Umanità e Agricoltura: We need to start dreaming

Umanità e Agricoltura: We need to start dreaming

Non riuscire a sentire più l’armonia del silenzio della natura o non esser più capaci di guardare la profondità di un cielo stellato notturno.
Un male che sembra coinvolgere un’umanità oramai sorda a percezioni più elevate, a profondità lontane e dimenticate.
Un male che si è impadronito di un po’ tutti noi e che ci impedisce di razionalizzare pensieri virtuosi.
Incapaci di analizzare con occhi limpidi e sguardo fiero il mondo che ci circonda.
Quel male che, nato con la cultura liberista e positivista, ha trasformato tutto ciò che ci circonda in oggetto di assoggettamento e di speculazione e che, adesso, rischia di spazzare gli stessi artefici che lo hanno messo in atto: l’Umanità.
Un male che si è impadronito anche del “politicamente corretto” e che rischia di oscurare definitivamente ogni barlume di coscienza presente su questo pianeta.
Un male che ha trasformato tutto in finanza, mercato, speculazione, concorrenza … tutti termini che quasi rendono asfittiche e impercorribili ipotesi di politiche differenti.
Quel dio denaro e dei rendimenti bancari e degli spread che, se non rispettati, precludono qualunque differente Via.
Un male che ha già azzerato, in nome dell’espansione, della globalizzazione, dei nuovi mercati, e così via, intere civiltà, interi territori e che, adesso, come un cancro, sta digerendo e divorando i suoi progettisti. Progettisti di una creazione minore che vorrebbe proporsi come alternativa alla Creazione, quella che, dagli albori della presenza dell’uomo sulla terra, abbiamo sempre ammirato: infinita, complessa, armonica, sinfonica, portatrice di pace interiore e di benessere.
Quel benessere che non riusciamo più a raggiungere, ingabbiati come siamo in parametri, bilanci, indici da rispettare, PIL da assecondare.
In questa spirale, in questo labirinto da noi stessi costruito, con regole sempre più stringenti, sempre più vincolanti, ci stiamo avvolgendo sempre di più.
Una spirale di Fibonacci inversa dove numeri e parametri senza più anima stanno trascinando Pensiero e Politica, appiattendo sempre più coscienze non più alimentate dal silenzio della Natura e dalla profondità dei Cieli.
Un male che ha stravolto la più nobile delle attività dell’uomo, cioè l’agricoltura, e alienato tutte le altre.
Un male che ha trasformato la produzione del cibo in mero obiettivo di mercato.
Un male che ha alienato il rapporto tra umanità e natura con sistemi di produzione lontani da essa e che anch’essa sta corrodendo.
Un male che inficia ogni sforzo, pur encomiabile, di quanti all’interno di Istituti di Ricerca, di Organizzazioni internazionali, di Tavoli istituzionali, si sforzano di trovare soluzioni differenti.
Organizzazioni Internazionali come l’ONU o la FAO prigioniere di regole imposte da una Economia costruita su misura di questo male e a sua volta carburante dello stesso.

Prigionieri del PIL

Negli ultimi decenni e, soprattutto, negli ultimi ci si è resi conto che in questa direzione non si va da nessuna parte.
Conferenze Intergovernative su Conferenze, Protocolli internazionali, Agende di Governo, ma ancora siamo li.
Il mostro deforme, generatore di questo male, non molla la presa, anzi la stringe sempre di più.
Oggi, in tanti, vorremmo cambiare questo linguaggio, vorremmo progettare un futuro diverso, guardando dall’alto di un orizzonte diverso, mirando un panorama più vasto.
Ma il muro sembra reggere ogni urto.
Il Pianeta è sempre più povero, perde ogni giorno i suoi pezzi: insetti (e non solo api), animali selvatici, intere foreste, fertilità, culture, tradizioni … speranza.
Il cibo è questione solo di mercato.
Secondo stime della FAO del 2003, più di 25.000 persone muoiono di fame ogni giorno (in media, una ogni cinque secondi), mentre tra il 2001 e il 2003 più di 800 milioni di persone soffrivano di denutrizione cronica.
Eppure ci sono terreni sempre più abbandonati, agricoltori sempre più disperati: in India, ogni anno,12.000 contadini si suicidano strangolati da debiti e altre questioni relative alla produzione agricola. Tra i responsabili c’è anche il cambiamento climatico, che ha portato alla morte di 60.000 agricoltori in 30 anni.
Dall’altra parte assistiamo ad un prezzo dei terreni agricoli di alcuni territori del mondo, come in Trentino o in alcune regioni del centro Europa, alle stelle, in nome di produzioni di nicchia o di pregio che hanno perso il profondo significato di cibo, assumendo quello di “fuoriserie” per un’alimentazione di elite e dove a guadagnare non sono tanto gli agricoltori ma sistemi di commercializzazione e marchi di pregio.
Questa è l’economia che abbiamo costruito, questa è l’agricoltura che abbiamo voluto, queste sono le contraddizioni che tutt’oggi percorriamo.
PSR (Programmi di Sviluppo Rurale) e PAC (Politica Agricola Comune) che sono i due pilastri della politica agricola dell’Unione europea, assorbono circa il 40% dell’intero budget comunitario (fatto di tasse dei suoi abitanti); eppure dalla loro nascita ad oggi hanno parlato, pur se addolciti con termini quali sostenibilità ed altri di suono accattivante, sempre lo stesso linguaggio: mercato, filiera, qualità (di processo, non quella agroecologica), investimenti, ecc..
Lo stesso idioma che ha imprigionato ed incardinato cavallo e cavaliere e che adesso rischia seriamente di far cadere nel fossato da noi stessi costruito tutti e due.
«I have a dream» («Io ho un sogno») disse Martin Luther King Jr. nel discorso tenuto il 28 agosto 1963, davanti al Lincoln Memorial di Washington, al termine di una marcia di protesta per i diritti civili nota come la marcia su Washington per il lavoro e la libertà. In esso esprimeva la speranza che un giorno la popolazione di colore avrebbe goduto degli stessi diritti dei bianchi.
Oggi dobbiamo invece affermare «We need to start dreaming» («Abbiamo bisogno di iniziare a sognare») e non per dare solo uguali diritti ma per iniziare un percorso di liberazione dall’arido pensiero che ci ha intrappolato nei numeri costringendoci ad essere solo numeri.

Guido Bissanti




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