Enciclica, la “cultura dello scarto” che porta a un’eccessiva produzione di rifiuti e la necessità di garantire a tutti l’accesso ad acqua potabile e sicura come “diritto umano essenziale, fondamentale e universale”. Da queste premesse nasce l’attenzione a sistemi di coltivazione tradizionali, valutati positivamente perché meno inquinanti. “Vi è una grande varietà di sistemi alimentari agricoli e di piccola scala che continua a nutrire la maggior parte della popolazione mondiale, utilizzando una porzione ridotta del territorio e dell’acqua e producendo meno rifiuti, sia in piccoli appezzamenti agricoli e orti, sia nella caccia e nella raccolta di prodotti boschivi, sia nella pesca artigianale”, si legge nell’Enciclica.
Il Papa parla anche di OGM, di tecniche agricole e di conseguenze poco attenzionate. Partendo dalla considerazione che “i rischi non vanno sempre attribuiti alla tecnica stessa, ma alla sua inadeguata o eccessiva applicazione”.
Il Papa non si sofferma solo e tanto sulle possibili conseguenze incontrollabili legate agli OGM quanto alle tecniche indotte ed all’uso di un agricoltura spregiudicata che, se da un lato ha prodotto una crescita economica che ha contribuito a risolvere alcuni problemi, “si riscontrano significative difficoltà che non devono essere minimizzate”. Il riferimento è a “concentrazione di terre produttive nelle mani di pochi”, “tendenza allo sviluppo di oligopoli nella produzione di sementi e di altri prodotti necessari per la coltivazione”, “precarizzazione del lavoro agricolo”, senza dimenticare che “l’estendersi di queste coltivazioni distrugge la complessa trama degli ecosistemi, diminuisce la diversità nella produzione e colpisce il presente o il futuro delle economie regionali”.
Potrei continuare a citare l’Enciclica per ore ma la sostanza non cambia, se continuiamo così, come ho descritto nel mio libro “Come il Titanic?” in cui ovviamente l’Enciclica non è citata perché uscita quasi contemporaneamente, siamo come il famoso transatlantico diretto verso un iceberg che non perdona.
Se non rimettiamo assieme questione alimentare, etica e giustizia non ha più senso parlare di programmi alimentari, fame nel mondo, marketing dei prodotti, libero mercato e grandi investimenti (vedi Unione Europea).
Basti pensare che per i due pilastri che sono la PAC (Politica Agricola Comune) ed il PSR (Programma di Sviluppo Rurale) l’Europa impegna risorse ingenti (che pesano sulle tasche dei contribuenti).
Non possiamo più essere né sufficienti né indifferenti di fronte a questo problema.
Tecnici, Scienziati, Ricercatori, Politici, Donne ed Uomini comuni non possono rimanere indifferenti a questo problema perché la guerra è anche frutto di questa.
Riportiamo la Politica del Cibo nel giusto alveo prima che questo straripi facendoci annegare tutti.

Guido Bissanti

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