L’incoerenza della moderna Agricoltura

L’incoerenza della moderna Agricoltura

Quando dopo la seconda guerra mondiale inizio il grande vento di innovazione che coinvolse anche l’agricoltura pochi pensavano che nel giro poi di poco più di mezzo secolo ci si accorgesse che i conti non tornavano più.
Il passaggio dall’agricoltura tradizionale a quella intensiva, industrializzata e “moderna” ha disatteso, al di la di tutte le scuole e le disquisizioni agronomiche, i principi della termodinamica.
I principi della termodinamica stabiliscono se un processo è energeticamente valido o se è sconveniente.
Il parametro di valutazione di questo aspetto è una grandezza che si chiama: Entropia.
In un processo ad alto rendimento questa tenderà a zero, in uno a basso rendimento tenderà all’infinito (la termodinamica non è un’opinione).
Ebbene la differenza sostanziale tra la prima agricoltura (che per assunto chiameremo “tradizionale” e quella “moderna” è che la prima si basava, anche inconsapevolmente, su cicli termodinamici chiusi, dove nella “cellula” aziendale l’intero ciclo energetico tendeva all’equilibrio e dove la produzione di Entropia era bassa. Ricordiamo a tal proposito che l’Entropia è una grandezza che nell’Universo, considerato come cellula chiusa, tende ad aumentare (semper physica docet).
Nella cellula aziendale condotta secondo i principi dell’antica agronomia il modello energetico era endogeno e tale modello era stato messo a punto attraverso secoli di osservazione, di esperienza e sancito attraverso i grandi trattati dell’agronomia.
Ricordiamo Catone, Columella, Varrone, Palladio, l’opera naturalistica di Plinio il Vecchio, per poi passare all’alto Medioevo con i compendi classici quali il De agris di Isidoro di Siviglia, il Libro di agricoltura di Ibn–el–Awwam91 (XII sec.) e il Ruralium commodorum libri di Pier de Crescenzi (fine XIII sec.) e così via fino al grande sviluppo dei trattati dell’ottocento e del novecento.
Tali trattati in pratica sancivano sempre la stessa cosa (andrebbero letti per capire il senso delle mie affermazioni): la cellula aziendale doveva provvedere in toto a tutto il processo termodinamico. Il ciclo doveva avvenire internamente e l’unica fonte di energia reale (il sole) provvedeva a rifornire le dinamiche della fertilità dei suoli, del mantenimento della biodiversità ed al ciclo dell’acqua e dell’aria.
Poi qualcuno iniziò a dire che le rese delle produzioni agricole potevano essere aumentate senza aver riprogettato l’intero “sistema termodinamico” agricolo.
Il risultato finale è che il rendimento, secondo alcuni studi, è sceso addirittura in certi casi ad 1/10 di quello originario e che l’apparente aumento delle rese produttive lo sta pagando l’ambiente (e quindi noi tutti) con la perdita di:

  • fertilità dei suoli (ricordo che per ripristinare un cm di suolo ci vogliono migliaia di anni);
  • biodiversità (erosione dei genomi) che non è più ripristinabile;
  • risorse idriche (il processo di depurazione delle acque soprattutto da alcune molecole di sintesi e dei metalli pesanti si attesta intorno alle centinaia di anni);
  • risorsa aria (dove valgono quasi le stesse regole che valgono per il ciclo dell’acqua);
  • salubrità degli alimenti che vengono coltivati in queste condizioni, ecc. ecc. ecc..

A questo scenario si sono aggiunti i moderni economisti che hanno ancor di più disgregato il vecchio sapere dell’agronomia (che non può mai disgiungersi dalla sociologia) riducendolo a meri parametri ed indici economici che spesso non hanno alcun senso né termodinamico né antropologico.
A questo punto dobbiamo rimboccarci le maniche per ricostruire una nuova (ma per certi versi “antica come le montagne”) cultura che rientrando nell’osservazione dei principi e codici della Natura (che altro non sono che l’applicazione pratica delle leggi della termodinamica) riporti l’agricoltura verso l’Uomo e nel rispetto del pianeta.
Bisogna far rinascere non solo una nuova Scienza (olisticamente ed epistemologicamente corretta) ma una nuova generazione di agricoltori rispettosi delle regole della Natura.
Chi provvederà a tale rivoluzione? Non certo le multinazionali o le “politiche” degli economisti e dei fautori del libero mercato!
Bisogna ripartire da una Scienza di Insieme che giocoforza non può umiliare  l’Agricoltura riducendola ad una serie di numeri tutti scollegati tra di loro; per fare questo bisogna elevare la profondità del nostro Pensiero nutrendolo nuovamente di quella spiritualità che è stata emarginata senza capire cosa si emarginava.
Diceva a tal proposito A. Einstein “Nel corso dell’ultimo secolo, e in parte del precedente, era opinione diffusa che esistesse un conflitto insanabile tra conoscenza e fede. Tra le menti avanzate dominava l’opinione che la fede dovesse ormai essere sempre più rimpiazzata dalla conoscenza; la fede che non si fondasse sulla conoscenza era superstizione, e in quanto tale andava contrastata. Secondo tale concezione, la sola funzione dell’istruzione era aprire la strada alla riflessione e alla conoscenza, e la scuola, doveva servire soltanto quel fine. Probabilmente capiterà di rado, se mai capiterà, di vedere espresso il punto di vista razionalistico in forma tanto grossolana […].
La Vita è qualcosa di molto più complessa della prigionia dove ci esiliato una moderna economia ed in Essa, come ora mai è opinione sempre più diffusa anche tra i moderni Fisici “Il tutto è maggiore della somma delle parti”.

Guido Bissanti

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