Lo Spreco Alimentare

Lo Spreco Alimentare

Chiariamo intanto cosa si intende per spreco alimentare: in generale il termine identifica l’insieme dei prodotti alimentari che lungo l’intera catena, quindi dalla produzione al consumo, hanno perso il valore commerciale ma potrebbero ancora essere utili per il consumo umano.
Lo spreco alimentare è un fenomeno che per lungo tempo è stato estremamente sottostimato e trascurato. Negli ultimi tempi però, vuoi per la crisi economica globale, la volatilità dei prezzi dei prodotti agricoli, il crescente allarme per il cambiamento climatico, ma soprattutto le carestie di intere popolazioni, è divenuto un tema da affrontare e risolvere anche per questioni di natura etica e morale.
È evidente che una perdita alimentare lunga la catena è fisiologica ma i dati che tra poco presenterò denotano che c’è molto su cui lavorare come, ad esempio una migliore gestione aziendale o una migliore educazione del consumatore.

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A proposito di educazione dei consumatori riporto qui i dati ufficiali aggiornati al 2019 di uno dei più grandi problemi legati in gran parte alla cattiva ed eccessiva alimentazione e cioè l’obesità. I dati ci dicono che nel mondo il 13% delle persone è obesa, cioè oltre 650 milioni sopra i 18 anni, pari al 13% della popolazione del Pianeta. Si stima che ogni 2 persone obese o sovrappeso ve ne sia una che soffre di malnutrizione. In Italia il dato scende a poco più del 10%.
È evidente che lo spreco alimentare è un inaccettabile paradosso del nostro tempo: infatti se da un lato vi è la necessità nei prossimi anni di incrementare la produzione alimentate del 60-70% per nutrire una popolazione sempre crescente, dall’altro sprechiamo oltre un terzo del cibo prodotto, molti si nutrono in maniera errata ed eccessiva e troppi sono denutriti o muoiono di fame.
Alcune stime ci dicono, tra l’altro, che l’obesità impatti sul sistema economico mondiale per 2 trilioni di dollari (2,8% del PIL mondiale). In Italia solo per le patologie cardiovascolari i costi stimati ammontano a oltre 15 miliardi di euro e per la cura del cancro a poco meno di 7 miliardi.
Inoltre lo spreco alimentare è ancora più illogico in quanto contribuisce, in maniera determinante, all’aumento della produzione di rifiuti, plastiche e crisi ambientali.
Come se non bastasse connessi agli sprechi alimentari ci sono sia gli sprechi “diretti” della filiera, quelli dovuti cioè al mantenimento dell’industria alimentare e della grande distribuzione organizzata e gli sprechi “indiretti”, cioè quelli legati all’uso dei fertilizzanti, di insetticidi, pesticidi, energia, acqua, ecc..

È evidente come lo spreco alimentare ha conseguenze non solo etiche, economiche, sociali ma anche sanitarie e ambientali, dal momento che le enormi quantità di cibo non consumato contribuiscono fortemente al riscaldamento globale e alle carenze idriche. Pensate che per ogni kg di cibo si emettono in media 4,5 kg di CO2: ne consegue che le 89 milioni di tonnellate di cibo sprecate in Europa producono 170 milioni di tonnellate di CO2eq l’anno.
Alle emissioni di gas a effetto serra dobbiamo poi aggiungere le enormi quantità d’acqua che sono necessarie a produrre il cibo. Qui bisogna fare, inoltre un dovuto chiarimento in quanto ci sono cibi più ecosostenibili e cibi molto meno.
In particolare è la produzione di carne quella che necessita di una quantità di acqua maggiore rispetto ad altre produzioni vegetali. Per ottenere un chilo di mele sono necessari 820 litri, per un chilo di mais 1.220 litri di acqua, per un chilo di riso 2.500 litri, per un chilo di pollo 4.300 litri, per un chilo di maiale 5.990 litri e per un chilo manzo ben 15.500 litri di acqua.
Inoltre nel caso della carne, oltre al consumo diretto d’acqua per dissetare gli animali, bisogna considerare la quanta di acqua necessaria per far crescere gli alimenti di cui si nutrono gli animali, cioè soia, foraggio e cereali. A questa bisogna poi aggiungere l’ acqua che viene utilizzata per lo smaltimento dell’enorme quantità di deiezioni prodotte, ed infine quella che viene sprecata perché inquinata dai fertilizzanti e pesticidi impiegati.
Stiamo così mettendo a rischio l’intero pianeta e le nostre vite, infatti, come detto, non è soltanto il modo in cui consumiamo il cibo ma anche quello in cui lo produciamo. Il settore agricolo contribuisce per quasi 1/3 alle emissioni di gas serra, ponendo delle problematiche anche sul futuro. Secondo i dati ufficiali il cibo è l’attività dell’uomo che contribuisce di più al cambiamento climatico (31%), superando il riscaldamento degli edifici (23,6%) e i mezzi di trasporto (18,5%).
Tale questione ha portato la FAO a stimare che, se non invertiamo e modifichiamo il sistema, il fabbisogno alimentare previsto per il 2050 richiederebbe un aumento nella produzione agricola del 70%. Eppure, si potrebbero coprire i 3/5 di tale aumento necessario nella produzione alimentare semplicemente smettendo di sprecare cibo! Ad oggi infatti, le perdite post-raccolto ammontano al 14% della produzione agricola totale, mentre un altro 15% è perso in fase di distribuzione e sotto forma di rifiuti domestici.
Inoltre per risparmiare la limitata ma indispensabile risorsa acqua, è fondamentale diminuire i consumi di alimenti animali, privilegiando il consumo diretto di vegetali (cereali, legumi, verdura, frutta): come singola azione da compiere è la più potente in assoluto e, soprattutto promuovere le filiere corte, la stagionalità dei prodotti agricoli, eliminando, ove possibile le produzioni in serra che contribuiscono notevolmente alle emissioni di gas a effetto serra e promuovendo a livello planetario modelli agro ecologici e di Sovranità Alimentare.

Guido Bissanti

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