Abrus precatorius

Abrus precatorius

L’abro (Abrus precatorius L.) è una specie arbustiva appartenente alla famiglia delle Fabacee.

Sistematica –
Dal punto di vista sistematico appartiene al Dominio Eukaryota, Regno Plantae, Divisione Magnoliophyta, Classe Magnoliopsida, Ordine Fabales, Famiglia Fabaceae, Sottofamiglia Faboideae, Tribù Abreae e quindi al Genere Abrus ed alla Specie A. precatorius.

Etimologia –
Il termine Abrus proviene dal greco ἀβρός abrόs grazioso, delicato: in riferimento al fogliame.
L’epiteto specifico precatorius viene dal latino e significa “orante” o “colui che prega”, riferendosi all’uso dei semi della specie come granelli di preghiera.

Distribuzione Geografica ed Habitat –
L’Abrus precatorius è una pianta originaria di un’area compresa tra l’Indonesia, l’Australia e l’Asia orientale ma che cresce in maniera diffusa nelle aree tropicali e subtropicali dove tende ad avere carattere invasivo.

Descrizione –
L’abro è una pianta in forma di arbusto rampicante che può crescere fino a 3-6 metri e che tende ad intrecciarsi su altre piante.
Le foglie sono alternate, composte, simili a piume, con piccoli volantini oblunghi.
I fiori sono numerosi e compaiono negli assi delle foglie lungo gli steli; sono piccoli, raggruppati in grappoli lunghi 2,5 – 7,5 cm, di solito di colore da rosso a viola o occasionalmente bianchi.
Il frutto è un legume lungo circa 3 cm contenente semi ovoidi duri e lunghi circa 1 cm.
I semi contengono una sostanza molto tossica (l’abrina, 75 mg/100g di seme), composta in realtà da quattro isotossine (abrina a, b, c e d).

Coltivazione –
L’Abrus precatorius è una pianta coltivata in molte parti del mondo ma che tende facilmente ad essere invasiva e poi di difficile controllo. Cresce soprattutto in climi tropicali e subtropicali e con andamenti termo pluviometrici tipici di queste zone.
L’Abrus precatorius è una pianta altamente invasiva nelle regioni temperate calde e tropicali.
Quetsa pianta, infatti, ampiamente introdotta dall’uomo, dopo di che i semi erano stati diffusi per opera degli uccelli. Alla fine del ventesimo secolo, era stata dichiarata come infestante ed invasiva in molte regioni, tra cui alcune del Belize, Isole dei Caraibi, Hawaii, Polinesia e parti degli Stati Uniti continentali.
Infatti una volta che le piante di Abrus precatorius hanno raggiunto la maturità, in condizioni favorevoli le loro radici profonde sono estremamente difficili da rimuovere e la crescita aggressiva delle piante, causata anche dalla diffusione dei semi, rende estremamente difficile la sua eliminazione ed ovviamente l’uso di erbicidi come il glifosato, anche se efficaci, sono un male peggiore del rimedio.

Usi e Tradizioni –
Le foglie e le radici di questa pianta sono utilizzate in Sudafrica per curare la tubercolosi, la bronchite, la pertosse, i disturbi al torace e l’asma.
Le foglie sono anche usate come tè dai guaritori tradizionali della Tanzania per curare l’epilessia. Nello Zimbabwe, la pianta viene comunemente usata contro la schistosomiasi.
In Nigeria i semi di questa pianta vengono usati per curare la diarrea.
Tuttavia, soprattutto i semi dell’Abrus precatorius, sono altamente tossici.
I semi di Abrus sono gli agenti con cui la casta indiana Chamàr avvelena il bestiame allo scopo di proteggere le sue pelli.
A tale fine si usano piccoli spuntoni, chiamati sui (aghi) o sutari (punteruoli), che vengono preparati immergendo il punteruolo in una sottile pasta di semi imbevuti d’acqua e frantumati, e quindi asciugando l’arma al sole; successivamente questo viene oliato e affilato sulla pietra, apposto in un manico e quindi usato per forare la pelle dell’animale.
Per la sua velenosità questa pianta è infatti stata segnalata come una delle piante più pericolose del mondo, dopo la pianta di olio di ricino (Ricinus communis L.) (Euphorbiaceae) e la Dafne laurella (Daphne laureola L.).
La tossicità della pianta, come detto, è dovuta alla presenza dell’abrina, che è una lectina, contenuta soprattutto nei semi che se ingeriti o masticati, possono causare una morte quasi immediata.
L’abrina è infatti uno dei veleni più letali conosciuti, che provoca vomito grave, febbre alta, salivazione, livelli molto elevati di tensione nervosa, insufficienza epatica, insufficienza vescicale, sanguinamento dagli occhi e convulsioni.
L’abrina è una sostanza molto simile alla ricina che si trova nei semi di ricino. È una lectina composta da due catene polipeptidiche (A e B) collegate da un ponte disolfuro.
L’avvelenamento per ingestione da Abrus precatorius non è suffragato dall’analisi tossicologica, mentre potrebbe essere utile la cromatografia su strato sottile che utilizza l’estratto di semi e il siero del paziente.
La decontaminazione (mediante lavanda gastrica) è stata suggerita come la principale modalità di trattamento da avvelenamento da abrus poiché non è ancora disponibile un antidoto. Tuttavia, poiché la causa della morte nella maggior parte dei casi segnalati sembra essere l’insufficienza renale, l’emodialisi è la terapia più indicata.
L’ Abrus precatorius, chiamato kundu mani in Tamil, Guruvinda ginja in Telugu e “Kunni kuru” in Malayalam, è stato usato nella medicina del Siddha per secoli. La varietà bianca viene utilizzata per preparare l’olio che si dice sia afrodisiaco.
Dalle sue foglie viene ricavato anche un tè, usato per sindromi febbrili, tosse e raffreddore.
La velenosità dei semi era conosciuta dai Siddhar (individuo che ha raggiunto la perfezione nella spiritualità locale) ed infatti suggerivano vari metodi per togliere il veleno, che vengono chiamati “suththi seythal” o purificazione.
Tale operazione viene eseguita bollendo i semi nel latte e quindi asciugandoli. In questo modo la proteina, sottoposta a temperature elevate, viene denaturata e la tossicità rimossa.
In India le radici di questa pianta sono usate come sostituti della liquirizia, sebbene siano in qualche modo amare. In Giava le radici sono considerate demulcenti. Le foglie, se mescolate al miele , vengono applicati ai gonfiori e in Giamaica vengono utilizzati come sostituti del tè. Sotto il nome di “Jequirity” i semi sono stati recentemente impiegati in casi di oftalmia, un uso di antica tradizione sia in India che in Brasile.
La pianta è, inoltre, usata nell’Ayurveda e si dice che promuova la crescita dei capelli. A volte è usata come ingrediente nei prodotti per capelli indiani.
Recenti studi, effettuati sui roditori, sugli estratti etanolici dell’Abrus precatorius porterebbero ad evidenziare possibili effetti potenziale come antiossidanti, antinfiammatori e analgesici.
Altri studi sugli estratti acquosi, metanolici e cloroformici di Abrus precatorius hanno mostrato una maggiore attività inibitoria contro un numero di batteri patogeni come Bacillus subtilis, Pseudomonas aeruginosa, Staphylococcus aureus, Salmonella typhimurium ed Escherichia coli.
L’abro riveste anche un valore economico per gli zulù tradizionali, in quanto fornisce reddito a queste popolazioni che producono e vendono oggetti artigianali ricavati dai semi di questa pianta.
A Trinidad, nelle Indie Occidentali, con i semi dai colori vivaci si realizzano bracciali da indossare intorno al polso o alla caviglia per scongiurare spiriti maligni e “mal-yeux” (malocchio). I tamil usano semi di Abrus di diversi colori. La varietà rossa con occhio nero è la più comune, ma ci sono anche varietà nere, bianche e verdi.
Sebbene siano talvolta utilizzati come perle per collane o per costituire strumenti musicali a percussione, ciò è poco raccomandabile a causa dell’elevata tossicità.
Questa pianta è anche velenosa per i cavalli.
Inoltre i semi di Abrus precatorius hanno un peso costante e, in tempi passati, gli indiani li adoperavano per pesare l’oro usando una misura chiamata Ratti, dove 8 Ratti = 1 Masha; 12 Masha = 1 Tola (11,6 grammi).

Modalità di Preparazione –
Pur se le tradizioni di vari popoli hanno visto l’uso di questa pianta per varie finalità l’utilizzo diretto di parti di questa pianta è altamente sconsigliato. Interessanti possono essere invece i suoi utilizzi per l’estrazione di sostanze potenzialmente utili per la farmacologia.

Guido Bissanti

Fonti
– Acta Plantarum – Flora delle Regioni italiane.
– Wikipedia, l’enciclopedia libera.
– Treben M., 2000. La Salute dalla Farmacia del Signore, Consigli ed esperienze con le erbe medicinali, Ennsthaler Editore
– Pignatti S., 1982. Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
– Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (a cura di), 2005. An annotated checklist of the Italian vascular flora, Palombi Editore.

Attenzione: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi alimurgici sono indicati a mero scopo informativo, non rappresentano in alcun modo prescrizione di tipo medico; si declina pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.

Acquisto suggerito



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *