Opuntia ficus-indica

Opuntia ficus-indica

Il fico d’India (o ficodindia) (Opuntia ficus-indica (L.) Mill., 1768) è una pianta succulenta della famiglia delle Cactaceae, originaria del Messico, introdotta dai primi esploratori del nuovo mondo e naturalizzata in tutto il bacino del Mediterraneo e nelle zone temperate di America, Africa, Asia e Oceania.

Sistematica –
Il fico d’India, dal punto di vista sistematico, appartiene al Dominio Eukaryota, Regno Plantae, Divisione Magnoliophyta, Classe Magnoliopsida, Ordine  Caryophyllales, Famiglia Cactaceae, Sottofamiglia Opuntioideae, Tribù Opuntieae e quindi al Genere Opuntia ed alla Specie O. ficus-indica.

Etimologia –
Secondo alcuni l’epiteto del genere prende nome da un’antica regione della Grecia chiamata Locride Opuntia, o dalla sua capitale Opunte, nei cui pressi, secondo Teofrasto e Plinio il Vecchio vegetava una pianta (Opuntia herba) le cui foglie erano radicanti e i cui frutti carnosi erano alquanto gustosi ma la questione (visto che il ficodindia è stato introdotto dopo la scoperta delle Americhe) è alquanto controversa.
L’epiteto specifico, ficus-indica, da un lato ricorda la – vaga – rassomiglianza del frutto con quello del fico (Ficus carica L.), dall’altro l’origine americana (Indie occidentali) della pianta; sembra infatti, secondo altri, che il nome fico d’india sia nato grazie a Cristoforo Colombo che credeva di aver gettato le ancore nelle Indie. Il frutto arriva in Europa con gli spagnoli verso la metà del 1500, proprio a seguito della conquista del nuovo mondo.

Distribuzione Geografica ed Habitat –
Il fico d’ india è una pianta xerofila che, secondo recenti studi genetici,  è originaria del Messico centrale. Da qui si diffuse successivamente a tutto il Mesoamerica e quindi a Cuba, Hispaniola, e alle altre isole dei Caraibi, dove i primi esploratori europei della spedizione di Cristoforo Colombo la conobbero, introducendola in Europa. È probabile che la pianta fosse stata introdotta in Sud America in epoca precolombiana, anche se mancano prove certe in tal senso; quel che sembra accertato è che la produzione del carminio, strettamente correlata alla coltivazione della Opuntia, fosse già diffusa tra gli Incas.
Dopo l’introduzione si diffuse rapidamente in tutto il bacino del Mediterraneo dove si è naturalizzata al punto di divenire un elemento caratteristico del paesaggio. La sua diffusione si dovette sia agli uccelli, che mangiandone i frutti ne assicuravano la dispersione dei semi, sia all’uomo, che le trasportava sulle navi quale rimedio contro lo scorbuto. In nessun’altra parte del Mediterraneo il ficodindia si è diffuso come in Sardegna, Sicilia e Malta, dove oltre a rappresentare un elemento costante nel paesaggio naturale, è divenuto anche un elemento ricorrente nelle rappresentazioni letterarie e iconografiche dell’isola, fino a diventarne in un certo qual modo il simbolo. Le pale raccolte in Sardegna furono portate anche il Eritrea per introdurre la coltivazione a fini alimentari .
Il Fico d’india, dopo introduzione,  si espanse inoltre negli ambienti aridi e semi-aridi dell’Asia (India e Ceylon) e dell’emisfero sud, in particolare in Sudafrica, Madagascar, Réunion e Mauritius, così come in Australia. In molti di questi paesi, i fichi d’India sono diventati infestanti tanto da invadere milioni di ettari e da richiedere gran quantità di diserbanti per contenerne l’invadenza; soltanto la lotta biologica poté venirne a capo intorno al 1920-1925, con l’introduzione di insetti fitofagi come la farfalla Cactoblastis cactorum e la cocciniglia Dactylopius opuntiae.
Il carattere infestante di questa pianta, che tende a sostituire la flora autoctona modificando il paesaggio naturale, ha messo in allerta anche alcune regioni italiane, tra le quali la Toscana, dove una legge regionale ne vieta espressamente l’uso per interventi d’ingegneria naturalistica, come il rinverdimento, la riforestazione ed il consolidamento dei terreni.

Descrizione –
L’ Opuntia ficus-indica  è una pianta succulenta arborescente che può raggiungere i 3–5 m di altezza, ed in certi casi anche più.
Il fusto è composto da cladodi, comunemente denominati pale: si tratta di fusti modificati, di forma appiattita e ovaliforme, lunghi da 30 a 40 cm, larghi da 15 a 25 cm e spessi 1,5-3,0 cm, che, unendosi gli uni agli altri formano delle ramificazioni. I cladodi sono responsabili della la fotosintesi clorofilliana, sostituendo del tutto la funzione delle foglie. Sono ricoperti da una cuticola cerosa che limita la traspirazione e rappresenta una barriera contro i predatori. Successivamente i cladodi basali, intorno al quarto anno di crescita, vanno incontro a lignificazione dando vita ad un vero e proprio tronco.
Le foglie reali del fico d’india hanno di fatto una forma conica e sono lunghe appena qualche millimetro. Appaiono sui cladodi giovani e sono effimere. Alla base delle foglie si trovano le areole (circa 150 per cladode) che sono delle ascelle modificate, tipiche delle Cactaceae.
Il tessuto meristematico dell’areola si può differenziare, secondo i casi, in spine e glochidi, ovvero può dare vita a radici avventizie, a dei nuovi cladodi o a dei fiori. È interessante notare che anche il ricettacolo fiorale, e quindi anche il frutto, è coperto da areole da cui si possono differenziare sia nuovi fiori che radici.
Le spine sono biancastre, sclerificate, solidamente impiantate, lunghe da 1 a 2 cm. Esistono anche varietà di Opuntia inermi, senza spine.
I glochidi sono invece sottili spine lunghe alcuni millimetri, di colore brunastro, che si staccano facilmente dalla pianta al contatto, ma essendo muniti di minuscole scaglie a forma di uncino, si impiantano solidamente nella cute e sono molto difficili da estrarre, in quanto si rompono facilmente quando si cerca di toglierle. Sono sempre presenti, anche nelle varietà inermi.
L’apparato radicale è superficiale, non supera in genere i 30 cm di profondità nel suolo, ma di contro è molto esteso.
I fiori di questa specie sono a ovario infero e uniloculare. In questi il pistillo è sormontato da uno stimma multiplo. Nei fiori troviamo numerosi stami. I sepali sono poco vistosi mentre i petali sono ben visibili e di un colore tra il giallo e l’arancio.
Un cladode ancora in buon stato vegetativo può portare sino a una trentina di fiori, ma questo numero varia considerevolmente in base alla posizione che il cladode occupa sulla pianta, alla sua esposizione e anche in base alle condizioni di nutrizione della pianta.
Il frutto dell’ Opuntia ficus-indica Opuntia ficus-indica è una bacca carnosa, uniloculare, con numerosi semi (polispermica), il cui peso può variare da 150 a 400 g. Deriva dall’ovario infero aderente al ricettacolo fiorale. Certi autori lo considerano un falso arillo. Il colore è differente a seconda delle varietà: si passa dal giallo-arancione nella varietà cosiddetta “sulfarina”, al rosso porpora nella varietà “sanguigna” e bianco-verde chiaro nella varietà “muscaredda”. Anche la forma è  molto variabile, non solo secondo le varietà ma anche in rapporto all’epoca di formazione: i primi frutti sono tondeggianti, quelli più tardivi hanno una forma allungata e peduncolata. Ogni frutto contiene un gran numero di semi, intorno ai 300 per un frutto di circa 160 g. Molto dolci, i frutti sono commestibili e hanno un ottimo sapore.

Coltivazione –
Per la tecnica di coltivazione vedi la seguente scheda.

Usi e Tradizioni –
L’O. ficus-indica è oroginaria del Messico. Da qui, nell’antichità, si diffuse tra le popolazioni del Centro America che la coltivavano e commerciavano già ai tempi degli Aztechi, presso i quali era considerata pianta sacra con forti valori simbolici. Una testimonianza dell’importanza di questa pianta negli scambi commerciali è fornita dal Codice Mendoza. Questo codice include una rappresentazione di tralci di Opuntia insieme ad altri tributi quali pelli di ocelot e di giaguaro. Il carminio, pregiato colorante naturale per la cui produzione è richiesta la coltivazione dell’Opuntia, è anch’esso elencato tra i beni commerciati dagli Aztechi.
In Europa la pianta oltre che per i suoi frutti, suscitò attenzione quale possibile strumento per l’allevamento della cocciniglia del carminio, ma si dovette aspettare sino al XIX secolo perché il tentativo avesse successo nelle isole Canarie. Agli inizi restò pertanto una curiosità da ospitare negli orti botanici.
La pianta arrivò nel Vecchio Mondo verosimilmente intorno al 1493, anno del ritorno a Lisbona della spedizione di Cristoforo Colombo. La prima descrizione dettagliata risale comunque al 1535, ad opera dello spagnolo Gonzalo Fernández de Oviedo y Valdés nella sua Historia general y natural de las Indias. Linneo, nel suo Species Plantarum (1753), descrisse due differenti specie: Cactus opuntia e C. ficus-indica. Fu Miller, nel 1768, a definire la specie Opuntia ficus-indica, denominazione tuttora ufficialmente accettata.
L’Opuntia ficus-indica ha un notevole valore nutrizionale essendo ricco di minerali, soprattutto calcio e fosforo, oltreché di vitamina C.
La risorsa alimentare più pregiata è rappresentata dai frutti, chiamati fichi d’India, che oltre ad essere consumati freschi, possono essere utilizzati per la produzione di succhi, liquori, gelatine, marmellate, dolcificanti ed altro; ma anche le pale, più propriamente i cladodi, possono essere mangiati freschi, in salamoia, sottoaceto, canditi, sotto forma di confettura. Vengono utilizzati anche come foraggio.
Se consumato in quantità eccessive può causare occlusione intestinale meccanica dovuta alla formazione di boli di semi nell’intestino crasso. Pertanto questo frutto va mangiato in quantità moderata e accompagnato da pane per impedire ai semi, durante l’assorbimento della parte polpacea, di conglobarsi e formare i “tappi” occlusivi. Per analogo motivo è sconsigliato questo frutto alle persone affette da diverticolosi intestinale. Questo problema è lo sfondo di una poesia di Giuseppe Coniglio, poeta di Pazzano, nel libro A terra mia.
In Messico si ottengono: il miel de tuna, uno sciroppo ottenuto dall’ebollizione del succo, il queso de tuna, una pasta dolce ottenuta portando il succo alla solidificazione, la melcocha, una gelatina ricavata dalle mucillagini dei cladodi, ed il colonche una bevanda fermentata a basso tenore alcolico.
In Sicilia si produce tradizionalmente uno sciroppo, ottenuto concentrando la polpa privata dei semi, del tutto simile come consistenza e gusto allo sciroppo d’acero, ed utilizzato nella preparazione di dolci rustici. È utilizzato anche come infuso per un liquore digestivo.
La produzione di cladodi a scopo alimentare è ottenuta da varietà a basso tenore in mucillagini selezionate in Messico. Le pale del fico d’India (nopales), spinate accuratamente e scottate su piastre arroventate di pietra o di ferro, fanno parte delle abitudini alimentari del Messico, così come di altri paesi latinoamericani. Non è difficile trovarne nei mercati rionali già pronte all’uso o vendute dagli ambulanti per le strade, insieme a crema di fagioli, mais e cipolla.
La diffusione capillare in Sicilia, lo storico e ampio uso che se ne fa nella cucina siciliana hanno portato il ficodindia generico (Opuntia ficus-indica) ad essere inserito nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani (P.A.T) del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (Mipaaf) come prodotto tipico siciliano. Su proposta della Regione Siciliana sono stati riconosciuti anche i seguenti prodotti tradizionali come eccellenze specifiche territoriali. Questi sono: Ficodindia della valle del Belice, Ficodindia della valle del Torto, Ficodindia di San Cono e Bastarduna di Calatafimi.
Il ficodindia di San Cono e il ficodindia dell’Etna sono inoltre riconosciuti come prodotti a Denominazione di origine protetta (DOP).
In terapia i frutti del fico d’india sono considerati astringenti e per la loro ricchezza in vitamina C sono stati usati in passato dai naviganti per la prevenzione dello scorbuto. I  giovani cladodi, riscaldati al forno, vengono utilizzati come emollienti, applicati in forma di cataplasma. L’applicazione diretta della “polpa” dei cladodi su ferite e piaghe costituisce un ottimo rimedio antiflogistico, riepitelizzante e cicatrizzante su ferite e ulcere cutanee; è un vecchio rimedio della tradizione siciliana, utilizzato ancor oggi nella cultura contadina isolana; infine il decotto di fiori ha proprietà diuretiche.
Inoltre i frutti di Opuntia ficus-indica hanno marcate proprietà antiossidanti. È stat dimostrata inoltre l’efficacia di un estratto di O. ficus-indica nella cura dei postumi della intossicazione alcolica.
Le mucillagini e le pectine presenti nei cladodi hanno dimostrato un effetto gastroprotettivo in animali da laboratorio.
In Messico la O. ficus-indica è utilizzata per l’allevamento del Dactylopius coccus, una cocciniglia che parassita i cladodi, da cui si ricava un pregiato colorante naturale, il carminio. I tentativi di importare l’allevamento anche nel Mediterraneo non hanno avuto successo per la evenienza, nei mesi invernali, di temperature eccessivamente basse e di piogge frequenti che impediscono la sopravvivenza dell’insetto. L’allevamento si è affermato, invece, nelle Isole Canarie, soprattutto nell’isola di Lanzarote, dove costituisce una fiorente attività economica.
Questa pianta è utile in alcune tecniche agronomiche soprattutto per la difesa del suolo, per la realizzazione di siepi frangivento, per la pacciamatura, per la produzione di compost. Le varie specie di Opuntia vengono utilizzate poi oltre che come piante da frutto anche per la creazione di giardini rocciosi.
In cosmetica viene utilizzata per la produzione di creme umettanti, saponi, shampoo, lozioni astringenti e per il corpo, rossetti.
È utilizzata inoltre per la produzione di adesivi e gomme, fibre per manufatti e carta.
I frutti oltre che consumati crudi, privati dei semi, sono utilizzati per marmellate, distillati, sciroppi, canditi, farine. Oppure conservati, dopo averli seccati al sole. Dai semi si estrae un olio commestibile e anche le foglie possono essere mangiate: fresche, in salamoia, sottoaceto, candite e sotto forma di confettura. Le pale vengono usate come mangime per i suini.
In Messico viene usata la mucillagine contenuta nelle pale per fare il gelato e, come detto, un liquore di nome “Conche”.
L’estratto dei fiori viene usato come emolliente, idratante ed elasticizzante della pelle. Il frutto viene utilizzato per la produzione di creme umettanti, saponi, shampoo, lozioni astringenti e per il corpo. Sempre il frutto, polverizzato, entra nella composizione di talco profumato.
La polpa dell’Opuntia ha ottime proprietà ipoglicemizzanti e per altri disturbi metabolici. La letteratura scientifica ha anche evidenziato il potere ipocolesterolemizzante della componente fibrosa delle foglie. Come altresì quello dell’estratto, nella cura di intossicazioni alcooliche. Altre proprietà dei principi attivi contenuti nella specie sono: drenante, diuretico, tonico cardiaco, antiossidante.
In erboristeria la pianta entra in vari composti utilizzati per diete dimagranti e, come integratore alimentare, nell’alimentazione degli sportivi.
L’applicazione diretta della polpa delle foglie su ferite e piaghe costituisce un ottimo rimedio antiflogistico (previene e combatte fenomeni infiammatori), cicatrizzante su ferite e ulcere cutanee; è un vecchio rimedio della tradizione siciliana, utilizzato ancor oggi nella cultura contadina.
Nella medicina popolare le giovani foglie, riscaldate al forno, sono utilizzate come emollienti, applicate sulla pelle come impacchi. Preparati ricavati dai fiori, per uso interno, sono utilizzati per trattare l’ipertrofia prostatica e problemi del tratto gastro intestinale, come la diarrea.
L’Opuntia ficus-indica è certamente conosciuta fin dal tempo degli Atzechi, che ne facevano commercio per le sue proprietà nutritive e medicamentose, e che la consideravano un dono gradito agli dei.
Diverse parti della pianta sono utilizzate anche dall’industria. In Messico il fico d’india è utilizzato per l’allevamento del Dactylopius coccus, una cocciniglia che parassita i cladodi, da cui si ricava un pregiato colorante naturale, il carminio, usato nell’industria alimentare e chiamato E120. Questo allevamento è stato tentato anche in area mediterranea ma non ha avuto successo, per il clima invernale troppo freddo. Nelle Isole Canarie invece, soprattutto nell’isola di Lanzarote, si è affermato e costituisce una fiorente attività.
Un’avvertenza nella manipolazione di questa pianta: la peluria spinosa entra facilmente nella pelle, arrecando notevoli fastidi. Per rimuovere le piccole spine si consiglia di applicare un cerotto e poi di staccarlo delicatamente.

Modalità di Preparazione –
Come detto, in Sicilia inizialmente i frutti del fico d’India furono considerati velenosi; successivamente superata l’iniziale diffidenza vennero sfruttati al massimo in tutte le sue parti e qualità. In pratica, di questa pianta, in Sicilia viene utilizzato tutto: Le pale vengono utilizzate per alimentare i bovini in tempi di scarso mangime. I fiori secchi (‘u ciuri ri ficurinnia) vengono usati per ricavare tisane che, oltre ad essere rinfrescanti per l’apparato urinario, risulterebbero capaci di combattere i disturbi della circolazione.
Dalle bucce del frutto, opportunamente ripulite,  in alcuni luoghi della Sicilia, ne ricavano succulente cotolette.
Del frutto i nostri antenati hanno dovuto prima prevalere sulla leggenda che lo definivano velenoso e poi sulla realtà considerato che,  a prima vista, potrebbero sembrare non commestibili a causa della copiosa presenza di spine. Gaetano Basile, scrittore e studioso dei nostri giorni, a tal proposito scrive: “…. ci fu un intervento diretto del Padreterno che per noi isolani para abbia sempre avuto un occhio di riguardo. Grazie al Suo divino interessamento, i frutti spinosi di quella pianta diventarono buoni da mangiare ed anche benefici …” Infatti, oltre all’indiscutibile gusto del frutto consumato fresco, dallo stesso è possibile ritrovarne l’impiego per la realizzazione di gustose frittelle, di un particolare rosolio, di granite e di una insolita mostarda, ‘u masticutti, esibita in apposite formelle di terracotta e decorata con foglie di alloro.
Vediamo adesso insieme alcune ricette a base di fichi d’india:
1) Gel e succo di fico d’India: il gel o succo estratto dalle pale di fico d’India viene utilizzato sia all’esterno, come cosmetico da applicare sulla pelle, sia all’interno, come bevanda salutare ricca di proprietà benefiche. Con le pale di fico d’India potrete preparare una bevanda tutta naturale per rinfrescare la vostra estate. 2) Pale di fico d’India: sapevate che le pale di fico d’India si possono mangiare? È proprio così, con le pale di fico d’India potrete preparare dei piatti prelibati. Le potrete pulire, cuocere e abbinare a pomodorini freschi per condire delle bruschette, utilizzarle come condimento per le frittate oppure saltarle in padella.
3) Confettura di fichi d’India: una delle ricette più note per conservare i fichi d’India riguarda la classica preparazione della confettura. Otterrete una confettura molto dolce e prelibata, adatta da spalmare sul pane e sulle gallette a colazione ma anche per farcire crostate e biscotti fatti in casa.
4) Gelato di fico d’India: avevate mai pensato di preparare un gelato con i fichi d’India? Il risultato sarà davvero sorprendente. Se volete stupire i vostri ospiti in modo originale e avete a disposizione dei fichi d’India, si può preparare un ottimo gelato con le stesse procedure utilizzate per altri frutti. Il risultato è incredibile.
5) Bucce di fichi d’India con cipolla rossa e vin cotto: del fico d’India non si butta via niente, nemmeno la buccia. Con la buccia dei fichi d’India infatti potrete preparare un piatto davvero particolare da servite come contorno in cui il gusto dei fichi d’India si sposa con quello delle cipolle rosse e del vin cotto.
6) Crostata di fichi d’India: con i fichi d’India potrete preparare anche un’ottima crostata che potreste farcire con la vostra marmellata di fichi d’India fatta in casa oppure con la polpa di fichi d’India tagliata a cubetti. La base per questa crostata è realizzata con la pasta frolla classica.
7) Sciroppo di fichi d’India: con i fichi d’India potrete preparare uno speciale sciroppo fatto in casa. Per ottenere uno sciroppo dal colore rosso rubino vi occorrono fichi d’India rossi, maturi al punto giusto, sodi e privi di ammaccature.
8) Frittelle di bucce di fichi d’India: ancora una volta, ricordatevi di non scartare e soprattutto di non buttare via le bucce dei fichi d’India. Infatti vi saranno utilissime per preparare delle frittelle dolci ai fichi d’India da servire come merenda alternativa.
9) Risotto ai fichi d’India: con i fichi d’India, in particolare utilizzando anche le bucce, potrete preparare un ottimo risotto estivo. È un piatto prelibato e dal sapore delicato con cui stupirete i vostri ospiti in modo davvero originale.
10) Mostarda ai fichi d’India: la mostarda ai fichi d’India è una preparazione tipica siciliana. Per prepararla, oltre ai fichi d’India, vi serviranno un’arancia o un mandarino, un cucchiaino di cannella in polvere, semi di finocchio e chiodi di garofano, infine amido di mais.
Infine un “tutorial” per la pulitura dei frutti del fico d’india. Di recente mi sono reso conto che tanti non sanno sbucciare i fichi d’India e che molti non li hanno mai provati. Quindi a tutti costoro potrà forse far piacere apprendere come procedere in modo sicuro, senza correre il rischio che le piccolissime, quasi invisibili spine si conficchino nei polpastrelli procurando un notevole fastidio visto che oltretutto, date le loro dimensioni, è poi difficile toglierle anche se si hanno a disposizione delle pinzette.
Per procedere bisogna tagliare le due calotte (anche senza staccarle completamente) e poi incidere il frutto longitudinalmente.
Tenendo il fico con la forchetta, con la punta del coltello iniziare a sollevare la buccia e staccarla dalla polpa per circa la metà della circonferenza.
Ripetere l’operazione dall’altro lato fino a liberare completamente la parte commestibile che deve rimanere intera e compatta, a forma di barilotto.
Il frutto è così facilmente e perfettamente sbucciato ed avrete evitato di gustare un buon frutto ma “pieni di spine”.

Guido Bissanti

Fonti
– Wikipedia, l’enciclopedia libera.
– Treben M., 2000. La Salute dalla Farmacia del Signore, Consigli ed esperienze con le erbe medicinali, Ennsthaler Editore
– Pignatti S., 1982. Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
– Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (a cura di), 2005. An annotated checklist of the Italian vascular flora, Palombi Editore.

Attenzione: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi alimurgici sono indicati a mero scopo informativo, non rappresentano in alcun modo prescrizione di tipo medico; si declina pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.




2 pensieri riguardo “Opuntia ficus-indica

  • 20 luglio 2017 in 08:40
    Permalink

    Grazie, Guido. Seguo sempre con molto interesse e condivido i tuoi scritti sulle piante.

    Risposta
    • 20 luglio 2017 in 17:04
      Permalink

      Grazie a te ….. continuiamo nella direzione di una “agricultura” nuova!

      Risposta

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