Modelli agricoli e modelli sociali

Modelli agricoli e modelli sociali

Che rapporto c’è tra l’agricoltura moderna, per intenderci quella intensiva, specializzata, spesso monoculturale ed il degrado degli ecosistemi ecologici e degli ecosistemi umani? Bella domanda.
Eppure il legame è molto più semplice di quello che si pensi; solo che siamo talmente impregnati di aspetti di mercato e di vendita dei nostri prodotti agricoli (e di tutte le politiche che ruotano attorno a questi concetti) che non ci fermiamo più a riflettere su quanto le nostre organizzazioni produttive aziendali incidano su questi due fattori. Ma andiamo per ordine. Quando decidiamo di specializzare la nostra produzione aziendale, seguendo i falsi principi dell’inseguimento di mercato, cambiamo già il rapporto ed il legame tra la produzione (la nostra azienda agricola) ed i consumatori. Un azienda agricola che produce, per es., dieci ettari di frumento non può avere come consumatori finali singoli consumatori in quanto questo la obbligherebbe ad una chiusura di filiera (il mulino) e ad una organizzazione di mercato molto complessa e molto debole da un punto di vista commerciale.

 

Questa azienda è “costretta” ad avere come acquirente non più il singolo consumatore ma un’organizzazione commerciale che, per sua stessa struttura, diventa dominante rispetto a questa, imponendo (per la legge economica della domanda ed offerta) e determinando cartelli commerciali. Allo stesso tempo le aziende specializzate perdono il loro rapporto col territorio circostante, provocando su questo, dinamiche sociali che tendono a far concentrare le popolazioni verso i grandi centri di servizi (fra cui quelli alimentari) a discapito dei piccoli centri non più capaci di dare servizi, anche di natura alimentare. Alle dinamiche sociali (svuotamento dei piccoli centri e sempre più maggiore pressione delle grandi città) si abbinano quelle di natura ecologica. Un’azienda specializzata interrompe tutte le biocenosi ecologiche, gli equilibri eco sistemici, “costringendo” da un lato gran parte degli organismi animali e vegetali e dei microorganismi a tentare di “compensare” questo squilibrio ecologico cosi ché l’agricoltore, in presenza di quaesta nuova dinamica è costretto all’uso della chimica (diserbanti, insetticidi, ecc.) per “riequilibrare il suo concetto produttivo; un circolo vizioso da cui non si esce più e che determina una erosione genetica (biodiversità) e biochimica (desertificazione) inarrestabile.
A questo punto pensiamo di invertire questa assurda logica (come già in atto fanno alcune aziende in tutta Italia). Biodiversifichiamo la nostra azienda introducendo una serie di produzioni, di consociazioni e rotazioni che da un lato riequilibrano l’agroecosistema e dall’altro (oltre alla migliore economia del costo del lavoro, che si può dimostrare con bilanci alla mano) pongono l’azienda, con la sua offerta di prodotti più frazionata, più dilazionata nel tempo e più biodiversificata, una interfaccia di offerta che non può avere i grandi commercianti o la GDO come interlocutori ma solo e direttamente i singoli consumatori. In questa logica accadono due cose consequenziali: da un lato l’azienda è “costretta” ad entrare in contatto diretto col territorio che inizia a vivere un rapporto diretto di socialità e dei servizi che vengono a generarsi con questo nuovo modello produttivo; dall’altro l’agroecosistema recupera gran parte delle biocenosi, dei rapporti di mutualità tra microorganismi, e delle dinamiche ecologiche richiedendo un sempre minor numero di “correttivi (diserbanti, insetticidi, ecc.). C’è di più i sistemi produttivi diversificati sono quelli a rendimento energetico più efficiente perché accorciano i sistemi sociali (rapporto tra fornitore di servizi, di cui uno è la produzione agricola, e fruitore degli stessi). Per passare ovviamente dal modello “cosiddetto industriale” a quello di seconda generazione ci vorranno molti anni, politiche rurali dedicate e, soprattutto, la capacità di uscire dalla grande bugia che ci ha visti e ci vede ancora prigionieri e succubi di una grande bugia mediatica che ha costruito un modello sociale (perché l’agricoltura determina modelli sociali) dipendente dall’industria e non dalla Natura. Alla fine vincerà la Natura ma non sappiamo ancora quanto sia il prezzo che dobbiamo pagare.

Guido Bissanti




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