Parco nazionale dello Stelvio

Parco nazionale dello Stelvio

Il Parco nazionale dello Stelvio (Nationalpark Stilfser Joch), fu istituito nel 1935, con un’apposita legge dello Stato che pose sotto tutela 96.000 ettari. Nel 1977 il parco fu ampliato fino a raggiungere l’attuale estensione. Questo parco, che è uno dei più antichi parchi naturali italiani, è stato istituito con l’obiettivo di tutelare flora, fauna ed integrità del paesaggio del gruppo montuoso Ortles-Cevedale, e di promuovere lo sviluppo di un turismo sostenibile nelle vallate alpine della Lombardia, del Trentino e dell’Alto Adige.
Il Parco Nazionale dello Stelvio è il più grande dei parchi storici italiani, tuttora il più esteso dell’Arco Alpino e occupa gran parte del territorio dell’alta Valtellina. Il vasto territorio protetto copre una superficie di 134.620 ettari, toccando tre regioni: Lombardia, Trentino, Alto Adige e confina a nord con il Parco Nazionale Svizzero e a sud con il Parco Regionale dell’Adamello.
All’inizio il Parco Nazionale dello Stelvio fu affidato alla gestione dell’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali e al Corpo Forestale dello Stato. Dal 1995, per circa un ventennio, è stato amministrato da un consorzio tra lo Stato, la Regione Lombardia e le due province autonome di Trento e di Bolzano. Successivamente con l’entrata in vigore del decreto legislativo 13 gennaio 2016, n. 14, il consorzio è stato soppresso e le funzioni amministrative, per il territorio di rispettiva competenza, sono state attribuite alle Province Autonome di Trento e di Bolzano e alla Regione Lombardia, che gestisce l’area lombarda tramite l’Ersaf/Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste.
Per circa tre quarti il suo territorio è al di sopra dei 2000 metri e raggiunge un massimo di 3.905 m sulla cima dell’Ortles.

 

Il parco, per via delle sue quote elevate, è caratterizzato da un susseguirsi di cime impervie e di vastissime superfici glaciali. Il gruppo dell’Ortles-Cevedale, sul confine tra Lombardia e Trentino-Alto Adige, ne costituisce il cuore geografico.
Dal punto di vista vegetazionale, le aree di fondovalle sono caratterizzate dalla presenza di prati mentre i versanti sono dominati da boschi di conifere; più in quota si raggiunge la prateria alpina che, con l’aumento dell’altitudine si fa sempre più discontinua per cedere il passo a quelle specie che crescono, come esemplari isolati, anche a quote elevatissime, dove, nonostante le condizioni climatiche avverse, molte piante riescono a sopravvivere anche oltre i 3.000 m di quota. All’interno del Parco troviamo inoltre ambienti particolari come le torbiere: queste sono zone umide caratterizzate da una flora altamente specializzata come la Drosera rotundifolia e la Pinguicula alpina, piccole piante carnivore, che sopperiscono alla carenza di azoto del terreno catturando piccoli insetti, o la rara Paludella squarrosa, una briofita a distribuzione circumpolare-artica, presente in poche stazione delle Alpi fra la Lombardia e il Trentino-Alto Adige.
Interessantissima è la fauna che conta, solo tra i vertebrati, oltre 260 specie. Nella grande ricchezza faunistica del Parco è rilevante la presenza di grandi rapaci (aquila reale e gipeto), le ricche popolazioni di ungulati (soprattutto cervo e stambecco) e la presenza di molte specie tipiche degli habitat montani (galliformi alpini, marmotta, lepre bianca, ermellino, ecc.). a questi va ad aggiungersi le innumerevoli specie di invertebrati che vivono anch’essi, talora, in condizioni estreme.
Ma il Parco nazionale dello Stelvio è anche ricco di storia. Ricordiamo che durante la Prima Guerra Mondiale qui correva l’estremo occidentale del fronte di combattimento. Di quei tragici fatti – lotta più di sopravvivenza alle difficilissime condizioni ambientali che contro gli uomini – resistono ancora oggi molte tracce, soprattutto in Valle del Braulio e al Passo dello Stelvio, nella Valle dei Forni e nella Valle di Gavia. Strade e mulattiere militari, trincee e villaggi militari costituiscono ancora oggi una testimonianza degli eventi della “Guerra Bianca”.

Guido Bissanti




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