I Piccoli Agricoltori sfameranno il Mondo

I Piccoli Agricoltori sfameranno il Mondo

Ormai è evidente che un modello di comprendere il nostro mondo sta cadendo pezzo dopo pezzo; illusione dopo illusione. Inganno dopo inganno.
Quella Green revolution, avviata con il Trattato di Roma del 1960, che avrebbe dovuto nutrire il pianeta con sistemi industriali, tecnologie, OGM e così via, non funziona.
I dai sono oramai sotto gli occhi di tutti ma i Governi parlano ancora di PIL, di ripresa e di tutta una serie di notizie da “Regime” che, ogni giorno che passa, convincono sempre meno; e questa è già una buona notizia: stiamo assumendo gli anticorpi contro l’informazione pilotata.
Il bollettino di guerra che invece si cerca di tenere sotto la cenere parla di suoli sempre più aridi, di varietà sempre più resistenti alla lotta chimica, di disponibilità idrica in calo, ma soprattutto la fame nel mondo. Purtroppo secondo gli ultimi dati del 2016, hanno sofferto la fame 815 milioni di persone, 38 in più dell’anno precedente. Le cause: cambiamenti climatici e conflitti. Questi sono i dati del rapporto “The State of Food Security and Nutrition in the World 2017” a cura delle agenzie dell’Onu: l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao), il Fondo internazionale per lo Sviluppo Agricolo (Ifad), il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (Unicef), il Programma alimentare mondiale (Wfp) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms).
Nel dettaglio, se ne contano 520 in Asia, 243 milioni in Africa, 42 milioni in America latina e nei Caraibi.
Alla base di tali dati inoppugnabili non ci sono però solo cause climatiche e conflitti ma un errata visione di benessere.
Una equazione disastrosa, eticamente e scientificamente medievale, che sta intaccando tutte le risorse planetarie. Un teorema che risente di principi riduzionisti che si possono sintetizzare in una sola parola: Colonialismo. La cultura occidentale e colonialista, pensa da colonialista, agisce da colonialista, vive da colonialista.
È opinione comune di molti scienziati (molti di questi oramai dissidenti) che Oggi sarebbe già possibile sfamare tutti gli abitanti della terra, solo che preferiamo sprecare il cibo e diminuire lo risorse dove lo si produce. Il capitalismo, applicazione di questa ideologia ha fallito e la contrapposta ideologia di sinistra si è persa dentro le sue contraddizioni.
Cosa è mancato? Una politica che abbia visto l’Uomo al centro e non i profitti immediati.
Ed a sottolineare queste storture non sono solo scienziati ed uomini di coscienza ma Papa Francesco che con l’enciclica ‘Laudato si’ cita in diversi punti i problemi connessi all’agricoltura, e in particolare elogia la “varietà di sistemi alimentari agricoli e di piccola scala che continua a nutrire la maggior parte della popolazione mondiale, utilizzando una porzione ridotta del territorio e dell’acqua e producendo meno rifiuti”.
A confermare queste affermazioni ci sono i dati: Oggi dal 50 al 75% del cibo, a seconda delle stime, è prodotto da contadini in piccoli appezzamenti. Che però hanno a disposizione meno del 30% del terreno arabile mondiale, il 30% dell’acqua e il 20% dei combustibili fossili, mentre il resto va alle grandi monocolture industriali, sottoposte alle linee occulte e a volte invisibili di quel libero mercato che invece opprime tanta agricoltura definita spesso e impropriamente “avanzata”.
Cosa succederebbe se dessimo ai contadini il 50% dei terreni agricoli? Bella domanda. I dati FAO ci dicono che le piccole proprietà, se ben coltivate, hanno una resa per metro quadro superiore a quella delle grandi piantagioni: il segreto sta nell’utilizzo delle tecniche tradizionali, come la rotazione delle coltivazioni e lo sfruttamento delle sinergie: secondo Miguel Altieri, docente a Berkeley (università della California) basti pensare che “Una risaia tradizionale in Cina non produce solo cereali, ma anche pesce. I pesci poi si nutrono dei parassiti, permettendo di non usare pesticidi. In questo modello l’uomo plasma un vero e proprio nuovo sistema ecologico, in cui non c’è solo una specie edibile. Così basta un solo acro nell’area mediterranea (poco più di 4.046 metri quadri, meno della metà di un ettaro, ndr) a nutrire una famiglia di cinque persone”. I principi dell’agroecologia comunque, basati su un uso intelligente delle risorse, possono essere applicati secondo Altieri anche nei grandi appezzamenti, come ad esempio avviene attualmente in alcune fattorie pilota di enormi proporzioni in Brasile di oltre 16.000 ettari ed in altre parti del mondo.
Bisogna in poche parole ricostruire, partendo da una nuova coscienza, una nuova conoscenza agroecologica, spazzata via da una generazione di tecnici e scienziati illusi che si potesse costruire un “Mondo Alternativo” a quello della Natura. Ma la natura non perdona.
La sfida dell’agroecologia è proprio quella di riuscire a combinare le scienze: dall’entomologia all’ecologia, attraverso sociologia ed antropologia, con le conoscenze tradizionali, in un nuovo sistema di sapere dove si instauri un “dialogo di sapienze”.
Purtroppo devo testimoniare che oggi il 90% delle Facoltà di Agraria non insegna l’agroecologia, e molto meno sono i fondi per questo tipo di ricerca. Una situazione che, con diverse variegature è però comune a molti Paesi e tristemente reale in Italia, forse il Paese più umanista (un tempo) della Storia.
Per fortuna all’orizzonte un barlume di speranza nasce proprio dalle coscienze di una dissidenza sempre più diffusa e di prime timide politiche che tornano a incentivare la piccola proprietà agraria. Ci si sta rendendo conto che in questo modo aumenta la produttività mentre diminuiscono l’inquinamento, l’erosione del terreno e persino la criminalità. Il sistema delle piccole fattorie è un elemento di stabilità sia per l’ambiente che per la società: è stato questo ad esempio a salvare i paesi in crisi economica e politica come Cuba e Argentina. Inoltre resiste meglio anche ai cambiamenti climatici e agli uragani.
Ma i potenti non mollano. Sul versante opposto c’è l’agribusiness, gestito da colossi come Monsanto e Cargill. Questi diffusori di false conoscenze hanno implementato un’agricoltura intensiva che è fortemente dipendente da input esteriori: forti quantità di energia, acqua, fertilizzanti e sementi. La monocultura inoltre è intrinsecamente fragile: lo dimostrano la grande carestia delle patate in Irlanda, ma anche la recente epidemia del granturco nel 1970: 13 milioni di tonnellate perse in un anno. Pesticidi e diserbanti avvelenano sempre più il terreno, eppure l’impatto nocivo degli infestanti aumenta anziché diminuire.
A questo bisogna aggiungere che nell’agricoltura industriale bisogna tenere conto anche dei costi non dichiarati, per esempio in termini di emissioni, contaminazione ed erosione del suolo.
Secondo alcuni la soluzione sarebbe quella di aggiungere ancora tecnologia. Ricordiamo però che la maggior parte delle monocolture nei paesi in via di sviluppo non serve a produrre cibo ma biocarburante o foraggio. Quasi tutto va in Europa, Usa o Cina: non un solo ettaro serve a sfamare le popolazioni locali ma a creare ancora più ricchezza delle multinazionali.
A proposito di biocarburanti bisogna sottolineare che, per fare un esempio: il granturco impiegato per produrre circa 80 litri nutrirebbe una persona per un anno intero. Quanto ai biocarburanti, sarebbe meglio utilizzarli direttamente per le macchine agricole, visto che anche il trasporto costa molto in termini di energia e inquina. Ma tutto questo praticamente non si fa.
In tutto il mondo, come detto però, cresce un rinnovato movimento contadino. I contadini   iniziano a chiedere riforme agrarie, perché spesso chi sa coltivare non ha terra, e viceversa. E i governi? Iniziano le prime risposte: in Brasile è stato creato un apposito Ministério do Desenvolvimento Agrário. I contadini producono per sé e per gli altri, recuperano le terre devastate da monoculture e deforestazione. E poco a poco si stanno unendo, superando l’isolamento.
Ma in Italia dobbiamo fare il conto ancora con alcuni Programmi di Sviluppo Rurale (alcuni dei quali di scadentissima fattura ed impostazione) che parlano ancora di agroindustria e stupidaggini del genere. Nel nostro Paese dobbiamo, vincere la cattiva informazione, la resistenza di agricoltori che pensano che solo con i sistemi intensivi si possa vivere e sbarcare il lunario. Ci hanno raccontato belle favole, ma la notte sta passando ed è giunto il momento di dichiarare che noi vogliano riaffermare l’unico principio che fa dell’Uomo una Persona. Il Principio della Natura.

Guido Bissanti




Un pensiero riguardo “I Piccoli Agricoltori sfameranno il Mondo

  • 30 dicembre 2017 in 12:24
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    E’ una relazione molto interessante, la monocoltura non può più essere il modello a cui bisogna tendere l’agricoltura o l’agroindustria, un ambiente meglio rispettato nella visione di una agro – ecologia più vicino alle esigenze colturali, meno diserbanti che inquinano l’ambiente, ed una zootecnia più tradizionale e rispettosa dell’ambiente (nel mio caso – trovandomi a esercitare la professione di agronomo in provincia di Ragusa), risulta auspicabile nel quadro complessivo agronomico e economico del bilancio aziendale (business plan).
    Le piccole aziende in realtà, rispettano meglio l’ambiente, nel PSR sembra quasi che le medesime non vengano più considerate, è un errore non giustificabile, non si può ancorare l’agricoltura solo a un fattore di profitto.

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