Crataegus monogyna

Crataegus monogyna

Il biancospino comune (Crataegus monogyna Jacq., 1775) è un arbusto o un piccolo albero molto ramificato e dotato di spine, appartenente alla famiglia delle Rosaceae. La caratteristica di questa specie è la sua longevità, potendo diventare centenaria.

Sistematica –
Dal punto di vista sistematico il biancospino comune appartiene al Dominio Eukaryota, Regno Plantae, Divisione Magnoliophyta, Classe Magnoliopsida, Sottoclasse Rosidae, Ordine Rosales, Famiglia Rosaceae, Sottofamiglia Maloideae e quindi al Genere Crataegus ed alla Specie C. monogyna.

Etimologia –
Il nome del genere deriva dal greco “Kratos” = forza, in riferimento alla robustezza della pianta e in particolare del legno; l’epiteto specifico dal greco “mónos” = unico e “gynè” = femmina indica che il fiore ha 1 solo pistillo che è l’organo riproduttore femminile.

Distribuzione Geografica ed Habitat –
Il Crataegus monogyna è presente in tutte le regioni d’Italia. Il suo Habitat tipico è quello dei boschi xerofili, nelle siepi, boscaglie e cespuglieti, macchie, margine dei boschi e pendii erbosi, con preferenza per i terreni calcarei dal litorale marino alla montagna sino a 1.600 m s.l.m. La specie Crataegus comprende arbusti e piccoli alberi (fino a 10 m), con foglie lobate, e rami spinosi. I fiori sono bianchi e tipicamente rilasciano dei particolari composti denominati ammine che fungono da attrattori per gli insetti impollinatori. Ai fiori seguono dei frutti rossi. È originario dell’Europa e dell’Asia.

Descrizione –
Il biancospino comune è un piccolo albero, anche se più spesso si presenta come arbusto a fogliame deciduo; cespuglioso, con radice fascicolata; chioma globosa o allungata; tronco sinuoso, spesso ramoso sin dalla base con corteccia compatta che nelle piante giovani è liscia di colore grigio-chiaro, mentre è brunastra o rosso-ocracea e si sfalda a placche nei vecchi esemplari. I ramoscelli sono di colore bruno-rossastro, quelli laterali terminano frequentemente con spine aguzze e scure lunghe sino a 2 cm, i rami + vecchi sono grigio-cenere.
L’altezza della pianta è generalmente fra 2÷5 m, ma può raggiungere anche i 12 m; ha una crescita molto lenta e può vivere sino a 500 anni.
Le gemme sono alterne, disposte a spirale, rossastre e brillanti; sotto le gemme laterali spuntano spine dritte.
Le foglie caduche, portate da un picciolo scanalato, sono alterne, semplici, di colore verde brillante e lucide nella pagina superiore, verde glaucescente nella pagina inferiore, glabre, romboidali o ovali, a margine dentato, suddivise in 3÷7 lobi molto profondi con margine intero e che presentano solo sull’apice qualche dentello; all’inserzione sui rami sono provviste di stipole dentate e ghiandolose.
I fiori del Crataegus monogyna sono profumati di colore bianco o leggeremente rosato, sono riuniti in corimbi eretti, semplici o composti, portati da peduncoli villosi , hanno brattee caduche con margine intero o denticolato, calice con 5 lacinie triangolari-ovate; corolla con 5 petali subrotondi, stami violacei in numero multiplo ai petali (15÷20) inseriti sul margine di un ricettacolo verde-brunastro con ovario monocarpellare glabro e un solo stilo bianco verdastro con stigma appiattito, molto raramente alcuni fiori hanno 3 stili. I frutti (che in realtà sono falsi frutti in quanto derivano dall’accrescimento del ricettacolo fiorale e non da quello dell’ovario) riuniti in densi grappoli, sono piccole drupe con Ø di circa 7-10 mm, rosse e carnose a maturità, coronate all’apice dai residui delle lacinie calicine, che delimitano una piccola area circolare depressa; contengono un solo nocciolo di colore giallo-bruno.

Coltivazione –
Facendo parte della flora spontanea italiana, è facile capire come il biancospino possa essere tranquillamente coltivato in giardino; si tratta di un arbusto completamente rustico, che può essere coltivato all’aperto per tutto l’anno anche nelle regioni in cui gli inverni sono molto freddi, con temperature minime notturne inferiori ai -10/-15°C.
I biancospini si pongono a dimora in luoghi soleggiati o semi-ombreggiati, dove comunque possano godere di almeno alcune ore di sole ogni giorno; amano terreni calcarei, e temono i suoli particolarmente acidi, quindi è bene evitare di posizionare un biancospino nell’aiola delle piante acidofile.
Il biancospino si adatta facilmente a molti tipi di terreno. Quello però che più gli si addice e che incentiva maggiormente la sua crescita, un po’ lenta, deve però essere profondo, ricco, umido e calcareo. Quindi vanno piuttosto bene tutti i substrati argillosi e piuttosto pesanti che sarebbero invece d’ostacolo per molte altre piante.
L’esposizione ideale per questo tipo di pianta è senza dubbio il pieno sole. Se potrà godere di questa condizione avremo il piacere di vederlo crescere più velocemente oltre a riempirsi quasi completamente di fiori e di conseguenza in autunno di bellissimi frutti. E’ anche possibile coltivare questo arbusto a mezz’ombra. Non soffrirà particolarmente, però vedremo una maggiore produzione di foglie a discapito di quella delle infiorescenze.
Comunque sia si tratta di piante a bassa manutenzione, che in genere non necessitano di grandi cure, se sono a dimora da almeno 3-4 anni.
Per quanto riguarda l’irrigazione del biancospino, non bisogna assolutamente fargli mancare l’acqua, specie se vive in posizione ben soleggiata. Bisognerà quindi intervenire con una certa frequenza, anche una volta alla settimana. Gli interventi dovranno diventare più frequenti nel caso vi sia un periodo di siccità prolungato oppure ci troviamo davanti ad un esemplare giovane messo a dimora da poco tempo. Valutiamo bene anche il substrato. Se è quello ideale, cioè ricco e calcareo, sarà certamente in grado di mantenersi umido più a lungo. Se la pianta invece si trova in un terreno sabbioso, torboso o sassoso necessiterà di interventi più frequenti, soprattutto durante l’estate e prima della fioritura.
Come abbiamo detto il biancospino è un arbusto a crescita piuttosto lenta. Se vogliamo che diventi un bell’esemplare nel minor tempo possibile è importantissimo intervenire ogni anno con buone concimazioni.
Alla fine dell’autunno è bene coprire il piede della pianta con abbondante stallatico sfarinato o pellettato aggiungendovi magari qualche manciata di cornunghia (che incrementa l’apporto di azoto a lenta cessione). Questi ammendanti penetreranno nel terreno grazie alle piogge e alla neve. Ciò che resta, a primavera, potrà essere incorporato con una leggera zappettatura. In questa fase si potrà anche spargere un po’ di concime granulare a lenta cessione in cui siano presenti in maniera equilibrata macro e microlementi. Ciò incentiverà sia la crescita vegetativa, sia la produzione di fiori e frutti. Gli ammendanti contribuiranno a rendere il substrato ricco, vivo e permeabile.
Per quanto riguarda la potatura, si ricorda, durante i primi anni, che per ottenere piante ben folte, è importante potare la pianta molto bassa. Questo la spingerà a far crescere numerosi polloni oltre a ricacciare abbondantemente dal tronco principale. Questo è anche un buon metodo per rendere folta una siepe. In questo caso non bisogna assolutamente temere di tagliare troppo in basso. La pianta infatti ne trarrà soltanto giovamento. Stesso trattamento andrà riservato a piante adulte che comincino a spogliarsi nella parte bassa. La soluzione è sempre un buon taglio che avrà come conseguenza la nascita di nuovi getti da sottoterra.
La potatura generalmente va effettuata alla fine dell’inverno. Ad ogni modo non è detto che si debba intervenire sempre. Lo faremo se vorremo ottenere una barriera ben ordinata e regolare. Bisogna però sottolineare che questo arbusto dà il meglio di sé quando viene lasciato crescere piuttosto libero prendendo le sembianze degli esemplari che si trovano in natura.
La riproduzione del biancospino non è semplice. La talea non sempre riesce e per ottenere una buona riproduzione agamica è bene ricorrere piuttosto alla margotta o all’innesto a corona. A livello casalingo si può invece tentare con la semina. I tempi in ogni caso saranno piuttosto lunghi. I frutti andranno messi a macerare nell’acqua. In seguito a questo i semi cadranno sul fondo del recipiente. Dovranno poi essere messi ad asciugare al sole e interrati in vassoi con terreno leggero, tenuto sempre umido, in serra fredda. I tempi di germinazione sono in ogni caso molto lunghi: dai due ai tre anni a seconda delle specie.
Il biancospino purtroppo viene attaccato spesso da parassiti e malattie. Per questo non è consigliabile introdurlo in giardino, specie se è già popolato da altre rosaceae, perché può diventare il veicolo di trasmissione primario. Ad ogni modo queste affezioni raramente gli sono fatali. Possiamo intervenire con insetticidi biologici per parassiti come gli afidi e con anticrittogamici consentiti in biologico specifici per l’oidio e per la ruggine. Altre tecniche sono quelle di introdurre specie che infastidiscono gli insetti onde consentire una maggiore biodiversità che va ad agevolare l’intero ecosistema.
È molto importante ricordare che in alcune aree del Nord Italia è vietato impiantare nuovi biancospini in quanto sono veicolo di propagazione del colpo di fuoco batterico (causato dall’Erwinia amylovora). Informiamoci quindi bene presso le autorità prima di procedere.

Usi e Tradizioni –
Per poter dare una descrizione esaustiva e valida per tutte le specie del biancospino è abbastanza difficile in quanto si tratta di un genere vastissimo. Alcuni autori indicano che vi appartengano non meno di 1000 specie di origine europea, asiatica e nordamericana. Nel vecchio continente se ne possono contare almeno novanta, delle quali solo due o tre (a seconda degli autori) sono endemiche della nostra penisola. Queste però sono diffuse praticamente ovunque, fino a 1500 metri di quota. Il loro habitat di elezione sono i margini dei boschi.
In ambito orticolo è ampiamente utilizzato come esemplare isolato, ma l’uso più comune è sempre stato per la formazione di siepi. Queste uniscono la bellezza estetica con l’indubbio vantaggio di dare alla proprietà protezione da intrusi e animali selvatici. Il crataegus infatti è capace, se opportunamente potato, di creare barriere spinose invalicabili.
Un altro innegabile vantaggio è la capacità di questo arbusto di rendere il giardino “vivo”: tra le sue fronde fanno il nido molti piccoli uccelli, che si nutrono poi anche delle sue bacche durante l’inverno. Durante il periodo vegetativo, invece, con i suoi abbondanti fiori è in grado di attirare insetti gradevoli come api e farfalle.
I frutti e le foglie di biancospino contengono molteplici principi attivi, a partire da molti flavonoidi, fino a principi attivi con effetti sedativi, vasodilatatori, cardiotonici, digestivi, ansiolitici.
I principi attivo del biancospino sono la procianidine di cui le più importanti sono le procianidine oligomeriche (circa 3%), flavonoidi (quali vitexina, iperoside, luteolina, apigenina, luteolina-3,7-diglucoside e quercina), bioflavonoidi e flavoglucosidi, rutina, complessi terpenici, acido ascorbico, oli essenziali, tannini, crategina, acido clorogenico e sapogenine, vitamine C e P.
Il biancospino viene utilizzato nei disturbi cardiovascolari di origine nervosa. Supporta e protegge le funzioni cardiache e circolatorie. Nella tendenza alla pressione alta. Quale rilassante. In generale come protettivo dell’apparato cardiovascolare.
Il biancospino può avere una possibile interazione sinergica con farmaci digitalici, betabloccanti, ed altri antipertensivi (in generale se si assumono farmaci per la pressione o la circolazione, consultare il medico).
Il Biancospino, oggi, pianta molto conosciuta ed utilizzata, in realtà ha raggiunto il suo successo relativamente da poco. Fu infatti solo verso la fine del ‘900 che alcune ricerche di medici americani proseguite poi dal medico francese Leclerc portarono a diffonderne in modo significativo l’uso.
Sebbene gli studi moderni la caratterizzino come principalmente indicata in disturbi dell’apparato cardiovascolare, tuttavia l’uso tradizionale come pianta rilassante resta uno dei più noti. Recentemente anche la ricerca ha iniziato a compiere i primi tentativi per comprendere e sostanziare tale attività.
Tra le piante rilassanti risulta ovviamente quella più indicata nei casi dove fenomeni come la palpitazione o un leggero aumento della pressione arteriosa sono causati da un periodo particolarmente stressante e per questo motivo da alcuni viene infatti definita la “Valeriana del cuore” .
Oltre a questa funzione, il biancospino ha proprietà: diuretiche, ipotensive, astringenti, antispasmodiche, sedative, vasodilatatrici, antidiarroiche.
Il Biancospino viene utilizzato per placare il senso di angoscia e di oppressione e l’inquietudine.
L’uso terapeutico della pianta è attestato sin dal XIII secolo, ma nei vecchi manuali si trova trattato il Biancospino ancora accanto ai digitaloidi e, questa originaria interpretazione, ha portato a confusione: glicosidi simildigitalici o ulteriori principi attivi, con cui viene compensato un cuore insufficiente, nel Biancospino non sono presenti. Oggi è invece provato, che il Biancospino è realmente una vera e propria pianta medicinale per il distretto cardiaco e per le patologie circolatorie.
In Olanda e Belgio la polpa del frutto, veniva mescolata con farina per la produzione di pane, mentre i semi tostati, durante la seconda guerra mondiale erano utilizzati come succedaneo del caffè.
Il crataegus è comunque noto fin dall’antichità per le sue doti di cardiotonico. La sostanza attiva si ricava dai fiori, dai frutti e dalla corteccia. Pare abbia anche proprietà sedative e per questo viene utilizzato in erboristeria e omeopatia.
Nella medicina popolare i frutti venivano utilizzati come rimedio contro svariate malattie, dai problemi cardiaci all’insonnia.
Anche nella medicina tradizionale cinese si utilizzano frutti di alcune varietà di biancospino, essiccati, per i loro benefici effetti sulla digestione.
Le foglie ed i frutti essiccati si trovano spesso come ingredienti di tisane e sciroppi, da utilizzare nei problemi legati all’insonnia e all’eccitabilità.
In effetti esistono alcuni studi clinici che confermano l’utilità dell’estratto di frutti di biancospino (ma solo di alcune specie), che danno nei vantaggi nelle problematiche legate alla funzionalità cardiaca, e in particolare sembra che i frutti di biancospino siano in grado di regolare la frequenza cardiaca.
I prodotti erboristici a base di biancospino vanno quindi utilizzati con cautela e sotto diretto controllo di un medico o di un bravo erborista.
Chiaro che i principi attivi contenuti nella pianta possono avere effetti anche dannosi, ma solo se assunti in quantità massicce, cosa assai difficile; le marmellate prodotte con i frutti, e le tisane che contengono foglie o frutti essiccati, non devono destare alcuna preoccupazione.
Il biancospino è un arbusto noto all’uomo fin dai tempi antichi. Il suo nome Crataegus deriva dal greco “kratos” che significa “forza” e fa riferimento sia al suo legno (molto robusto e richiesto dai falegnami), sia all’aspetto generale della pianta che, già dal primo sguardo, dà un’impressione di grande resistenza.
Presso alcuni siti archeologici risalenti al Neolitico si sono rinvenuti semi dei frutti del Biancospino, questo fa ritenere che fossero consumati come alimento.
Nell’antica Grecia e a Roma il Biancospino era considerato una pianta fortemente simbolica legata alle idee di speranza, matrimonio e fertilità. I romani lo dedicarono a Maia, dea del mese di maggio e della castità.
Le damigelle delle spose greche si adornavano di boccioli di Biancospino e le spose ne portavano un ramoscello in mano. I romani ponevano le foglie nelle culle dei bimbi per allontanare gli spiriti maligni. Diverse usanze sono legate al Biancospino come quella che risale all’epoca precristiana di andare alla festa di calendimaggio e di scegliere una reginetta. In epoca pagana il re e la regina di maggio erano uccisi alla fine della stagione di crescita; di qui è forse sorta l’ambiguità odierna che vede il Biancospino sia come simbolo di speranza, sia come presagio di morte.
Il Cristianesimo trasformò la simbologia associata a questa pianta; presumibilmente la corona di spine di Cristo era di Biancospino, conseguentemente la pianta divenne simbolo di morte e di sorte avversa. L’associazione Biancospino/morte, fu rafforzata dallo sgradevole odore dei fiori di alcune specie europee. Questi alberi vengono impollinati da insetti che si nutrono di carogne e per attirarli i fiori emanano uno sgradevole odore simile a quello della carne putrefatta.
Vuole una leggenda che Giuseppe d’Arimatea (importante membro del Sinedrio che insieme a Nicodemo dette sepoltura a Gesù), recandosi in Gran Bretagna per diffondere la parola di Cristo, sbarcando a Glastonbury piantasse un bastone per terra, immediatamente il bastone divenne una pianta di Biancospino. Accanto alla pianta sorse la prima chiesa cattolica d’Inghilterra la cappella di S. Maria, e poi una grandiosa abbazia medioevale, rasa al suolo nel 1539 dopo lo scisma che vide Enrico VIII divenire capo della Chiesa d’Inghilterra. Dallo sbarco di S. Giuseppe d’Arimatea per secoli Biancospini originati dal suo bastone fiorirono 2 volte l’anno: in primavera e la vigilia di Natale, quando un ramoscello veniva portato in dono ai sovrani di Gran Bretagna.
Il biancospino si caratterizza per le sue bacche dal color rosso intenso e i candidi fiori bianchi. Il fiore, secondo antiche leggende sarebbe in grado di allontanare gli spiriti del male: infatti, il termine biancospino deriva dal greco “kratos” ovvero forza, “oxus” che significa acuminato e “anthos” fiore. In occasioni di matrimoni o altre cerimonie importanti, regalare il biancospino è un gesto molto apprezzato in quanto è simbolo di protezione e sostegno. Inoltre, come tutti i fiori dal colore bianco, è simbolo di purezza, dolce speranza, candore e fertilità. Secondo antiche leggende i terreni in cui cresceva il biancospino erano luoghi di incontro delle fame e degli spiriti buoni. Per questo motivo, raccogliere dei ramoscelli di biancospino esclusivamente per puro piacere estetico porterebbe sfortuna al presunto saccheggiatore.
Pianta che indica il mese di maggio secondo il Calendario Celtico degli alberi.
Durante la rivoluzione francese il Biancospino fu chiamato “albero della libertà” e durante quegli anni in Francia ne vennero piantati più di 60.000.
Fra i cespugli di Biancospino cresce un eccellente fungo commestibile primaverile Calocybe gambosa (Fr.) Donk, chiamato comunemente Prugnolo.
In alcune regioni italiane, se in un vivaio chiediamo un biancospino, è assai probabile che ci offrano una spirea, che è completamente priva di spine, ma che produce una fioritura candida proprio nel periodo in cui sbocciano i biancospini.
Le spiree sono rosacee originarie dell’Asia, che danno origine ad arbusti piccoli o medi, con portamento tondeggiante e rami arcuati, che n primavera si riempiano di piccoli fiori a stella di colore bianco.
Negli ultimi venti anni si sono particolarmente diffuse in coltivazione delle varietà di spirea derivate da Spiraea japonica, una specie botanica a fiore rosato; in particolare le nuove varietà hanno fiore colorato e sono di dimensioni molto contenute. Per questo motivo ci può capitare di andare in vivaio a cercare un crataegus, e chiedendo di un biancospino ci venga presentato un minuscolo arbusto a fiori rosa.
Modalità di Preparazione –
In cucina i frutti del biancospino vengono usati per bevande fermentate e per confezionare una delicata marmellata lievemente astringente, mentre in campo cosmetico il bagno di biancospino è apprezzato per le proprietà rilassanti; foglie e fiori hanno azione normalizzante e astringente sulle pelli grasse.
Il legno di colore rossastro, molto duro e compatto, viene impiegato per lavori al tornio e per la produzione di ottima carbonella.
Per la preparazione della marmellata di biancospino bisogna raccogliere una bella quantità di bacche di biancospino, rosse, grosse e prive di ammaccature. Queste vanno lavate in acqua fredda per eliminare polvere, poi mettetele in una pentola di acciaio, copritele di acqua e fatele cuocere a fiamma moderata.
Quando le bacche saranno diventate morbide, toglietele dal fuoco e passatele al setaccio.
Pesate la polpa, versatela nella pentola e rimettetela sul fuoco.
A questo punto aggiungete il baccello di vaniglia e una proporzione di zucchero pari a 900 grammi per ogni Kg. di polpa.

Un altro uso pratico del biancospino è quello della Tisana al Biancsopino. Questa è usata in erboristeria come un medio per aiutare il cuore, in quanto nei frutti di biancospino, come detto, si trovano numerosi principi attivi che hanno un effetto benefico sul sistema cardiovascolare.
Gli Ingredienti sono:
• 1 cucchiaino di bacche di biancospino schiacciate,
• 1cucchiaino di foglie e fiori di biancospino tritati,
• una tazza di acqua bollente,
• 3 gocce di succo di limone.
Preparazione: dopo aver fatto bollire l’acqua, spegnere il fuoco e mettere in infusione per qualche minuto gli ingredienti. Dolcificare con miele a piacere.
Utilizzo: ideale una tazza la sera prima di andare a dormire. Proprietà: cardiotonica, riequilibrante, calmante.

Guido Bissanti

Fonti
– Wikipedia, l’enciclopedia libera.
– Treben M., 2000. La Salute dalla Farmacia del Signore, Consigli ed esperienze con le erbe medicinali, Ennsthaler Editore
– Pignatti S., 1982. Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
– Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (a cura di), 2005. An annotated checklist of the Italian vascular flora, Palombi Editore.

Attenzione: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi alimurgici sono indicati a mero scopo informativo, non rappresentano in alcun modo prescrizione di tipo medico; si declina pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.




Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *