Rupicapra rupicapra

Rupicapra rupicapra

Il Camoscio alpino (Rupicapra rupicapra, Linnaeus 1758) è un mammifero appartenente alla famiglia dei Bovidae.

Sistematica –
Dal ounto di vista sistematico appartiene al Dominio Eukaryota, Regno Animalia, Sottoregno Eumetazoa, Superphylum Deuterostomia, Phylum Chordata, Subphylum Vertebrata, Infraphylum Gnathostomata, Superclasse Tetrapoda, Classe Mammalia, Sottoclasse Theria, Infraclasse Eutheria, Superordine Laurasiatheria, Ordine Artiodactyla, Sottordine Ruminantia, Infraordine Pecora, Famiglia Bovidae, Sottofamiglia Caprinae e quindi al Genere Rupicapra ed alla Specie R. rupicapra.
Di questa specie esistono alcune sottospecie, anche se la validità tassonomica di queste sottospecie è oggetto di discussione:
– Rupicapra rupicapra rupicapra (Linneo, 1758), diffusa sull’arco alpino;
– Rupicapra rupicapra cartusiana, presente sulle Prealpi della Chartreuse;
– Rupicapra rupicapra tatrica, presente sui Monti Tatra;
– Rupicapra rupicapra carpatica, diffuso sui Carpazi;
– Rupicapra rupicapra balcanica, diffuso nella Penisola balcanica;
– Rupicapra rupicapra caucasica, diffuso nell’altipiano del Caucaso;
– Rupicapra rupicapra asiatica, diffuso in Asia Minore.

Distribuzione Geografica ed Habitat –
Del Camoscio alpino, in Europa, sono presenti due specie, che sono: Rupicapra rupicapra e Rupicapra pyrenaica.
Il Camoscio alpino è presente su tutti i più elevati gruppi montuosi dell’Europa meridionale e dell’Asia Minore.
Il suo areale di diffusione si estende alle Alpi francesi, Alpi italiane, Alpi svizzere, Alpi austriache, Alpi bavaresi, Liechtenstein, Catena del Giura, Slovenia e Balcani. Inoltre a seguito di reintroduzioni, è presente nella Foresta Nera, nei Vosgi e dal 1978 anche nel Cantal del Massiccio centrale francese. A nord raggiunge gli Alti Tatra ed agli inizi del Novecento è stato introdotto in Nuova Zelanda.
In Italia questa specie è diffusa sui pendii montani delle Alpi, con la maggiore presenza di individui nelle province di Trento, Bolzano e Verona (Prealpi Veronesi) ed in Piemonte, nei cui territori risulta al momento concentrato il 62% dei camosci alpini italiani.
Il limite meridionale del Camoscio alpino in Italia è rappresentato dalla Provincia di Imperia e vi è una presenza di camosci anche nella contigua Provincia di Savona nella zona dal Monte Galero, oggi nuovo limite meridionale della distribuzione, anche se la presenza è dimostrata solo in modo stagionale e il numero di soggetti presenti è ancora troppo basso per sopportare un eventuale evento avverso. Dal 1994 si è insediato nel Carso triestino un piccolo gruppo di camosci probabilmente a seguito di una immissione illegale.

Descrizione –
Rupicapra rupicapra è una specie ungulata che, per forme e dimensioni corporee e per la sua agilità, è assai più prossimo alle antilopi e alle saighe che non agli altri Bovidi che oggi condividono con lui l’ambiente alpino, quali: Stambecco (Capra ibex), Muflone (Ovis musimon) e la Capra selvatica (Capra aegagrus).
Questa specie si riconosce per avere una lunghezza tra testa e corpo di 110-135 cm, con un’altezza al garrese di 70-80 cm, una coda di 9-15 cm, un’altezza media delle corna di 22-30 cm ed un peso oscillante tra 25 e 45 kg.
Gli zoccoli consentono all’animale di muoversi con sicurezza anche su pendenze molto accentuate.
Il mantello durante il corso dell’anno subisce notevoli variazioni cromatiche coincidenti con le mute primaverili e autunnali.
Si ha così un manto estivo che è di un colore fulvo sbiadito ad eccezione delle zampe ed una striscia di peli lungo la colonna vertebrale che conservano una tonalità grigio scura. Il mantello invernale è invece quasi del tutto nero.
Inoltre questo animale, vivendo ad altitudini molto elevate, ove l’aria è carente di ossigeno, presenta un apparato respiratorio caratterizzato da polmoni sensibilmente sviluppati.
Il camoscio possiede ghiandole interdigitali, prepuziali e sovraoccipitali, le cui secrezioni sono probabilmente utilizzate nella comunicazione intraspecifica.
Le ghiandole sovraoccipitali (delle dimensioni di una noce), presenti in entrambi i sessi, sono particolarmente sviluppate nei maschi durante il periodo riproduttivo (iniziano a crescere da settembre): la loro secrezione viene usata per marcare il territorio, quando l’animale sfrega la testa e le corna contro arbusti e rocce.
Sembra che la sostanza fortemente odorosa rilasciata da queste ghiandole abbia anche la funzione di stimolare nelle femmine la predisposizione all’accoppiamento. Per tale motivo esse sono anche chiamate “ghiandole della fregola”.
Il camoscio è dotato di una buona capacità olfattiva, ma anche di una buona vista proprio in relazione al suo biotopo, in gran parte aperto, che può determinare a volte una informazione olfattiva non molto affidabile, ad esempio a causa della variazione dei venti.

Biologia –
Il Camoscio alpino è un mammifero la cui maturità sessuale del maschio viene aggiunta a 18 mesi mentre quella sociale verso i 2-3 anni. La fase riproduttiva avviene una sola volta all’anno. Il periodo riproduttivo si ha tra i mesi di novembre e dicembre.
L’estro della femmina dura dalle 36 alle 72 ore e, se essa non è stata fecondata, si ripete dopo circa tre settimane.
Il periodo dell’estro si verifica una sola volta all’anno e modifica in modo rilevante il comportamento dell’animale. I camosci tendono ad essere più gregari e si possono osservare, in questa fase, branchi di 40-50 individui, che si raggruppano nelle aree dei pascoli alpini su versanti scoscesi.
Alla fine di dicembre, con il termine del calore, gli animali si separano progressivamente e riprendono le loro attività abituali.
L’accoppiamento si ha successivamente alla lotta tra maschi per la contesa della femmina (contesa che raramente porta alla morte di uno dei contendenti).
Il periodo di gestazione della femmina ha una durata variabile tra 160 e 180gg e si conclude nei mesi di maggio-giugno.
La femmina, circa un mese prima del parto, si allontana dal branco e, in un ambiente molto riparato mette alla luce un solo cucciolo che viene allattato fino all’autunno anche se questi, in agosto, ha già imparato a scegliere le erbe migliori.
Il piccolo rimane con la madre per tutto il primo anno di vita, fino al momento del parto successivo quando viene allontanato. Nel caso in cui invece la femmina non sia gravida, può capitare che questo legame si prolunghi di un anno. A tal fine, è consuetudine venatoria vietare l’abbattimento della femmina, se seguita dal piccolo dell’anno, dato che un abbattimento in periodo venatorio (soprattutto se nel primo mese) può portare al deperimento del capretto se non alla morte per predazione o fame.
I camosci possono raggiungere in teoria i 25 anni di età, ma in realtà pochi superano i 15-16 anni.
Dai 10 anni inizia la fase di “vecchiaia”, il loro peso diminuirà costantemente fino alla loro morte. Il pelo perde il proprio colore diventando man mano sempre più grigiastro.
Da questa età in avanti inizia ad aumentare il tasso di mortalità, che cresce ulteriormente superati i 14-15 anni. Il fattore che più incide in tale crescita è l’usura dei denti: essa condiziona talmente la capacità di procurarsi il cibo che pochissimi individui sono in grado di superare i 21-22 anni.
É importante osservare che, analogamente agli esseri umani, le femmine hanno una aspettativa di vita più elevata.
I capretti (gli individui al di sotto di un anno di età) hanno un’aspettativa di vita del 50-70% in inverno e del 90% circa in estate.

Ruolo Ecologico –
I resti della presenza del Camoscio alpino sono stati ritrovati sui Pirenei e risalgono ad un periodo oscillante tra 250 000 e 150 000 anni fa (Glaciazione di Riss).
La sua massima diffusione si ebbe comunque tra gli 80 000 e i 12 000 anni fa (Glaciazione di Würm): in quest’epoca, spinto dall’incalzare dei ghiacciai, il camoscio si distribuì in quasi tutta l’Europa centrale e in parte di quella centromeridionale.
A seguito poi delle successive mutazioni climatiche ed ambientali questa specie fu privata, almeno per le quote più alte, dell’habitat idoneo alla sua sopravvivenza; fu così che il suo areale si ridusse e frammentò e incominciarono così a differenziarsi le diverse sottospecie.
Il Camoscio alpino è alquanto simile al camoscio dei Pirenei (Rupicapra pyrenaica) e al camoscio appenninico (Ssp. Rupicapra pyrenaica ornata), endemico dell’Appennino centrale e considerato a sua volta, una sottospecie del camoscio dei Pirenei.
L’habitat del Camoscio è quello delle zone al di sopra del limite superiore della vegetazione arborea, per buona parte rocciose, oppure foreste di latifoglie e Conifere, soprattutto in inverno, spingendosi anche a quote di soli 500 m s.l.m.
Dal punto di vista sociale è un animale gregario, con branchi molto aperti formati da femmine con i loro cuccioli e da sub-adulti di entrambi i sessi.
È inoltre un animale tipicamente diurno e la sua dieta è essenzialmente vegetale comportandosi come brucatore ed essendo in grado di consumare anche foraggi molto grossolani (super-ruminante).
Il camoscio presenta lo stomaco diviso in quattro cavità: rumine, reticolo, omaso ed abomaso.
Per quanto riguarda la posizione, tra i ruminanti, rispetto al tipo di alimentazione, fra gli Ungulati Ruminanti esiste una classificazione in base al tipo di alimenti selezionati che si suddivide in tre categorie:
– brucatori o selettori di alimenti concentrati;
– pascolatori o consumatori di foraggio grezzo;
– erbivori di tipo intermedio.
I primi (alce, capriolo) sono tipici utilizzatori di alimenti ricchi di principi nutritivi e basso contenuto in fibra (germogli, gemme, ecc.), presentano grandi ghiandole salivari, fegato molto sviluppato, piccolo rumine, corto intestino, cieco voluminoso; il loro regime alimentare prevede numerosi periodi di attività e di breve durata, mentre la digestione è piuttosto rapida.
I secondi (pecora, bovini, muflone) sono invece forti consumatori di foraggio grezzo, anche con alto tenore in fibra, hanno un’anatomia digestiva opposta ai precedenti e spendono il loro tempo dedicato all’alimentazione frazionandolo in un minor numero di periodi di attività di più lunga durata, fra i quali dedicano altrettante lunghe pause per la ruminazione.
Il camoscio, di fatto, occupa una posizione intermedia, con una tendenza verso la categoria dei selettori, per la scelta che compie sia delle specie vegetali, sia della parte della pianta da consumare. Per questo motivo viene definito “opportunista” in quanto, pur non appartenendo né all’una né all’altra categoria, è in grado di variare la sua dieta per quantità e qualità in rapporto alle influenze stagionali.
Da dicembre a marzo l’alimentazione è costituita in prevalenza (dal 56 al 93%) da erbe secche che si procura scavando con gli zoccoli nella neve, da licheni, aghi e germogli di resinose (come abete bianco, pino cembro, pino mugo).
Nel periodo primaverile, che va da aprile a maggio, il Camoscio predilige germogli, erbe fresche e infiorescenze. Le specie selezionate appartengono soprattutto alla famiglia delle graminacee (Agrostis rupestris, Festuca sp., Poa alpina, Poa laxa, Poa pratensis), e al gruppo delle Dicotiledoni erbacee (Bromus erectus, Colchicum autunnale, Plantago alpina, Trifolium alpinum, Trisetum flavescens).
In estate, da giugno a settembre inoltrato, con il periodo di maggiore abbondanza vegetale gli animali hanno la possibilità di selezionare minuziosamente le essenze preferite, così compaiono nella dieta del camoscio le piante erbacee (Lotus corniculatus, Medicago sativa, Trifolium alpinum) e i giovani germogli degli arbusti (Juniperus sp. e Rhododendron sp).
La quantità di vegetali ingerita può essere notevole tenuto conto che il contenuto ruminale di un grande maschio può pesare anche più di 10 kg.
In autunno, mesi di ottobre-novembre, si assiste al progressivo ritorno all’alimentazione invernale, con una dieta costituita per il 50-60% dalle graminacee tardive (Festuca sp., Poa sp.), per circa il 20% da altri tipi di piante erbacee e per il restante 20-30% da arbusti come Juniperus sp., Rhododendron sp. e Vaccinium myrtillus. Ad ottobre inoltrato i depositi di grasso, accumulati da giugno, raggiungono i massimi livelli: serviranno come riserva energetica durante il periodo degli amori e per supplire alle carenze alimentari della stagione fredda.
Il fabbisogno idrico viene soddisfatto con l’acqua presente nei vegetali ingeriti o depositata su di essi sotto forma di rugiada. I sali minerali (sodio, calcio, fosforo e magnesio) vengono invece integrati leccando le rocce e le muffe.
I camosci si alimentano in vari periodi della giornata con maggiore intensità all’alba e al tramonto con un prolungamento anche nelle ore notturne nel periodo estivo.
Dal punto di vista sociale, il camoscio viene descritto come un animale “gregario” e il comportamento sociale sembra essere legato alla esistenza di gerarchie all’interno dei gruppi.
In realtà questa definizione risulta essere valida soprattutto per le femmine. Queste ultime, infatti, vivono per la maggior parte dell’anno in gruppi di dimensioni mutevoli, regolati da diversi fattori: disponibilità alimentare, condizioni morfo-climatiche del territorio, struttura e densità della popolazione, comportamenti riproduttivi. Questi gruppi, oltre che dalle femmine, sono formati dai capretti e, talvolta, anche da qualche giovane di 2-3 anni.
Il tratto più evidente dell’organizzazione sociale dei camosci è la segregazione sessuale. Infatti, durante la maggior parte dell’anno, ad eccezione del periodo riproduttivo, gli adulti dei due sessi vivono, anche geograficamente, separati e questa tendenza si rafforza con l’età. I maschi sub-adulti (3-5 anni) tendono a vivere isolati o aggregati in piccoli gruppetti (2 o 3 individui), sono molto mobili sul territorio e compiono spostamenti altitudinali di una certa importanza. I maschi adulti tendono ad essere solitari e, durante l’anno, frequentano aree di 300-500 ha, solitamente a quote inferiori rispetto alle femmine.
In autunno, con l’avvicinarsi del periodo degli accoppiamenti, i maschi di camoscio si avvicinano ai branchi delle femmine, scese a quote più basse.
Durante questo periodo, per poche settimane, marcano e difendono un proprio territorio di pochi ettari all’interno del quale tentano di trattenere le femmine mediante rituali di corteggiamento.
Il camoscio marca il proprio territorio fregando le corna contro gli arbusti, i ciuffi d’erba e le rocce in modo da depositare la sostanza odorosa prodotta dalle ghiandole ”della fregola”, situate proprio dietro il trofeo; allontana qualunque altro maschio adottando comportamenti di minaccia diretta e indiretta.
Quando un maschio maturo incontra un altro camoscio assume il caratteristico atteggiamento di “imposizione”: il collo e la testa sono portati eretti, il pelo e la “barba dorsale” vengono drizzati, i movimenti sono solenni e, a tratti, viene scrollata la muscolatura.
Questo comportamento intimidatorio è di solito sufficiente ad allontanare un animale ancora giovane, ma se l’avversario ha un “grado gerarchico” simile si può assistere a lunghi inseguimenti a velocità sostenuta che possono anche terminare con un contatto violento tra i due animali.

Guido Bissanti

Fonti
– Wikipedia, l’enciclopedia libera.
– Gordon Corbet, Denys Ovenden, 2012. Guida dei mammiferi d’Europa. Franco Muzzio Editore.
– John Woodward, Kim Dennis-Bryan, 2018. La grande enciclopedia degli animali. Gribaudo Editore.




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