Quanti abitanti possono vivere sulla Terra?

Quanti abitanti possono vivere sulla Terra?

Vogliamo giocare un po’?
Beh visto che in “gioco” c’è il futuro della Vita umana sulla Terra forse il termine gioco è alquanto irriverente ed allora trasformiamo il gioco in simulazione e comprendiamo quante persone potrebbero vivere teoricamente sul nostro bel pianeta azzurro.
Per fare questa simulazione bisogna partire da dati certi e verificabili e per sintetizzare questa simulazione (che è molto complessa) semplificare alcuni passagi.
Il primo punto di partenza è quello di conoscere le terre coltivate: L’alimentazione è il punto di partenza di tutta la stima.
Per fare questo quindi bisogna conoscere la superficie agricola utilizzata.
La superficie agricola utilizzata, abbreviata in SAU, è la somma delle superfici aziendali destinate alla produzione agricola.
La SAU comprende le superfici sulle quali sono presenti seminativi, coltivazioni legnose agrarie, castagneti da frutto, prati permanenti, terreni destinati al pascolo e vivai. Sono escluse le superfici sotterranee dedicate alla fungicoltura (ma che in percentuale mondiale incidono poco).
Non rientrano nella SAU ma nella superficie agricola non utilizzata quei terreni che sono temporaneamente inutilizzati ma sui quali la coltivazione potrebbe facilmente riprendere con pratiche agricole ordinarie (escludendo quindi il disboscamento o lo scasso di terreni incolti). La somma della SAU e della superficie agricola non utilizzata fornisce la superficie agricola totale (abbreviata in SAT).
Non fanno evidentemente parte della SAU (né della SAT) le aree occupate da fabbricati (es. abitazione, depositi, ricoveri per animali…) né quelle destinate a bosco o ad arboricoltura da legno, anche se in proprietà o in uso dell’azienda agricola.


Rapportata al totale della superficie delle terre emerse (circa 15 miliardi di ettari), la SAU rappresenta circa un terzo del totale, cioè circa 5 miliardi di ettari, ovvero:
3.4 miliardi di ettari destinati a pascolo (compresi gli alpeggi);
1.4 miliardi di ettari di terre arabili;
140 milioni di ettari di coltivazioni permanenti (frutteti, palmizi, vigneti, coltivazioni di tè o di caffè).
Malgrado il dissodamento e la messa a coltura di vaste aree forestali in Brasile, in Africa e in Indonesia (tra i 12 e i 13 milioni di ha all’anno), la superficie delle terre arabili resta pressoché costante a partire dagli anni Settanta del Novecento a causa delle perdite che avvengono per salinizzazione delle aree irrigate, impoverimento e perdita di suolo agrario e l’avanzare dell’urbanizzazione (e questo la dice lunga sugli effetti devastanti della moderna agricoltura).
A questo punto un altro parametro su cui fare perno è la resa agricola. E per evitare di addentraci in complicati fattori di conversione tra rese agricole/fabbisogni nutritivi e calorici procapite prendiamo come riferimento due coltivazioni molto diffuse sul pianeta: frumento e mais.
La resa agricola risente anche delle differenti tecnologie e conoscenze delle culture locali. Il frumento ha una resa media mondiale di 2,4 t/ha mentre la stessa resa sale a 2,9 nell’area Europea e nordamericana nonostante le meno favorevoli condizioni climatiche. Analogamente la resa del granoturco passa da 4,1 su scala mondiale al 4,9 per l’area più industrializzata.
Ora per amore di ulteriore sintesi ipotizziamo di fare riferimento come resa, e quindi quantitativi di produzione mondiale, solo al dato del frumento (quindi poniamoci in una condizione di maggiore cautela di calcolo) e di utilizzare la resa più bassa che è quella di 2,4 t/ha. Tra l’altro utilizzando questa resa ci avviciniamo molto a quelle tecniche di produzione a basso impatto ambientale (che non fanno cioè ricorso alla chimica ma a tecniche di rotazione/consociazione e riutilizzo interno della sostanza organica e dei principali fattori della produzione).
Facciamo una ulteriore decurtazione a questa resa e la portiamo a 2 T/ha, considerando di voler seguire totalmente i dettami di un’agricoltura conservativa al 100 % (termodinamicamente ed ecologicamente corretta).
Moltiplicando questo valore per le SAU (come se tutta fosse coltivata a frumento; sappiamo che non è così ma la ipotizziamo tale) avremmo una produzione mondiale totale annua di frumento pari a: 2 (T/ha) x 5 (miliardi di ha) = 10 miliardi di T di frumento.
A questo punto dobbiamo inserire un altro parametro per arrivare a capire, in termini di potere nutrizionale quante persone possono essere sfamate all’anno.
Considerando che ogni Kg di frumento equivale a circa 3.390 calorie (per una persona adulta) riteniamo di poter affermare che con 3.000 calorie al giorno possiamo sfamare la persona media mondiale (media tra adulti, anziani, bambini). Queste calorie divengono poi 1.095.000 calorie annue per persona.
A questo punto si ha che moltiplicando 10 miliardi di T di frumento x 3.390.000 (calorie equivalenti di una T di frumento) si ha il valore di 33.900.000.000.000.000 calorie annue.
Se dividiamo a questo punto il numero 33.900.000.000.000.000 : 1.095.000 = 30.958.904.110  (con arrotondamento dell’ultima cifra). Si, potrebbero vivere oltre trenta miliardi di persone.
Questo calcolo che è stato tenuto prudenziale non considerando la possibilità di tecniche innovative di produzione, considerando rese al di sotto di quelle medie mondiali, e con un organizzazione agricola di tipo sostenibile, ci da dei numeri impressionanti.
Eppure oggi si muore di fame (e l’immagine in testa non da scampo a cattive interpretazioni) e l’informazione predominante ci dice che siamo al limite della capienza del pianeta.
La verità è che da un lato non è più proponibile lo stile di vita (incredibilmente energivoro) dei Paesi occidentali e, dall’altro, una informazione di matrice industriale e mercantilista (su cui le multinazionali recitano un ruolo predominante) vuole incrementare certi stili di vita (e quindi anche di agricoltura) senza futuro.
Quando i Governi diventeranno di nuovo Sovrani e Liberi allora quel giorno potremmo considerarla una bellissima giornata di sole e, alla luce, ogni ragionamento sarà più chiaro ed evidente.

Guido Bissanti




4 pensieri riguardo “Quanti abitanti possono vivere sulla Terra?

  • 23 maggio 2018 in 02:35
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    Il calcolo non tiene conto come minimo di:
    1) Usura aggravata e crescente del suolo che si sta mangiando le terre coltivabili e di sua sorella lo scendere delle falde aquifere , oltre a desertificazione ed altri membri della famiglia , tutti fenomeni che da quando esiste l’agricoltura (già da quella pre industriale) hanno fatto collassare civiltà . Caso più noto: la un tempo mezzaluna fertile prima terrà a subire in grande scala la pratica agricola fertile non lo è più .
    2) Capacità di carico fantasma , ovvero senza il petrolio e la sua energia a basso costo e sopratutto i suoi fertilizzanti la resa agricola attuale non è minimamente possibile , i calcoli più ottimisti (molto i più ottimisti) post limite del petrolio non superano i 3 miliardi
    3)Overshoot e inquinamento: L’attuale popolazione intacca i cicli di recupero delle risorse rinnovabili e del pianeta e del pianeta stesso oltre i limiti di rigenerazione annua e stiamo ben oltre la soglia di molti parametri vitali (perdita bio diversità , cambiamento climatico ecc… Sono ben 9 in primari riconosciuti da preservare è molti sono limiti già oltrepassati).

    L’attuale popolazione non è gia sostenibile , se fossimo tutti poveri come il terzo mondo , ma con un sistema agrario mondiale funzionnante almeno al livello d’efficenza di questo mondo a più velocità la popolazione attuai o anche una decina di miliardi sarebbero sostenibili , ma le cifre che riporti no proprio no. Comunque
    1) non è un bello scenario , fondamentalmente sarebbe un tutti o quasi poveri ma con un sistema statale o di stati abbastanza efficiente da reggere la situazione e non credo sarebbe un bel mondo in cui vivere .
    2) non credo sia realistico , il sistema agrario mondiale regge grazie al nucleo iper tech , sprecone e dal mercato saturo e demografia stagnante e dalle periferie man mano più arretrate e squallide ma dove si concentrano risorse e masse umane
    3) infatti già il crescere sempre piu draconico di zone un tempo periferico basta e basterà per far andare a scatafascio accelerato una situazione che vi sarebbe andata comunque in altro modo (magari più tardi)

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    • 24 maggio 2018 in 09:44
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      Lei sta applicando ancora il modello agricolo aperto; è evidente che con questo modello termodinamico le darei ragione ma come anche rilevato da J. Rifkin e da altri AA. l’agricoltura cosiddetta “moderna” ha rendimenti pari al 10 % dei sistemi agroecologici; purtroppo l’agroecologia e la termodinamica dei sistemi complessi non si studia, se non con criteri troppo semplicistici, nella maggior parte delle Università Agrarie italiane. Per arrivare a rendimenti molto più elevati bisogna adottare modelli termodinamici agricoli chiusi (chiuso si riferisce ai sistemi dissipatici termodinamici già enunciati da I. Prigogine oltre 60 anni or sono. Questi modelli (anche agricoli) hanno efficienze (e quindi minor consumo di risorse ed energie) parecchie volte a quelli attuali. Ecco perché se lei applica un calcolo partendo dall’attuale base organizzativa di gran parte delle aziende agricole del “mondo occidentale” i conti non le torneranno mai.

      Le do altri spunti contenuti nel sito: http://antropocene.it/2018/05/11/riconvertire-i-sistemi-agricoli/

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  • 24 maggio 2018 in 20:20
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    Quello che scrivi è interessante e può avere senso ed intendo informarmi , ma ho un dubbio , lo stesso che ho avuto per ogni soluzione al “grande problema” che non comportasse anche una riduzione della popolazione : l’impressione sia una soluzione focalizzata che riduce il problema ad una delle sue parti ignorando non volutamente , ma a causa della da te stesso accennata specializzazione moderna , il resto . Un po’ come il caso simbolo dell’idea delle macchine assorbì CO2 , sarebbe geniale se non fosse per il fatto che da sola non basta ; puoi farne quante vuoi ma se continui a magnarti le risorse di base e ad emettere sempre di più tamponi soltanto e neanche tanto .
    Parlando nello specifico della forma d’agricoltura che proponi , ma se la gente forte di un agricoltura migliore antropizza ancora più suolo (deforestazione ecc) e continua a crescere e consumare sempre di più senza fare una transizione energetica andiamo a scatafascio lo stesso.
    Io come credo lei penso che solo un cambiamento sociale e della struttura economica di fondo potrà salvarci, ed in origine non avevo e non avrei di indole posizioni anti demografiche , sono di famiglia cattolica ed io stesso prima di farmi una certa idea ero decisamente un , si ammettiamolo senza vergogna che “solo gli stolti ed i codardi nascondono ciò che furono o sono per paura di essere giudicati” , pro vita.
    Solo che mi sono reso conto che il problema ambientale è immensamente complesso e più lo approfondisco più mi sembra che ogni soluzione che contemporaneamente tenga conto di tutto e sia fattibile passi necessariamente per la riduzione della popolazione .

    Infine guardando invece i fatti e le tendenze ,diciamo di cronaca ho sempre più l’impressione che perfino nello scenario materialmente potenzialmente migliore (esiste una soluzione come l’agricoltura termodinamica ente chiusa o un’altra del genere) tutto finirà comunque a scatafascio per la pura inerzia sociale che impedisce da anni ogni cambiamento significativo in ogni direzione scomoda ai dogmi del sistema.

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    • 24 maggio 2018 in 20:45
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      Vediamola così: questo è un grande periodo di transizione! La storia (il tutto del nostro pianeta) ha messo in atto i feedback del cambiamento. Rimaniamo comunque fiduciosi, nonostante la complessità e l’entità delle emergenze sociali ed ambientali che stiamo affrontando!

      Risposta

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